Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo Ordinario
IV Domenica
(1° febbraio 2026)
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Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145 (146); 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a
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L’annuncio luminoso del profeta Sofonia: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero” (Sof 3,12), che la versione della LXX rende: ‘popolo mite e umile’, rimanda alla dichiarazione di Gesù quando invita a venire a lui: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11,29). È esattamente in riferimento a lui, che realizza la promessa di Dio per l’umanità, che vanno comprese le sue beatitudini. Tutta la serie delle otto beatitudini non sono che la condivisione di quella mitezza e umiltà del cuore di Gesù. E se ci appaiono paradossali è perché l’uomo fa fatica a entrare nella conoscenza di Dio. Lo spiega bene san Paolo nella sua prima lettera ai Corinti: “Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,25). Ma è proprio per quella stoltezza e debolezza che “Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30).
Se la moltitudine dei santi in paradiso canta: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello” (Ap 7,10), vuol dire che l’uomo non può darsi la salvezza. E se l’uomo non può darsi salvezza, vuol dire che nemmeno può darsi la felicità. Perché la felicità, che pure avvertiamo come nostra vocazione specifica, è paradossale. Non la si prende dove sembra di vederla, ma la si ottiene spesso con ciò che sembra il contrario. Perché in gioco è la credibilità stessa di Dio che viene incontro all’uomo, senza però mai poterlo convincere all’evidenza. Nella felicità è in gioco non semplicemente l’esaudimento di un cuore, ma l’incontro di due, la comunione di due.
Il brano del profeta Sofonia introduce la promessa per il resto d’Israele di godere del regno di Dio nel contesto, terribile, del giorno dell’ira del Signore. Il profeta assiste ad avvenimenti tragici: in pochi decenni si susseguono devastazioni immani ad opera dei due regni contrapposti, Egitto e Assiria. Israele non confida più in Dio; cerca alleati umani, si fida ora dell’uno ora dell’altro, per scampare al pericolo, ma non trova riposo perché l’uno e l’altro sono antagonisti perenni e lui ne fa continuamente le spese. Dopo le minacce e le invettive tra le più terribili della Bibbia, il profeta annuncia la fedeltà di Dio al suo popolo, annuncia la felicità che vuol procurare al suo popolo.
Il salmo 145, che riprende la promessa annunciata da Sofonia, fonda la credibilità di Dio su di una sua specifica qualità: “egli custodisce la verità in eterno’, ‘egli è fedele per sempre’. Qual è questa verità? È la verità del suo amore per l’uomo, la verità del suo agire in benevolenza verso l’uomo. Alle nostre orecchie appare perlomeno contraddittoria questa affermazione, quando risuona in un contesto di afflizioni e drammi. Ma la profondità di senso di quell’affermazione si può cogliere solo a partire dal dramma nel quale l’uomo vive.
Gesù, quando annuncia le sue beatitudini, ha presente il dramma dell’uomo. Senza riferire le sue parole al profondo dramma che vivono gli uomini, le beatitudini suonano come pie esortazioni e il riferimento alla felicità una pia illusione.
Una prima considerazione. Gesù può annunciare le sue beatitudini ai discepoli perché ha già fatto vedere che ‘il regno di Dio è vicino’, vale a dire:
a) ha già potuto far vedere la potenza dell’agire di Dio a loro favore (Gesù ha già cominciato a predicare il vangelo del regno, ha già entusiasmato uomini che lo seguono, ha già guarito molti da malattie e infermità e mostrato il suo potere sui demoni, come dirà più avanti: “Ma se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio”, Mt 12,28);
b) è stato però necessario convertirsi al mistero della sua persona per cogliere il suo agire come testimonianza della presenza salvatrice di Dio in mezzo a loro. Diversamente – e per molti si ridurrà a questo! – vedranno solo un guaritore da importunare in ogni caso per avere un po’ di sollievo. Chi però agirà così, non troverà felicità, perché non avrà incontrato il suo Dio.
