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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXV Domenica

(20 settembre 2026)

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Is 55,6-9;  Sal 144 (145);  Fil 1,20c-24.27a;  Mt 20,1-16

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Davanti alla parabola di Gesù, dovremmo dire con il salmo 145: “Le tue meraviglie voglio proclamare”, perché “giusto è il Signore in tutte le sue vie e pieno d’amore in tutte le sue opere”. Ma l’uomo non arriva facilmente a riconoscere le vie del Signore, perché, come dice il profeta Isaia: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8).

Dove si annida una certa qual perplessità rispetto all’agire del padrone nella parabola raccontata da Gesù? La nostra conclusione: ‘non è giusto però!’. Tutti trattati allo stesso modo, nonostante la varietà delle prestazioni! Se si legge ciò che precede la parabola, ci si accorge che la parabola è raccontata come risposta di Gesù alla domanda dello scriba: “Cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?”. E Gesù: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo” (Mt 19,16-17). L’uomo però si domanda: cosa me ne verrà a seguire il Signore? Gesù allora promette il centuplo e la vita eterna: “Alla rigenerazione del mondo siederete anche voi su dodici troni…”. Non si tratta, però, del mondo futuro che sarà, ma del mondo futuro che viene, del ‘mondo rinnovato’ che Gesù svela con il suo comportamento e con il suo agire. Senza voler essere partecipi di questo mondo rinnovato, non sarà possibile comprendere le vie di Dio.

Il fatto del rovesciamento delle posizioni, ‘gli ultimi saranno primi e i primi ultimi’, che conclude la parabola, allude direttamente a quel ‘mondo rinnovato’ che Gesù svela e compie perché lui è il testimone per eccellenza della bontà di Dio. Il padrone della parabola è descritto nei panni di Gesù che cerca i peccatori, che va a cercare la pecorella perduta, che offre il regno al ladrone sulla croce. Perché in questo modo di agire splende colui che è il Buono. Ma per noi, che abbiamo paura di non essere preferiti, sempre nella disposizione comunque di rivendicare invece che di essere grati, quanto è difficile accedere alla luminosità del mondo rinnovato!

La domanda di fondo la presenta il profeta Isaia: perché i nostri pensieri sono sempre così diversi e distanti da quelli di Dio? Ecco, noi non cerchiamo il Signore, ma piuttosto i suoi doni; non ritorniamo a lui, ma semplicemente domandiamo per noi. Non ci interessa molto il suo desiderio di stare con noi, non ci tocca la sua voglia di attirarci a lui. E non percependo questo, siamo troppo intenti a guardarci l’un l’altro, a vivere di confronti, a temere di avere di meno.

Ora questo atteggiamento verso i nostri fratelli rivela la povertà del nostro legame con lui, l’insensibilità del nostro cuore al suo desiderio. Come allora non cadere nella ‘gelosia’, proprio secondo il rimprovero del padrone della parabola agli operai della prima ora: “Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?“. Perché vorremmo limitare la misericordia e la benevolenza di Dio se non perché in realtà non l’abbiamo mai sperimentata, non ce ne siamo mai lasciati toccare? Ritorna alla mente il lamento del fratello maggiore della parabola: ma come? Io ti ho sempre servito e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici? (cfr. Lc 15,11-32). Eppure, spesso, la sua è la nostra condizione.

Rivelatrice di essa è l’incapacità per il nostro cuore di condividere la gioia, la gioia dei fratelli che possono avere quanto e più di noi, ma soprattutto la gioia del Padre che può dare a tanti quello che di per sé sarebbe riservato a pochi. Noi sicuramente non siamo nel numero di quei pochi e chi, come l’apostolo Paolo, si trova tra quei pochi, lo si riconosce dal fatto che gode più per la partecipazione del bene a tutti che non a se stesso. Non per nulla Paolo ritiene la sua vita di nessun conto, e la concepisce solo “per il progresso e la gioia della fede” (Fil 1,25) di tutti. Non semplicemente per il progresso e la gioia dei fratelli, ma per il progresso e la gioia che i fratelli potranno godere nella loro relazione di intimità con il Padre che è venuto in loro soccorso, che ha inviato loro il suo Salvatore, che hanno conosciuto la misericordia del Signore. L’occhio allora non potrà più essere geloso o invidioso ed il cuore non avrà più pensieri propri, ma solo quelli di Dio e potrà godere con Dio del fatto che la Sua bontà è celebrata sopra ogni giustizia.

