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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Avvento

I Domenica

(30 novembre 2025)

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Is 2,1-5;  Sal 121 (122);  Rm 13,11-14a;  Mt 24,37-44

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Con la liturgia dell’Avvento inizia un nuovo anno liturgico. La Chiesa invita alla vigilanza. Il vangelo proclama: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”. La tensione, a cui tutta la liturgia dell’Avvento allude, non riguarda semplicemente l’attesa della venuta del Signore, bensì alla capacità del cuore e dell’intelligenza di percepire la ‘presenza’ del Signore Gesù, che tutto attira a sé e al suo regno per consegnarlo nelle mani del Padre. Avvento non significa primariamente attesa, ma presenza. Il periodo liturgico dell’Avvento non è un’attesa della nascita di Gesù a Betlemme, ma la tensione a una capacità di sensazione, di intuizione cordiale della compagnia di Gesù che opera continuamente perché il suo regno conquisti i cuori e la storia. E se di attesa si parla, si tratta dell’attesa della manifestazione del Signore Gesù al nostro cuore.

Come Gesù dichiara ai suoi discepoli nell’ultima cena: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui … Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,21.23). La vigilanza sta tutta nell’ accogliere la parola di Gesù (nel testo greco si parla di ‘avere la parola’) perché l’amore con cui è proferita si riveli al nostro cuore in tutto il suo splendore. Quella ‘dimora’, che è una dimora di luce, è allusa nelle ultime parole del vangelo di Matteo: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

La prima visione che la liturgia ci pone davanti agli occhi è la visione del profeta Isaia che contempla tutti i popoli che salgono a Gerusalemme, camminando nella luce del Signore. Nel capitolo primo il profeta aveva esortato il popolo infedele alla conversione; nel capitolo secondo orienta gli sguardi di tutti i popoli, insieme al popolo di Israele, verso la città della pace, la città della luce. Il profeta Isaia rivela la presenza nella storia di un movimento opposto a quello della torre di Babele, allorquando le genti si sono disperse sulla terra senza più comprendersi. Le genti tornano a riunirsi, verso l’alto. È la forza della parola del Signore che muove all’unità elevando. Si tratta della verità espressa dalla antica colletta: “O Dio, Padre misericordioso, che per riunire i popoli nel tuo regno hai inviato il tuo Figlio unigenito, maestro di verità e fonte di riconciliazione, risveglia in noi uno spirito vigilante, perché camminiamo sulle tue vie di libertà e di amore fino a contemplarti nell’eterna gloria”. Parlare di libertà e di amore significa esprimere la luminosità dei cuori che loro deriva dal fatto di seguire il ‘Signore della luce’, il Signore che investe del suo amore radicando i cuori là da dove sgorga la vita.

Il riferimento alla luce pervade in sordina tutta la liturgia dell’Avvento perché si tratta di rimanere attirati e guidati dalla luce del Signore che si manifesta nella sua bontà. Paolo riprende la stessa immagine della luce riferendola al Cristo: “Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce … Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo” (Rm 13, 12.14). E nella sua lettera agli Efesini precisa che il frutto della luce consiste nella bontà, nella giustizia e nella verità (Ef 5,9), tutti termini che si riferiscono alla natura dell’opera di Gesù nella sua umanità. Anche Giovanni aveva esortato a ‘diventare figli della luce’ (Gv 12,36), memore di quanto aveva annunciato nel prologo del suo vangelo: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4).

È per godere di quella luce, è per godere della qualità di vita che sgorga da quella luce goduta che Gesù avverte: “Vegliate dunque”. Come dicesse: non fate come al tempo di Noè quando, nonostante fosse avvertita, la gente non si avvide di nulla; scopritela, avvertitela, viveteci dentro, fatevene la ragione del vivere. E quando aggiunge ‘tenetevi pronti’ l’allusione evidente, come del resto suggeriscono le parabole del padrone che torna dalle nozze, è al servizio vicendevole perché tutti possano vedere lo splendore del regno e la manifestazione del suo amore. L’avvertimento si risolve in quello che una mistica del sec. XIII, Hadewijch di Anversa, riporta: “Mantieni lo spirito di gioia, di mitezza e di pace. Attraversa queste terre di esilio per il cammino della rettitudine,, della purità e del fervore, che, alla fine, ti farà incontrare Dio, il tuo amato. Che ti aiuti, lui e il suo santo amore” (Lettera XV). In altre parole, il vegliare e il tenersi pronti riguarda la manifestazione del Signore nel suo amore per noi e nel nostro amore per i fratelli in ogni circostanza, in ogni dettaglio della vita. La vigilanza ha appunto senso nello stare fermi in quell’unico punto: se Dio ha fatto grazia di Sé a noi, allora anche noi possiamo fare grazia di noi a tutti. E così il mondo tornerà a risplendere, perché ognuno potrà sperimentare quello che dice il salmo: “il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza” (Sal 24,14), da intendere, come del resto suggerisce lo stesso testo ebraico del versetto: il segreto (o l’intimità) del Signore, cioè la sua offerta di benevolenza nel dono di Sé che ci fa, vale per chi ne fa il punto fermo della sua vita e ha posto tutta l’attesa del suo cuore nel condividerne la gioia con tutti.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Avvento

II Domenica

(7 dicembre 2025)

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Is 11,1-10;  Sal 71 (72);  Rm 15,4-9;  Mt 3,1-12

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Il profeta Isaia prospetta l’intervento del Signore per il suo popolo così: “la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare”. Quando la salvezza di Dio si compirà tutto sarà in armonia, non ci saranno più opposizioni e violenze, né ingiustizie e oppressioni. L’antifona di ingresso l’aveva annunciata, sempre con le parole del profeta: “Eppure il Signore aspetta con fiducia per farvi grazia, per questo sorge per avere pietà di voi, perché un Dio giusto è il Signore; beati coloro che sperano in lui” (Is 30,18). Ne aveva anche descritto le condizioni: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15). Sono le condizioni che Giovanni Battista ricorda ai farisei: “Fate dunque un frutto degno della conversione”. Non basterà rivendicare la discendenza da Abramo, non servirà gran che millantare una propria giustizia, non ci si potrà più riparare dietro pratiche esteriori senza che il cuore ne sia toccato: fate un frutto degno della conversione.

Il grido del Battista risuona forte lungo tutto l’Avvento: “Convertitevi … Fate un frutto degno della conversione”. La liturgia si premura di illustrare appunto il mistero della conversione, che si risolve nel godere la grazia tipica del Messia, cioè quella di gustare il regno di Dio ormai venuto. Conversione non indica tanto cambiamento di mentalità, ma ritorno incondizionato al Dio dell’alleanza, che cancella i peccati e introduce nella comunione di vita con lui.

Nel presentare colui che verrà dopo di lui, il Battista lo definisce ‘più forte di me’. Viene applicato al Messia, a Gesù, la qualifica tipica di Dio nell’Antico Testamento: il Forte. Per fare qualche esempio: “Dio grande, forte e terribile” (Dt 10,17); “Tornerà il resto, il resto di Giacobbe, al Dio forte” (Is 10,21); “Tu sei un Dio grande e forte” (Ger 32,18). Ora, dove si manifesterà la forza del Messia? Nel perdono dei peccati, nell’ottenerci il perdono dei peccati e la comunione alla stessa vita di Dio. La forza si riferisce a un amore che non teme nulla, che non si lascia condizionare da nulla, che non si ritira mai né abbandona mai. Come splendidamente annuncia il profeta Isaia, nella prima lettura, con la visione di una pacificazione universale e con la promessa: “Non agiranno più iniquamente … perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare” (Is 11,9). Il salmo responsoriale 71 lo conferma e descrive la giustizia di Dio operante tra gli uomini tanto che tutti benediranno il Signore perché la sua gloria, lo splendore del suo amore, riempie la terra.

Quando il profeta Geremia descriverà il compimento della nuova alleanza, non potrà che indicare la stessa cosa: “Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato” (Ger 31,33-34). Tutti mi conosceranno, perché tutti potranno accogliere il perdono del Signore e si ritroveranno uniti nella misericordia del Signore che tutti accomuna.

L’invito, forte, del Battista alla conversione, ha proprio a che fare con la ritrovata possibilità di questa ‘conoscenza’ del Signore. Nel linguaggio dei profeti la conoscenza del Signore segue la distruzione delle false sicurezze, delle illusioni o dei miraggi mondani. La conversione procede dal fatto che il nostro cuore custodisce, anche se come sepolta, la coscienza di un’alleanza che gli è stata offerta da Dio e che Lui non si è mai rimangiata, la coscienza di una felicità possibile, forse persa, ma sempre desiderabile e, nella speranza, ancora vivibile. Non è però scontata e per questo la chiesa fa pregare: “Dio grande e misericordioso, prepara con la tua potenza il nostro cuore a incontrare il Cristo che viene” (colletta del mercoledì della prima settimana di avvento). Fondamentalmente la conversione è un credere ancora possibile per il nostro cuore la felicità promessa da Dio, che in Gesù si fa accessibile e godibile.

In pratica, il Battista con le sue invettive contro i farisei tende a suscitare quello che Gesù farà capire con la sua invettiva contro Cafarnao: l’uomo che si innalza verrà abbassato. Riprende l’immagine iniziale della creazione: o si muove da figlio di Dio oppure pretende solo di esserlo secondo il suggerimento del serpente. O sta dalla parte di Dio o dalla parte del diavolo. La verità è questa: accogliere la parola di Gesù significa dar seguito al movimento di somiglianza con Dio, su cui è strutturato il cuore dell’uomo; rifiutarla significa dar corso all’illusione di essere come Dio, come diceva il serpente, impedendo alla propria umanità di fiorire. L’equazione comporta questo effetto: se io cerco potenza e gloria da far valere all’esterno, all’interno perdo in umanità. Se io cerco di innalzarmi, verrò precipitato. Questo perché la ragione di gloria e potenza per l’uomo sta tutta e soltanto nell’essere figlio di Dio, verità che Gesù manifesta in tutto il suo splendore con il vivere in tale intimità con il Padre nel suo amore per noi da non preferire mai se stesso a noi. L’annuncio del Regno introduce appunto a quella intimità di comunione con Dio, in tutta solidarietà con gli uomini. La conversione è per il Regno. Ascoltare la parola significa riconoscere l’amore di Dio e goderne la relazione.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Solennità e feste

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

(8 dicembre 2025)

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Gn 3,9-15.20;  Sal 97;  Ef 1,3-6.11-12;  Lc 1,26-38

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Una piccola nota storica anzitutto. La solennità dell’Immacolata Concezione, già celebrata in oriente fin dal sec. VIII, si estese in occidente nel sec. XII, accolta prima dai francescani e poi iscritta nel calendario di Roma nel 1476. Pio IX, nel 1854, con la bolla Ineffabilis Deus definì come dogma di fede l’immacolato concepimento di Maria, che la cristianità ha visto confermata con le apparizioni di Lourdes del 1858. È una delle tre solennità mariane nell’attuale calendario liturgico romano, insieme a quella di Maria santissima Madre di Dio il primo gennaio e dell’Assunta il 15 agosto. La solennità è fissata all’8 dicembre in riferimento alla Natività di Maria all’8 settembre. I testi liturgici sono in gran parte gli stessi del 1863, composti in seguito alla definizione dogmatica di Pio IX nel 1854.

Mi piace riandare alla celebrazione di Maria nella poesia di Dante. Nell’ultimo canto del Paradiso, la Vergine Maria è presentata nello splendore del suo mistero:

“…. Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate”.

E riassume lo stupore per la bellezza della Vergine nel verso: “Li occhi da Dio diletti e venerati …”. Sì, anche Dio è rapito dallo splendore della sua creatura, sulla quale non ha mai avuto presa neppure la più piccola ombra di peccato. Tanto che la benedizione, che Paolo implora ed annuncia nell’esordio della sua lettera agli Efesini, ha così ricoperto e intriso la Tutta Santa nella sua concretezza da prendere addirittura corpo: da lei nasce il Salvatore, che costituisce la Benedizione di Dio sugli uomini, benedizione oltre la quale non c’è davvero nulla di prezioso da desiderare. Come suggerisce Dante, nel desiderio intenso di vedere il volto del nostro Dio, già in questo mondo, preziosa è la sua preghiera: “perché tu ogne nube li dislieghi / di sua mortalità co’ prieghi tuoi, / sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi”.

Godere della visione di Dio, non per essere rapiti in qualche angolo di cielo, ma per far risplendere la luce di Dio nella nostra terra, nella nostra vita quotidiana, nel nostro cuore. L’umanità della Vergine, in tutte le sue fibre, ha potuto godere di tale intimità col suo Dio perché è andata incontro al Signore in santità e purezza di spirito ed è diventata degna dimora del Figlio. Della sua umanità siamo fatti anche noi; con il suo Figlio condividiamo la stessa umanità perché anche noi possiamo tornare a far splendere e a far godere nel mondo la stessa benedizione, la dimora di Dio in mezzo a noi. L’aspetto assolutamente straordinario del disegno divino per l’uomo, come dice Paolo, è il fatto che prima della creazione del mondo siamo stati scelti, che la Vergine è scelta prima della creazione del mondo, che il Figlio è destinato al mondo prima che il mondo fosse. Una visione del genere, se non è una fantasia, significa che il senso delle cose, della vita, del mondo, ha radicalmente a che fare con l’incommensurabile amore di Dio, la cui luce tutto attraversa e struttura. L’evento dell’incarnazione del Verbo, che costituisce il mistero per eccellenza della storia, ha le sue radici non solo nell’intimità più segreta della Trinità, ma anche nel cuore di questa nostra sorella, la Vergine Maria: “Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore”.

A differenza di noi, la Vergine non è caduta nell’inganno che tormenta i figli degli uomini, inganno che presenta il brano della Genesi. Lei è stata duramente provata nella sua umanità e con l’offerta della sua umanità ha permesso all’amore di Dio di svelarsi al mondo; ha conosciuto la sofferenza dell’amore con il suo Figlio e ora accompagna ogni sofferenza umana perché venga aperta all’esperienza dell’amore. In lei la sofferenza non ha generato ribellione, il dramma non ha velato la fede, il desiderio non ha compromesso l’amore, l’agire non ha macchiato la coscienza. E questo perché l’unico rimedio all’inganno è “andare incontro al Signore”, così tipico dell’anima della Vergine.

L’uomo, invece, si dibatte nell’inganno: la nostra individualità ce ne certifica la compromissione con la ribellione e la gelosia, mentre la sofferenza della nostra umanità svela faticosamente le tracce della nostalgia di Dio. Se Dio proclama l’inimicizia tra satana e la donna, simbolo contemporaneamente di Maria e dell’umanità, significa che quell’inimicizia dichiarata da Dio è posta a salvaguardia della nostra umanità, che non può trovare beatitudine nell’inganno e quindi non potrà compiersi stando dalla parte dell’avversario.

Lei proclama: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Come a dire: Dio solo sia benedetto, si realizzi la sua promessa, si manifesti in me, finalmente e compiutamente, il suo Bene all’umanità! Proclamandosi serva del Signore esprime il suo desiderio della dimora di Dio in mezzo agli uomini, di cui tutto il suo essere è testimonianza e intercessione per l’umanità intera. Ma esprime anche la preghiera di ogni credente, di ogni discepolo del Signore: avvenga per me secondo quello che hai stabilito fin dall’eternità, si compia in me quello che dalla fondazione del mondo hai promesso all’umanità, si veda realizzato in me quel Regno che nel tuo Figlio hai fatto venire. Così, il suo avere il Signore con lei è motivo di fiducia per noi di trovarlo, di essere accompagnati a lui, di stare in sua compagnia. Il Signore è con te diventa, nella nostra preghiera: “tu, che hai il Signore, supplicalo perché sia anche con noi, ora e sempre!”.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Avvento

III Domenica

(14 dicembre 2025)

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Is 35,1-6a.8a.10;  Sal 145 (146);  Gc 5,7-10;  Mt 11,2-11

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La preghiera sulle offerte della liturgia di oggi riassume il senso delle letture che sono state proclamate: “Sempre si rinnovi, o Signore, l’offerta di questo sacrificio che attua il santo mistero da te istituito, e con la sua divina potenza renda efficace in noi l’opera della salvezza”. Quella ‘potenza’ è descritta nelle azioni di Dio a favore dell’uomo che il profeta Isaia annuncia, il salmo responsoriale commenta e che Gesù si attribuisce. Quelle azioni riguardano la manifestazione del regno di Dio che caratterizza la persona di Gesù. Se potessi riassumere in un’unica espressione quelle azioni direi: Gesù lascia regnare il Padre nel suo amore per noi su di lui e su tutti quelli che incontrava. Ecco, l’opera della salvezza è lasciar regnare il Padre nel suo amore per noi.

La singolarità della proclamazione della liturgia di oggi è data dal descrivere l’opera della salvezza dentro la domanda: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. È il dramma del Battista alla fine della vita. Si trova in prigione e sente parlare di quello che Gesù fa. Non era proprio quello che si era immaginato rispetto al messia che aveva indicato presente nel mondo. Affida la domanda ai discepoli, forse più per rassicurare loro che se stesso. Comunque costringe Gesù a esporsi. Nella sua risposta, Gesù parla la lingua del Battista, cita le Scritture e gli manda a dire che quello che i profeti avevano preannunciato si compie. Le sue parole sono una composizione di passi del profeta Isaia (Is 26,19; 29,18; 35,5; 42,7; 61,1). Con due sottolineature. Gesù riassume la sua missione messianica con l’annuncio del vangelo ai poveri, sapendo che il Battista conosceva l’annotazione del profeta Isaia che chi aveva il compito di evangelizzare i poveri era l’Unto del Signore: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto” (Is 61,1-3). Il che significa che Gesù è proprio il Messia, Colui che realizza l’opera di salvezza di Dio, nonostante le sue azioni apparissero diverse da quanto il Battista si sarebbe aspettato.

Gesù poi aggiunge una seconda sottolineatura che suona: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo”. La sottolineatura rispecchia il dramma della domanda. La risposta di Gesù non chiude il problema, nel senso che resterà sempre aperta per tutti coloro che verranno dopo il Battista, poiché non sarà mai scontato il mistero della ‘debolezza’ di Dio. Gesù esalta la fede del Battista, lo rassicura. Gesù non gli risponde: sì, sono io il messia; ma: tu sei l’Elia che deve venire. Su quella assicurazione, il Battista. Non c’è più motivo di scandalizzarsi perché la sapienza di Dio opera secondo i suoi segreti. Il senso però drammatico della domanda del Battista resterà in tutti i discepoli proprio perché la Sapienza di Dio opera secondo i suoi segreti.

Nel vangelo di Matteo, in altre due occasioni si parla di scandalo a proposito di Gesù: in 13,57, allorché i compatrioti di Nazaret fanno resistenza all’insegnamento di Gesù e in 26,31, allorché i discepoli restano scandalizzati nella notte della cattura di Gesù. Sta di fatto che il Messia si manifesta diversamente da quanto ci si aspetta. Se vale per i profeti, è valso per i discepoli, come non varrà anche per noi? Lo scandalo del Messia povero e disarmato non finisce mai nella nostra vita. La rivelazione di Dio sorpassa ogni pensiero, sorprende le attese del cuore perché “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il volto di Dio lo vedono coloro che non si scandalizzano della sua piccolezza quando, ormai sfigurato sulla croce, allorché nemmeno d’uomo aveva più l’aspetto, accolgono tutto il mistero di Dio nel suo amore agli uomini, vedono cioè la sua scelta di essere Dio per gli uomini, non di sembrarlo soltanto.

Appena i discepoli di Giovanni si allontanano per portare la risposta al loro maestro, Gesù intesse l’elogio del Battista: “In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Il paragone va preso in assoluto, vale a dire: se Giovanni è più grande dei profeti perché, a differenza di loro, non solo ha intravisto la venuta del messia parlando di lui ma l’ha incontrato personalmente, l’ha indicato presente nel mondo e quindi nessuno è più grande di lui, Gesù, che viene dopo, il piccolo dopo il grande, il discepolo dopo il maestro, solo lui mostra la realtà del regno di Dio venuto, solo lui è il compimento delle promesse, in lui si manifesta tutto lo splendore dell’amore di Dio per gli uomini. Il più piccolo nel regno è più grande del più grande tra gli uomini. L’invito è a seguire l’indicazione del Battista nel suo indicare l’agnello di Dio e Gesù si proclama come colui verso il quale guardare.

Quando Giacomo, nella sua lettera, invita alla pazienza (nel testo italiano traduciamo con costanza: ‘siate costanti’), invita a camminare e a lavorare con generosità e fiducia in vista della manifestazione del Salvatore al nostro cuore, finché essa diventi radice di letizia: il Signore è con noi! Solo allora non scambieremo più le nostre opere con la pretesa di giustizia o la nostra scienza con la rivendicazione di potere e sapremo rapportarci a tutti nella condivisione di quella letizia che fa conoscere a tutti l’amore salvatore di Dio. Sarà il senso della gioia del Natale scoperta come radice di speranza per il mondo che trova nella presenza del ‘Dio con noi’ la ragione profonda della sua storia.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Avvento

IV Domenica

(21 dicembre 2025)

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Is 7,10-14;  Sal 23 (24);  Rm 1,1-7;  Mt 1,18-24

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La liturgia dell’avvento ha presentato una serie di testimonianze a favore del Figlio di Dio che si fa uomo. L’ultima in ordine di tempo è quella di “Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”, che chiude la genealogia di Gesù secondo il vangelo di Matteo. La caratteristica di Giuseppe è quella di essere chiamato in causa in rapporto alla profezia dell’Emmanuele, sì, ma stando semplicemente dalla parte della sua sposa, incinta. Paolo, senza nominarlo, si riferisce a lui nel saluto iniziale ai Romani: “…il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne”. Quel Figlio è la buona novella di cui tutte le Scritture raccontano la promessa e si fa uomo nella linea della discendenza davidica, discendenza che Giuseppe assicura. Quando l’angelo gli appare, chiama Giuseppe ‘figlio di Davide’. Naturalmente, Giuseppe non ha più nulla della gloria mondana di una discendenza regale, e tuttavia assicura a Gesù la verità del titolo ‘Figlio di Davide’.

Gesù è generato dallo Spirito Santo, nella discendenza di Davide, secondo le promesse. Questo è il pensiero centrale del vangelo di Matteo. La novena del Natale era iniziata con la proclamazione della genealogia di Gesù, testo che nasconde tra le righe dettagli straordinari. Matteo non parla semplicemente della nascita di Gesù, ma specificamente della sua concezione ‘dallo Spirito Santo’. Matteo per Gesù usa il termine γενεσις (origine, generazione) e non γεννησις (nascita). Si richiama al libro della Genesi, perché parla dell’origine di Gesù e non semplicemente della sua nascita. Curiosamente si può notare che nella Bibbia, quando si presenta una genealogia, lo si fa nel senso di una discendenza, vale a dire dei figli, mentre per Gesù la si descrive nel senso di una ascendenza: ‘figlio di Davide, figlio di Abramo’. Siccome la promessa riguarda il regno di Davide, Matteo si premura di inscrivere la genealogia di Gesù nella discendenza davidica. Ed è caratteristico che nell’elenco genealogico il verbo ‘generò’ ricorre 39 volte, mentre la quarantesima volta, a proposito di Gesù, il verbo è al passivo ‘fu generato’. Ciò significa che con Gesù termina l’interesse per l’attesa messianica di ascendenza davidica, in quanto, se prima era sempre un uomo a generare, ora è lo Spirito Santo a generare, la promessa è compiuta, il regno manifestato.

Ed è qui che Matteo inserisce la figura di Giuseppe. Due sono i crucci di Giuseppe. Sa dell’innocenza della sposa. Se è dichiarato giusto, lo è in ragione della presunzione di innocenza per la sua sposa che gli avrà parlato della cosa. Si trova confuso non perché sospetta della sua infedeltà, ma perché, secondo la legge, non potrebbe prendere come sposa una donna che aspetta un bambino da un altro. Nemmeno però ha mai pensato di ripudiarla perché sa che la sua sposa è innocente, sa che l’evento viene da Dio ma non sa ancora come viverlo, forse non si sente all’altezza. Come fare? Ecco il secondo cruccio. Non ha deciso nulla, si trova a rimuginare questi pensieri senza decidersi sul da farsi. L’unica cosa certa è che non vuole causare danno alla sua sposa.

A questo punto interviene l’angelo in sogno. Due cose lo convincono nelle parole dell’angelo che nel sogno percepisce nitidamente: tu devi dare il nome a questo bambino; la famosa profezia di Isaia si compie. Dare il nome al bambino significa non solo che lui accoglie in casa la sua sposa, ma che accoglie il bambino come suo e in questo si sente invitato a un compito speciale direttamente da Dio. La conferma delle Scritture, che lui conosceva bene, lo rassicura nella fiducia che la cosa corrisponde al volere di Dio. Matteo cita il testo di Isaia dalla versione greca della LXX e non dal testo ebraico ma modificando un particolare che risulta convincente per Giuseppe. Il testo di Isaia suona: “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà [chiamerai, secondo alcuni codici] Emmanuele”. Matteo riporta: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele”. Giuseppe sa che il nome che dovrà dare al bambino è Gesù, mentre tutti coloro che lo conosceranno lo riterranno l’Emmanuele, cioè il compimento della promessa di Dio nell’amore per l’umanità.

