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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXIII Domenica

(7 settembre 2025)

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Sap 9,13-18;  Sal 89 (90);  Fm 9b-10.12-17;  Lc 14,25-33

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La liturgia di oggi pone la domanda: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”. Il salmo responsoriale traduce: “Saziaci al mattino con il tuo amore … Sia su di noi la dolcezza del Signore” (Sal 89,14-15). Come questo si è compiuto? Con l’invio del Figlio di Dio che ci ha fatto conoscere l’amore del Padre e ce ne fa gustare la realtà con l’invio dello Spirito Santo. È a partire dall’intelligenza del mistero della sua persona, la Sapienza incarnata, che dobbiamo ascoltare le sue parole perentorie: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo … Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

Se confrontiamo le circostanze in cui queste parole sono proferite, notiamo che nel racconto del vangelo di Matteo esse seguono il rimprovero che Gesù fa a Pietro dopo la sua confessione di fede a Cesarea e il rifiuto dell’annuncio della passione. Un uomo che pensa secondo il mondo non può entrare nei segreti di Dio. Una visione mondana, che vuole assicurarci prestigio e gloria, impedisce la visione di Dio. Per Matteo si tratta anzitutto del rinnegare se stessi, se si vuole partecipare all’intimità dell’amore. In Luca le parole di Gesù seguono la parabola del banchetto disertato dagli invitati. Se tieni alle cose tue, non godrai le cose di Dio. Ecco perché Luca riassume il tutto con l’espressione: “Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. A dire il vero il discorso di Gesù non finisce con questa annotazione ma prosegue: “Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti” (Lc 14,34-35). È l’invito alla sapienza dall’alto, è l’invito all’apertura di cuore ad una sapienza che procede dall’alto ma sale dal profondo perché investe il desiderio del cuore nei suoi aneliti più veri.

Ecco il punto. La sapienza dall’alto comporta proprio l’apertura del cuore al mistero di quel Figlio di Dio che rivela lo splendore dell’amore del Padre per gli uomini. Se il cuore non intravede quello splendore, tutto risulterà sbarrato. Da notare che la sapienza, avendo presieduto alla stessa creazione, conosce i misteri delle creature perché conosce i pensieri di Dio. Così, quando Gesù annuncia la grazia del suo vangelo, non scavalca la natura, ma ne rivela il compimento. Gesù è la verità da parte di Dio (= rivela il vero volto di Dio) e da parte dell’uomo (= conosce il desiderio dell’uomo e ne assicura il compimento). Perché allora il suo parlare, come nel brano di oggi, suona tanto ostico alla nostra natura?

Qui si cela il dramma e la gloria dell’uomo: l’uomo desidera il bene, ma sembra non poter ritrovare in sé il criterio di discernimento del bene. Nessuno, che sia sano di mente, sosterrà che non siano buoni gli affetti familiari (tra l’altro, oggetto di comandamenti precisi!); ma chi può sostenere che gli affetti familiari siano sempre e comunque buoni? “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo” (Mt 19,17) ebbe a dire Gesù. Gli affetti naturali vanno giudicati in rapporto a quella vocazione all’umanità che è il destino della vita, ma la vocazione all’umanità è definita sullo splendore dell’amore di Dio per gli uomini, manifestato in Gesù. Così, quando Gesù parla di preferire l’essere suo discepolo agli affetti naturali, intende rivelare che la radice della vita è nell’amore di Dio, che fa da criterio di discernimento a ogni altra cosa. La cosa non è scontata però per il cuore dell’uomo; comporta una specie di ‘morte a se stessi’ per vivere se stessi in modo pieno imparando a servire gli altri, non a servirsi degli altri. Portare la croce significa morire alla logica del mondo che ci fa ricercare noi stessi contro o sugli altri per accedere davvero alla dimensione della fede, diventata radice di vita in Gesù, che si traduce in comunione di sentimenti con Dio nel suo amore per gli uomini.           La sapienza che viene dall’alto ci è continuamente necessaria per operare questo passaggio, perché conoscere i pensieri di Dio comporta sempre scoprire le radici della vita. E le radici della vita sono misteriose. Per questo la scoperta della sapienza, del tesoro nascosto nel campo, comporta sempre un’intima letizia, letizia che ti abilita a vendere, a lasciare tutto il resto. Chi vive un amore profondo lo sa.

L’evangelista Luca sintetizza la rinuncia ai beni, ai propri affetti e alla propria stessa vita con l’espressione: “Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. La sottolineatura non riguarda beni e affetti in sé, ma il cuore nelle sue radici. Se il cuore trova la vita in Gesù, non la cerca più in altro, non trattiene più nulla per se stesso, accetta anche le afflizioni del vivere o le possibili ingiustizie come luogo ove far splendere l’amore comunque. In questo senso l’espressione: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me” indica chiaramente dove sta il nesso di valore. Non si tratta semplicemente di portare la croce, ma di portarla nello stesso cammino di sequela di Gesù; non si tratta di resistere alle afflizioni di ogni genere, ma di viverle nell’ottica della testimonianza di Gesù per far risplendere l’amore di Dio. Non è il dolore ad essere redentivo, ma l’apertura all’amore di Dio che rende redentivo lo stesso dolore. Le radici della vita si scoprono nel cuore.

E Luca riassume la scoperta delle radici del cuore, sperimentata nella conoscenza in intimità di Gesù, con il definire in tre caratteristiche la natura del discepolo: il discepolo di Gesù rinuncia ai suoi averi e alle sue appartenenze (è povero), sa perdonare (non rivendica nulla, non trattiene nulla), è lieto nelle afflizioni (conosce l’energia della risurrezione).

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I TESTI DELLE LETTURE (dal “Messale Romano”):

[I testi delle letture sono protetti dal © Libreria Editrice Vaticana e ne è vietata la riproduzione, anche parziale e con qualsiasi mezzo]

Prima Lettura 

Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?

Dal libro della Sapienza

Sap 9,13-18

Quale uomo può conoscere il volere di Dio?

Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?

I ragionamenti dei mortali sono timidi

e incerte le nostre riflessioni,

perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima

e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni.

A stento immaginiamo le cose della terra,

scopriamo con fatica quelle a portata di mano;

ma chi ha investigato le cose del cielo?

Chi avrebbe conosciuto il tuo volere,

se tu non gli avessi dato la sapienza

e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?

Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;

gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito

e furono salvati per mezzo della sapienza».

Salmo Responsoriale 

Dal Salmo 89 (90)

R. Signore, sei stato per noi un rifugio

di generazione in generazione.

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,

quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».

Mille anni, ai tuoi occhi,

sono come il giorno di ieri che è passato,

come un turno di veglia nella notte. R.

Tu li sommergi:

sono come un sogno al mattino,

come l’erba che germoglia;

al mattino fiorisce e germoglia,

alla sera è falciata e secca. R.

Insegnaci a contare i nostri giorni

e acquisteremo un cuore saggio.

Ritorna, Signore: fino a quando?

Abbi pietà dei tuoi servi! R.

Saziaci al mattino con il tuo amore:

esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.

Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:

rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,

l’opera delle nostre mani rendi salda. R.

Seconda Lettura 

Accoglilo non più come schiavo, ma come fratello carissimo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Filèmone

Fm 1,9b-10.12-17

Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore.

Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario.

Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.

Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.

Parola di Dio.

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo servo

e insegnami i tuoi decreti. (Sal 118,135)

Alleluia.

Vangelo 

Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Dal vangelo secondo Luca

Lc 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:

«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Parola del Signore.