Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo Ordinario
XV Domenica
(12 luglio 2026)
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Is 55,10-11; Sal 64 (65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23
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Per tre domeniche consecutive verranno proclamate le parabole del regno. Importante cogliere il contesto in cui sono inserite per intuirne il mistero. Seguono la solenne dichiarazione di Gesù: “Poi tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,48-50). Ecco, accogliere la parola significa diventare familiari di Dio, condividere i suoi segreti. Proprio quello che Gesù dirà alla fine di certe parabole: “prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21). Non solo. Ma nel dare ragione del perché solo ora viene svelato il mistero del regno, Gesù annuncia: “Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!” (Mt 13,16-17). L’intelligenza si accende se è toccata da questa beatitudine. In altri termini, si è invitati a collocarci nella storia degli uomini che da sempre hanno ricercato verità e sapienza. Se il cuore non intravede le parole di Gesù come risposta agli aneliti più profondi e pressanti che gli uomini da sempre hanno coltivato, non può percepirne la densità, la potenza, la grazia. Il Figlio è inviato perché gli uomini conoscano la grandezza e la bellezza dell’amore del Padre per i suoi figli, di cui portano segreta nostalgia.
Facilmente però il cuore dell’uomo resta insensibile, perché distratto e attratto da molte cose, per cui resta come ingolfato e oppresso. Gesù riprende l’ammonizione del profeta Isaia, che segnala la condizione di un cuore che ascolta senza comprendere, guarda senza vedere, perché sceglie di rinnegare l’alleanza con il suo Dio: “Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendilo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi, e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito (Is 6,10). Non sono parole di condanna, ma di esortazione. Seguono il racconto della visione della maestà di Dio, che sancisce la vocazione del profeta e inducono a credere ancora nella potenza salvatrice di Dio, che non rifiuta il popolo solo perché recalcitra. In effetti, se si considera l’insieme dei cap. 54 e 55 di Isaia, che concludono il cosiddetto Libro della consolazione, sono ben descritti i sentimenti di Dio davanti alla durezza di cuore del suo popolo, sentimenti che noi possiamo attribuire al seminatore della parabola di Gesù: “In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore…. Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che ti usa misericordia… Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 54,8.10; 55,8-9).
L’esempio che segue, quello della pioggia, che non cade sul terreno senza farla germogliare, è l’illustrazione della potenza della parola del Signore che si esprimerà con la promessa, mantenuta: “Voi dunque partirete con gioia, sarete ricondotti in pace” (Is 55,12). La generosità del seminatore, l’abbondanza del suo seminare, il suo non temere di sprecare il seme, alludono alla fedeltà di Dio alle sue promesse, comunque. La parabola è narrata mettendo in corrispondenza l’azione di Gesù che esce con l’azione del seminatore che esce: “Quel giorno Gesù uscì di casa … Ecco, il seminatore uscì a seminare”. Gesù, Verbo del Padre, lascia la gloria celeste e viene tra gli uomini, non solo seminando la Sua parola nei cuori, ma seminando Sé, Sua Parola Vivente, nei cuori. Il seminatore esce per svelare il volto del Padre che è misericordia per noi e per riunirci alla mensa del suo amore. Così c’è identità tra il seminatore e il seme, perché Colui che semina e la cosa che viene seminata è la stessa realtà, Gesù stesso. Ognuno è chiamato a far nascere e far crescere Gesù dentro il proprio cuore. E questo è il significato profondo della parabola. L’eredità del Regno è proprio Lui, quel Figlio dell’uomo che riunisce la famiglia degli uomini nella gioia del Padre che vuole la comunione con i suoi figli. Il compimento di umanità si trova nella corrispondenza con l’umanità di Gesù, che è il testimone dell’amore del Padre per tutti.
La parabola del seminatore, la prima delle sette parabole del regno, non è semplicemente la prima di una serie, ma quella che fa da perno, quella secondo la quale è da intendere tutta l’attività di predicazione di Gesù. L’infruttuosità dell’ascolto risalterà in tutta la sua drammaticità con lo scandalo della croce quando Gesù, non solo verrà rifiutato, ma vilipeso e tolto di mezzo. Rileggendo la parabola a partire dallo scandalo della croce capiamo che tutto ciò che si riferisce al Regno (il che significa: tutto ciò che ha attinenza al compimento dei desideri profondi del cuore nella vita) passa per l’accettazione della debolezza di Dio, che è più forte degli uomini. La fede è entrare nella ‘debolezza’ di Dio nel suo amore per noi. Alla fin fine, il dramma è che non riusciamo a cogliere il mistero di Bene che il Signore ci squaderna. Difficilmente entriamo nella beatitudine proclamata da Gesù: “beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano”, eco della preghiera di lode di Gesù: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25).
È proprio in rapporto al frutto dell’essere quei piccoli che godono della bontà di Dio che possiamo intendere i vari tipi di terreno. Essi sono come le possibili condizioni di una conversione sempre più coinvolgente e radicale quando si ascolta la parola. Si parla di strada, di sassi, di spine, di terra buona. Perché la terra del cuore possa produrre il frutto sperato, ci sono tre passaggi da effettuare. Dobbiamo prima lasciare l’essere come la strada, terreno calpestato, quando diamo diritto d’accesso al cuore a qualsiasi pensiero, senza imparare a distinguere e a lottare per non andar dietro ad ognuno che passa e subire vessazioni di ogni tipo. Poi dobbiamo lasciare l’essere come i sassi, il terreno con poca terra, quando il cuore teme di soffrire per seguire il Signore, quando non ha fiducia nella sua promessa e cedendo a questa paura non conoscerà mai l’amore e la vita! Poi dobbiamo lasciare il terreno con le spine, il terreno infestato, quando nel cuore si fa sentire la resistenza al distacco da tutto ciò che momentaneamente ci alletta. Troppi beni finiscono per nascondere il vero Bene; le pretese impediscono al cuore di godere. Lavorando per non compromettere il cuore in cose che ritardano o addirittura soffocano i suoi aneliti più genuini, la terra diventa buona. Allora, la nostra umanità si fa trasparenza, come quella di Gesù, dell’amore del Padre per il mondo, fino a farne conoscere la bontà e attirare tutti alla sua lode.
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I TESTI DELLE LETTURE (dal “Messale Romano”):
[I testi delle letture sono tratti dal sito ufficiale della CEI – chiesacattolica.it]
Prima Lettura
La pioggia fa germogliare la terra.
Dal libro del profeta Isaìa
Is 55,10-11
Così dice il Signore:
«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina
e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
Parola di Dio.
Salmo Responsoriale
Dal Salmo 64 (65)
R. Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.
Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini. R.
Così prepari la terra:
ne irrìghi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli. R.
Coroni l’anno con i tuoi benefici,
i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di esultanza. R.
I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di messi:
gridano e cantano di gioia! R.
Seconda Lettura
L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Rm 8,18-23
Fatelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
Parola di Dio.
Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.
Il seme è la parola di Dio,
il seminatore è Cristo:
chiunque trova lui, ha la vita eterna.
Alleluia.
Vangelo
Il seminatore uscì a seminare.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,1-23
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Parola del Signore.