Il testo descrive la figura di Giuseppe in pochi tratti potenti. Giuseppe accoglie: la grazia viene dall’alto. Giuseppe acconsente nella sua umanità: dalla terra germoglia il Salvatore. La sua vocazione può essere definita come l’accettazione del compito affidatogli in rapporto al disegno di Dio di rivelare il Suo Amore agli uomini. E la sua obbedienza si rivela nel fatto di accettare di svolgere una parte semplicemente a favore della sua sposa, dentro un disegno più grande di lui, che imparerà a decifrare lungo tutta la sua vita senza mai essere in primo piano. Di Giuseppe i vangeli non riportano alcuna parola; annotano solo i suoi pensieri, le sue decisioni, la sua obbedienza adorante e la sua premura per la sua sposa e il suo bambino. Entra nella gloria di Dio, che è splendore di amore per l’uomo, nella consapevolezza soltanto di permettere al Signore di realizzare le sue promesse d’amore all’umanità tramite la sua sposa. Non sa in anticipo cosa questo gli richieda; sa solo che il compito è stare con la sua sposa e lo vivrà in tutta obbedienza e premura, fedele in tutto e in ciò ritrovando gli aneliti supremi del suo cuore di uomo e di credente.

L’aveva proclamato solennemente la profezia di Isaia: “Stillate dall’alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto; si apra la terra e germogli il Salvatore” (Is 45,8), ripresa dall’antifona di ingresso. Il testo è riportato secondo la versione della Volgata che attualizza messianicamente il testo ebraico più generico, che parla solo di giustizia e di salvezza. Come è possibile che uno contemporaneamente scenda dall’alto e germogli dal basso? Viene dal cielo e germoglia dalla terra, come segno dell’azione di salvezza di Dio per l’uomo: “Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”.

Così si manifesta la gloria del Dio-con-noi, che, mentre rivela la grandezza del suo amore per l’uomo, rende l’uomo capace di operare in quell’amore, tanto da indurre tutti a vedere la vicinanza di Dio. È appunto il mistero dell’agire divino che il profeta fa risaltare e che vale anche per noi. L’antica colletta lo esprimeva molto bene: “… concedi anche a noi di accoglierlo e generarlo [= Verbo della vita] nello spirito, con l’ascolto della tua parola, nell’obbedienza della fede”. Dio, non semplicemente viene vicino a noi, ma germoglia dalla nostra umanità. Ciò significa che Dio è più intimo a noi di noi stessi; che Dio costituisce il senso della nostra stessa umanità. Così la vocazione di ciascuno di noi, nella fede, non è che quella di acconsentire a che il disegno di amore di Dio per gli uomini ci raggiunga e si manifesti e ci abiliti a diventare dei segni nell’unico Segno che rivela compiutamente il volto d’amore di Dio, Gesù Cristo, il Salvatore.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Natale

Natale del Signore

(25 dicembre 2025)

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Messa vespertina della vigilia:          Is 62,1-5; Sal 88; At 13,16-17.22-25; Mt 1,1-25

Messa della notte:                              Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

Messa dell’aurora:                             Is 62,11-12; Sal 96; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20

Messa del giorno:                              Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

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La liturgia canta l’evento del Natale di Gesù in termini di luce: luce che splende e illumina, luce che scalda, luce che rigenera, luce che libera. Dal punto di vista dei sentimenti nostri, canta la liturgia bizantina: “Gloria alla tua condiscendenza, o solo amico degli uomini”. Estendendo a tutti la grazia dell’evento celebrato: “Genti tutte, venite, adoriamo colui che è nato per salvare le anime nostre”.

La luce che percorre tutti i brani evangelici natalizi non è per gli occhi del corpo, ma dello spirito. Gli occhi fisici vedono altro. Vedono un semplice neonato, in condizioni disagevoli, per quanto circondato di tenerezza. Per di più, nel dramma che incombe perché il bambino sarà cercato per essere ucciso, dovrà fuggire, nonostante la visita di personaggi illustri, sconosciuti, che gli presentano doni specialissimi. Vivrà nel nascondimento, fino al giorno della sua manifestazione. Gli antichi pittori di icone avevano indirizzato gli sguardi a cogliere quel dramma: il bambino giace in una grotta scura, la mangiatoria assomiglia a una tomba, i pannolini alludono alle fasce mortuarie. Eppure, c’è qualcosa nell’aria di irresistibilmente luminoso, che apre i cuori alla letizia.

S. Efrem ne descrive lo stupore con queste parole: “Quanto sei audace, o bimbo, che a tutti ti concedi. A chiunque ti viene incontro tu sorridi e di chiunque ti guarda tu hai desiderio. È come se il tuo amore avesse fame degli uomini. Non fai distinzione tra i tuoi parenti e gli estranei, tra tua madre e le serve, tra colei che ti ha allattato e le donne impure. È questa la tua audacia o il tuo amore, o tu che tutti ami?”. La liturgia bizantina gli fa eco con espressioni mirabili invitandoci però prima ad elevarci: “Venite, fedeli, eleviamoci divinamente per contemplare la divina discesa dall’alto a Betlemme, verso di noi, visibilmente. Con l’intelletto purificato, con la nostra vita offriamo virtù in luogo di unguento profumato, predisponendo con fede l’avvento del Natale, acclamando, di fronte a questi tesori spirituali: Gloria a Dio nel più alto dei cieli: per lui è apparsa tra gli uomini la benevolenza, perché egli riscatta Adamo dalla maledizione ancestrale, nel suo amore per gli uomini”.

I misteri a cui si allude sono così descritti: “Betlemme ha aperto l’Eden, venite a vedere: troviamo nel nascondimento le delizie; venite, riceviamo nella grotta le gioie del paradiso. Là è apparsa la radice non innaffiata che fa germogliare il perdono; là si è trovato il pozzo da nessuno scavato, a cui Davide un tempo aveva desiderato bere: là è la Vergine che, partorito il bambino, ha subito estinto la sete di Adamo e di Davide: affrettiamoci dunque al luogo dove è stato partorito piccolo bimbo, il Dio che è prima dei secoli”.

Come allora non prorompere, insieme a tutta la creazione, nel canto di lode: “Che cosa ti offriremo, o Cristo? Tu per noi sei apparso, uomo, sulla terra! Ciascuna delle creature da te fatte ti offre il rendimento di grazie: gli angeli, l’inno; i cieli, la stella, i magi, i doni; i pastori, lo stupore; la terra, la grotta; il deserto, la mangiatoia: ma noi ti offriamo la Madre Vergine.
O Dio che sei prima dei secoli, abbi pietà di noi”. È come un permettere al cuore di sentire il calore luminoso che si sprigiona dall’amore finalmente riconosciuto nella sua toccante concretezza: ‘Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito’. Quell’amore si esprime nella forma più accattivante e povera nello stesso tempo: un bimbo piccolo. Fatto, che fa esclamare a Paolo nella sua lettera a Tito: “è apparsa la grazia”, “apparvero la bontà e l’amore”. Apparve, prende forma visibile, toccabile. Esperienza che risulterà evidente con la persona concreta di Gesù tanto che oramai Dio non può essere cercato che nella sua umanità, perché con l’umanità si è confuso.

Davanti al Bambino, che veniamo ad adorare, ci accompagna l’eco delle parole del Padre: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22), proferite al battesimo di Gesù nel Giordano. Nella genealogia di Gesù che Luca fa seguire, quel Bambino non risale ad Abramo, ma discende da Dio, assumendo Adamo: viene svelato il mistero della sua identità di Figlio di Dio, il mistero dell’amore di Dio nel quale prende origine la creazione dell’uomo e la storia di amore di Dio con l’umanità. Gesù è il sigillo di questa storia d’amore di Dio con l’umanità; è colui che ci introduce in questa storia e ce ne svela il senso.

Se consideriamo le collette, la progressione della comprensione del mistero di quel Bambino, nato per noi, è delineata secondo la traiettoria: l’evento sprigiona una tale luce (notte) da investire il nostro agire (aurora) per partecipare alla stessa vita di Dio (giorno). “O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo …” (notte); “…fa’ che risplenda nelle nostre opere il mistero della fede che rifulge nel nostro spirito” (aurora); “…fa’ che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio…” (giorno) e questo è lo scopo di tutta la nostra gioiosa adorazione.

Possano i nostri cuori percepire quei segreti e scoprire le radici della letizia in questo mondo. La letizia dell’annuncio natalizio si traduca in energia per l’anima e in spazio di intelligenza per il cuore per la vita propria e quella di tutti.

BUON NATALE A TUTTI.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Natale

Santa Famiglia

(28 dicembre 2025)

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Sir 3,3-7.14-17a;  Sal 127 (128);  Col 3,12-21;  Mt 2,13-15.19-23

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È significativo che la Chiesa non celebri l’incarnazione del Figlio di Dio in generale, ma dentro una singola famiglia della famiglia umana. Per quanto misteriosa e singolare sia questa famiglia, è proprio a questa famiglia che tutti possono guardare per comprendere e vivere il mistero della vita. Si tratta del mistero che io definirei dell’obbedienza all’amore. Parlo di obbedienza prima che di amore perché l’amore costituisce come l’esito di un’obbedienza confidente.

È il destino della chiamata alla vita, della vocazione umana: si diventa umani solo dentro una storia riconosciuta, che ci precede e ci accompagna, imparando a riconoscere e vivere quella ‘promessa’ di vita che resta inscritta in noi venendo al mondo sia per i genitori che per i figli. La famiglia è il luogo di svelamento di quella promessa che viene dall’alto, il luogo di riferimento esistenziale che segna la natura dei nostri sogni. Non è il luogo da dove proviene la promessa; è più semplicemente il luogo dove la promessa diventa nostra, diventa mia.

La figura di Giuseppe nella famiglia di Nazaret è singolare. La sua vita si gioca attorno a tre sogni che orientano le sue decisioni. “Prendi la tua sposa…” gli dice l’angelo e Giuseppe acconsente. Non aveva previsto in questo modo la sua vita, ma l’obbedienza a questo invito gli fornisce le condizioni concrete in cui vivere il suo amore a Maria compiendone la promessa di vita che racchiudeva nel sogno d’amore di Dio per l’umanità. Non può però prevedere lo svolgimento della storia per cui, ancora una volta, deve acconsentire all’invito dell’angelo che lo distoglie dalle sue attese: “Fuggi…”. E poi ancora: “Ritorna… Va’ in Galilea…”. L’amore di Giuseppe si gioca nel vivere con responsabilità, coraggio, intelligenza, determinazione, le sempre nuove condizioni di vita in cui è come costretto. Più si immerge nei dettagli della storia, più deve allargare la sua percezione del mistero: al massimo di dettaglio corrisponde il massimo di allargamento. È tutto il mistero della fede di Giuseppe, come del resto della Vergine. L’amore è in funzione del compimento del sogno di Dio di stare con gli uomini. Spesso, invece, a noi capita di sognare dapprima di sé e più tardi di giudicarci ingiustamente imbrigliati, come rovinati da ciò che è esterno a sé.

La lettera di Paolo ai Colossesi descrive la famiglia come il luogo di esercizio e di visione nella fede. Paolo parla di ‘sottomissione’ per la moglie, di ‘amore’ per il marito, di ‘obbedienza’ per i figli. Il senso lo si ricava dalle espressioni precedenti quando Paolo delinea la comunità dei credenti come eletti di Dio rivestiti dei sentimenti di Cristo, riconciliati, nella pace di un unico sentire, con la parola di Cristo che tutto regge e pervade. La ‘sottomissione’ della donna non ha nulla a che vedere con la soggezione all’uomo: è l’espressione di quella visione del mistero che appartiene alla donna, che le colma il cuore e che estende continuamente i confini di quell’‘amore’ che è richiesto all’uomo, perché senza di lei l’uomo non saprebbe coglierne la profondità e la preziosità. La ‘obbedienza’ dei figli in quel contesto non è che l’appropriazione della tenerezza verso la propria umanità, terreno ideale per imparare a vedere la ‘promessa’ di vita che si apre davanti a loro. E così tutti restano immersi in quell’unico mistero che regge e orienta la loro vita, mistero di cui imparano, insieme, poco a poco, a dipanarne i segreti nel concreto della vita. Come nella relazione col proprio Dio. Si gode la sua benedizione ricevendoci dalle sue mani nei nostri limiti e nell’appoggiarci su di lui per innalzarci al meglio possibile. Quell’innalzarci ha il suo contesto specifico nelle tre caratteristiche interdipendenti che Paolo assegna rispettivamente alla donna, all’uomo, ai figli: sottomissione, amore, ascolto.

In realtà, l’avvertimento di Paolo ai Colossesi “…rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia … perdonandovi a vicenda … e la pace di Cristo regni nei vostri cuori…” allude proprio al mistero dell’obbedienza. Obbedienza, che si fa trasparenza della tenerezza di Dio, il quale non disdegna di consegnarsi agli uomini perché essi imparino a consegnarsi vicendevolmente e a Lui. E se l’obbedienza non porta a svelare la tenerezza, vuol dire che non procede dall’adorazione, da una visione, ma solo da una volontà. E quando tutto procedesse dalla mia volontà, come posso accogliere e celebrare la salvezza che viene da Dio? Come essere custodi del segreto di Dio per noi?

Abbiamo solo bisogno di ‘rivestirci’, di divenire, cioè, consapevoli del dono e compito di grazia che ci ha riguardati nell’intimo e ci ha resi, nella nostra piccolezza e nelle situazioni concrete, ‘evangelici’, cooperatori della gioia altrui, segni e strumenti di salvezza, come Giuseppe. Non però di quella salvezza operata da noi, come se il nostro amore bastasse a salvare noi o gli altri, ma di quella che viene da Dio, la cui debolezza è più forte della forza degli uomini, debolezza la cui eco io sento nel qualificare Gesù ‘il nazareno’.

In effetti, l’ultimo versetto del brano evangelico proclamato riporta: “… andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: «Sarà chiamato Nazareno»“. Non è chiaro a quali passi profetici l’evangelista si richiama, ma è chiara l’allusione al mistero che quell’aggettivo comporta. Due sono almeno i significati di quell’aggettivo. Designa Gesù come proveniente da Nazaret: esprime la concretezza della sua umanità quanto alle radici, agli affetti, alla crescita. Gesù è uomo non solo perché è nato, ma perché è stato allevato, nutrito, curato, educato, amato, in una famiglia umana. Nazareno richiama poi ‘nazir’ (cfr. Gen 49,26; Gdc 13,5), il consacrato a Dio, il Santo di Dio: esprime la natura del compito che è chiamato a compiere: salvare Israele, salvare l’umanità. Se poi andiamo a vedere quando Gesù è chiamato ‘nazareno’, notiamo che lo chiamano così i demoni (Mc 1,24), gli angeli (Mc 16,6); ma soprattutto l’aggettivo compare nei racconti della passione di Giovanni, all’arresto e soprattutto sull’iscrizione sopra la croce: Gesù Nazareno Re dei Giudei (Gv 18,5; 19,19). Tutte sottolineature della realtà della sua umanità: è proprio quell’uomo che è vissuto a Nazaret, la cui famiglia è di Nazaret, è proprio lui il Figlio di Dio, morto e risorto per la nostra salvezza.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Solennità e feste

Maria SS. Madre di Dio

(1° gennaio 2026)

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Nm 6, 22-27;  Sal 66 (67);  Gal 4,4-7;  Lc 2,16–21

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La celebrazione di oggi tiene conto di tre fattori: è l’ottava di Natale, il primo giorno dell’anno e la giornata della pace. Nell’ottava di Natale al centro è la Vergine nella sua divina maternità, come le icone del Natale sottolineano. La Vergine non è rappresentata china sul proprio bambino, ma rivolta ai pastori e al mondo a proclamare che quel suo ‘figlio’ è la benedizione per loro, per l’umanità. Benedizione, che viene invocata al principio dell’anno su tutto il distendersi del tempo. Dal Padre, che ha benedetto la Vergine Maria, la quale porta ed ha dato alla luce il Benedetto, discende per noi ogni benedizione. Se la formula di benedizione riportata nel libro dei Numeri concerne Israele, il salmo 66 la estende a tutta l’umanità perché ormai Colui, che del Padre è lo splendore, è nato per noi. In Lui si concentra la pienezza di benedizione, in Lui che è nato nella pienezza dei tempi, come dice l’apostolo. Ciò significa che la Sua benedizione copre tutti i tempi e contemporaneamente ogni genere di tempo, tutto il tempo della vita in tutte le situazioni possibili. Così che, quando il canto al vangelo proclama: “Dio ha parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”, si allude non semplicemente al fatto che Colui che era stato annunciato dai profeti è venuto, ma che in Lui si compiono tutte le possibilità dei tempi.

Benedizione, ancora, che si risolve nella pace ottenutaci da quel Figlio, di cui Paolo dirà: “Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne” (Ef 2,14).

Ora, nessuno meglio della Vergine Maria ha potuto gustare l’estensione e la profondità della benedizione di Dio sull’umanità, come recita la grande benedizione sacerdotale nel libro dei Numeri: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Num 6, 24-26).  Che potremmo coniugare per noi in queste invocazioni di augurio, fino a sentire l’appartenenza al Suo amore, non desiderando altro se non di sentirci attratti e di attrarre a questo amore tutto e tutti trovando in esso riposo:

– che possa sempre sentirti dentro confini di benevolenza, possa sentire alleata la vita e Padre tuo il tuo Dio

– che il volto del Signore si riveli al tuo cuore e faccia brillare il tuo volto del suo splendore

– che possa fare esperienza del Suo farsi grazia a te e sentirti fortificato, imprendibile dal male, per il legame di intimità che ti nasconde nella Sua pace.

E quando il testo del libro dei Numeri continua dicendo: “Così porranno il mio nome e io li benedirò” possiamo interpretare: poni su di te la sua Parola e lei sarà la tua benedizione, ti custodirà e ti terrà compatto, dentro un’intimità, alle radici del cuore.

Se colleghiamo l’antica colletta: “Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi”, alla dichiarazione di Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), insieme alla promessa di Gesù ai discepoli: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23), possiamo cogliere tutta la potenza di benedizione di Dio per l’uomo. Dio ha voluto prendere dimora in mezzo a noi, dentro di noi. C’è un aspetto straordinario, sconvolgente, di questa benedizione che noi fatichiamo a cogliere. Con la venuta del Figlio di Dio e il dono del suo Spirito l’uomo è invitato e accolto in quella stessa intimità di vita e di relazione che esiste tra il Padre e il Figlio, per cui ci viene fatto dono della loro stessa intimità. Se nel Figlio il Padre ha posto tutta la sua compiacenza, chi accoglie il Figlio è accolto dal Padre e si realizza quello che Gesù esprime nella sua grande preghiera sacerdotale: “E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (Gv 17,22-23). Ecco, tutta la vita della Vergine Maria, come il suo parto prodigioso, è lì a dimostrarlo.

La realtà dell’incarnazione comporta anche la variabile tempo. Ogni cosa ha il suo tempo, ogni cosa ha bisogno del suo tempo.  Anche la Vergine Maria ha avuto bisogno di tempo per ‘assuefarsi’ all’agire di Dio. Il brano evangelico la descrive come colei che “custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Evidentemente perché anche per lei la realtà non svelava il suo mistero di colpo. I due verbi significano più direttamente: teneva se stessa e queste cose insieme in cuore, facendole rimbalzare l’una sull’altra in modo da ottenerne una visione d’insieme. Sono termini che illustrano il metodo di lettura delle Scritture: una parola si illumina con un’altra parola ed il senso che ne scaturisce si riverbera nel cuore aprendo la parola al cuore ed il cuore alla parola. E non se ne tralascia nessuna: ‘tutte queste cose’ del testo sono sia le parole udite (dall’angelo, dai profeti, dai pastori) sia gli eventi successi; non si cerca solo quella ‘adatta’ a me, ma ci si ‘adatta’ a loro tutte, insieme. Non si preferisce un tempo (il tempo della gioia, del godimento), ma si tengono insieme tutti i tempi (anche il tempo del dubbio, dell’afflizione). Allora, poco a poco, anche al nostro cuore si svelerà quella ‘benedizione’ che Dio ha posto sull’umanità e di cui si comincerà a goderne lo splendore.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Natale

II Domenica dopo Natale

(4 gennaio 2026)

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Sir 24,1-2.8-12;  Sal 147;  Ef 1,3-6.15-18;  Gv 1,1-18

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Tutta la liturgia della seconda domenica dopo Natale è incentrata sulla conseguenza del riconoscimento e dell’accoglienza del Figlio di Dio fatto uomo: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). È quello che s. Efrem canta nei suoi splendidi inni natalizi parlando della consolazione per l’umanità che, con la nascita di Gesù, può ritrovare la gloria della sua dignità: “Maria è il giardino sul quale discese dal Padre la pioggia della benedizione; di quella effusione lei asperse il volto di Adamo”. E mettendo in bocca alla stessa Madre di Dio le parole: “Se una madre ha un bambino, questo diventa fratello del mio diletto. Se ha una figlia o una congiunta, questa diventa la sposa del mio Signore. Colui che ha un servo, gli conceda la libertà, affinché venga per servire il suo Signore … A causa tua una serva diventa libera. Se una ti ama, c’è nel suo seno una invisibile liberazione”.

Se ci interroghiamo sulla natura dell’essere figli di Dio, non possiamo non riandare a quello che Paolo proclama: “Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio” (Rm 8,14). Eco della beatitudine proclamata da Gesù, la settima: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). Lo Spirito guida a realizzare la pace, pace che è Gesù stesso perché di lui si dice: “Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne” (Ef 2,14). Quella pace è a riprova di ogni persecuzione, come è confermato dall’ottava beatitudine (“Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”, Mt 5,10), vale a dire che non cede davanti a nulla perché non conosce nemici, non conosce avversari, proprio come il Figlio di Dio che tutti invita alla comunione, che su tutti riversa il suo amore, che tutti accoglie perdonando, che a tutti fa grazia di sé.

Lo sottolinea la colletta alle offerte: “Accogli, o Signore, i doni che ti offriamo e santificali per la nascita del tuo Figlio unigenito, che ci indica la via della verità e promette la vita eterna”. La via della verità non è che lo splendore dell’amore eterno di Dio che, con Gesù, in abbondanza si riversa su di noi, introducendoci nella stessa intimità di vita che lui gode con il Padre, intimità eterna e sempre feconda.

Se è vero che “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18), allora in lui il cristiano trova fierezza e umiltà di fronte ai suoi fratelli, in cammino e alla ricerca della verità che riguarda tutti allo stesso titolo. Se prima della creazione del mondo, l’uomo è stato pensato da Dio in funzione della capacità di portare la bellezza del Figlio di Dio, allora come non vedere nell’esperienza della conoscenza di quel Figlio, ormai diventato Figlio dell’uomo, l’esito supremo della vita, il compimento di ogni desiderio di verità e bellezza? E se tutto il creato rimanda al Cristo Signore, a maggior ragione l’uomo, fatto ad immagine di Lui, che è l’Immagine, lo splendore del Volto stesso di Dio. Ma se questo è vero, allora tutti i nostri pensieri rimandano a lui, tutte le nostre aspirazioni, tutti i nostri desideri, tutti i nostri ideali. Secondo i nostri Padri, la preghiera non è che il luogo di riconoscimento del Cristo come fondamento dei nostri pensieri. Tutta la bontà, tutte le virtù che possiamo ottenere non sono che partecipazione ai suoi sentimenti, alla sua vita, che è vita stessa di Dio.

L’annuncio straordinario è che il dono è offerto a tutti. Nessuno nasce cristiano; lo si diventa. Mi sembra di scorgere in questo il superamento più radicale di ogni distinzione fra gli uomini basata su etnia, nazione, cultura, censo, qualità, genere, ecc. Ricevere il potere di diventare figli di Dio significa partecipare alla vita stessa del Figlio di Dio; significa rivestirsi dei suoi sentimenti, nei quali fondare le radici di un’umanità nuova, trasfigurata, che non si presenta più temibile in nulla per nessuno.

Ecco, la letizia del Natale rimanda a tale ‘possibilità’, a tale ‘potere’ e qui si radica la speranza per il mondo: la gloria di Dio può ancora risplendere in mezzo a noi, la vita nel mondo può ancora tornare amabile, nonostante i drammi e le tragedie, le violenze e gli egoismi. Siamo sicuri – anche questo è un corollario della nostra fede nel Signore Gesù – che sempre ci sarà qualcuno che, discepolo del Signore, farà risplendere l’umanità in questo mondo. E sempre ci sarà qualcuno che, affascinato da quello splendore, riconoscerà il Signore e tornerà a far desiderare la conoscenza di lui, come si augura l’apostolo: “il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo …” (Ef 1,17-20).

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Natale

Epifania del Signore

(6 gennaio 2026)

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Is 60,1-6;  Sal 71 (72);  Ef 3,2-3a.5-6;  Mt 2,1-12

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La festa di oggi, che in Oriente si festeggia insieme al Natale, viene presentata così nel Martirologio romano: “Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale si venera la triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù Bambino fu adorato dai Magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino, manifestò la sua gloria”. Delle tre manifestazioni, soprattutto la prima costituisce il tema della liturgia odierna.