Così la parabola ha due mire: sottolineare la generosità del padrone e istradare i cuori in una nuova solidarietà tra compagni. Perché non godere del bene toccato al mio compagno anche se immeritato? Più si gode del bene altrui, più si è intimi di Dio, perché nel bene viene esaltato colui che solo è il Buono. Se i primi operai non si accorgono di quella bontà, è perché restano irretiti nel confronto tra compagni. La parabola di Gesù, del resto, è costruita proprio per sorprendere gli operai della prima ora nei loro pensieri segreti. Se il fattore avesse cominciato a pagare gli operai dai primi, non sarebbero stati svelati quei pensieri. Ma la parabola insiste proprio sui primi; il che significa che in quei ‘primi’ siamo compresi tutti noi, per un verso o per l’altro. Dal punto di vista ecclesiale, si può interpretare la parabola come un avvertimento agli israeliti (gli operai della prima ora) rispetto ai pagani (gli operai dell’ultima ora), ai giudeo-cristiani rispetto agli ellenisti, ai pastori rispetto ai fedeli, ecc.

La parabola però ha un’estensione molto più larga e allude agli atteggiamenti dei cuori nei confronti di Dio. Tutti vengono pagati nella stessa misura: è proprio questo che urta la nostra sensibilità. Notiamo subito che il padrone della parabola non manca di giustizia perché ai primi dà esattamente quello che avevano pattuito. Semplicemente, non si attiene solo a quella giustizia e dà anche agli altri la stessa paga. Dove sta allora la malizia dei pensieri dei primi? Tutto dipende da come si legge l’agire di Dio. Le vite degli uomini sono effettivamente diseguali, la sua provvidenza è misteriosa, la conoscenza di lui è misteriosa, le nostre sorti sono diverse, le gioie e le sofferenze sono amministrate nella nostra vita in modo diverso. Perché tutto questo? Porci questa domanda significa vivere di confronti senza rapportarci a Dio. Non è certamente una domanda maliziosa, ma rivela la difficoltà di cogliere la bontà di Dio e per ciò stesso rivela la natura del nostro riferirci a Dio in rivendicazione. La rivendicazione esprime gelosia, come dice il padrone della parabola ai primi operai. Il segno della purità di cuore è proprio la mancanza di gelosia, vale a dire la gioia della felicità altrui. La punta segreta di questa gioia sta nella confidenza nel proprio Dio di cui si spera il godimento della promessa fatta a noi. Così, nonostante le diseguaglianze delle nostre vite, nulla ci manca se Dio è con noi.

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I TESTI DELLE LETTURE (dal “Messale Romano”):

[I testi delle letture sono tratti dal sito ufficiale della CEI – chiesacattolica.it]

Prima Lettura

I miei pensieri non sono i vostri pensieri.

Dal libro del profeta Isaìa

Is 55,6-9

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,

invocatelo, mentre è vicino.

L’empio abbandoni la sua via

e l’uomo iniquo i suoi pensieri;

ritorni al Signore che avrà misericordia di lui

e al nostro Dio che largamente perdona.

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,

le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.

Quanto il cielo sovrasta la terra,

tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,

i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale

Dal Salmo 144 (145)

R. Il Signore è vicino a chi lo invoca.

Ti voglio benedire ogni giorno,

lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

Grande è il Signore e degno di ogni lode;

senza fine è la sua grandezza. R.

Misericordioso e pietoso è il Signore,

lento all’ira e grande nell’amore.

Buono è il Signore verso tutti,

la sua tenerezza si espande su tutte le creature. R.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie

e buono in tutte le sue opere.

Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,

a quanti lo invocano con sincerità. R.

Seconda Lettura

Per me il vivere è Cristo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fil 1,20c-24.27a

Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.

Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.

Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.

Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

Parola di Dio.

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Apri, Signore, il nostro cuore

e accoglieremo le parole del Figlio tuo. (Cf. At 16,14b)

Alleluia.

Vangelo

Sei invidioso perché io sono buono?

Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 20,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Parola del Signore.