Ciò che le beatitudini hanno di paradossale deriva dall’esperienza di un incontro assoluto che pone tutto il resto in sott’ordine. E tutto il resto sta in sott’ordine perché è tale la potenza che si sprigiona da quell’incontro che nulla potrà sostituirsi al suo fascino. La beatitudine che proclama Gesù deriva dalla comunione con la sua, da quella vita con il Padre e lo Spirito che lo rende così Figlio da non volere altro per sé se non di vedere tutti immersi nello stesso amore del Padre. Deriva dalla rivelazione dell’esperienza del Regno ormai giunto fino a noi, ormai schiuso nella sua inaccessibilità e nel suo mistero tanto da schiudere ogni evento alla sua realtà. Deriva dalla partecipazione alla vita divina, quella che non avrà più fine e che si fa accessibile a noi fin da ora.
Le beatitudini sono otto. La prima e l’ultima comportano la stessa promessa: ‘perché di essi è il regno dei cieli’ e racchiudono le altre sei. C’è un doppio movimento nell’elenco delle beatitudini: un movimento di concatenazione e un movimento circolare. La concatenazione riguarda lo spazio definito dalla seconda alla settima, mentre il movimento circolare è dato dal ritornare dell’ottava alla prima per riavviare, a livelli sempre più profondi, la concatenazione. La felicità scaturisce dai passaggi indicati: se ti affliggi solo per la potenza del male che ti domina e dal quale vuoi esserne liberato; se non avrai altro motivo di ira se non quello di opporti al maligno e così custodirti dolce con tutti; se cercherai la giustizia al di sopra del tuo interesse; se condividerai con tutti la misericordia che avrai gustato nel perdono di Dio; se sarai così privo di rivendicazioni e pretese da vedere tutto e tutti nella luce di Dio di cui godrai la presenza; se seguirai l’opera di Dio che è la fraternità tra gli uomini; allora – è la promessa della settima beatitudine – sarai come il Figlio di Dio che, per essere venuto a testimoniare quanto è grande l’amore di Dio per gli uomini, non ha preferito se stesso all’amore che lo divorava e ha accettato di essere consegnato nelle mani degli uomini. Se nella persecuzione l’uomo non perde la sua gioia, allora vuol dire che la potenza del Regno l’ha lambito, che la sua felicità non dipende più dal mondo. Non avrà più bisogno di cercare altra affermazione di sé perché ha trovato quella capace di soddisfare l’anelito del suo cuore, che così sarà confermato nella rinuncia alla brama di ogni bene che non sia espressione di quell’esperienza. Tanto che si affliggerà ancora più profondamente del male che in lui si annida e ripercorrerà la concatenazione dei passaggi a livelli sempre più coinvolgenti.
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I TESTI DELLE LETTURE (dal “Messale Romano”):
[I testi delle letture sono tratti dal sito ufficiale della CEI – chiesacattolica.it]
Prima Lettura
Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero.
Dal libro del profeta Sofonìa
Sof 2,3; 3,12-13
Cercate il Signore
voi tutti, poveri della terra,
che eseguite i suoi ordini,
cercate la giustizia,
cercate l’umiltà;
forse potrete trovarvi al riparo
nel giorno dell’ ira del Signore.
«Lascerò in mezzo a te
un popolo umile e povero».
Confiderà nel nome del Signore
il resto d’Israele.
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare
senza che alcuno li molesti.
Parola di Dio.
Salmo Responsoriale
Dal Salmo 145 (146)
R. Beati i poveri in spirito.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri. R.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri. R.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. R.
Seconda Lettura
Dio ha scelto ciò che è debole per il mondo.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 1,26-31
Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.
Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.
Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
Parola di Dio.
Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.
Rallegratevi ed esultate,
perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt 5,12a)
Alleluia.
Vangelo
Beati i poveri in spirito.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Parola del Signore.