È caratteristico che, come seconda lettura, venga riportata la definizione di ‘mistero’ a proposito della festa di oggi. Mistero è “che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3,6). La sottolineatura è la seguente: il progetto eterno di Dio per l’umanità è unico per tutti, per sempre. Si realizza la visione profetica di Isaia: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria” (Is 66,18). Gloria, che proprio l’umanità di quel bambino, adorato dai magi, manifesterà nel suo splendore più bello. L’antifona di ingresso della messa si richiama al libro del profeta Malachia, l’ultimo libro dell’Antico Testamento nella versione greca che i cristiani hanno fatto propria: “È venuto il Signore nostro re: nelle sue mani è il regno, la potenza e la gloria”. La cosa straordinaria è che un bambino venga proclamato ‘sovrano, potente e glorioso’! La proclamazione comporta qualcosa di radicalmente nuovo per gli occhi umani o, se vogliamo, comporta la visione di una realtà con occhi radicalmente nuovi.

Stessa novità che sta dietro la proclamazione nei vangeli di Gesù come re (soltanto durante la sua passione Gesù accetta il titolo di re) e particolarmente come re della gloria (titolo che fornisce, da una parte, la ragione della condanna sul patibolo della croce e, dall’altra, per la visione di fede dei credenti, la ragione dell’amore di Dio per l’uomo che proprio sulla croce risplende). È in ragione di quella novità che la manifestazione di Gesù può conquistare le genti e può convincere Israele. Quando la colletta fa pregare: “O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria”, guida i credenti alla percezione di quella novità e li predispone a cogliere e a vivere dello splendore di quell’amore, che costituisce ormai la ragione di senso del vivere nella storia.

In effetti, come tutti i racconti sulla nascita e sull’infanzia di Gesù, ciò che viene riferito va letto in contrappunto ai racconti della sua passione-morte-risurrezione. Nella narrazione dei Magi che arrivano a Gerusalemme in cerca del re dei Giudei (solo dei pagani potevano chiamare così il nuovo re; un israelita l’avrebbe chiamato ‘re d’Israele’) è presentato il conflitto che opporrà alle autorità ufficiali il vero re e salvatore del suo popolo. Colui che le guide della nazione si rifiutano di ricevere è adorato dalle nazioni; Colui che doveva essere noto a coloro che conoscevano le Scritture, perché di lui le Scritture parlano, viene rivelato a coloro ai quali, non potendo le Scritture parlare, parlano gli astri, messaggeri di Dio. L’episodio dell’adorazione dei Magi non sembra potersi ricondurre a un evento storico preciso, ma, nella logica narrativa di Matteo, la rivelazione è che Dio guida la storia perché sia conosciuto il suo Figlio. Ogni cosa può agire da messaggero di Dio, se il nostro cuore sa guardare in alto. E tutto alla fine conduce a lui, il Salvatore, Colui che rivelerà definitivamente e in tutta pienezza, anche per il nostro cuore, quaggiù o di là, l’infinito amore del Padre per gli uomini, Colui che compirà in tutta la loro estensione i nostri desideri di vita, di santità, di comunione.

La visione dei popoli che si ritrovano a Gerusalemme, ripresa anche dal salmo 71 e celebrata dal salmo 87, mostra come ormai non esista più motivo di distinzione tra gli uomini perché la loro dignità deriva da un’unica radice. In ciò che è essenziale, nella vita, tutti desideriamo le stesse cose, tutti siamo fatti per le stesse cose, tutti siamo chiamati a godere le stesse cose. La dignità degli uomini parla dell’amore di Dio che si è rivelato in quel Figlio di Dio fatto uomo e che nella liturgia odierna è adorato da tutte le genti. Quando Paolo ricorda agli Efesini che il mistero manifestato ora agli uomini è il fatto che i Gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità di Israele, rivela che davanti a Dio sussiste un’unica famiglia umana, destinataria e portatrice allo stesso tempo del Suo amore.

Se il Signore, come dice il salmo 71, interviene a favore del povero e del debole, categorie che attraversano la diversità dei popoli e si riferiscono all’umanità di tutti, significa che chi calpesta il povero e il debole ferisce la propria dignità umana e non rispetta l’immagine di quel Figlio che si è confuso con l’umanità di tutti. Davanti a quel Figlio, bambino, adorato dalle genti – dice il salmo, eco del pensiero di Dio: chiunque tu sia, da qualunque paese provenga, qualsiasi sia stata la tua storia, a qualsiasi cultura appartenga, sappi che qui sei nato, di qui trai vita e qui conducono i tuoi desideri perché qui si compiono i miei progetti: nel mio Figlio! Non è evidentemente una forma di imposizione spirituale all’umanità. Si tratta invece di una visione lucida, nella fede, sulla realtà delle cose e del mondo. Non si tratta di contrapporre una visione ad altra visione, una fede ad altra fede. Si tratta di imparare a stupirsi a tal punto dei pensieri di Dio per l’umanità che la modalità stessa di vivere e testimoniare quella visione non può che essere evangelica, portatrice della buona novella per l’umanità. Per questo l’amore è l’ultima parola convincente, sebbene non sia una parola potente. La debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini e la stoltezza di Dio è più sapiente della sapienza degli uomini: per questo a tutti gli uomini, di ieri, come di oggi e di domani, a tutti spetta questa eredità, che è il Figlio di Dio fatto uomo. E come dice s. Massimo Confessore: “Dall’oriente una stella che brilla in pieno giorno guida i magi verso il luogo dove il Verbo ha preso carne, per dimostrare misticamente che il Verbo contenuto nella legge e nei profeti supera ogni conoscenza dei sensi e conduce le genti alla suprema luce della conoscenza”.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Solennità e feste

Battesimo di Gesù

(11 gennaio 2026)

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Is 42,1-4.6-7;  Sal 28 (29);  At 10,34-38;  Mt 3,13-17

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Con la liturgia del battesimo di Gesù si chiude il ciclo natalizio. Come cantava l’antifona al Benedictus già risuonata nella festa dell’Epifania: “Oggi la Chiesa, lavata dalla colpa nel fiume Giordano, si unisce a Cristo suo Sposo; accorrono i magi con doni alle nozze regali e l’acqua cambiata in vino rallegra la mensa”. La chiesa celebra la manifestazione del Figlio amato da un’angolatura speciale che dobbiamo imparare a cogliere.

Il racconto del battesimo di Gesù nei vangeli è ricco di particolari carichi di mistero. L’immagine di fondo è quella delle nozze: Dio sposa l’umanità. Il mistero d’amore intravisto con la nascita a Betlemme, rivelato essere l’eredità di tutte le genti con l’adorazione dei magi, celebrato nella sua gioia messianica alle nozze di Cana e ripresentato ad ogni celebrazione eucaristica, qui è intuito nel suo percorso di attuazione con la solidarietà dell’agnello innocente con i peccatori, in attesa che si realizzi compiutamente con la sua morte-risurrezione.

La liturgia accosta al racconto del battesimo il brano profetico di Isaia 42. È il testo che Matteo riprende integralmente in 12,18 e qui in un solo dettaglio: “Appena battezzato, Gesù uscì dall’ acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento»”. Il particolare dei cieli che si aprono è ripreso alla fine del vangelo di Matteo con l’annotare che i sepolcri si aprono. In Marco, invece, che usa l’espressione dei cieli che sono lacerati, squarciati, il rimando è al velo del tempio che si lacera da cima a fondo con la morte di Gesù. Il battesimo mostra anticipatamente quello che si compie alla Pasqua. Il velo del tempio (per l’esattezza, del Santo dei santi) che si squarcia, significa che ciò che è riposto nel seno del Padre, il suo Verbo, germoglia dall’interno della terra ove è stato riposto con la morte-risurrezione, aprendo, per l’umanità intera, l’accesso al Santo dei santi: la vita intima del Padre. Quando Gesù dirà che lui è la porta vuole riferirsi a questa medesima realtà: in Gesù l’umanità entra nel cielo e il cielo si apre sull’umanità. L’immagine della colomba sembra riferirsi alla stessa realtà, almeno secondo certe interpretazioni patristiche: lo Spirito annuncia al mondo la misericordia di Dio, che in Gesù risplende piena e assoluta.

Nella visione che Gesù ha dopo il suo battesimo si può ravvisare l’autocoscienza della sua intimità con il Padre e della sua realtà messianica con l’allusione a quella nuova creazione, di cui le Scritture sono la promessa. Come all’inizio della creazione lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque, così ora la discesa sopra di lui dello Spirito, nella sua umanità, prefigura la nuova creazione. Non si tratta tanto di vedere una colomba che discende quanto di vedere il planare dello Spirito come una colomba, al modo di una colomba. Alla sua visione segue la voce, che conferma per tutti quello che Gesù ha visto, nel senso di invitare tutti a seguire quel Figlio nella rivelazione dell’amore del Padre per gli uomini. Con la voce del Padre sono compiute tutte le Scritture perché la frase è costruita con i testi di Gn 22,2, Is 42 e Sal 2,7, rispettivamente presi dalla Torà, dai Profeti e dai Salmi e, nello stesso tempo, le Scritture sono confermate per noi che possiamo fare esperienza della giustizia di Dio che è amore per noi.

La voce del Padre è quella di cui Gesù dirà: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,10); “Io dico quello che ho visto presso il Padre” (Gv 8,38); “Io invece lo conosco” (Gv 8,55); “Faccio quello che il Padre mi ha comandato” (Gv 14,31). Amato non dice soltanto tutta l’intimità goduta tra il Padre e il Figlio, ma illustra anche lo sconfinato amore per l’umanità che i due condividono. Amato o unico o prediletto fa pensare ad Abramo, pronto ad immolare il figlio Isacco (Gen 22,2); rimanda al figlio della parabola dei vignaioli omicidi (Mc 12,6); ha attinenza con “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16), ha attinenza al mistero dell’amore del Padre per l’umanità di cui il Figlio è il rivelatore, lui che è il Volto visibile del suo splendore. È l’amato perché il Suo Amore di Padre in lui è perfetto nel senso che in lui si compie perfettamente il Suo volere di benevolenza per l’umanità e lui non ha altro volere che quello di compierlo perfettamente: “Mio cibo è fare la volontà del Padre” (Gv 4,34). È amato perché non solo il Suo Amore si volge verso di lui, in lui si posa, ma anche si riposa, sta soddisfatto, ne ottiene la risposta più piena.

Vale qui la pena di citare l’esperienza di una mistica di Anversa, Hadewijch, del XIII secolo. In una sua lettera descrive l’anima così: “L’anima è un fondo dove Dio si appaga e dove ha sempre di se stesso piena soddisfazione in lei e lei in cambio sempre in Lui. L’anima è un sentiero che Dio percorre nella libertà della Sua profondità e Dio è un cammino che l’anima percorre nella sua libertà vale a dire, nelle Sue profondità che non può toccare se non con la sua profondità. E finché Dio non sarà tutto suo non è soddisfatto [Lettera 18]. Il compiacimento del Padre riposa sull’umanità del Figlio: è questa l’angolatura speciale in cui la chiesa considera il mistero della manifestazione di Dio.

Lo sguardo di predilezione del Padre sul Figlio non concerne solo la persona del Verbo, ma il Verbo nella sua umanità, il Capo con le sue membra. La lettura del profeta Isaia riguarda proprio l’identificazione di Gesù come il servo, l’identificazione del Messia nella sua natura di servo. Non dimentichiamo che questo brano di Isaia ricorre nella liturgia del lunedì della Settimana Santa, a sottolineare la dimensione pasquale di quell’identificazione. In quella natura di servo siamo noi, nella nostra umanità, ad essere considerati. Non dobbiamo perciò pensare che lo sguardo di compiacimento del Padre attenda a posarsi su di noi allorquando saremo capaci di seguire Cristo in una vita santa; è esattamente il contrario. Potremo impegnarci in una vita santa solo se sentiremo sulla nostra umanità peccatrice, ferita e piena di paure, questo sguardo di compiacimento perché Dio ama per primo, perché a Lui apparteniamo, perché siamo la sua stessa carne. Ed è proprio perché la nostra fede squarcia l’orizzonte per introdurci in questa visione che possiamo pregare: “… trasformaci nel Cristo tuo Figlio, che ha congiunto per sempre a sé la nostra umanità”.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

II Domenica

(18 gennaio 2026)

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Is 49,3.5-6;  Sal 39;  1Cor 1,1-3;  Gv 1,29-34

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Il tempo ordinario è introdotto, in tutti e tre i cicli, dal vangelo di Giovanni: nel ciclo A, con la testimonianza del Battista; nel ciclo B, con la testimonianza dei primi apostoli; nel ciclo C, con l’evento della manifestazione di Gesù alle nozze di Cana. Il primo capitolo di Giovanni ha una struttura particolare nel senso che si premura di collocare gli eventi che racconta, a partire dal battesimo di Gesù, in un lasso di tempo di sei giorni, dopo i quali, il settimo giorno, si narra la venuta di Gesù a Gerusalemme per la Pasqua.

Il brano di oggi è collocato il primo giorno dopo il battesimo di Gesù, che Giovanni non racconta. È il giorno della testimonianza del Battista: Gesù è l’Agnello di Dio; Gesù è il Figlio di Dio. Il Battista l’ha potuto riconoscere perché ha visto scendere e rimanere su di lui lo Spirito Santo. Colui che il Battista designa come l’Agnello di Dio, è il Servo del canto di Isaia che la liturgia proclama nella prima lettura. Secondo il testo del profeta Isaia, Dio parla al suo Servo la cui persona è disprezzata, che tutti guardano come scarto, schiavizzato dai potenti, esaltandolo nella sua obbedienza. Corrisponde alla voce celeste udita subito dopo che Gesù esce dal Giordano (e che il vangelo di Giovanni non riporta): “Questi è il Figlio mio, l’amato; in lui ho posto il mio compiacimento”. A tale proclamazione Gesù risponde con le parole del salmo 39: “Ecco io vengo. Nel rotolo del libro è scritto su di me di fare la tua volontà”. Parole, che Paolo commenterà in Ef 5,2: “Cristo ci ha amati e ha consegnato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio”.

Fin dall’inizio del racconto evangelico di Giovanni Gesù appare così nella luce pasquale. L’obbedienza del Servo, che gli deriva dalla totale intimità con il Padre nel suo amore per noi, si esprimerà con il suo consegnarsi per essere crocifisso, rivelando che tutta la sua vita, tutto il suo insegnamento, non sono stati altro che un’offerta in sacrificio a Dio per manifestare la grandezza dell’amore per noi che lo abitava.

Un particolare della testimonianza del Battista è assolutamente prezioso, se letto nell’ottica pasquale. Quando il Battista vede venire verso di lui Gesù all’indomani del suo battesimo esclama: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. Gesù toglie nel senso che prende su di sé il peccato del mondo, ma non lo toglie dal mondo. Il mondo sarà sempre lì a testimoniare la sua contrarietà al volere di Dio, all’agire di Dio, nella storia e nel cuore degli uomini. Ma chi aderirà a Gesù, chi lo seguirà, chi si farà guidare dallo Spirito di cui lui è ripieno, non subirà danno dal male che imperversa in questo mondo. Come è stato per lui. Proprio quando il male si è come concentrato su di lui per distoglierlo dal suo segreto, proprio allora lui l’ha vinto con la sua assoluta fedeltà all’amore per noi, nella più totale intimità con il Padre suo che ama noi suoi figli. Di sé Gesù dirà: io ho vinto il mondo! Così anche i suoi discepoli, ma nella stessa via, negli stessi modi. Come leggevo ieri in una testimonianza di una donna lacerata dal dolore per le vessazioni e le ingiustizie subite: il male si vince davvero solo con il bene.

Non va dimenticato che in greco figlio e servo sono espressi da un unico termine e in aramaico servo e agnello sono espressi dallo stesso termine: talya. Quando l’evangelista Giovanni mette in bocca al Battista la sua testimonianza a Gesù con il denominarlo agnello, svela un doppio collegamento: si riferisce a Gesù come all’agnello pasquale immolato (Gv 19,36 descrive Gesù sulla croce in riferimento all’agnello al quale non viene spezzato alcun osso, secondo la prescrizione rituale dell’immolazione dell’agnello pasquale) e soprattutto rileva come Gesù toglie il peccato del mondo in riferimento a ciò che dice il profeta: “Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti…” (Is 53,4-5).

E questo avviene perché Gesù è servo del volere di salvezza del Padre nei nostri confronti. L’aver accettato di prendere un corpo e di vivere nella natura di servo sottolinea l’obbedienza a questa volontà di salvezza del Padre per noi. Se Gesù prende un corpo, lo prende non solo per compiere il volere di salvezza di Dio per l’uomo, ma anche per mettersi in condizioni di compiere quella salvezza in termini di splendore di amore e di nient’altro. Non c’è ombra di ‘potenza’ nell’amore che Gesù manifesta nascendo come un bambino, vivendo da uomo, presentandosi al battesimo come un peccatore e morendo sulla croce; eppure, non c’è potenza più forte di quell’amore che non si fa vincere da nulla. È l’amore che magnifica il Signore davanti all’uomo e l’uomo davanti a Dio.

L’aspetto più straordinario poi è dato dal fatto che questa obbedienza fino all’immolazione in croce è vissuta in quanto Figlio, intimo del Padre. La sua intimità di sentire e di agire con il Padre è definita in rapporto all’amore per noi: tutti e due condividono lo stesso immenso amore per noi. E proprio la visione della discesa e permanenza su Gesù dello Spirito, dopo il battesimo al Giordano, rivela questa comunanza del Figlio con il Padre nell’opera della nostra salvezza. È lo Spirito che, colmando Gesù nella sua natura di servo, lo rende solidale con l’amore del Padre per noi da indurlo a fare sempre la volontà del Padre, cioè a cercare in ogni modo, senza alcuna riserva, con tutto lo splendore di amore che comporta, la nostra salvezza. In altre parole, Gesù tende a inglobare noi, per mezzo dello Spirito, nella stessa comunione di amore che lo lega al Padre e a noi. E sarà per questo che il segno dell’esperienza di salvezza per noi verrà individuato nell’amore a Dio e nella solidarietà piena con i nostri fratelli, in Cristo.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

III Domenica

(25 gennaio 2026)

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Is 8,23b-9,3;  Sal 26 (27);  1Cor 1,10-13.17;  Mt 4,12-23

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Quando i discepoli di Gesù hanno provato a riassumere la loro esperienza del Maestro si sono espressi così: “quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita …” (1Gv 1,1) oppure: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria…” (Gv 1,14). Ebbene, Matteo rende la stessa testimonianza con l’immagine della luce riprendendo la profezia di Isaia: “su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

Gesù è il Messia di Israele, ma nella prospettiva futura della salvezza che giunge ai gentili. In questa ottica Matteo colloca la prima predicazione di Gesù in Galilea (Galilea delle genti) e sarà in Galilea che il Signore risorto darà ordine ai discepoli di fare di tutti i popoli dei discepoli (Mt 28,16-20). La predicazione di Gesù è presentata nella prospettiva della luce che splende, luce che si esprimerà nel discorso della montagna con l’annuncio delle beatitudini, che segue subito dopo, e con le sue opere di guarigione da ogni sorta di malattie e infermità. Il tono dell’evangelista è particolarmente solenne quando dice ‘da allora cominciò a predicare’ perché solo due volte usa questa espressione: qui, per introdurre il ministero pubblico di Gesù e in 16,21 quando Gesù annuncia per la prima volta ai discepoli la sua passione.

Quella luce che splende non è frutto di conquista umana, ma dono e rivelazione del Dio vivente, che la liturgia sottolinea con due salmi, quello di ingresso e il salmo responsoriale: “Cantate al Signore un canto nuovo … annunciate di giorno in giorno la sua salvezza … dite tra le genti: il Signore regna! … gioiscano i cieli, esulti la terra davanti al Signore che viene …” (Sal 95); “Il Signore è mia luce e mia salvezza” (Sal 26). La luce esprime la salvezza accolta da chi, trovandosi in uno spazio di ombra di morte con tenebre all’intorno e gli occhi impediti di vedere, finalmente esce alla luce, è guarito negli occhi, incontra Colui che il vangelo definisce “in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”. Ora quella luce si è fatta vedere e Gesù ne esprime tutta la potenza di salvezza nella sua umanità.

Sembra strano che Gesù inizi la sua predicazione con le stesse parole che aveva usato il Battista: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”. Ma se con il Battista l’accento era posto sul ‘convertitevi’, ora con Gesù l’accento cade su ‘il regno dei cieli è vicino’. Come dicesse: se volete che il regno di Dio diventi vostro, convertitevi, cioè acconsentite alla visione che scaturisce dalla fede nel Figlio di Dio che è venuto a voi. Dietro il ‘convertitevi’ va sentito l’eco della voce di Dio che lungo tutta la storia di Israele dice: “Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni. … Ecco, noi veniamo a te, perché tu sei il Signore, nostro Dio” (Ger 3,22); “Tornate a me e io tornerò a voi” (Zac 1,3; Mal 3,7); “Tornate alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole” (Pro 1,23); “Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi” (Mic 6,3).

La realtà della vicinanza di quel regno è tale che può toccare i cuori, che può muoverli a non desiderare altro se non quel regno. Mi sembra questo il senso della chiamata degli apostoli, che segue direttamente la proclamazione della vicinanza del regno da parte di Gesù. Non si tratta tanto di raccontare da parte dell’evangelista la cronaca della vocazione degli apostoli, ma di mostrare la potenza dell’iniziativa di Dio che dà corso alla sua opera di salvezza. Gregorio Magno, commentando la prontezza dei pescatori a seguire la chiamata di Gesù, riflette sul fatto che a dire il vero quegli uomini avevano ben poco da lasciare essendo poveri. Ma, aggiunge “ha molto lasciato chi non ha tenuto nulla per sé”. È appunto il senso della fede genuina. Non importa lasciare poco o tanto; l’importante è non conservare nulla per sé, vale a dire fidarsi fino in fondo, per tutto il cammino, con tutte le fatiche che comporta, in modo che la grazia dell’incontro possa rivelare tutti i suoi frutti, nel tempo.

Non si può non notare il fatto che gli apostoli non sono stati chiamati semplicemente alla sequela di Gesù, ma alla sequela di Gesù che è inviato a portare a tutti la salvezza e la consolazione (vi farò pescatori di uomini). Seguire Gesù comporta un’esperienza di vita, la condivisione del suo insegnamento e della sua missione; dice prima di tutto quanto l’intimità di vita con il Signore sia sconfinata nel senso che non può ripiegarsi su se stessa, ma continuamente si traduce in condivisione della misericordia di Dio per l’umanità. L’intimità con Dio comporta sempre una buona dose di sana angoscia per i propri fratelli e per questo non sta mai ferma: fin dove c’è un uomo, fin dove c’è un livello di umanità non ancora aperto alla grazia dell’incontro, fin dove c’è una malattia da curare, l’apostolo, come Gesù, non si dà pace. Il senso del guarire ogni sorta di malattie e di infermità da parte di Gesù in missione, come avverrà per gli apostoli inviati in missione (imporranno le mani ai malati e questi guariranno, Mc 16,18), è proprio questo: condividere la misericordia di Dio per l’umanità.

Un altro particolare poi è estremamente significativo. Gesù li chiama non semplicemente a seguirlo, ma a mettersi dietro a lui, come poi dirà Gesù a Pietro quando lo rimprovererà per aver pensato non secondo Dio (cfr. Mt 16,23). Corrisponde a quanto il salmo fa dire al fedele: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”. Qual è l’unica cosa necessaria da domandare? Tutto dipende dalla profondità che nei nostri cuori ha raggiunto la conversione al vangelo del regno.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

IV Domenica

(1° febbraio 2026)

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Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145 (146); 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a

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L’annuncio luminoso del profeta Sofonia: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero” (Sof 3,12), che la versione della LXX rende: ‘popolo mite e umile’, rimanda alla dichiarazione di Gesù quando invita a venire a lui: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11,29). È esattamente in riferimento a lui, che realizza la promessa di Dio per l’umanità, che vanno comprese le sue beatitudini. Tutta la serie delle otto beatitudini non sono che la condivisione di quella mitezza e umiltà del cuore di Gesù. E se ci appaiono paradossali è perché l’uomo fa fatica a entrare nella conoscenza di Dio. Lo spiega bene san Paolo nella sua prima lettera ai Corinti: “Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,25). Ma è proprio per quella stoltezza e debolezza che “Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30).

Se la moltitudine dei santi in paradiso canta: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello” (Ap 7,10), vuol dire che l’uomo non può darsi la salvezza. E se l’uomo non può darsi salvezza, vuol dire che nemmeno può darsi la felicità. Perché la felicità, che pure avvertiamo come nostra vocazione specifica, è paradossale. Non la si prende dove sembra di vederla, ma la si ottiene spesso con ciò che sembra il contrario. Perché in gioco è la credibilità stessa di Dio che viene incontro all’uomo, senza però mai poterlo convincere all’evidenza. Nella felicità è in gioco non semplicemente l’esaudimento di un cuore, ma l’incontro di due, la comunione di due.

