Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo Ordinario
XXII Domenica
(31 agosto 2025)
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Sir 3,19-21.30-31; Sal 67 (68); Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14
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Se prendiamo come finestra di luce i due salmi che strutturano la liturgia di oggi, possiamo comprendere meglio l’invito all’umiltà da parte di Gesù. Il vangelo presenta Gesù invitato a pranzo dopo la preghiera in sinagoga nel giorno di sabato da una persona altolocata. Era consuetudine invitare a pranzo, dopo il servizio in sinagoga, i rabbi famosi. Gli invitati sono tutte persone ragguardevoli, farisei e dottori della legge, che stanno ad osservare cosa dice e cosa fa quel rabbi. Non necessariamente in modo ostile. Lo osservano perché parla e agisce in un modo singolare e vogliono capire chi sia, dove vuole arrivare. L’intervento di uno di loro indica l’interesse con cui Gesù veniva ascoltato: “Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio” (Lc 14,15). Quello che Gesù diceva aveva indotto quel commensale a sognare il banchetto messianico. E Gesù, rispondendo con la parabola del banchetto disertato dagli invitati e offerto invece ai poveri, raccolti dentro e fuori la città, ad indicare Israele e le nazioni pagane, svela il mistero dell’agire di Dio, che costituisce il criterio di riferimento per comprendere le parole dette prima. Così, per cogliere il senso vero del brano proclamato oggi dalla liturgia, cioè Lc 14,7-14, bisognerebbe leggerlo fino al v. 24.
Il problema di fondo per l’uomo, di fronte ai suoi sogni e alle sue attese, resta sempre il medesimo: perché all’umiltà è dato quello che la grandezza illusoriamente si immagina? Qui ci soccorrono i due salmi, il salmo 86 dell’antifona di ingresso e il salmo 68, in risposta all’invito del libro del Siracide: “Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio svela i suoi segreti”. La mitezza è definita come unificazione del cuore. Questo è il punto nevralgico della questione. Il salmo supplica: “Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini; tieni unito il mio cuore, perché tema il tuo nome” (Sal 86,11). Potremmo anche tradurre: “Unifica il mio cuore perché tema il tuo nome”, come Girolamo rende: “unicum fac cor meum”. La versione greca invece traduce questa unificazione raggiunta con l’effetto della gioia: “il mio cuore gioisca nel temere il tuo nome”.
Il salmo responsoriale fa proclamare: “A chi è solo, Dio fa abitare una casa, fa uscire con gioia i prigionieri”, che la versione della LXX traduce: “Dio fa abitare nella sua casa gli uomini di un solo intento (che hanno un cuore unificato) …” (Sal 68,7). Non si può non riandare alla solenne promessa di Dio che i profeti riportano: “Darò loro un cuore unico [nuovo, nella traduzione italiana]” (Ez 11,19); “Darò a loro un cuore unico e una via unica, perché mi temano tutti i giorni” (Ger 32,39). Si tratta del seguire il Signore con tutto il cuore, in modo da vivere pienamente il comandamento grande: ama Dio con tutto il tuo cuore e il prossimo come te stesso (cfr. Dt 5,6-9). È il contenuto di ogni richiesta al Signore, contenuto che una preghiera ebraica esplicita: “Illumina i nostri occhi con la tua legge, attacca il nostro cuore ai tuoi precetti e unifica il nostro cuore perché ami e tema il tuo nome, così che non siamo confusi in eterno”.
Nella sua parabola sulla ricerca dei primi posti, Gesù allude a quella ‘confusione’ in coloro che, invece di cercare e godere l’amore del Signore, si perdono nella ricerca della gloria vicendevole, perché hanno un cuore diviso. In rapporto a chi si pone colui che, invitato, cerca i primi posti? In rapporto all’ospite che l’ha invitato o agli altri commensali? Evidentemente, cerca i primi posti per distinguersi dagli altri, per far valere la sua importanza. Ma così facendo non cerca più l’intimità col padrone di casa che l’ha invitato, motivo vero dell’onore di fronte ai commensali. Così, chi dà un pranzo ai suoi amici, ai suoi pari, non va oltre l’interesse di ricevere altrettanto e sempre nell’ordine di un riconoscimento, esibito e ricercato, di una qualche grandezza condivisa. Chi cerca gloria dagli altri ha cuore doppio, non ha un cuore unificato, non ha un cuore mite. L’umiltà consiste nel vedere così grande l’invito alla vita da non sentirsene neppure degno. Non mi faccio piccolo ora per essere esaltato dopo, ma sono piccolo perché troppo grande è il dono ricevuto. Più mi sento piccolo, più vuol dire che colgo la grandezza di colui che mi invita. È questo l’atteggiamento che apre le porte dei cieli, che attira all’anima i doni celesti, i doni della vita in abbondanza, di cui il banchetto è l’immagine. Quello che dice il salmo: “ai miti Dio svela i suoi segreti”. Quando la vita non è più giocata nel confronto, di nessun tipo, con gli altri e sugli altri, allora vuol dire che il cuore sta saldo nell’intimità con Colui che gliel’ha data, ne percepisce il mistero e si sente piccolo, tanto piccolo. Ha un cuore unificato. A quella ‘piccolezza’ è aperto il Regno. Di quella piccolezza sono beati coloro che siedono alla mensa di Dio. Come ben descrive un autore antico: “chi ascende ad un pensare umile, si abbassa al di sotto del suo pensiero. Ma chi non ha umiltà si pone più in alto del suo pensiero. Non sopporta di essere paragonato ai più piccoli. Per questo si intristisce per non occupare i primi posti a tavola… l’asceta che non abbia un pensare umile non entra nelle dolcezze della virtù… Senza umiltà non si può essere virtuosi” (Elia di Ekdicos).