Il brano del profeta Sofonia introduce la promessa per il resto d’Israele di godere del regno di Dio nel contesto, terribile, del giorno dell’ira del Signore. Il profeta assiste ad avvenimenti tragici: in pochi decenni si susseguono devastazioni immani ad opera dei due regni contrapposti, Egitto e Assiria. Israele non confida più in Dio; cerca alleati umani, si fida ora dell’uno ora dell’altro, per scampare al pericolo, ma non trova riposo perché l’uno e l’altro sono antagonisti perenni e lui ne fa continuamente le spese. Dopo le minacce e le invettive tra le più terribili della Bibbia, il profeta annuncia la fedeltà di Dio al suo popolo, annuncia la felicità che vuol procurare al suo popolo.

Il salmo 145, che riprende la promessa annunciata da Sofonia, fonda la credibilità di Dio su di una sua specifica qualità: “egli custodisce la verità in eterno’, ‘egli è fedele per sempre’. Qual è questa verità? È la verità del suo amore per l’uomo, la verità del suo agire in benevolenza verso l’uomo. Alle nostre orecchie appare perlomeno contraddittoria questa affermazione, quando risuona in un contesto di afflizioni e drammi. Ma la profondità di senso di quell’affermazione si può cogliere solo a partire dal dramma nel quale l’uomo vive.

Gesù, quando annuncia le sue beatitudini, ha presente il dramma dell’uomo. Senza riferire le sue parole al profondo dramma che vivono gli uomini, le beatitudini suonano come pie esortazioni e il riferimento alla felicità una pia illusione.

Una prima considerazione. Gesù può annunciare le sue beatitudini ai discepoli perché ha già fatto vedere che ‘il regno di Dio è vicino’, vale a dire:

a) ha già potuto far vedere la potenza dell’agire di Dio a loro favore (Gesù ha già cominciato a predicare il vangelo del regno, ha già entusiasmato uomini che lo seguono, ha già guarito molti da malattie e infermità e mostrato il suo potere sui demoni, come dirà più avanti: “Ma se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio”, Mt 12,28);

b) è stato però necessario convertirsi al mistero della sua persona per cogliere il suo agire come testimonianza della presenza salvatrice di Dio in mezzo a loro. Diversamente – e per molti si ridurrà a questo! – vedranno solo un guaritore da importunare in ogni caso per avere un po’ di sollievo. Chi però agirà così, non troverà felicità, perché non avrà incontrato il suo Dio.

Ciò che le beatitudini hanno di paradossale deriva dall’esperienza di un incontro assoluto che pone tutto il resto in sott’ordine. E tutto il resto sta in sott’ordine perché è tale la potenza che si sprigiona da quell’incontro che nulla potrà sostituirsi al suo fascino. La beatitudine che proclama Gesù deriva dalla comunione con la sua, da quella vita con il Padre e lo Spirito che lo rende così Figlio da non volere altro per sé se non di vedere tutti immersi nello stesso amore del Padre. Deriva dalla rivelazione dell’esperienza del Regno ormai giunto fino a noi, ormai schiuso nella sua inaccessibilità e nel suo mistero tanto da schiudere ogni evento alla sua realtà. Deriva dalla partecipazione alla vita divina, quella che non avrà più fine e che si fa accessibile a noi fin da ora.

Le beatitudini sono otto. La prima e l’ultima comportano la stessa promessa: ‘perché di essi è il regno dei cieli’ e racchiudono le altre sei. C’è un doppio movimento nell’elenco delle beatitudini: un movimento di concatenazione e un movimento circolare. La concatenazione riguarda lo spazio definito dalla seconda alla settima, mentre il movimento circolare è dato dal ritornare dell’ottava alla prima per riavviare, a livelli sempre più profondi, la concatenazione. La felicità scaturisce dai passaggi indicati: se ti affliggi solo per la potenza del male che ti domina e dal quale vuoi esserne liberato; se non avrai altro motivo di ira se non quello di opporti al maligno e così custodirti dolce con tutti; se cercherai la giustizia al di sopra del tuo interesse; se condividerai con tutti la misericordia che avrai gustato nel perdono di Dio; se sarai così privo di rivendicazioni e pretese da vedere tutto e tutti nella luce di Dio di cui godrai la presenza; se seguirai l’opera di Dio che è la fraternità tra gli uomini; allora – è la promessa della settima beatitudine – sarai come il Figlio di Dio che, per essere venuto a testimoniare quanto è grande l’amore di Dio per gli uomini, non ha preferito se stesso all’amore che lo divorava e ha accettato di essere consegnato nelle mani degli uomini. Se nella persecuzione l’uomo non perde la sua gioia, allora vuol dire che la potenza del Regno l’ha lambito, che la sua felicità non dipende più dal mondo. Non avrà più bisogno di cercare altra affermazione di sé perché ha trovato quella capace di soddisfare l’anelito del suo cuore, che così sarà confermato nella rinuncia alla brama di ogni bene che non sia espressione di quell’esperienza. Tanto che si affliggerà ancora più profondamente del male che in lui si annida e ripercorrerà la concatenazione dei passaggi a livelli sempre più coinvolgenti.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

V Domenica

(8 febbraio 2026)

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Is 58,7-10;  Sal 111 (112);  1Cor 2,1-5;  Mt 5,13-16

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L’affermazione di Gesù “Voi siete la luce del mondo” risuona molte volte nelle esortazioni degli apostoli, a indicare che possiamo vivere come Gesù ci ha insegnato. L’apostolo Giovanni, nella sua prima lettera, ci dice di ‘camminare nella luce’ (1Gv 1,7), di ‘essere nella luce’ (1Gv 2,9), di ‘dimorare nella luce’ (1Gv 2,10). S. Paolo, nella sua lettera agli Efesini, scrive: “Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore… Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità” (Ef 5,1-2.8-9).

Il ‘voi’ dell’affermazione di Gesù si riferisce ai discepoli, la cui vita esprime la potenza delle beatitudini che immediatamente prima Gesù aveva proclamato. Si tratta di quei discepoli che, insultati, perseguitati, sparlati, custodiscono la letizia dell’incontro con il Signore Gesù, che è diventato per loro ragione di vita e principio dell’agire. La sottolineatura, però, riguarda una dimensione specifica della luminosità del cuore secondo l’insegnamento di Gesù. Ce la descrive il profeta Isaia con il salmo 112 che lo commenta. Isaia profetizza l’esistenza dell’Israele gradito a Dio come una esistenza ricca di misericordia per tutti, ricca del dono della fraternità a tutti perché segno della comunione realizzata con Dio, che si è reso presente in mezzo a loro. La luce di cui risplende l’umanità abitata da Dio è la luce della fraternità condivisa.

Il profeta proclama: “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio … allora brillerà fra le tenebre la tua luce”. Siamo abituati a riferire la luce all’intelligenza. Ma la Scrittura suggerisce un riferimento diverso. La luce sorge se si spezza il pane con l’affamato, se si ha misericordia del prossimo. La luce viene per l’agire del cuore. All’esercizio dell’intelligenza va abbinato il calore del cuore, perché è il cuore il luogo della presenza, dell’incontro. Solo in questo calore l’intelligenza è retta. Quando Matteo dirà: “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (5,48), lo dirà in seguito all’invito ad amare i propri nemici e Luca interpreta: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (6,36).

Isaia elenca le cinque condizioni, tre negative e due positive, per diventare luce. Occorre prima togliere l’oppressione, il puntare il dito, il parlare empio. Nella versione della LXX si specifica: togliere il laccio, lo stendere la mano, la parola di lamentela. Per dirla con le mie parole: va eliminato ogni tipo di inganno, accusa e parola malevola contro il prossimo. Le due condizioni positive sono: aprire il cuore all’affamato, saziare l’afflitto di cuore. Con la sfumatura della versione greca: dare a chi ha fame il pane di cuore, saziare una persona umiliata. Vale a dire: non basta sfamare il corpo, occorre saziare anche l’anima del prossimo quando è afflitto. E fare questo con tutto il cuore. È allora che sorge la luce, espressione della sensazione di Dio, sempre con noi, quando il cuore non si perde in altro, ritrovandosi saziato nei suoi desideri. Tanto che un’antica preghiera salmica a conclusione del salmo 112 recita: “Ti preghiamo, accordaci di cercare con grande desiderio nella pratica dei tuoi comandamenti tutta la grazia che domandiamo”. Il salmo 112 inizia con il versetto: “Felicità dell’uomo che teme il Signore, nei suoi comandi pone grande desiderio”.

Quando Massimo Confessore spiega l’invocazione ‘non ci indurre in tentazione’ nella preghiera del Padre Nostro, ha l’ardire di precisare: “La Scrittura rivela infatti con questo come chi non ha perfettamente perdonato a chi cade e non ha presentato a Dio un cuore privo di tristezza, reso splendente dalla luce della riconciliazione con il prossimo, non otterrà la grazia dei beni per cui ha pregato, e, per giusto giudizio, sarà consegnato alla tentazione e al Maligno. Imparerà così a purificarsi dalle colpe, eliminando le sue lagnanze contro gli altri …”. Ci dice in sostanza che non subiremo tentazioni se avremo la capacità, da assimilare poco a poco, di non accusare nessuno perché allora – continua Isaia – “implorerai aiuto ed egli dirà: Eccomi!”. Quando il cuore non accusa nessuno, neanche se stesso, non può cedere all’oppressione, perché il Signore è con lui. Non c’è sventura o afflizione capace di ferirlo a tal punto da aver bisogno di cercare la sua giustizia o la sua rivalsa contro qualcuno, distogliendolo dall’intimità con il suo Signore.

Evidentemente, se Gesù chiede ai discepoli di essere luce del mondo, vuol invitarli a rimanere in lui con la pratica delle beatitudini, perché di se stesso Gesù dice che è la luce del mondo: “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9; “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12). Un’antica glossa bizantina spiega il passo di Matteo così: “Non dice: voi siete luci, ma voi siete luce, perché essi [discepoli] tutti insieme sono il corpo del Messia che è la luce del mondo”.

Indicando i discepoli come luce del mondo, se innestati in lui, chiede loro di essere il segno della misericordia di Dio tra gli uomini, come lo è lui stesso. Non si tratta di una possibilità, ma di una grazia: è la grazia di un incontro, che si è tradotto in comunione di vita. La testimonianza di Gesù si risolve nel far vedere quanto è grande l’amore del Padre per gli uomini, che vuole riuniti nella comunione con lui e fra di essi. La forza che realizza tale comunione è lo Spirito donato da Gesù, la cui opera precipua è proprio quella di realizzare un’umanità solidale, in Cristo Gesù, di realizzare una fraternità condivisa.

Rispetto poi all’immagine del sale, va notato che, se il sale dà sapore alle cose, le cose non possono dare sapore al sale. Il che significa: i discepoli sono chiamati a permeare il mondo con la sapienza del vangelo, ma non servono a nulla se il mondo permea loro con la sua sapienza. I discepoli, mantenendo il mondo degli uomini nell’alleanza con il loro Dio, che li vuole in comunione con lui e tra di loro, tornano a far splendere la Sua presenza tra di loro e rendono la vita desiderabile e amabile. Come prega l’antica colletta: “O Dio, che nella follia della croce manifesti quanto è distante la tua sapienza dalla logica del mondo, donaci il vero spirito del vangelo [= beatitudini], perché ardenti nella fede e instancabili nella carità, diventiamo luce e sale della terra”.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

VI Domenica

(15 febbraio 2026)

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Sir 15,16-21;  Sal 118 (119);  1Cor 2,6-10;  Mt 5,17-37

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Il senso delle letture di oggi è ben descritto dall’antica colletta: “O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora”.

Le parole del Signore, i suoi comandamenti, non sono semplici ingiunzioni o precetti alla cui osservanza è promessa la nostra beatitudine futura. Sono assai di più, sono rivelazione di Lui, modalità di partecipazione alla stessa vita divina, spazi di comunione con lui e con i fratelli, luoghi di intimità. Gesù allude sempre nel suo annuncio del Regno a una eccedenza, a una sovrabbondanza rispetto alla giustizia che cerchiamo con le nostre opere. In effetti, il senso della nostra vita si gioca non nel fare il bene, ma nel farlo per entrare nel segreto di Dio. È un’intimità, che fa vivere la vita dentro un’obbedienza e un’alleanza che sperimentiamo a nostro favore; un’intimità capace di riempire il cuore, di rendere la vita degna di essere vissuta.

È quello che Gesù fa intendere con la proclamazione dal monte delle beatitudini: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5,17).  Fa poi seguire una serie di antitesi: “Avete inteso che fu detto agli antichi … Ma io vi dico …”. Negli esempi che porta, Gesù mostra la reale intenzione di Dio per l’uomo quanto all’esigenza della santità della vita perché noi non ci si chiuda nella menzogna. Non basta evitare di uccidere; Gesù svela la natura omicida dell’ira, del disprezzo, della ribellione contro il proprio fratello. La preghiera è gradita a Dio, ma solo a condizione che il cuore l’innalzi dallo spazio di riconciliazione voluto e cercato con i propri fratelli. Il cuore si sporca non solo con gli atti compiuti, per esempio, l’adulterio consumato, ma anche con i desideri cattivi che lo attraversano quando sono trattenuti e fomentati. L’uomo purtroppo è anche capace di snaturarsi: l’occhio, che dovrebbe aiutarlo a percepire l’inciampo per non cadere, è esso stesso occasione di caduta quando serve il desiderio cattivo.

Gesù fa vedere la forza della proclamazione del Siracide: “Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai” (Sir 15,15). Quando la Parola è la nostra dimora, allora anche la promessa di vita che racchiude ci apparterrà, diventerà il nostro segreto. Con l’umiltà e la gioia di chi, come dice san Paolo: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (1Cor 2,9). Proprio come la colletta pregava: ‘rendici degni di diventare tua stabile dimora’. E si diventa dimora con il custodire le parole (comandamenti) di Gesù, finché siano loro a custodire il nostro cuore nella gioia che rilasciano. Come ancora il Siracide proclama: “I suoi occhi sono su coloro che lo temono” (Sir 15,19). È il senso della compagnia di Dio che custodisce, ristora, infonde coraggio, consola.

Saldi nella fiducia che questo è il dono di Dio per noi, senza alcun merito da parte nostra, come proclama il canto al vangelo: “Ti rendo lode, Padre, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno”. Gesù formula questa preghiera di lode vedendo i discepoli ritornare tutti contenti dalla loro missione di predicazione e li avverte che la gioia che provano non dipende dalla grandezza delle opere compiute, ma dal vivere la comunione con Dio che vuole la salvezza di tutti. Tale principio di comunione non tiene in alcun conto la grandezza degli uomini, tanto che, quando Gesù dovrà svelare il suo destino di Messia annunciando la sua passione, si premurerà di tenere i suoi discepoli al riparo da quella meschina grandezza, così ambita dagli uomini. La cosa è ribadita nel brano evangelico di oggi dicendo che gli uomini, davanti a Dio, non saranno grandi se faranno cose grandi, ma se terranno aperte le cose piccole, ogni cosa più piccola, al mistero del Regno, alla percezione del Regno. Quello che vale per le Scritture, vale anche per la nostra vita.

In questa luce, la ‘giustizia superiore’ alla quale Gesù invita i suoi discepoli non si riferisce ad opere diverse da quelle comandate in precedenza, come esistesse un’opera maggiore rispetto a quelle di prima, ma alla capacità di percezione e alla fedeltà all’intenzione segreta di Dio a cui le opere richieste rimandano. Il ‘compimento’ di cui parla Gesù non allude all’aggiunta di qualcosa, ma alla radicalità dell’esperienza che rimanda direttamente a Dio e alla sua rivelazione. Il compimento di Gesù, che risalterà in tutto il suo splendore con la sua passione e morte, mostra la profondità di provenienza dei comandamenti e la bellezza della promessa di Dio racchiusa nei comandamenti perché l’uomo possa finalmente godere della comunione con il suo Dio, dentro un’umanità solidale, e non semplicemente ‘tenerlo buono’ con la propria giustizia, perché la propria giustizia non fa splendere il cuore.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Quaresima

I Domenica di Quaresima

(22 febbraio 2026)

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Gn 2,7-9;3,1-7;  Sal 50 (51);  Rm 5,12-19;  Mt 4,1-11

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L’inizio della quaresima era stato annunciato con la proclamazione della bontà di tutte le cose: “Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato” (Sap 11,24). Perché allora l’invito alla penitenza? Perché allora le tentazioni? Nell’introdurre il cammino quaresimale con il racconto delle tentazioni di Gesù, la Chiesa rivela una intuizione profonda a proposito del cuore dell’uomo. L’urgenza della conversione non è collocata semplicemente nella lotta tra il bene e il male, ma sul fondale che rende tale lotta necessaria per la verità e la libertà.

L’esperienza, che la prova o la tentazione sia un evento normale della nuova vita in Cristo, non è un dato acquisito pacificamente dalla nostra coscienza interiore. Suona strano per noi che Gesù, subito dopo il battesimo, in cui si narra che su di lui discende lo Spirito in pienezza, venga spinto proprio dallo Spirito nel deserto per essere tentato. Noi percepiamo la tentazione proprio in ragione della mancanza di Spirito, della rarefazione dello Spirito. Le prime parole del tentatore riprendono le parole della voce al Giordano: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Gli sussurrerà: “Se tu sei figlio di Dio”, da intendere: poiché tu sei figlio di Dio, allora …

La vera lotta non è semplicemente tra il bene e il male, ma tra Dio e gli idoli, tra la verità e la seduzione. Non per nulla le collette parlano di vittoria sulle seduzioni del maligno per crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e nella capacità di testimoniarlo con una degna condotta di vita. Tutto il cammino quaresimale punta qui.

In rapporto a che cosa la nostra condotta di vita risulterà ‘degna’? Le tentazioni di Gesù ce lo rivelano. Le tre tentazioni corrispondono alle tre tentazioni del popolo di Israele nel deserto: la fame (manna), la sete (Massa e Meriba), il vitello d’oro. Il diavolo vorrebbe costringere Gesù a dimostrare che è il Figlio di Dio. Lui sa che è stato mandato a conquistare gli uomini e cerca di mostrargli che c’è una via più spiccia per averli dalla sua parte: basta strabiliarli con la potenza e la gloria. Ma la potenza e la gloria sono proprio le dimensioni che Gesù ha rifiutato, ha lasciato radicalmente nelle mani del Padre per assumere la forma di servo. L’inganno starebbe nel fatto di fargli fare qualcosa in nome di Dio senza condividere il segreto di Dio, senza il compiacimento di Dio.

Le tentazioni hanno appunto lo scopo di distoglierci dall’obiettivo vero per suggerirne uno fasullo. Le tre tentazioni sono precedute dall’annotazione che, dopo quaranta giorni di digiuno, Gesù ebbe fame. Non si tratta solo di una fame materiale ma del suo desiderio di realizzare il compito di cui è stato investito come Messia: manifestare l’amore di Dio, portare tutti a Dio. Il suo aver fame richiama il grido sulla croce: ho sete (Gv 19,28). Ha fame e sete degli uomini. È nel suo zelo per gli uomini che viene tentato.

Potremmo commentare le risposte di Gesù con altre sue affermazioni. In rapporto alla prima vale la dichiarazione: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua [= di Dio] giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Ogni bisogno, nobile o ignobile che sia, che non attinga la sua verità da dentro quella misura suprema del regno di Dio e della misericordia salvatrice di Dio, risulterà distruttivo. Non esiste un idolo liberatore o salvatore.

Le parole del diavolo nella seconda tentazione sono rivelate in tutta la loro portata nel momento cruciale della vita di Gesù allorché, appeso in croce, si sente apostrofare: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!” (Mt 27, 42-43). Vi sono racchiuse in sintesi tutte e tre le tentazioni. Se Gesù non salva se stesso (non si sfama con un miracolo), non dimostra nulla (non si butta dal pinnacolo) e non viene liberato dalla morte (adora davvero Dio solo), vuol dire che non si lascia distogliere sotto alcuna forma dall’amore del Padre per noi che lo occupa totalmente.

La terza tentazione è la più infida. Possiamo accostarla all’ammonizione di Gesù: “E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?”. Le azioni che non procedono dall’adorazione di Dio sono vincolate alla gloria del mondo, il cui detentore è il maligno. Con azioni del genere non si svilupperà nel cuore né la gratitudine né la libertà. E l’uomo resterà irretito nell’illusione. Quel genere di illusione, che la terza tentazione adombra, deriva la sua pericolosità dal fatto che l’uomo si accorge dopo delle conseguenze nefaste. Qui l’uomo non ascolta una parola diretta, perché la parola del tentatore è segreta. Tu prima prendi la gloria del mondo, anche a fin di bene, e soltanto dopo ti accorgi che resti irretito nella sua influenza e ti sei allontanato dalla gloria di Dio.

In effetti, la cosa strana è che noi, pur rifiutando l’azione del male, non riusciamo a vincere la sua seduzione perché non rinunciamo alla visione ‘mondana’ sottostante, alla visione del maligno, vale a dire: immaginiamo che Dio debba servire ai nostri scopi o interessi. La vittoria di Gesù sul maligno dice altro, dice che stare dalla parte di Dio significa servire l’uomo nella verità del suo amore per lui.

La penitenza quaresimale va diretta proprio contro l’illusione. Le risposte di Gesù frantumano l’illusione con la quale il diavolo irretisce per impedirci di essere liberi e veritieri. E lo scopo del vincere l’illusione lo rivela assai bene s. Francesco nel commentare il Padre Nostro: “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra: finché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te; con tutta l’anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore. E con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché amiamo il nostro prossimo come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e compatendoli nei mali e non recando offesa a nessuno”. È l’illusione infranta, la libertà acquisita, lo spazio nuovo dell’umanità da riempire con la nostra testimonianza.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Quaresima

II Domenica di Quaresima

(1° marzo 2026)

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Gn 12,1-4a;  Sal 32 (33);  2Tm 1,8b-10;  Mt 17,1-9

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La chiesa ha sempre messo in relazione il Tabor (che nel passo evangelico è chiamato semplicemente ‘alto monte’, come per il monte della tentazione e come per la missione finale in Galilea, forse per indicare simbolicamente il monte escatologico dove affluiranno tutte le nazioni della terra) con il Golgota, allorquando Gesù non apparirà trasfigurato, ma sfigurato. In effetti, nel racconto evangelico, l’evento della trasfigurazione segue il primo annuncio della passione (cfr. Mt 16,21-28, introdotto con l’espressione solenne ‘da allora’ per indicare la decisione solenne di Gesù di andare a Gerusalemme), l’ammonizione a seguire Gesù rinnegando se stessi e la misteriosa predizione di vedere venire il regno di Dio. Sembra che l’evento della trasfigurazione risponda a tutte queste tre annotazioni.

Una duplice tensione anima la liturgia: a) proclama l’evento della trasfigurazione di Gesù per esaltarne la tensione alla Pasqua (Gesù è in colloquio con Mosé ed Elia a proposito del suo esodo) perché si compiano le Scritture e sia rivelata la grandezza dell’amore di Dio per noi; b) fa emergere la tensione che lavora il cuore dell’uomo nel suo desiderio di vedere il volto di Dio e saziare la sua nostalgia.

La liturgia si apre con l’antifona di ingresso: “Di te dice il mio cuore: «Cercate il suo volto». Il tuo volto io cerco, o Signore. Non nascondermi il tuo volto” (Sal 26,8-9). Solo chi ha quel desiderio in cuore può vedere il volto luminoso di Gesù. Il salmo 26 incomincia con “Il Signore è mia luce e mia salvezza”; prosegue con “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore” e finisce con “Mostrami, Signore, la tua via”. È la tensione di una vita.  Quando il salmo proclama: “Non nascondermi il tuo volto”, supplica Dio per due cose precise: perché faccia sentire la sua presenza e si degni di far vedere il suo volto. Sulla tensione di fondo del cuore, che la colletta del martedì della prima settimana di quaresima così esprimeva: “Volgi il tuo sguardo, Padre misericordioso, a questa tua famiglia, e fa che superando ogni forma di egoismo risplenda ai tuoi occhi per il desiderio di te”.

Il punto di convergenza delle due tensioni non riguarda però il vedere, ma l’ascoltare. Il racconto della trasfigurazione culmina nella voce che risuona da dentro la nube: “Questi è il mio Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. La reazione emotiva dei discepoli, quel senso di intimo timore insieme al senso di rapimento che vivono, è abbinato all’ascolto, non alla vista. Come a sottolineare che, se il racconto è per gli occhi, lo scopo che ne costituisce la ragione è per gli orecchi, con l’evidente conseguenza che soltanto ascoltando si potrà vedere.

Se riferiamo la voce alla circostanza della settimana precedente quando, dopo che Gesù aveva svelato il suo destino di passione, Pietro l’aveva preso in disparte rimproverandolo: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai” (Mt 16,22), risuona assai più profondamente nel nostro cuore. L’invito non è semplicemente: ascoltate quello che dice, ma: seguitelo fin sulla croce, perché là sarà manifestato il segreto dell’amore di Dio per gli uomini. Non è un’esortazione per l’uomo recalcitrante; è l’accesso alla verità di Dio, che non rientra nell’orizzonte umano, ma di cui il cuore dell’uomo ha bisogno per rispondere agli aneliti che porta e conoscere finalmente il suo Dio.

Quando nel Padre nostro invochiamo: “sia santificato (=glorificato) il tuo nome”, chiediamo appunto questo: Signore, rivelati nella tua verità, rivela il tuo volto al nostro cuore! Se il Signore si rivela al nostro cuore, allora anche le cose si rivelano e solo allora potremo cogliere il loro ‘splendore’, il segno della gloria di Dio diffusa su tutta la creazione, perché tutte le cose ci parleranno della gloria di Dio, vale a dire del suo amore per noi.

La tensione del mostrarsi di Dio all’uomo converge verso questo unico punto: conoscere il suo Figlio amato, vedere il suo Volto. Ascoltarlo significa percepire che la vita consiste in questo immergersi e ritrovarsi nello splendore del suo Volto; significa vedere se stessi, le cose, il mondo, la storia, da dentro il rapporto con questo Figlio amato. Ed è per questo rapporto vissuto che, per noi come per Pietro e tutti i discepoli, si rivela al nostro cuore quanto è fascinosa la visione, quanto è drammatico il rinnegamento, quanto penetrante lo sguardo del Signore misericordioso su di noi, quanto persuasive le sue parole, quanto tenere le intimità godute, quanto angosciante la lontananza, quanto forte e costringente il suo amore.

L’esempio di Abramo è eloquente. Sente la voce di Dio: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre”. L’espressione singolarissima, nel testo ebraico, è ‘lek leka’, che traduciamo con ‘vattene’, ma che andrebbe resa, secondo la vocalizzazione tradizionale: ‘vai a te’, ‘vai verso te stesso’. Contemporaneamente un esodo e un ritorno. Un esodo da qualcosa che impedisce la scoperta del senso pieno del vivere e un ritorno a ciò che ci costituisce nell’intimo per vivere in gratuità e servizio la nostra vocazione all’umanità. Abramo non conosce nulla del nuovo paese: sa solo che Dio gliene fa promessa. Sarà il suo ascoltare che gli consentirà di vedere la benedizione realizzarsi. Proprio perché accetta la relazione con colui che lo coinvolgeva nella sua storia sacra fino a diventare il suo Dio, lascia la sua casa (se scegli il Padre celeste, devi lasciare quello terreno; se scegli il regno di Dio, devi lasciare ogni altro regno; se ti accetti da Dio, di Dio e secondo Dio devi vivere, come dirà Cipriano nel suo commento al Padre nostro) e per questo, oltre a godere della benedizione di Dio, diventa benedizione lui stesso per tutti perché rivela la grandezza dell’amore di Dio e lo splendore che si irradia su tutto.

Così, se Abramo ascolta Dio, Gesù ascolta il Padre, i discepoli ascoltano Gesù e il frutto della benedizione promessa rivelerà il suo splendore. Per gli uomini, quello splendore consisterà nel condividere, nella loro umanità, lo sguardo di compiacenza del Padre, che riposa tutto sul suo Figlio benedetto, fatto uomo. L’ascolto condurrà così alla visione di colui che, mentre ci squaderna il segreto di Dio per l’uomo, fa rilucere il mondo dello splendore della sua bellezza.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Quaresima

III Domenica di Quaresima

(8 marzo 2026)

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Es 17,3-7;  Sal 94 (95);  Rm 5,1-2.5-8;  Gv 4,5-42

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Anticamente i fedeli che si preparavano al battesimo, che avrebbero ricevuto nella solenne veglia pasquale, venivano accompagnati con delle catechesi, la prima delle quali cominciava con la liturgia di oggi. Nel colloquio con la samaritana al pozzo di Giacobbe, Gesù si definisce Acqua viva, sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna. Nella prossima, con la vicenda del cieco nato, Gesù è definito Luce; nella terza, con la risurrezione di Lazzaro, Gesù si presenta come Vita.

La liturgia quaresimale indica i percorsi della conversione del cuore con le domande di fondo essenziali. Una di queste domande, forse non sempre espressa, ma continuamente serpeggiante nel cuore, è quella del popolo di Israele, esasperato nel deserto dalla fame e dalla sete: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,7). La domanda del popolo non è provocatoria o irriverente; semplicemente, è angosciante: il Signore è con noi? Ogni prova fa emergere il dubbio: ma Dio vuole davvero il nostro bene? L’insinuazione dell’antico serpente disturba i sogni di felicità dell’uomo. Nel riferirci a Dio, quello che forse il nostro cuore stenta a credere è sentirlo pieno di desiderio di noi, è sentire la sua ‘sete’ di noi. Nel prefazio della messa di oggi la chiesa proclama: “Egli, chiedendo alla Samaritana l’acqua da bere, già aveva suscitato in lei il dono della fede e di questa fede ebbe sete così grande da accendere in lei il fuoco del tuo amore”.

Il commento del salmo responsoriale di oggi, dopo la prova di Massa e Meriba, non può essere che la riaffermazione della fiducia nel nostro Dio, roccia della nostra salvezza. Tanto che la Chiesa, nei secoli, ha sempre interpretato quell’esperienza come l’esperienza di riferimento per la vita dei fedeli. Ogni mattino, nella preghiera della Chiesa d’occidente risuona l’invito: “Venite, prostrati adoriamo” e nella Chiesa d’oriente: “Venite, adoriamo e prostriamoci al Re, nostro Dio. Venite, adoriamo e prostriamoci al Cristo, nostro Dio. Venite, adoriamo e prostriamoci a lui, il Cristo re e Dio nostro”. L’invito è per l’esultanza. Si è convocati per l’esultanza nella salvezza goduta del nostro Dio. Risuona l’eco delle parole di Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro” (Mt 11,28); “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità…” (Mt 25,34).

È Gesù che chiede da bere alla samaritana. Questo dettaglio rimanda alla sete di Gesù sulla croce: “Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: ‘Ho sete’” (Gv 19,28). Come a dire che tutta la Scrittura è l’espressione della sete di Dio per noi. Gesù è affaticato da un viaggio e si siede sul pozzo, assetato; Gesù è sulla croce, riarso dalla sete, come spasimo di un corpo ormai distrutto. Eppure, l’annotazione dell’evangelista non ha un valore cronachistico, ma simbolico, teologico. Ciò che aveva colto madre Teresa, tanto da far scrivere sull’abside di tutte le cappelle delle sue comunità: Ho sete!

Del resto, il brano dell’incontro di Gesù con la samaritana è uno di quei brani di cui ci sfuggono continuamente le allusioni, dandoci netta l’impressione di sentirci stranieri in casa nostra. Il brano acquista ben altre risonanze se teniamo presenti le reminiscenze legate al luogo, Sichem (cfr. Gen 12,6; 34; 37; Gs 24; 1Re 12) e soprattutto al pozzo, carico di una simbolica nuziale. Nota era la leggenda targumica legata al pozzo di Giacobbe raccontata a commento del passo di Gen 29,10, quando Giacobbe leva la pietra dal bordo del pozzo per dare da bere al gregge di Labano: “Quando il nostro padre Giacobbe levò la pietra da sopra la bocca del pozzo, la fonte zampillò su e venne alla sua bocca e zampillava e veniva alla bocca per vent’anni – tutti i giorni che abitò ad Haran”. Nel sogno popolare il pozzo di Giacobbe trasbordava spontaneamente, senza bisogno di attingere e irrigava, con i suoi quattro bracci, tutto il campo di Israele come il fiume del paradiso terrestre in Gen 2,10-14. Quando la samaritana si rivolge a Gesù come a uno che si vorrebbe più grande di Giacobbe, allude esattamente a quel ‘sogno ’e rivela indirettamente che Gesù è proprio colui che quel sogno realizza per l’uomo. Dire che la samaritana ha avuto cinque mariti e che quello che aveva non era suo marito vuol dire alludere al trasferimento di cinque popolazioni pagane in Samaria per opera del re di Assiria (cfr. 2Re 17,24) e al traviamento rispetto all’alleanza con il Signore non più servito in santità.

È anche possibile leggere il brano con le allusioni alla passione del Signore: l’ora sesta è l’ora in cui ha luogo la crocifissione; l’acqua che zampilla fa riferimento al costato, aperto dalla lancia del soldato, da dove fuoriescono sangue e acqua; la proclamazione finale dei samaritani che Gesù è il salvatore del mondo allude al riconoscimento sotto la croce che Gesù è davvero Figlio di Dio.

Il brano poi è suddiviso in due scene: il colloquio con la samaritana incentrato sull’immagine dell’acqua e il colloquio con i discepoli incentrato sull’immagine del cibo. Ci sono due tipi di acquietamento della sete e della fame che non soddisfano l’uomo alla ricerca di relazione, di senso, di vita, di felicità: la pratica della Legge come un assolvimento di obblighi e l’esibizione di innocenza vantata. Anzi, provocano delusione e tristezza. Il punto nevralgico del racconto dei due colloqui è dato dal fatto che l’uomo, desideroso di acqua viva e cibo vero, si trovi aperto alla rivelazione donata da Dio: lì davanti c’è colui che, unico, ha il potere di dare la vita, di fornire la fonte dell’acqua, di dare il cibo di vita eterna, il suo stesso corpo. “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito…”: cogliere questa rivelazione in quell’uomo che ti parla, che ti ha voluto incontrare, che ti segue nei meandri del tuo cuore e che, facendoti emergere il desiderio di verità e di vita che vi sta sepolto, lo può soddisfare, è tutto il mistero della conversione. Conversione, che si riassume nell’espressione della Scrittura: ‘guarderanno a colui che hanno trafitto’, vale a dire: incontro rigenerante con colui che ti disseta e sfama con l’amore che quella ferita ha mostrato al mondo. Quando, rimirando quell’innocente appeso sulla croce, ci si rende conto del mistero dell’amore di Dio che è arrivato agli uomini, allora la parola di verità ascoltata si fa parola vera del mio cuore, la promessa di vita diventa vita mia, la sua sete e fame di noi si fa acqua e cibo per la vita del nostro cuore, dono di Dio e volontà di bene di Dio per noi. A questo allude l’esortazione del salmo e di Gesù: “Se ascoltaste oggi la sua voce!”; “Se tu conoscessi il dono di Dio …”.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Quaresima

IV Domenica di Quaresima

(15 marzo 2026)

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1Sam 16,1b.4.6-7.10-13;  Sal 22 (23);  Ef 5,8-14;  Gv 9,1-41

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I tratti che avevano definito la venuta del Cristo nel prologo del vangelo di Giovanni (“in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini […] Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”), con il vangelo del cieco nato si impongono alla coscienza dei fedeli. Ciò che la colletta della prima domenica di quaresima aveva invitato a chiedere: “concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo”, viene ripreso dalla colletta di oggi: “… perché vediamo colui che hai mandato a illuminare il mondo e crediamo in lui solo”.

Il racconto della guarigione del cieco, nella prospettiva battesimale nella quale la chiesa lo proclama, può essere accostato da vari punti di vista. Consideriamo la persona del cieco nella sua progressiva apertura alla fede. Non è lui a chiedere la guarigione: l’iniziativa è di Gesù. Lui ha fiducia e va a lavarsi alla piscina di Siloe, quella dalla quale veniva attinta l’acqua portata solennemente verso il tempio e versata attorno all’altare nella solennità della festa delle capanne (cfr. Gv 7,37-39). Siloe significa piuttosto ‘chi invia [le acque]’e Giovanni, rendendolo al passivo, ‘Inviato’, indica che la nostra guarigione si trova in Gesù, che poco prima si era definito ‘inviato’ dal Padre. Nelle parole del cieco guarito Gesù è indicato prima come ‘quell’uomo che si chiama Gesù’, poi ‘un profeta’, poi ‘che è da Dio’ e infine, davanti alla domanda di Gesù che lo va a cercare dopo che è stato cacciato dai farisei: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”, risponde: “Io credo, Signore!”.

La progressione segnala la dinamica spirituale del credente. Da un singolo evento (la guarigione dalla cecità) si arriva al coinvolgimento di tutta la propria vita (la fede nel Figlio dell’uomo). Oppure, per esprimerla con altra immagine, dalle cose si passa a scoprire un Volto e da questo Volto si torna, nuovi, alla propria vita, alla propria storia. Gli eventi ci sono dati per scoprire il Volto di colui che il nostro cuore cerca e la scoperta di questo Volto ci rimanda agli eventi perché siano vissuti nella luce e nella vita che da lui promanano.

Molto significativa l’introduzione del brano. I discepoli interrogano: “chi ha peccato, lui o i suoi genitori?”. La domanda esprimeva il tentativo di sfuggire all’angoscia del male da parte di una coscienza religiosa. Noi non formuleremmo più la domanda in quei termini, ma non per questo l’interrogativo di fronte al male ha perso la sua angoscia lancinante. Gesù non dà risposta in termini ‘ragionevoli’. Invita più semplicemente, ma più potentemente, a distogliere lo sguardo dal passato e volgerlo al futuro: “ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Cosa significa? Vuol solo alludere al fatto che Gesù si appresta a fare il miracolo? No, certamente. Gesù indica la prospettiva per vivere la vita, segnata dal male, nella fede in lui. Cercare la causa del male ‘indietro’ ci inchioda al non-senso e alla rabbia della frustrazione. La motivazione va cercata ‘in avanti’, rispetto a un qualcosa che per noi deve ancora farsi, deve ancora rivelarsi. Ma non si tratta più di cose, di eventi, bensì di incontri, di volti. È il mistero stesso della fede. La vita scaturisce dalla fede nel senso che la si può vivere ricevendola dalle mani di colui che ci è venuto incontro ed ha mostrato il suo Volto. Del resto, il mistero dell’amore umano trova qui le radici del suo insopprimibile fascino, nonostante le ferite e le delusioni alle quali così spesso ci condanna.

L’unico modo per riscattare il male è quello di aprirsi allo spazio futuro, nella consapevolezza però di non stupirsi che il male ci venga a cercare. Ma se il male ci viene a cercare, è perché si manifestino in noi le opere di Dio. È l’insegnamento della Tradizione sulle tentazioni: “quando sopraggiunge una tentazione, non cercare perché o a causa di chi è venuta: ma in che modo sostenerla con rendimento di grazie, senza tristezza e senza rancori”; “Prega perché non venga su di te la tentazione. Ma se poi viene, accettala non come cosa estranea, ma tua” (Marco Asceta, A quelli che si credono giustificati, 198; La legge spirituale, 164). E per quale scopo se non per rinunciare definitivamente alla rivendicazione dei nostri diritti e fidarsi invece del Bene di Colui che ci viene incontro? Non stare inchiodati al passato significa percepire che Qualcuno si è mosso per venirci incontro.

Quando il salmo 22 proclama che il pastore fa riposare le pecore presso acque tranquille, allude proprio al Bene di Dio in cui c’è riposo. Le acque tranquille – in ebraico, le acque di ‘menuchot’- richiamano la creazione del riposo/ristoro nel settimo giorno della creazione. Gli antichi rabbini hanno intravisto un atto di creazione anche nel settimo giorno: “Che cosa è stato creato il settimo giorno? La ‘menuchà’, la tranquillità, la serenità, la pace e il riposo” (Cfr Gen Rabbà, 10, 9). È lo stato in cui non vi è contesa né lotta, né paura né diffidenza; è vita del mondo futuro, vita eterna. Proprio quella ‘vita abbondante’ che Gesù riconsegna agli uomini che lo accolgono. È la gioia di un amore che non sarà più mortificato da nulla, amore che, testimoniato nel suo splendore sul calvario, è donato come Spirito di vita agli uomini che nel ‘crocifisso’ colgono il compimento della promessa di Dio per l’uomo.

Non solo. Ma quando Gesù dice “Io sono la luce del mondo” non si può non risalire al racconto della creazione in Genesi 1,3, quando fu creata la luce. Non è semplicemente la luce fisica, quella che deriva dal sole, creato solo nel quarto giorno. È la luce della santità di Dio, splendore di amore per noi, che attraversa il mondo, luce che però è stata nascosta. È la luce che fa cogliere il mondo dentro uno sguardo unico. È la luce che il messia rivelerà. È la luce che Gesù ha fatto risplendere liberando gli uomini succubi dell’illusione dell’antico serpente, che li ha privati della gloria di Dio. Come fa pregare l’antica orazione dopo la comunione: “O Dio, che illumini ogni uomo che viene in questo mondo, fa risplendere su di noi la luce del tuo volto [il Signore nostro Gesù Cristo], perché i nostri pensieri siano sempre conformi alla tua sapienza e possiamo amarti con cuore sincero”.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Quaresima

V Domenica di Quaresima

(22 marzo 2026)

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Ez 37,12-14;  Sal 129 (130);  Rm 8,8-11;  Gv 11,1-45

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Dei sette segni di Gesù raccontati da Giovanni, la risurrezione di Lazzaro è il settimo. È la rivelazione ultima, a noi accessibile, del Figlio di Dio, che ci introduce nel mistero della sua morte e risurrezione. In effetti, il brano termina con la decisione del sommo sacerdote di mettere a morte Gesù per salvare la nazione: “Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo” (Gv 11,53).

Gesù stesso si premura di fornire la prospettiva nella quale vedere il miracolo: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11,4). Gesù ha appena saputo della malattia mortale del suo amico Lazzaro, ma non si muove subito. Il lettore del vangelo è subito avvertito di aguzzare lo sguardo. Non si tratterà di assistere semplicemente al miracolo di un richiamo alla vita di un uomo morto, ma di cogliere quello che da quel miracolo scaturisce, cioè l’ora della passione di Gesù nella quale lui sarà glorificato. Se Gesù, a proposito di Lazzaro, parla della sua gloria, non lo fa tanto in riferimento al miracolo che sta per compiere, ma in riferimento al fatto che tale miracolo costituisce il via libera alla sua ora, l’inizio della sua passione. Non per nulla i discepoli, Tommaso in testa, dicono: “Andiamo anche noi a morire con lui” (Gv 11,16). Il vedere Gesù che fa ritornare in vita Lazzaro non induce a una esaltazione della sua persona, ma fa presagire come e perché Gesù abbia tale potere e quindi mette in risalto la sua disponibilità a morire per manifestare in tutta la sua potenza l’amore del Padre, da cui scaturisce la sua glorificazione e la vita per noi.

L’aveva proclamato precedentemente: “Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole” (con la sfumatura di significato: ‘dà la vita a coloro cui vuole bene’) (Gv 5,21). Il brano del profeta Ezechiele l’ha sottolineato con l’immagine potente del soffio sulle ossa aride per indurre il popolo, deportato e avvilito oltre ogni speranza, a credere alla potenza di salvezza del Signore, che l’avrebbe liberato e fatto abitare nella terra santa di Israele. Il racconto del miracolo non tende a suscitare in me che ascolto il desiderio di ottenere anch’io un miracolo, ma a entrare in relazione con colui che compie il miracolo in modo da godere della comunione di vita con lui, in modo da godere anch’io del dono della sua vita.

Inaspettatamente, quando Gesù chiede a Marta se crede a quello che le aveva detto, lei risponde: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. Non dice: io credo che tu hai il potere di far risorgere i morti. Afferma la verità del suo incontro con lui, del suo amore. È per questo che potrà vedere la gloria di Dio. Così l’antica colletta ci fa pregare: “Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”. Quella carità è il frutto della sua glorificazione. Il combattimento spirituale, la lotta contro il male, l’osservanza dei comandamenti altro non è che una partecipazione alla potenza della risurrezione, allorché la vita viene vissuta nella carità del Cristo che niente e nessuno potrà mortificare. È il principio della vita eterna, quello di una vita che non abbia altra consistenza se non come carità. L’incontro con Gesù apre a questa dimensione. Se lui è datore di vita lo è perché, facendo vivere nella sua carità, impedisce alla morte di tenere prigioniero il nostro cuore.

Il nostro gridare, nel salmo responsoriale: “Dal profondo [secondo la versione greca: Dalle profondità] a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce”, deriva dalla coscienza della nostra mortalità, non semplicemente come termine della vita biologica, ma come abisso di mortificazione della vita che stenta ad accedere alla carità di Dio. Quella ‘mortificazione della vita’ il Signore vince. L’espressione del salmo ‘redimere dalle colpe’ vuol dire tornare a far fluire la vita abbondante, come riporta il profeta Ezechiele: “vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore” (Ez 37,14). L’episodio della risurrezione di Lazzaro si chiude non con il riconoscimento o l’incontro affettuoso di Lazzaro con Gesù, ma con il comando: “Liberatelo e lasciatelo andare”. Corrisponde all’invito di Gesù, dopo i miracoli di guarigione: ‘Va’, la tua fede ti ha salvato’. Venire a Gesù (questo potrebbe anche voler significare il grido di Gesù: Lazzaro, vieni fuori!) comporta vivere della sua vita, della vita che lui può dare e lo spazio di espressione di questa vita è ormai dato dalla fraternità che si vive nel mondo. A questa Gesù rimanda.  

Dal punto di vista di Gesù, prevale il rendimento di grazie: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto…”. Gesù è venuto per fare la volontà di Colui che l’ha inviato. La sua volontà è vivere in modo tale che l’amore del Padre per gli uomini possa risplendere in tutta la sua gloria. E questo si realizza con la sua passione e morte in croce, tanto che quella volontà di carità, non solo non ne resta mortificata, ma diventa per tutti noi che crediamo in lui fonte di vita non più soggetta alla morte. Questo fa sgorgare dal suo cuore il rendimento di grazie al Padre. 

Gesù non ha voluto risparmiare la prova ai suoi amici. Viene a condividerla, tanto da restarne intimamente e profondamente scosso, tanto da esporsi alla sua prova, anzi provocando la sua prova con l’arresto e la morte imminenti.  Ma la sua non è una semplice condivisione della sofferenza umana. Il suo rendere grazie l’attraversa, la porta fino in fondo. È però più forte della morte e se esulta, non è per aver impedito il suo corso, ma per aver trionfato su di essa dopo averle lasciato esprimere tutto il suo potere. Ciò che Gesù ci ottiene non è la vita dopo la morte, ma la vita nella morte. È la rivelazione dell’amore come vita eterna, immortificabile perché piena.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Quaresima

Domenica delle Palme

(29 marzo 2026)

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COMMEMORAZIONE DELL’INGRESSO DI GESÙ IN GERUSALEMME

Mt 21,1-11

PASSIONE DEL SIGNORE

Is 50,4-7; Sal 21 (22); Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

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La liturgia della domenica delle Palme introduce alla settimana cruciale per la storia del mondo, quella che permette una visione d’insieme della creazione e della storia dell’umanità: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito … per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 3,16 e 11,52). Le celebrazioni di questa settimana mostrano fino a che punto Dio ha amato il mondo, fino a che punto Gesù ha obbedito a questo amore, fino a che punto l’uomo è prezioso agli occhi di Dio.

L’arrivo a Gerusalemme di Gesù, nella narrazione di Matteo, è preceduto dalla guarigione a Gerico di due ciechi, dei quali si dice: “Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito ricuperarono la vista e lo seguirono” (in Marco il racconto si riferisce al cieco Bartimeo di cui si dice: “Subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada”). Quella strada portava a Gerusalemme. C’è bisogno di avere gli occhi aperti per cogliere il senso dell’arrivare di Gesù a Gerusalemme. Qui porta il suo cammino, qui lo spinge la sua vocazione, qui si compie quel disegno del Padre che Gesù andava illustrando con le sue parole e con i suoi atti, sebbene nessuno, neanche i suoi discepoli, fosse ben consapevole della posta in gioco.

È singolare che nel rito ambrosiano la liturgia della domenica delle Palme comporti due celebrazioni distinte: la messa dell’ingresso trionfale e la messa del giorno con il brano del servo sofferente di Isaia ed il vangelo dell’unzione a Betania di Maria. A Betania l’ammirazione per Gesù domina la scena; nessuno si avvede ancora di ciò che si va preparando. Soltanto una donna, nella tenerezza del suo amore, intuisce il mistero di Gesù. Spezzare quel vasetto di unguento assai prezioso, ungere i piedi di Gesù e asciugarli con i suoi capelli finché tutto in quella casa senta di quel profumo, risponde al desiderio di accompagnare Gesù nella sua solitudine. Quel profumo rivela la morte imminente, che nessuno è pronto ad accettare, ma anche tutto l’amore che quella morte significa ed esprime, tutto l’amore che quel corpo ‘dato per noi’ significa ed esprime. I Padri antichi hanno visto in quel profumo versato su Gesù il pentimento dei nostri cuori, pentimento che si allarga ed impregna tutto perché l’amore che Gesù ha testimoniato con la sua passione non resti estraneo a niente di noi e perché niente di noi resista a tale amore.

Secondo la profezia messianica di Zaccaria 9,9-10, Gesù entra in città seduto sull’asina, tra i gesti di devozione dei discepoli e della folla che stendevano al suo passaggio i loro mantelli. La scena ha sapore regale perché ricorda la proclamazione di Salomone come re di Israele sulla mula di Davide (1Re 1,33-34); ricorda i patriarchi (Abramo si incammina verso il monte Moria per il sacrificio di Isacco a dorso di asino); richiama il re Messia mite e pacifico, che disdegna i cavalli perché simbolo di guerra.