Ecco perché la beatitudine non può che essere compresa nei termini che annuncia il brano del Siracide: “Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti” (Sir 3,19). È il segreto di quella compiacenza di Dio per i poveri ed i peccatori che siamo, svelata da Gesù e presagita da quel commensale, perché davanti a Lui non vale distinzione di persona: vale solo il suo amore per noi, la sua misericordia. E se l’uomo si attarda ancora a considerare la distinzione delle persone, rivendicando per sé o esibendo davanti agli altri titoli particolari di dignità, non ha ancora conosciuto l’intimità dell’amore di Dio e può perfino rifiutare l’offerta di Dio. Ecco quello che può succedere a un cuore diviso.
L’invito del Siracide: “Figlio, compi le tue opere con mitezza” va letto nello stesso senso. Agire con mitezza significa agire con cuore unito, senza interessi o bisogni di confronti, senza esibire o dimostrare nulla, senza prevalere su nessuno, solidali e rispettosi. Ma ciò suppone un’intimità abitata, una piccolezza acquietata e dolce sul modello di Gesù proclamato dal canto al vangelo: “Prendete il mio giogo sopra di voi, dice il Signore, e imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Si allude ad una umanità toccata dalla grazia, accesa nelle sue prerogative di fondo dall’esperienza della grandezza dell’invito, che Dio in Gesù ci fa, di stare alla mensa del suo amore senza averne alcun titolo. È la coscienza di quell’invito che unifica il cuore perché risponde ai suoi aneliti più profondi. Quello che le Scritture chiamano: avere il timore del Signore.
Così la preghiera pressante che scaturisce dalla liturgia di oggi non è quella di apprendere la virtù dell’umiltà, come fosse una tra altre, ma quella di imparare a percepire così intensamente la grandezza del mistero di Dio, che in Gesù si accompagna a noi, da disprezzare ogni altra cosa, specie ogni altra nostra grandezza. La conseguenza strana, ma salutarmente evangelica, di tale atteggiamento è che meno ci si preoccupa della propria grandezza, più ci sta a cuore la grandezza di tutti. Come fa pregare l’antica colletta: “… fa’ che la tua Chiesa onori la presenza del Signore negli umili e nei sofferenti, e tutti ci riconosciamo fratelli intorno alla tua mensa”.
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I TESTI DELLE LETTURE (dal “Messale Romano”):
[I testi delle letture sono protetti dal © Libreria Editrice Vaticana e ne è vietata la riproduzione, anche parziale e con qualsiasi mezzo]
Prima Lettura
Fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore.
Dal libro del Siràcide
Sir 3,19-21.30.31
Figlio, compi le tue opere con mitezza,
e sarai amato più di un uomo generoso.
Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,
e troverai grazia davanti al Signore.
Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,
ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.
Perché grande è la potenza del Signore,
e dagli umili egli è glorificato.
Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,
perché in lui è radicata la pianta del male.
Il cuore sapiente medita le parabole,
un orecchio attento è quanto desidera il saggio.
Salmo Responsoriale
Dal Salmo 67 (68)
R. Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.
I giusti si rallegrano,
esultano davanti a Dio
e cantano di gioia.
Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:
Signore è il suo nome. R.
Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa,
fa uscire con gioia i prigionieri. R.
Pioggia abbondante hai riversato, o Dio,
la tua esausta eredità tu hai consolidato
e in essa ha abitato il tuo popolo,
in quella che, nella tua bontà,
hai reso sicura per il povero, o Dio. R.
Seconda Lettura
Vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente.
Dalla lettera agli Ebrei
Eb 12,18-19.22-24a
Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola.
Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova.
Parola di Dio.
Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.
Prendete il mio giogo sopra di voi, dice il Signore,
e imparate da me, che sono mite e umile di cuore. (Mt 11,29ab)
Alleluia.
Vangelo
Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.
Dal vangelo secondo Luca
Lc 14,1.7-14
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
Parola del Signore.