Nel particolare delle fronde tagliate riecheggia il Sal 117,27: “Formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell’altare” allorquando i sacerdoti dal tempio benedicevano i pellegrini che vi salivano dicendo: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore … Dona, Signore, la tua salvezza [= Osanna]”. La citazione risulta ancor più misteriosa se si tiene conto dell’antica versione aramaica: “Legate la vittima per la festa con rami frondosi fino agli angoli dell’altare”. A Gesù si fa festa perché è la vittima prescelta, ma nessuno ancora lo sa se non lui. L’acclamazione dell’Osanna era già risuonata sulla bocca degli angeli alla nascita di Gesù e risuona ora sulla bocca dei discepoli per la sua morte.

Dal tripudio dell’ingresso in Gerusalemme la celebrazione passa repentinamente al dramma del racconto della passione, che dischiude direttamente il clima della settimana santa. La prima lettura riporta il terzo carme del Servo del Signore: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”, commentato dal salmo 21, straordinaria testimonianza profetica della passione di Gesù. La seconda lettura riprende l’inno di Paolo nella sua lettera ai Filippesi: “… svuotò se stesso assumendo una condizione di servo … umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. L’aspetto straordinario di rivelazione di questo testo paolino è dato dal fatto che il movimento di svuotarsi (non ritenere un privilegio l’essere come Dio) continua anche nel suo essere uomo perché vive la sua umanità nel farsi servo, nel farsi schiavo fino a essere calpestato e ucciso. Però Gesù vive la sua umanità nell’obbedienza, vale a dire nella condivisione più intima dell’amore del Padre per i suoi figli, di cui Gesù è il Testimone per eccellenza. Così il suo svuotarsi diventa un inno d’amore, il dono di accessibilità per tutti a godere di questo grande amore: è tutto il mistero della redenzione.

Per tutta la settimana santa si leggerà il libro del profeta Isaia nei quattro canti del Servo del Signore (cap. 42, 49, 50 e 53) che, insieme al salmo 21, costituiscono le testimonianze profetiche per eccellenza della passione di Gesù. Sono quei versetti a costituire la cornice di riferimento per lo svolgimento dei riti santi e sono quei versetti a esprimere la profondità e la tenacia dell’amore di Dio per l’uomo, così prezioso ai suoi occhi. Le espressioni sono altamente drammatiche ma l’esito colmo di speranza. Dalle prime parole del salmo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” si arriva alle ultime, già piene del frutto di grazia ottenuto: “E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: Ecco l’opera del Signore!”. Ma il tragitto passa per momenti estremamente oppressivi: “Ma io sono verme e non un uomo, rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente … Hanno scavato [forato] le mie mani e i miei piedi. Posso contare tutte le mie ossa…” (Sal 21). Parole ancora piene degli echi del profeta Isaia che descrive il Servo del Signore così: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire … Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53). Parole e echi che si concretizzano in quell’uomo, inviato da Dio, vilipeso, schiacciato, deriso, torturato, crocifisso, che noi contempliamo nelle celebrazioni pasquali, il nostro Signore Gesù Cristo, che per noi ha patito, è morto e risorto, in obbedienza in tutto all’amore del Padre per noi.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Pasqua

Pasqua di Risurrezione

(5 aprile 2026)

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At 10, 34a.37-43;  Sal 117 (118);  Col 3,1-4;  Gv 20,1-9

IL SIGNORE È RISORTO! È VERAMENTE RISORTO!

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È l’annuncio che oggi risuona in tutto il mondo dalle chiese cristiane (per gli Ortodossi l’annuncio risuonerà da domenica 12 aprile). L’annuncio è tanto più evocativo quanto più gli occhi hanno contemplato nei giorni precedenti l’Uomo dei dolori, colui che Pilato aveva presentato: ‘Ecco l’uomo’! È l’Uomo che aveva dato inizio al suo cammino di passione celebrando con i discepoli la sua ultima cena pasquale, diventata per noi ‘la cena del Signore’, l’eucaristia, memoriale perenne della sua passione, morte e risurrezione. In quella celebrazione, con la lavanda dei piedi, l’amore è stato definito nel suo mistero di dono (“questo è il mio corpo, che è per voi”) e di servizio (“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”).

Il profeta Isaia aveva preannunciato: “Si compirà per mezzo suo la volontà del Signore” (Is 53,10). Non tanto nel senso che la volontà del Signore fosse di condurlo alla passione, ma piuttosto nel senso che la volontà di bene e di salvezza da parte di Dio per gli uomini potesse risplendere in tutta la sua forza e il suo splendore proprio per mezzo della sua passione. E Giovanni interpreta con il profeta Zaccaria 12,10: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (da leggere, secondo il testo ebraico e greco della LXX: “Guarderanno verso di me che hanno trafitto”).

Nel racconto di Giovanni, la domenica di Pasqua, il giorno uno della settimana, dischiude un tempo completamente diverso, un tempo nel quale tutto ciò che è stato compiuto fino ad ora si rivela nella sua novità. Il personaggio che ci conduce alla soglia di questa novità è proprio Maria Maddalena, quella che per prima sente la ‘dolcissima voce amica’ chiamarla per nome. Come dice una preghiera: “Oh, la tua divina, la tua dolcissima voce amica! Con verità hai promesso, Cristo, che saresti rimasto con noi fino alla fine dei secoli. E noi fedeli esultiamo, possedendo quest’ancora di speranza”. Essa viveva un’angoscia personale, un sentimento di assenza irrimediabile. Per prima vede la pietra del sepolcro tolta via e corre ad avvertire i discepoli: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo hanno posto”.

Giovanni parla della pietra tolta via dal sepolcro per sottolineare, in questo Giorno della Risurrezione, che viene tolto l’ultimo impedimento alla ‘visione’, come poi il brano dirà a proposito di Giovanni entrato nel sepolcro: “Vide e credette”. È come una richiesta che viene sussurrata al cuore dei possibili lettori del vangelo, la richiesta di avanzare nella conoscenza del mistero, di salire fino all’intelligenza della risurrezione che viene svelata poco a poco. La tensione del racconto punta qui. Un invito per noi alla gioia della sua conoscenza perché profumi la nostra vita e ne manifesti lo splendore. Possiamo tutti essere custoditi e accompagnati dalla tenacia dell’amore del Signore per noi, che, come ha promesso: “ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Non si può non notare che il vangelo di Giovanni introduce al mistero della risurrezione con un crescendo rispetto alla ‘potenza’ del vedere, espressa in greco da tre verbi. Prima semplicemente si guarda (Maria Maddalena vede la pietra tolta dal sepolcro e Giovanni, arrivato per primo al sepolcro, guarda da fuori nel sepolcro e vede i teli), poi si osserva attentamente, si contempla (Pietro, entrato nel sepolcro, guarda attentamente i teli e il sudario posto in un luogo a parte), infine si conosce, si intuisce intimamente la verità delle cose (Giovanni, entrato nel sepolcro, vede e crede). È l’ascesa suggerita dall’evangelista per fare esperienza del mistero della risurrezione.

Per questo, con la liturgia bizantina, i fedeli proclamano: “Giorno della risurrezione! Irradiamo gioia per questa festa solenne e abbracciamoci gli uni gli altri. Chiamiamo fratelli anche quelli che ci odiano: tutto perdoniamo per la risurrezione, e poi acclamiamo: Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte, e ai morti nei sepolcri ha elargito la vita”.

È la gioia di essere riconsegnati all’amore del Padre perché “per riempire della tua gloria tutte le cose, sei disceso nelle profondità della terra; a te infatti non era nascosta la mia persona in Adamo: sepolto e corrotto tu mi rinnovi, o amico degli uomini”. Fatti a immagine di Dio, con l’Uomo, che ha patito, è morto e risorto per noi, possiamo diventargli somiglianti perché la lode dell’amore del Padre tutto conquisti. È nell’umanità di quell’Uomo, Figlio di Dio, morto e risorto, che Dio dimora, con lo splendore di un amore che a tutti è rivolto e tutti vuole inglobare.

E la gioia della chiesa prorompe, prima sommessa e poi esultante, alla notizia della risurrezione del Signore. La notizia è certa, ma non evidente. La notizia è vera, ma non apodittica. Quella notizia ha bisogno di tempo per apparire in tutta la sua potenza, per convincere i nostri cuori e scoprir loro la sorgente di gioia inesauribile che costituisce. Ha bisogno di spazi per espandersi, ha bisogno di condivisione per rafforzarsi, ha bisogno di testimonianze per risplendere. Sono i tempi della chiesa, gli spazi dell’umanità, la condivisione e le testimonianze dei credenti, perché i nostri cuori finalmente si convincano a vedere e a riconoscere il Signore Gesù in tutta la sua bellezza, morto e risorto per noi.

BUONA PASQUA!

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Pasqua

II Domenica di Pasqua

(12 aprile 2026)

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At 2,42-47;  Sal 117;  1Pt 1,3-9;  Gv 20,19-31

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Se la risurrezione di Gesù inaugura il giorno fatto dal Signore, si comprende come essa non potesse appartenere all’orizzonte mentale dei discepoli. I racconti di risurrezione lo provano. Ma allora qual è il significato di quei racconti? In Giovanni, a differenza dei sinottici, i racconti delle apparizioni del Risorto non hanno un valore apologetico; non mirano semplicemente a comprovare la realtà del corpo risorto di Gesù. La risurrezione di Gesù non è il miracolo che può convincere della sua divinità. La fede degli apostoli come quella dei discepoli che li seguiranno, quindi anche la nostra, riposa sempre sulla parola trasmessa con la forza dello Spirito Santo e non sui segni visibili della Presenza. Non esiste evidenza costringente del mistero di Dio e del suo amore per gli uomini.

Il mondo non può vedere, il discepolo sì. Ciò significa che in gioco non è un vedere semplicemente con gli occhi, ma un vedere nella fede, un vedere nella luce della compiacenza di Dio per noi. Tommaso è riconosciuto beato non per aver toccato, ma per aver veduto. L’aveva già preannunciato Gesù a proposito della missione degli apostoli allorquando, esultando nello Spirito, aveva innalzato la sua solenne benedizione al Padre: “In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete” (Lc 10,21-23).

Quando gli apostoli ‘vedono’ Gesù risorto non significa che hanno ‘visioni’, ma più concretamente che ‘il Signore si fece vedere’, cioè sperimentano degli incontri. Ma come un cuore può aprirsi all’incontro se già non tende a colui che desidera vedere? Per questo, nella proclamazione di fede della chiesa nella risurrezione sempre si aggiunge ‘secondo le Scritture’. Gesù è risorto, secondo le Scritture; Gesù risorto apre la mente all’intelligenza delle Scritture. Non è semplicemente il suo ‘essere ritornato in vita’ che costituisce il mistero della risurrezione. Non per nulla, nella narrazione di Giovanni, quando Lazzaro è risuscitato appare avvolto con bende, impedito di muoversi, mentre quando risorge Gesù le bende (i ‘lenzuoli’ funerari) diventano segno di qualcosa d’altro.

Teniamo presente che non si tratta tanto di riconoscere che Gesù è davvero risorto, quanto piuttosto di restare intimamente coinvolti nel dinamismo di un rapporto che porta vita e cambia tutto perché Lui ormai è sempre con noi. Se Tommaso, che non era stato presente alla prima apparizione di Gesù, non vuol credere ai suoi compagni, non è per mancanza di fede, ma per eccesso di zelo, come ben si attaglia al suo personaggio, fervido e coraggioso. Ha preso sul serio la storia con Gesù e non vuole alcuna illusoria consolazione. Vuole Gesù e basta. Non vuole essere semplicemente informato della verità dell’evento, vuole la presenza di Colui di cui si certifica che è vivo. Quando Gesù si ripresenta una settimana dopo e si rivolge a lui con le sue stesse parole, Tommaso non ha bisogno di alcuna comprova (di mettere cioè il dito e la mano nelle ferite), riesce solo a sussurrare: “Mio Signore e mio Dio”, che è la professione di fede più solenne e più intima di tutto il vangelo. La frase conclusiva di Gesù: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” è spesso letta come un rimprovero nei suoi confronti, ma niente autorizza a leggerla così. Tommaso ha semplicemente avuto quello che è stato concesso agli altri apostoli e la cosa risponde alla promessa di Gesù nell’ultima cena: “Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (Gv 14,19-20).

Perché però Gesù proclama beati quelli che non hanno visto e hanno creduto? La narrazione evangelica ha presente non semplicemente la cronaca degli eventi pasquali, ma la storia dei credenti. Finirà il tempo di una certa ‘visione’, come finirà il tempo dei testimoni oculari sulla cui autorevolezza coloro che verranno dopo continueranno a credere al Signore Gesù. Quello che non finisce, perché continua eterno il giorno fatto dal Signore, è la possibilità reale dell’incontro, è la percezione della Presenza in mezzo al suo popolo, a cui il dono della pace fa riferimento e di cui la gioia è il segnale per eccellenza.

La prima lettera di Pietro lo dice chiaro riferendosi a coloro che sono venuti alla fede dopo gli apostoli: “voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa” (1Pt 1,8). Per cogliere a fondo il senso si dovrebbe però tradurre: ‘senza averlo visto, voi l’amate; senza vederlo ancora, ma credendo in lui, voi trasalite di gioia’. L’espressione si riferisce a noi, che siamo venuti dopo l’epoca apostolica. L’accento non è più posto tanto sul ‘vedere’ ma sulla ‘fede’ che permette il vedere in modo da avere la vita, la stessa vita che scorre nel Figlio di Dio, morto e risorto. Si passa dalla gioia della presenza ‘vista’ (apparizioni del risorto agli apostoli) alla gioia della presenza percepita (celebrazione dell’eucaristia) fino alla letizia nello Spirito quando si dovrà soffrire per il nome di Cristo perché la sua pace conquisti il mondo intero e la gioia dell’essere in lui riveli a tutti lo splendore dell’amore di Dio per gli uomini. A questo si riferisce la confessione di Tommaso e della chiesa a proposito di Gesù risorto: “Mio Signore e mio Dio!”. E di qui scaturisce la missione nel mondo. Come Gesù è stato inviato dal Padre, così invia gli apostoli. Ciò significa che i credenti in Cristo sono resi partecipi dello stesso amore con cui il Padre ama il Figlio. Gregorio Magno commenta: “Come il Padre mi ha inviato, così anch’io mando voi, vale a dire: quando io vi invio in mezzo agli scandali e alle persecuzioni, io vi amo di quella carità con cui il Padre mi ama, Lui che mi ha inviato alla Passione”. I segni della passione restano nel corpo glorioso del Cristo, a memoria del Suo amore per noi e a ricordare a noi di custodire quell’amore nella passione che ci sarà richiesta.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Pasqua

III Domenica di Pasqua

(19 aprile 2026)

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At 2,14a.22-33;  Sal 15 (16);  1Pt 1,17-21;  Lc 24,13-35

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Nel vangelo di Luca, l’apparizione del Risorto ai discepoli di Emmaus costituisce il racconto più dettagliato ed espressivo delle testimonianze pasquali. I particolari del racconto non esprimono solo quella che potremmo chiamare la relazione dettagliata dell’incontro dei due discepoli con il Risorto, ma suggeriscono lo scenario dell’incontro con Gesù, morto e risorto, per tutti i credenti.

Quando le donne si recano al sepolcro il mattino di Pasqua e non trovano il corpo di Gesù, di loro leggiamo: “mentre si domandavano che senso avesse tutto questo …”. In greco il loro stato d’animo è espresso con un verbo solo, che può essere reso con ‘mentre si trovavano senza via di uscita’. È esattamente il medesimo stato d’animo che alberga nei due discepoli di Emmaus, quando di loro stessi dicono al pellegrino che si è accompagnato a loro lungo il cammino: “speravamo” (“noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”). Vale a dire: sono venute meno le nostre speranze, siamo interiormente senza via di uscita. Il loro camminare non è per andare a cercare da qualche parte, ma è un tornare indietro, un tornare a casa, tutto come prima! Anzi, peggio, perché almeno prima si aveva speranza di qualcosa, ora si è persa anche quella! E l’evangelista li descrive: ‘col volto triste’.

La vita è spesso una sequenza di delusioni, anche se il cuore non dimentica ciò che lo aveva acceso. Non è scontato e non sembra facile ritornare ad ardere, ma diventa sempre possibile quando non acconsentiamo a chiuderci su noi stessi, tenendo aperta la nostra storia. Sarebbe il senso del vivere la Chiesa e non semplicemente nella chiesa. Sarebbe il senso dello stare continuamente sulle Scritture e nelle Scritture, fino a che si aprono per il nostro cuore e il nostro cuore si apre ad esse. Ciò appunto che ottiene la compagnia del pellegrino, prima misterioso e poi riconosciuto, che si serve delle stesse Scritture, nelle quali anche gli altri credevano, per aprirle alla rivelazione di Dio. Come canta il salmo: “Il mio Signore sei tu, solo in te è il mio bene”, che l’antica versione greca rende: “Il mio Signore sei tu, dei miei beni non hai bisogno. Per i santi che sono sulla sua terra, ha reso mirabili tutte le sue volontà in loro”. Come a dire: se non ho te, nessun bene mi soddisfa; se ho te, qualsiasi cosa si tramuta in bene per me.

Tutto il racconto ruota attorno a due verbi: aprire e ardere. “Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo … Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”; “Si fermarono, con il volto triste … Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava [letteralmente: apriva] le Scritture?”. A tal proposito, i Padri richiamano molti paralleli scritturistici, due in particolare: l’episodio di 2Re 6,17, quando il profeta Eliseo prega che si aprano gli occhi del servo in modo che possa vedere i carri e i cavalli di fuoco mandati a difesa del profeta e il passo di Lc 12,49 con la dichiarazione di Gesù che lui è venuto a gettare il fuoco sulla terra. Bellissimi i commenti di s. Ambrogio: “Ali di fuoco sono, dunque, le fiamme della Scrittura divina” e di Origene: “ascoltando le parole divine, si infiammino di fede, brucino di carità, si consumino di misericordia”. L’intelligenza di ciò che si ascolta deriva dal calore del cuore. È l’antico principio: senza fuoco le Scritture restano chiuse.

È però caratteristico che i discepoli non riconoscano Gesù quando spiega loro le Scritture, ma quando si dona loro celebrando l’eucaristia. Nella loro esperienza la spiegazione delle Scritture da parte del pellegrino diventa per loro apertura e degli occhi e delle Scritture. Il fatto è che non si può assumere il corpo di Gesù se non accogliendolo ‘secondo le Scritture’. Gesù rimanda alla storia di Dio con Israele, nella quale accogliere la storia di Dio con l’umanità e la nostra, personale, singola storia. Il luogo però in cui il rimando avviene è la chiesa, cioè il luogo della comunione. In quella comunione la nostra vita torna ad avere senso, le nostre delusioni diventano come i segni dei chiodi nel corpo glorioso di Gesù.

Il fatto che Gesù sparisca dalla loro vista appena lo riconoscono significa che il desiderio di vedere il Signore non comporta una ‘beata’ contemplazione, ma il movimento di condivisione di quella comunione che ha riacceso i cuori e la nostra storia, che è storia con Gesù ma anche storia con tutti i nostri fratelli. E se Gesù sparisce dalla vista, una volta che è stato riconosciuto, è perché se ne percepisca la presenza dentro e si traduca in radice di vita potente. Non per nulla il corpo glorioso di Gesù reca i segni della sua passione d’amore che soltanto in questo mondo poteva ricevere. Ciò significa che tutto può essere riscattato e attraversato dallo splendore di Dio e il luogo da cui questo si esprime è proprio il nostro cuore.

Il messaggio del brano evangelico è dunque questo: quando celebrate l’eucaristia (cosa che i lettori del vangelo già facevano regolarmente) avviene per voi come per i discepoli di Emmaus. Alla lettura della parola di Dio si scalderà il vostro cuore, vedendo come in Gesù si compiono tutte le promesse di Dio e lo riconoscerete presente in mezzo a voi comunicando al suo stesso corpo dato per noi. Questa ‘emozione’ del cuore metterà ali ai piedi per dire al mondo la verità dell’amore del Signore finalmente goduto e condiviso. Corrisponde al saluto finale della celebrazione liturgica: la messa è finita, andate in pace. Avete celebrato l’amore del Signore per voi, di cui tutte le Scritture portano testimonianza e ora condividete con tutti la pace che scaturisce da quell’amore condiviso.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Pasqua

IV Domenica di Pasqua

(26 aprile 2026)

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At 2,14a.36-41;  Sal 22 (23);  1Pt 2,20b-25;  Gv 10,1-10

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La liturgia di questa domenica è intessuta sull’immagine del buon pastore (cfr. Sal 22; 1Pt 2,25; canto al vangelo e colletta), sebbene il brano di vangelo si incentri più semplicemente sulla figura della porta: “in verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore”. Il brano appartiene a uno dei discorsi di Gesù con i Giudei, che nel vangelo di Giovanni costituiscono, insieme agli avvenimenti della vita di Gesù, la trama narrativa della rivelazione del Figlio di Dio. Il brano è inserito tra la guarigione del cieco dalla nascita e la risurrezione di Lazzaro, che apre il racconto della passione.

In che senso Gesù è la porta delle pecore? Forse c’è l’allusione alla ‘porta delle pecore’ che introduceva nell’atrio del tempio di Gerusalemme. Come a dire: io sono il nuovo tempio, il luogo dove poter adorare Dio in spirito e verità. Il lettore del vangelo è anche riportato all’episodio del battesimo al Giordano, qui richiamato in tutta la sua valenza rivelativa: si aprono i cieli, discende lo Spirito, si ode la voce del Padre che lo dichiara luogo della sua compiacenza. Gesù è porta tanto da parte di Dio (“Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”, Gv 1,18) quanto da parte dell’uomo (“in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza”, Col 2,3). Lui solo costituisce la chiave di senso che manca all’agire dell’uomo. Per questo Gesù dice di sé che è venuto a dare la vita in abbondanza, quella vita che costituisce il supremo desiderio dell’uomo. Non semplicemente la vita, ma la vita in abbondanza, ad indicare quella certa qualità di vita che sola colma i desideri dei cuori, come è stato proclamato all’inizio del vangelo: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4).

È in funzione di quella vita abbondante che Gesù aveva invitato i suoi discepoli a non darsi pensiero per i bisogni del vivere, ma a cercare piuttosto e anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia (cfr. Mt 6,33 e Lc 12,31). Nella fiducia per il discepolo di non temere “perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32). Con la risurrezione di Gesù, con la scoperta di lui, il Vivente, in mezzo a noi, che si accompagna a noi, che si fa nostro cibo e nostra sostanza, l’anima comincia ad assaporare la portata della compiacenza di Dio, che si riversa, sì, sul Figlio, ma in lui su tutti noi. La vita ormai non può essere vissuta che in quel ‘piacere’ di Dio di fare comunione con noi, in Cristo.

È appunto il mistero dell’eucaristia, tipica scoperta del tempo pasquale. La sua vita è vita nostra, non solo vita per noi donata. Non semplicemente Gesù dà la vita per noi, ma dà la sua vita a noi. Siamo cioè invitati a vivere della stessa dinamica di vita che caratterizza lui, vita che compie la vocazione all’umanità come rivelazione dello splendore di Dio. Mi aveva colpito la testimonianza di Annalena Tonelli, uccisa in Somaliland nel 2003, nel decifrare il messaggio rivoluzionario dell’eucaristia: “Questo è il mio Corpo fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini, perché, se tu non ti fai pane, non mangi un pane che ti salva, mangi la tua condanna”, parafrasando un detto folgorante di Angelus Silesius (1624–1677) del suo Il pellegrino cherubico: “Se non amo, Dio muore sulla terra, che Dio sia Dio io ne sono causa; se non amo, Dio rimane senza epifania, perché siamo noi il segno visibile della sua presenza e lo rendiamo vivo in questo inferno di mondo dove pare che lui non ci sia”.

Per tale verità vale l’invito di Pietro alla conversione, che la liturgia commenta con il salmo 22. Se il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. E non manco di nulla, perché il Signore mi ha fatto entrare nel suo ‘riposo’. L’espressione del salmo “Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce”, allude proprio al dono della vita eterna, sovrabbondante. Le acque tranquille – in ebraico, le acque di ‘menuchot’- richiamano la creazione del riposo/ristoro nel settimo giorno della creazione. Il testo della Genesi, dopo aver narrato la creazione di tutte le cose, dice: “Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto”. Ma non era più logico attendersi che avesse terminato la sua opera nel sesto giorno? Gli antichi rabbini hanno concluso evidentemente che vi fu un atto di creazione anche il settimo giorno: “Che cosa è stato creato il settimo giorno? La ‘menuchà’, la tranquillità, la serenità, la pace e il riposo” (Cfr Gen Rabbà, 10, 9). È lo stato in cui non vi è contesa né lotta, né paura né diffidenza; è pace e armonia; vita nel mondo futuro, vita eterna. Proprio quella ‘vita abbondante’ che Gesù riconsegna agli uomini che lo accolgono. È la gioia di un amore che non sarà più mortificato da nulla, amore che, testimoniato nel suo splendore sul calvario, è donato come Spirito di vita agli uomini che nel ‘crocifisso’ colgono il compimento della promessa di Dio per l’uomo.

A quel dono anelano gli ascoltatori che hanno seguito il discorso di Pietro a Pentecoste sentendosi trafiggere il cuore. “Convertitevi”: tornate alla promessa di Dio che si è compiuta in quel ‘trafitto’, morto e risorto; tornate a sentirvi destinatari della promessa di Dio che ha fatto risplendere in quel ‘trafitto’ lo splendore del suo amore salvatore, riunendo – come buon pastore – i figli di Dio dispersi. Tornate a dar credito alla potenza salvatrice di Dio che per mezzo di quel ‘trafitto’ ha realizzato la sua promessa di vita, la quale non è che l’offerta incondizionata della sua comunione perché tutto e tutti possano godere del suo amore.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Pasqua

V Domenica di Pasqua

(3 maggio 2026)

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At 6, 1-7;  Sal 32 (33);  1Pt 2,4-9;  Gv 14,1-12

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L’antica domanda di Andrea e Giovanni che seguono Gesù dopo il suo battesimo al Giordano: “Rabbi, dove dimori?” (Gv 1,38) trova ora risposta. Gesù sta celebrando l’ultima cena, ha appena lavato i piedi ai suoi apostoli, ha preannunciato gli eventi che di lì a poco si scateneranno. I discepoli sono turbati, non comprendono bene cosa stia accadendo, ma Gesù li precede, li orienta, li prepara. Tutto il discorso e le azioni di quella sera, la sera dell’ultima cena, mirano a predisporre gli occhi e il cuore dei discepoli allo svelamento del segreto di Dio che Gesù è.

Gesù parla di un dove: “… vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. A cosa allude quel dove? Pietro protesta: “Signore dove vai? … Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la vita per te!” (Gv 13,36-37). Rispondendogli, Gesù non gli preannuncia semplicemente il tradimento, ma dice anche altro. Gesù non può accettare che Pietro dia la vita per lui. Sarà Gesù a dare la vita perché l’amore del Padre per gli uomini sia noto a tutti gli uomini. Quando segue Gesù, il discepolo non è invitato a sacrificare la sua vita a Dio, ma viene trasformato in dono di Dio sempre più pieno all’umanità, come Gesù. L’uomo finisce di percorrere il suo cammino quando giunge a essere dono totale di Dio ai suoi fratelli. Gesù non chiede la vita del discepolo per lui, ma chiede che il discepolo, in lui, dia la sua vita a tutti perché l’amore di Dio splenda nel cuore di tutti e si faccia una sola famiglia.

È interessante osservare che in questo contesto Gesù non chiami la ‘casa’ del Padre come l’aveva chiamata quando aveva scacciato i venditori dal tempio (cfr. Gv 2,16; in greco, casa si può dire al maschile e al femminile; al maschile indica l’edificio, al femminile l’intimità della famiglia). Oramai, Gesù non si riferisce più al tempio per indicare la casa di Dio, ma all’intimità della famiglia, alla comunanza di vita e sentimenti tra Dio e i suoi figli. E quando Gesù spiega il suo ritorno al Padre e il suo venire ai discepoli (un venire che non allude semplicemente al suo ‘farsi vedere’ dopo la risurrezione o al suo ritorno glorioso alla fine dei tempi, ma al suo ‘dimorare’ nei discepoli, alla sua ‘presenza’ potente tra i discepoli, al divenire uno spirito solo con il Signore da parte dei discepoli) usa l’espressione: “perché dove sono io siate anche voi”.

I discepoli non sono ancora pronti a entrare in questa prospettiva e restano bloccati sul timore della predizione. Gesù allora li esorta: “non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1). Ed è per sciogliere questo turbamento che promette loro di tornare indietro da dove andrà perché “dove sono io siate anche voi” (Gv 14,3). Il mistero è dato da quel ‘dove’. Dove è Gesù? Quel ‘dove’ esprime il punto in cui rimanere con lui. Ma qual è?

Il ‘dove’ è definito dalla risposta di Gesù a Tommaso, l’uomo ardente e con i piedi per terra: “ma se non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?”. L’impossibilità per i discepoli di capire è proprio data dal fatto di non collegare luogo e movimento. Il dove è una via, non è un posto. La via ha una valenza dinamica potente perché corrisponde alla direzione del movimento di riportare tutto al Padre. Il dove è il movimento in cui essere trascinati con Gesù nel dare testimonianza al mondo della grandezza dell’amore del Padre perché tutto torni a splendere proprio nel suo amore. Ecco perché Gesù non ha bisogno di chiedere ai suoi discepoli di dare la vita per lui. Lui trascina i suoi discepoli perché, in lui, diano la loro vita ai fratelli perché tutti conoscano l’amore di Dio. Gesù chiarisce: “Io sono la via, la verità e la vita”. Come dicesse: io sono nell’amore del Padre, anche voi lo sarete; sono il testimone del suo amore in questo mondo e anche voi lo sarete; risplendo della gloria dell’amore del Padre e pure voi risplenderete dello stesso amore. E questo proprio perché sopportando l’ingiustizia e la violenza senza venir meno alla potenza dell’amore, sarà noto a tutti che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato (Gv 14,31) e così l’amore del Padre risplenderà sul mondo. Di questo amore deve parlare il vostro amarvi vicendevole perché si radica in me; di questo amore deve parlare il vostro amore per i fratelli.

Gesù è la via perché conduce al Padre (ciò implica il bisogno di orientare gli sforzi del vivere); è la verità perché fa conoscere il vero volto del Padre (ciò implica il bisogno di relazione assoluta, il bisogno di intimità, così essenziale al vivere dell’uomo); è la vita perché ci ottiene di condividere la stessa vita divina di cui il Padre ci fa dono nello Spirito (ciò implica il bisogno di pienezza, di una qualità di vita non soggetta a diminuzioni e che si traduca in gioia piena, condivisa, duratura). L’esito del percorrere quella via, del conoscere e riconoscere il vero volto di Dio, del condividerne la vita in pienezza di amore, non può che essere, come ripete diverse volte l’apostolo Paolo: essere uno con Cristo e in Cristo essere uno con tutti perché Dio sia tutto in tutti. Così il Cristo diventa l’ubi consistam, il dove trovarsi, il dove permanere, il dove essere rigenerati.

Con una sottolineatura però tutta speciale. Se Gesù è via-verità-vita lo è in quanto Figlio, che è nel seno del Padre e di cui svela il Volto d’amore per gli uomini. Solo accogliendo quel dinamismo di rivelazione esteso a tutti gli uomini si può conoscere il Padre ed essere ritrovati figli in quell’unico Figlio. È la tensione ‘apostolica’ della fede: per credere al Cristo occorre ritrovarsi nel suo stesso ‘essere inviati’ perché il mondo conosca che amiamo il Padre e facciamo quello che il Padre ha comandato. Solo a mistero pasquale compiuto gli apostoli si rendono conto della reale posta in gioco del loro seguire il Signore e della grazia concessa al mondo.

È appunto la chiarificazione ulteriore con la risposta di Gesù a Filippo: “Io sono nel Padre e il Padre è in me”. Filippo era colui che aveva accompagnato a Gesù quei greci che volevano vederlo (cfr. Gv 12,21). La sua richiesta riformula la domanda di Mosè: “Mostrami la tua Gloria” (Es 33,18); contiene l’ardente desiderio del cuore dell’uomo per il Dio di cui porta così intima traccia da averne una nostalgia acuta: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 43,3). Filippo non si rende conto che chiedere di ‘mostrare il Padre’ significa voler vedere il Dio che salva e il Regno di Dio venire con potenza; significa cioè voler vedere risplendere in Gesù l’amore di Dio per gli uomini dall’alto della croce. Il che significa che, se in Gesù riposa tutta la compiacenza del Padre, riconoscerlo significa entrare in questa compiacenza e goderne la potenza risanante e vivificante. In Gesù si concentra tutto il desiderio di comunione di Dio con l’uomo e tutto il desiderio dell’uomo per il suo Dio: riconoscere Gesù, nel suo invio come testimone dell’amore del Padre per gli uomini, significa godere la rivelazione del volto di Dio, che è amore per gli uomini.

L’ultima chiarificazione è data con la risposta a Giuda di Giacomo: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?” (Gv 14,22). La rivelazione di Dio non si impone a nessuno, non costringe nessuno. Dio si svela nell’amore per lui, scoperto in Gesù e quello che è avvenuto per i suoi discepoli, così avverrà per tutti e i discepoli si presenteranno a tutti con l’invito a entrare nella stessa via, per vedere la stessa verità e avere la stessa vita.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Pasqua

VI Domenica di Pasqua

(10 maggio 2026)

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At 8,5-8.14-17;  Sal 65 (66);  1Pt 3,15-18;  Gv 14,15-21

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Il brano di vangelo di oggi è denso di misteri che la liturgia legge in riferimento alla prossima ascensione di Gesù e all’invio dello Spirito Santo. Il capitolo 14 di Giovanni è intessuto su corrispondenze precise, che bisogna imparare a cogliere nella dinamica di vita che comportano.

La prima cosa da cogliere, nelle parole di Gesù che promettono l’invio dello Spirito Santo, è il fatto che i discepoli avranno bisogno del dono dello Spirito. Gesù ha ben presente la situazione di persecuzione nel mondo per i suoi discepoli che vorranno testimoniare la fede in lui. Dovranno vivere quel che Gesù appena dopo dirà: “rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4) nel contesto di una lotta perché l’amore di Dio prevalga e redima il mondo. Come è stato per il Maestro, così per i discepoli. Tanto che la traduzione italiana della lettera di Pietro ‘adorate il Signore nei vostri cuori’ non rende la drammaticità di quello che quell’adorazione comporta. Il termine greco è ‘santificate il Signore’, alludendo al profeta Isaia quando dice: “Non chiamate congiura ciò che questo popolo chiama congiura, non temete ciò che esso teme e non abbiate paura. Il Signore degli eserciti, lui solo ritenete santo. Egli sia l’oggetto del vostro timore, della vostra paura” (Is 8,12-13). Il contesto è quello della persecuzione, quando il principe di questo mondo si scatena e il profeta invita a restare fermi nella fede in Dio: solo lui è il Santo, nessun altro va temuto. Proprio come un vecchio detto chassidico spiega: “Rabbi Michal diceva: “Questa è la nostra vergogna, che noi temiamo qualcun altro fuori di Dio”.

Dice Gesù: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. In Gesù il Padre compie le sue opere e nei discepoli Gesù compie le sue. Ma l’opera di Dio è il suo amore per gli uomini ed è questo che ci viene partecipato con l’osservanza dei comandamenti. Ed è per questo che la promessa di Gesù a chi pratica i suoi comandamenti suona: “Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’ io lo amerò e mi manifesterò a lui”. È la promessa solenne di Gesù ai discepoli, il frutto segreto ricercato da chiunque voglia fare il bene, se non vuole ripararsi semplicemente dalle sue paure o esibirsi sotto qualsiasi forma: godere dell’intimità con Colui che il cuore ricerca, con Colui di cui professi la bontà e ne vuol sentire dentro il balsamo ristoratore. La promessa è modellata sulla realtà stessa goduta da Gesù. Come se dicesse: io ascolto ciò che dice il Padre e perciò compio i suoi comandamenti in forza dell’intimità di comunione con Lui. Così il mondo sa che amo il Padre e che il Padre è in me. L’uno svela la realtà dell’altro e l’amore ne custodisce la verità. Se anche voi, miei discepoli, ascoltate le mie parole e le compirete in forza dell’intimità di comunione con me, allora diventerete partecipi di quella stessa intimità di comunione con il Padre che io vivo e vedendo il mio volto potrete entrare in quei segreti di amore tenuti in serbo per voi fin dalla fondazione del mondo. I segreti di questo amore sono gli stessi segreti di verità e di vita che andate inseguendo nei vostri cuori, ancora opachi per ora, come il mondo che vi circonda, ma perché non avete ancora aperto le porte alla mia venuta.

L’espressione che mi pare più rivelativa di questo mistero è quella conclusiva del cap. 14: “viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco”. La frase che viene tradotta: ‘contro di me non può nulla’, in greco è resa più semplicemente: ‘in me non ha nulla’. Vale la stessa cosa per i comandamenti. La frase: ‘chi accoglie i miei comandamenti’ andrebbe resa con: ‘chi ha i miei comandamenti’. Parola e comandamento evocano la verità di un legame, di un’alleanza; evocano la volontà di bene di Dio per l’uomo tanto che l’uomo, se li accoglie, può ottenere la visione di quella verità piena d’amore, espressa nel volto di Cristo. Il comandamento non ha a che fare con un dovere morale; ha a che fare, piuttosto, con l’esperienza di un amore riconosciuto. Come a dire: chi ha in sé il comandamento di Dio, non offre presa alcuna al potere del demonio e quindi il demonio non può rapirgli quell’amore che lo abita. Come è per Gesù, così per i discepoli.

Per questo l’apostolo Giuda, non l’Iscariota, aveva domandato: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?”. Tra mondo e Spirito c’è opposizione perché il primo vorrebbe piegare il secondo ai suoi scopi di potere e di gloria, perseguiti ai fini del dominio su tutto e su tutti, mentre per lo Spirito potere e gloria derivano solo dall’amore misericordioso per tutti, che in Gesù risplende come la rivelazione di Dio nel mondo. Se lo Spirito è chiamato lo Spirito della verità è perché la sua azione è tutta tesa a far gustare l’amore di Gesù e a inglobarci nell’amore che lui ha testimoniato al mondo da parte del Padre. Non per nulla l’osservanza dei comandamenti ha sempre a che fare con l’amore, non solo nel senso che si possono osservare se si ama Gesù, ma anche nel senso che i comandamenti sono le possibilità concrete per vivere l’amore di Gesù verso tutti e quindi gustare l’intimità col proprio Dio, che è amore per tutti. In effetti, man mano che accogliamo lo Spirito, il mondo in noi si ritira o, meglio, si fa Chiesa, cioè sempre più e sempre più estesamente tutto di noi asseconda l’opera di Gesù, che è quella di mostrare quanto è grande l’amore del Padre per noi e quella di riunire alla stessa mensa i figli dispersi, facendoci luogo di trasparenza dell’amore di Dio per tutti, in Cristo.

La percezione di questa verità è però drammatica nel senso che risplende nel contesto del ‘processo’ del mondo a Gesù e ai suoi discepoli. La giustizia si rivela se non acconsente all’ingiustizia; l’amore si rivela se non si fa disperdere dall’odio o dall’invidia. Gesù diventa ‘il re della gloria’ dall’alto della croce. Quando Pietro, nella sua prima lettera, parla di coloro che domandano ragione ai cristiani della speranza che è in loro, allude proprio a questo ‘processo’ del mondo contro i seguaci di Gesù. Non allude alle possibili discussioni sulla fede, ma alle sofferenze che il seguace di Gesù patisce per testimoniare l’amore di Dio agli uomini, non cedendo all’ingiustizia e non venendo meno alle ragioni di questo amore. La testimonianza ha valore se viene praticata con dolcezza e rispetto, nella coscienza cioè di non abbandonare quella benevolenza di amore che Dio ha testimoniato in Gesù per gli uomini. La forza di quella testimonianza deriva dall’azione dello Spirito nel cuore dei discepoli, che li rende insieme ‘concordi, partecipi degli stessi sentimenti, fraternamente affettuosi, misericordiosi, con un sentire umile e sempre benedicenti’. È lo spazio della chiesa che diventa credibile, rispetto alla testimonianza che porta, se fa trasparire la ‘benedizione’ di Dio sull’umanità, che è Gesù, vivo e operante nel cuore dei discepoli.

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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo di Pasqua

Ascensione
(17 maggio 2026)

At 1,1-11; Sal 46 (47); Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

Un’espressione di s. Ambrogio nell’esegesi al salmo 23, che allude all’apertura delle porte celesti per il ritorno trionfale del Signore in cielo, mi sembra il commento più pertinente al mistero dell’ascensione: “Chi è questo re della gloria? … Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche ed entri il re della gloria. Angeli e arcangeli lo precedevano, ammirando il bottino fatto sulla morte. Sapevano che niente di corporeo può accedere a Dio e tuttavia vedevano il trofeo della croce sulla sua spalla: era come se le porte del cielo, che l’avevano visto uscire, non fossero più abbastanza grandi per riaccoglierlo. Non erano mai state a misura della sua grandezza, ma per il suo ingresso di vincitore occorreva una via più trionfale: davvero non aveva perso nulla ad annientarsi!”.
L’ascensione riporta l’umanità nella gloria di Dio. Se guardiamo la scena da spettatori, vediamo Gesù in alto e noi in attesa di partecipare un giorno alla sua gloria. Se stiamo dentro la scena, allora intuiamo che il cielo è il cuore dove Dio è adorato in tutta la sua gloria e la sua gloria è l’amore per gli uomini che in Gesù, morto e risorto, risplende e che il suo Spirito ci partecipa perché possiamo conoscere e far conoscere a tutti e a tutto il mondo il Padre nel suo immenso amore. Come proclama la finale del vangelo di Matteo: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (28,18). Così, vedere Gesù asceso al cielo significa vedere compiersi l’umanità nella gloria di un amore, quello di Gesù che viene a noi e agisce dal di dentro dei nostri cuori, riempiendo ogni spazio perché il mondo sappia che è amato da Dio.
La narrazione evangelica sigilla la conclusione della rivelazione di Gesù dentro due orizzonti di senso che si sovrappongono: l’orizzonte della missione degli apostoli nel mondo e l’orizzonte della interiorizzazione della presenza di Gesù nel cuore degli apostoli, che lo sperimenteranno sempre con loro proprio nel loro essere inviati al mondo. Le ultime parole di Gesù non esprimono semplicemente che lui resta con noi, ma che resta con noi efficacemente, potentemente. Come discepoli, non è che faremo semplicemente ricorso a lui nella vita, ma che ne godremo la presenza, con l’assicurazione che potremo restare nella dinamica del suo amore sempre e comunque, perché prevalga in noi l’amore di Dio per tutti.
Il testo evangelico di Matteo comporta una sottolineatura speciale per la nostra umanità. Per quattro volte si ripete la parola tutto: “ogni potere … tutti i popoli … tutto ciò che vi ho comandato … tutti i giorni”. Viene sottolineata la compiutezza, l’universalità, la totalità del mistero che si compie. In quaranta parole (quaranta di numero!) Matteo riassume tutto l’annuncio del vangelo di Gesù. Ascoltandole si ha modo di ripercorrere in filigrana tutto il vangelo e tutto l’insegnamento di Gesù. I rimandi al vangelo si intravedono attraverso cinque parole:

  1. Monte. Si parla di un monte, senza specificare quale. Il lettore del vangelo può riandare almeno a tre monti che ha ritrovato nel racconto di Matteo: il monte altissimo della tentazione (proprio quello dove il diavolo ha chiesto a Gesù di prostrarsi in adorazione a lui), il monte delle beatitudini dove Gesù ha proclamato la novità del suo insegnamento, il monte della trasfigurazione dove Gesù ha svelato la luce della sua divinità. Lo ricorda un medaglione paleocristiano del IV secolo in avorio, dove Gesù è rappresentato mentre sale al Padre su un colle, alle cui pendici dormono Pietro, Giacomo e Giovanni. Come a dire: quella gloria, appena intravista dagli apostoli al momento della trasfigurazione, si compie con la risurrezione-ascensione di Gesù e ce ne viene partecipata la potenza con il dono dello Spirito che farà risplendere nel mondo l’amore del Padre a partire dai discepoli, ormai aperti alla rivelazione e alla compagnia del loro Gesù, Signore, che ha vinto la morte.
  2. Adorazione. Si parla dell’adorazione dei discepoli, ma annotando che serpeggiavano ancora dubbi. Matteo non presenta mai la fede dei discepoli sicura, definitiva, totale. La fede è sempre passibile dell’incertezza del cuore, incertezza che si risolve nel riferirsi fiducioso alla persona di Gesù.
  3. Potere: “a me è stato dato ogni potere in cielo e in terra”. È forse il termine più ambiguo per i nostri cuori. Di quale potere Gesù si arroga? È il potere dell’obbedienza all’amore del Padre, del servizio, dello stare in mezzo ai discepoli come colui che serve. Questo potere è lo splendore della divinità. Come Figlio di Dio, ha tutto il potere di rivelare il vero volto del Padre, che è amore misericordioso per noi; ha il potere della verità su Dio. Come Figlio dell’uomo, ha il potere di portare a compimento tutti gli aneliti di fondo della umanità; quel disporsi al servizio, quello stare solidale anche con coloro che lo oltraggiano, quel custodire l’amore nell’ingiustizia, rivela una pienezza di umanità desiderabile.
  4. Comando: “fate discepoli tutti i popoli”. È il comando che riassume il senso stesso del discepolato di Gesù. Credere in Gesù significa accettare di essere assunti nella dinamica del suo stesso invio al mondo per far conoscere la grandezza dell’amore del Padre. In pratica, quella che è stata l’esperienza dei discepoli rispetto all’agire di Gesù con loro, diventa il modello di riferimento per l’agire dei discepoli verso il mondo.
  5. Presenza: “Io sono con voi tutti i giorni”. Con questo è giustificata la gioia dei discepoli rispetto alla sottrazione di Gesù ai loro sguardi. Ciò significa che nella percezione degli apostoli l’ascensione è colta come un dono di presenza, come un’interiorizzazione di rapporto, che non solo non perde nulla della sua realtà con la sottrazione della fisicità di Gesù, ma acquista profondità e intensità insospettate. Se volessi riassumere con mie parole la sensazione degli apostoli, direi che si è trattato dell’esperienza di una gioia assolutamente dinamica, capace di allargare i confini del cuore e le energie corrispondenti in maniera illimitata. Come per loro, così per noi.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo di Pasqua

Domenica di Pentecoste

(24 maggio 2026)

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At 2,1-11;  Sal 103 (104);  1Cor 12,3b-7.12-13;  Gv 20,19-23

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Due sono i racconti relativi all’evento dell’effusione dello Spirito Santo, quello di Luca e quello di Giovanni. Consideriamo prima il racconto di Giovanni. Gesù compare agli apostoli, riuniti a porte chiuse nel cenacolo, la sera di Pasqua. Offre loro il saluto pasquale per eccellenza: shalom, pace a voi. La pace sta in relazione con il mostrare le cicatrici delle ferite della passione, non solo per rimarcare che il risorto è proprio il crocifisso, ma per suggerire che la pace che annuncia è il frutto della passione. È una pace che scaturisce dal crogiolo dell’amore, di un amore così obbediente da consegnare se stesso senza ombra di rivendicazione. Di questa pace fa dono (l’aveva già proclamato nell’ultima cena: ‘vi do la mia pace non come la dà il mondo’) per la missione di cui investe i suoi discepoli, come lui a sua volta è stato investito dal Padre.

La fede in Gesù, che è gioia della sua presenza, vale in rapporto all’essere trovati nello stesso movimento di invio al mondo perché tutti conoscano la grandezza dell’amore del Padre. Proprio nella prospettiva di tale invio Gesù ‘soffia’ lo Spirito Santo. Il termine corrisponde al soffio dello Spirito all’inizio della creazione, per cui quel ‘soffiare’ equivale a ‘ricreare’, ridare la vita secondo la potenza divina di un amore che tutto ha conquistato. E in che cosa viene descritta questa potenza? Nel perdono dei peccati. È la presentazione più radicale del compito missionario evangelico: il perdono è la cifra storica della pace divina che tiene insieme tutto e tutti nell’amore di Dio. Lo Spirito è colui che disporrà e guiderà i discepoli alla realizzazione di questo supremo volere di Dio testimoniato da Gesù nella sua preghiera sacerdotale: che si faccia una cosa sola, tu in me e io in loro, perché tutti conoscano te! La preghiera della chiesa: Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore, non è che l’invocazione pressante perché quel ‘volere’ di Dio si compia finalmente. Gesù abilita i discepoli a far arrivare a tutti la sua buona notizia e a far sì che tutti formino una sola famiglia alla mensa dell’amore di Dio. È la venuta del regno, secondo l’invocazione della preghiera del Padre Nostro.

Luca invece sottolinea un altro aspetto dell’effusione dello Spirito Santo. Il racconto va letto in filigrana con il racconto della torre di Babele quando gli uomini non si sono più capiti perché Dio ha confuso le loro lingue. Gli ebrei erano spaventati dalla potenza assira e si sono accorti che il principio del dominio universale, che l’impero assiro richiamava, non corrispondeva al piano di Dio per l’uomo. L’uomo sente la potenza dell’unità e della coesione, ma la gioca sul registro del dominio su tutti, secondo il principio di forza. Da ciò deriva schiavitù, non felicità. Quando, a Pentecoste, lo Spirito è effuso, assume la forma di lingue di fuoco a sottolineare che sarà lo Spirito dell’amore a realizzare quell’unità e quella coesione tra gli uomini attraverso l’armonia delle differenze, sul registro della comunione. Tutti, diversi tra loro, sentiranno la stessa cosa e tutti, nelle loro diversità, si troveranno uniti a lodare Dio per la stessa cosa. Se la Scrittura aveva fatto intervenire Dio a mettere scompiglio tra gli uomini in modo che non si capissero più, non è per invidia o gelosia, ma per significare che, se il tentativo di unità procede dalla forza, non si realizzerà mai quella comunione che corrisponde al progetto di Dio per l’uomo. Così, non viene condannato l’anelito all’unità, ma solo il modo perverso di realizzarla. La cosa non è scontata nemmeno oggi. Quante perversioni per raggiungere l’unità senza la comunione! Quello che solitamente si dice: comunione, non uniformità. Ma nelle differenze serpeggia la paura di essere da meno, di essere messi da parte, di essere prevaricati. Così si preferisce la menzogna di un’unità imposta piuttosto che la fatica di una comunione cercata.

Qui allora è bene ricordare le caratteristiche dell’azione dello Spirito Santo secondo la descrizione di Gesù, come la liturgia della novena di Pentecoste ha sempre sottolineato: ‘il Padre vi darà un altro Paraclito perché rimanga sempre con voi, egli vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto, vi guiderà a tutta la verità’. Lo Spirito è colui che non permetterà che nessuno si arroghi qualche diritto speciale sugli altri; è colui che custodirà nel cuore dei discepoli la potenza di salvezza delle parole di Gesù; è colui che farà in modo che ogni circostanza, soprattutto di afflizione o di persecuzione, si possa aprire all’esperienza dell’amore di Dio, tanto che niente e nessuno possa disperdere o mortificare il fuoco che ha acceso. È colui che, conoscendo la lingua della comunione, potrà ascoltare tutti con benevolenza e custodire la dignità di tutti.

Acquistano allora tutto il loro senso anche le preghiere della chiesa che hanno preceduto la festa: “Venga su di noi, o Padre, la potenza dello Spirito Santo, perché aderiamo pienamente alla tua volontà, per testimoniarla con amore di figli” (colletta del lunedì); “Venga, o Padre, il tuo Spirito e ci trasformi interiormente con i suoi doni; crei in noi un cuore nuovo, perché possiamo piacere a te e cooperare alla tua volontà” (colletta del giovedì). Così si realizza la promessa di Gesù: “Riceverete la forza dello Spirito Santo, che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni sino agli estremi confini della terra” (At 1,8), intendendo terra non solo in senso geografico ma spirituale, vale a dire in ogni circostanza, in ogni situazione, in ogni prova, in ogni afflizione interiore ed esteriore. E come fare, se non riempiti e accesi del fuoco del suo amore, come il canto al vangelo proclamava?

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Solennità e feste

Santissima Trinità

(31 maggio 2026)

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Es 34,4b-6.8-9;  Dn 3,52-56;  2Cor 13,11-13;  Gv 3,16-18

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I brani delle letture di oggi sono una mirabile sintesi della rivelazione di Dio testimoniata dalle Scritture. Dio è unico ma Trinità, vale a dire un fuoco di amore che dà esistenza a tutto e tutto ingloba nel suo amore. Il Padre creatore, il Figlio redentore, lo Spirito santificatore, in un’unica comunione d’amore in se stesso e con noi. Potremmo interpretare sinteticamente le letture di oggi in questo modo. Siccome il nome del Signore è ‘Dio misericordioso’, il Padre ha mandato il Figlio perché mostri quanto ha amato il mondo, affinché la vita di Dio, che è splendore di amore, diventi per tutti godibile e piena nel suo Spirito.

Il brano della seconda lettera ai Corinzi riporta la formula trinitaria più chiara di tutto il Nuovo Testamento, formula che è diventata il saluto liturgico iniziale della celebrazione eucaristica: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio [Padre] e la comunione dello Spirito santo siano con tutti voi” (2Cor 13,13). La risposta a questo saluto si avrà alla conclusione della grande preghiera eucaristica quando, dopo aver fatto memoria della grande opera di salvezza del Cristo e del dono dello Spirito Santo, la chiesa proclama: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli”. È l’eco della lode eterna che l’Apocalisse descrive come l’esultanza dei redenti davanti alla manifestazione dell’amore eterno di Dio per i suoi figli.

Il saluto e la risposta della chiesa acquistano tutto il loro valore nella doppia testimonianza del libro dell’Esodo e del vangelo di Giovanni. Dopo il peccato del vitello d’oro e l’angoscia tragica che ne era seguita per l’eventualità del ritiro di Dio e quindi della distruzione del popolo, Mosé si era interposto tra il popolo e Dio per ottenere misericordia. I capitoli 32-34 dell’Esodo sono tra i brani più eccelsi di tutta la Bibbia. Mosé era riuscito nella sua intercessione, aveva ottenuto che Dio continuasse a stare con il suo popolo ma si chiede: potrò mai vedere il volto di Dio? E domanda: “Mostrami la tua gloria” (Es 33,18). Voglio vederti in faccia, voglio sapere chi davvero sei! Richiesta oltremodo pericolosa, sapendo che non si può vedere Dio e restare in vita. Dio però si concede al suo servo e si dichiara in modo da infuocare il cuore di Mosé: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6). Insieme al brano del roveto ardente (Es 3,2) e alla rivelazione al profeta Elia sull’Oreb nella brezza leggera (‘un silenzio sottile’, secondo il termine ebraico, 1Re 19,12), qui si raggiunge l’apice della rivelazione di Dio nell’AT.

Ora, quel NOME, così carico della Presenza di Dio da significarne la natura intima, è proprio quello che il Figlio rivela con la sua passione-morte-risurrezione. Gesù anticipa questa rivelazione nel suo colloquio con Nicodemo dicendogli: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,19).  Gesù è la rivelazione del volto del Padre, che è misericordia. Se Gesù fornisce la ragione di questa sua rivelazione (‘perché abbiano la vita eterna’) non è per motivare la sua opera, ma per mostrare il fuoco che anima lui e la sua opera redentiva fin dall’eternità, negli abissi divini delle relazioni trinitarie. La sottolineatura resta la seguente: se l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, vuol dire che è stato concepito perché potesse, lui, creatura, godere dello stesso amore che costituisce Dio in se stesso, nelle sue relazioni trinitarie. La rivelazione ha dell’inaudito. L’uomo è chiamato a condividere la stessa vita divina, che è splendore di amore in se stesso. Vita eterna e amore dicono la stessa realtà perché definiscono la natura intima di Dio.

Tutta la Scrittura ricorda come quell’esperienza sia la più sublime e la più tormentosa, la più agognata e la più temuta. Non è così facile spiegarne il perché nonostante non ci manchino le ragioni di comprensione, che però il cuore stenta ad accogliere. Eppure, anche per noi risulta vera la proclamazione evangelica: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,16-17). Se l’uomo cerca la verità, la verità di cui ha sete il suo cuore è una verità di grazia e contemporaneamente una grazia di verità. La festa di oggi invita ciascuno a vivere la propria vita nell’atteggiamento di chi si dispone ad accogliere nel suo cuore la grazia di verità che il Signore Gesù testimonia rivelando l’amore del Padre e donandoci il suo Spirito.

Così, avere la vita eterna comporta l’essere conquistati radicalmente dall’amore (per questo è effuso lo Spirito Santo) in modo che quell’amore divino diventi radice e splendore di vita, nella lode al Dio delle misericordie, come lo è stato per l’umanità di Gesù. La richiesta di Mosé: “Mostrami la tua gloria”, con Gesù che rivela il volto del Padre, assume un significato nuovo: possiamo conoscere personalmente il Dio che ci ha amati così tanto da darci il suo Figlio.

L’aspetto drammatico, che continua a essere tale per noi nonostante l’assolutezza e la definitività di questa rivelazione, sta nel fatto che non si tratta di un riconoscimento fattuale, puntuale, ma di un inglobamento totale della nostra esistenza in quella rivelazione, dentro una storia che tende a mettere continuamente in discussione la sua verità. Non per nulla la definizione di Dio che l’Apocalisse riporta suona: “Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (Ap 1,8). Vale a dire: l’assorbimento degli effetti di questa straordinaria rivelazione si gioca nella successione degli eventi, belli e brutti, beati e dolorosi, della nostra vita. Non veniamo custoditi per il fatto che tutto avverrà come piace a noi, ma per il fatto che comunque avremo l’opportunità di fare esperienza della grandezza dell’amore di Dio, perché, come dice s. Paolo, tutto concorre al bene di coloro che amano Dio.

È caratteristico che il cristiano, tracciando il segno di croce sulla propria persona, l’accompagni con la confessione trinitaria: Padre, Figlio, Spirito Santo. Come a dire: l’amore di Dio per gli uomini, che si è rivelato in tutto il suo splendore a partire dalla croce di Gesù, riempia e copra tutta la mia persona partecipando alla stessa comunione di vita che intercorre tra le tre Persone divine. E quando quel segno si traccia sulle cose o prima delle varie azioni si intende accedere alla dimensione di rivelazione dell’amore di Dio per il nostro cuore che quegli atti comportano nella sua provvidenza per noi.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Solennità e feste

Corpus Domini

(7 giugno 2026)

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Dt 8,2-3.14b-16a;  Sal 147;  1Cor 10,16-17;  Gv 6,51-58

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L’origine della festa, propria dell’Occidente latino, è legata al possente risveglio della devozione eucaristica che si sviluppò dal secolo XII in poi, accentuando particolarmente la presenza reale di Cristo nel sacramento e quindi la sua adorazione. Furono le visioni di Giuliana di Cornillon, monaca agostiniana di Liegi, ad avere un influsso decisivo nell’introduzione della festività, che per la prima volta si celebrò nella diocesi di Liegi nel 1247. Urbano IV, già arcidiacono di Liegi e confessore di Giuliana, la prescrisse per tutta la Chiesa nel 1264.

Quando s. Agostino si domanda quale sia la virtù specifica dell’Eucarestia, non può che rispondere: “La virtù propria di questo nutrimento è quella di produrre l’unità, affinché, ridotti ad essere il corpo di Cristo, divenuti sue membra, siamo ciò che riceviamo”. In effetti, quando ci accostiamo alla comunione eucaristica, l’amen che il fedele risponde non significa: sì, credo che quel pezzo di pane è il corpo di Cristo, ma, più in verità: sì, so che faccio parte di quel corpo e accetto di vivere come un corpo solo! Lo rimarca anche la preghiera sui doni: “Concedi benigno alla tua Chiesa, o Padre, i doni dell’unità e della pace, misticamente significati nelle offerte che ti presentiamo”.

La liturgia oggi sottolinea fortemente la realtà di quell’essere un corpo solo, nella consegna al mondo. Due sono le espressioni centrali del discorso eucaristico alla gente dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani. Gesù si presenta come il pane vivo e come il pane disceso dal cielo. È pane vivo, pane di vita, vale a dire che, mangiando lui, si partecipa alla vita eterna di Dio. Il pane ha lo scopo di nutrire, vale a dire portare vita, accrescere la vita, renderci partecipi della sua potenza di ‘eternità’. Da non intendere: per ereditare domani la vita eterna in paradiso, ma: per avere oggi la qualità eterna della vita come splendore di amore immortificabile. L’espressione, perfino provocatoria, del vangelo di Giovanni, sottolinea l’estremo realismo delle parole di Gesù. Lui si presenta come il pane vero disceso dal cielo, raffigurato nella manna che gli ebrei ebbero in dono nella loro traversata del deserto e non dice semplicemente che chi ‘mangia’ di lui avrà la vita. Dice più specificamente: chi lo ‘mastica rompendo con i denti’, azione tipica del mangiare a livello corporale. Ebbene, nello spirito, l’azione del ‘mangiare’ il corpo del Signore, è ancora più reale del mangiare fisico. Tra l’altro, Giovanni sottolinea come il primo effetto del mangiare la carne del Signore immolato non sia quello di avere il Signore in noi, ma di dimorare noi in lui, di essere noi presi in lui. E proprio questo effetto primario, tipicamente spirituale e assolutamente reale, fonte di energia e di vita, induce a collegare l’essere un corpo solo con il Signore con l’essere un corpo solo anche tra di noi, come ricorda la lettera di Paolo ai Corinzi. Essere nel Signore significa essere assunti nella dinamica di rivelazione dell’amore di Dio al mondo (questo significa l’essere inviati da Dio), per cui la vita stessa non può essere vissuta che a servizio dello splendore di quell’amore.

Chi mangia il corpo di Gesù, che si è consegnato nelle mani degli uomini perché fosse nota la grandezza dell’amore del Padre, resta abilitato, come Gesù e in Gesù, a consegnarsi a sua volta perché quell’amore, che l’ha conquistato, splenda nel mondo e lo trasfiguri (in effetti Gesù non dice solo che lui è il pane vivo, ma che è il pane disceso dal cielo e che lui darà per la vita del mondo), in modo da far entrare la concretezza della vita quotidiana nel movimento dell’amore divino. Questo significa vivere per il regno, secondo l’espressione programmatica di Gesù: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33).

Quando Gesù poi si definisce come il pane ‘disceso dal cielo’, la gente fa resistenza, non ascolta più, si chiude. Perché quello che appare così tanto desiderabile, alla fine non convince? Rileggendo con attenzione tutto il capitolo 6 di Giovanni riusciamo a intuire la natura di questa resistenza. Gli ascoltatori, che pure avevano goduto del miracolo della moltiplicazione dei pani, sono incapaci di riconoscere nel concreto la via di Dio che a loro si sta rivelando. Pur desiderando la vita, non l’accolgono. La risposta va cercata proprio in quel movimento di discesa che caratterizza l’agire di Dio. Il discendere dal cielo non indica semplicemente la provenienza di Gesù; indica piuttosto la modalità di rivelazione di Dio, il movimento dell’abbassarsi di Dio per comunicare il suo amore e far vivere. Gli uomini non amano abbassarsi, benché vogliano la vita e desiderino l’amore. Pensano sempre in termini di grandezza, ma mondana, dove il potente prevale sul debole, il grande la spunta sul piccolo e l’affermazione di sé è una questione di innalzamento. Gesù invece, quando parla di innalzamento, allude sempre al suo essere innalzato sulla croce, cioè al suo abbassamento, perché è lì che risplende l’amore di Dio per l’uomo.

Ecco allora il senso del mangiare la carne di Gesù e di bere il suo sangue per rimanere in lui. Si tratta di rimanere nel movimento di discesa per essere testimoni dello splendore dell’amore di Dio in mezzo agli uomini, non avendo altro tesoro più prezioso da custodire. Dovremmo imparare a collegare il mangiare e il rimanere in funzione della manifestazione al mondo dell’amore di Dio.

Così, il mangiare l’eucaristia, il corpo di Cristo dato per noi, vuol dire ricevere sostentamento ed energia per realizzare quello che significa: diventare un corpo solo, a immagine della comunità dei santi uniti nella lode dell’amore sovrano di Dio. È l’eucarestia, come dice s. Francesco di Assisi, a comunicare al cuore dell’uomo credente, che fa affidamento alla logica che viene dall’alto, la potenza di una memoria, di una intelligenza e di un sentimento per un amore grande che ci ha toccati, per Colui che si è rivelato al nostro cuore come pieno di amore per noi. Nel suo commento al Padre nostro dice: “Il nostro pane quotidiano, il tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, dà a noi oggi: in memoria, comprensione e reverenza dell’amore che egli ebbe per noi e di tutto quello che per noi disse, fece e patì”. Sperimentando questo, allora le sue parole, il suo agire ed il suo soffrire, si impastano con il nostro, lo lievitano e, mossi ormai dalla sua stessa dinamica di vita, impariamo a stare solidali con tutti, in quell’umanità che ci rende un unico corpo, un corpo solo con il nostro Dio.

La nostra invocazione resta quella dell’inno ai vespri della festa di oggi: “Frumento di Cristo noi siamo […] In pane trasformaci, o Padre, per il sacramento di pace: un Pane, uno Spirito, un Corpo, la Chiesa una-santa, o Signore”.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Solennità e feste

Sacratissimo Cuore di Gesù

(12 giugno 2026)

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Dt 7,6-11;  Sal 102 (103);  1 Gv 4,7-16;  Mt 11,25-30

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Molti testi della liturgia della festa possono illustrare emblematicamente l’immagine del cuore di Gesù, spalancato sul mondo, che la ferita del colpo di lancia del soldato al calvario lascia intravedere. “Di generazione in generazione durano i pensieri del suo cuore” (Sal 32,11) canta l’antifona di ingresso. I nostri pensieri sono mutevoli, i nostri progetti pure, ancor più i nostri desideri. Ma sperimentare che quelli del Signore sussistono per sempre, sono sempre i medesimi, significa cogliere e accogliere il segreto di amore che regge il mondo. Il fatto stesso che tale segreto possa essere svelato in tutto il suo splendore solo nel momento più drammatico della vita di Gesù la dice lunga sul fatto che quell’amore non sia scontato coglierlo e viverlo, per quanto desiderabile.

L’affermazione del Deuteronomio: “Il Signore si è legato a voi … perché vi ama” resta il fondamento dell’esperienza dei credenti. E quando il salmo 102, v. 8, proclama: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore” non fa che sottolineare la verità di quell’affermazione, colta nel dramma del peccato dell’uomo che non allontana Dio dall’uomo. L’espressione fa parte della rivelazione del Nome di Dio a Mosè sul Sinai dopo il peccato del vitello d’oro, quando l’angoscia del possibile rifiuto di Dio tormentava i cuori (cfr. Es 32-34).

Proprio come dice s. Paolo: “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?” (Rm 8,32). Il nostro guaio è che restiamo così insensibili alle vicende di quel ‘Figlio dato per noi’, così poco toccati nell’intimo dalla testimonianza della sua vita per noi, da vivere la nostra vita più nella lamentela che nel rendimento di grazie, più nell’affanno che nella consolazione, più nel tormento e nel disprezzo che nella pace.

Gesù nel vangelo di Matteo proclama: “Tutto è stato dato a me dal Padre mio …”. Vale a dire: tutta la verità a cui anela il cuore dell’uomo, tutto il bene di cui è capace il cuore dell’uomo, tutto il contenuto dei pensieri e dei desideri dell’uomo, tutta la gloria che un uomo può portare, tutti gli aneliti del cuore degli uomini nella loro immensità e profondità, tutto trova in lui il compimento, ha in lui il suo sigillo. Per questo, continua: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro“. Quello che cercate, quello che, non trovandolo, vi procura oppressione, quello per cui vanamente vi affaticate, tutto potrete avere in me! La parola di Gesù è una parola di vita non solo nel senso che procura la vita a chi l’accoglie, ma anche che rivela come sussiste la vita, come si esprime la vita, come la vita si regge e si sviluppa. È il principio della fede come radice di umanità, umanità piena. Ed è per questo che ancora aggiunge: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero“. La struttura della sua umanità è commisurata alla nostra e ci raggiunge là dove più misterioso è il segreto delle sue origini: siamo nel mondo, ma non del mondo.

Due particolari sono da rilevare nel passo evangelico: la beatitudine dei piccoli e l’invito a imparare. Per amare è necessario farsi piccoli: l’amore è rivelazione, non conquista. Vediamo l’amore di Dio in Gesù perché lui si è fatto ‘piccolo’, così piccolo da dimenticare totalmente la sua gloria e poter far arrivare agli uomini l’amore di Dio. Ora, la sua piccolezza ha a che fare con la situazione degli uomini, incapaci di vedere Dio perché non più capaci di amare (“Chi non ama non ha conosciuto Dio”), non più aperti alla rivelazione dell’amore (potrebbe essere spiegata così la situazione di peccato in cui versano gli uomini che tanto li inasprisce). Quando gli uomini si accorgono, guardando Gesù morire sulla croce, dell’amore di Dio per loro e chiedono perdono (chiedono cioè di uscire dal peccato che corrode la loro umanità), con ciò non vogliono semplicemente mettersi a posto, ma vogliono tornare a godere dell’amore di Dio, in umiltà. Più l’umiltà sarà sincera e profonda, più faranno esperienza della tenerezza di quell’amore e più saranno disposti a condividerla con tutti.

E se Gesù invita: “Imparate da me”, che cosa dobbiamo imparare? Nel fatto di ‘imparare’ va letta la sfumatura di significato di ‘essere attratti’, come si può arguire dal discorso di Gesù alla folla dei giudei riportato in Gv 6,45 (“Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me”). Imparare e essere attratti comportano lo stesso movimento, alludono alla condivisione di una intimità di vita e di sentire che diventa potenza di azione. Imparare da Gesù significa perciò essere attratti a lui, per vivere della sua stessa vita. Significa imparare da lui a conoscere Dio e imparare ancora da lui a conoscere noi stessi, la nostra umanità. Se rispetto al male che devasta la nostra umanità noi ci giustifichiamo con l’attrattiva e la propensione che ci agita subendo la tristezza del diavolo, rispetto al bene noi ci muoviamo secondo la forza di una nostalgia che ci abita, nostalgia che l’umanità del Signore ci accende.

La proclamazione del salmista: “Benedici il Signore anima mia …” (Sal 102) risuona in tutta la sua potenza sulle nostre labbra appena ci apriamo al mistero del cuore di Gesù, lui che è mite e umile di cuore. Avremo modo di comprendere meno confusamente come le due definizioni di Dio dell’apostolo Giovanni (“Dio è amore”, 1Gv 4,8.16; “Dio è luce”, 1Gv 1,5) siano un tutt’uno. La luce allude alla santità di Dio nel suo splendore di amore per l’uomo, come l’amore è la dimensione della santità di Dio che accomuna a sé l’uomo. Il cuore di Gesù mostra sia l’amore di Dio che la sua santità. Noi non siamo attratti allo stesso titolo dall’amore e dalla santità e forse per questo l’amore, che è così desiderabile, ci riesce così irraggiungibile. Eppure, il cuore di Gesù è lì a ricordarci il contrario: possiamo entrare anche noi nella santità dell’amore di Dio e avere la vita.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XI Domenica

(14 giugno 2026)

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Es 19,2-6a;  Sal 99 (100);  Rm 5,6-11;  Mt 9,36-10,8

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Gesù “vedendo le folle, ne sentì compassione”. Dalla sua compassione per noi prendono senso e valore tutti i suoi gesti e le sue parole. È estremamente importante per il nostro cuore riuscire a percepire almeno gli echi della sua compassione. Già nell’Antico Testamento il Signore si era espresso allo stesso modo: “Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa” (Es 3,7-8). E Origene in una sua omelia su Ezechiele (VI,6) sottolinea arditamente: “Egli è disceso sulla terra mosso a pietà del genere umano, ha sofferto i nostri dolori prima ancora di patire la croce e degnarsi di assumere la nostra carne; se egli non avesse patito, non sarebbe venuto a trovarsi nella condizione della nostra vita di uomini. Prima ha patito, poi è disceso e si è mostrato. Qual è questa passione che per noi ha sofferto? È la passione dell’amore”.

E se Gesù prova compassione è perché sa che può dire: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). E ancora perché sa che, se il cuore dell’uomo cerca ristoro e non lo trova, è perché si illude di cercarlo fuori di Lui. Così, quando Gesù, mosso dalla sua compassione, invita i discepoli a pregare perché il Padre mandi operai nella sua messe, fa pregare non tanto perché mandi tanti operai, ma perché ne mandi di quelli che si muoveranno spinti dalla stessa sua compassione. Compassione, nella quale si riconosce l’amore del Padre. E gli operai che lavorassero in questa messe immensa senza essere il riflesso di questo amore e di questa compassione, non favorirebbero il ristoro del cuore degli uomini. Ma come diventare il riflesso dell’amore e della compassione di Dio per gli uomini senza la preghiera? Per questo Gesù fa pregare.

“Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e infermità” recita il v. 35, che precede l’inizio del nostro brano. Quando chiama i discepoli, li fornisce delle stesse sue prerogative: ‘diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità’. Nessuno può proclamare la verità della vita a titolo proprio, come nessuno può procurare ristoro al cuore degli uomini a titolo proprio. La verità e il ristoro che essa procura procedono dall’alto esprimono la compassione di Dio che raggiunge il cuore degli uomini, in Cristo. E se il discepolo non lascia intravedere chiaramente tale rimando, non è un ‘chiamato’, un ‘inviato’, lavora per la sua gloria e non potrà sanare nessuno.

Tanto che Gesù, nel suo inviare i discepoli, di ieri come di oggi, comanda addirittura i miracoli: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, cacciate i demoni” (Mt 10,8). Quale uomo di buon senso può sottoscrivere seriamente queste ingiunzioni? I discepoli si presentano nello stesso movimento di compassione di Gesù. Lui ha operato in quel modo, i discepoli non possono che rifarsi al suo esempio nell’annunciare il vangelo. In pratica, la compassione otterrà la guarigione dei cuori dall’invidia dei demoni. Sono i demoni, per la volontà di far condividere agli uomini la loro scelta di separazione da Dio, di grandezza ricercata sulla piccolezza degli altri, di gloria ottenuta sulla vergogna altrui, che turbano la vita, l’ammorbano, la opprimono e la mortificano. Cacciare i demoni significa tornare a far risplendere l’umanità nella sua vocazione di dignità e di comunione con Dio, con il creato, con i fratelli; significa ridare speranza ai cuori che incominciano a vedere splendere in mezzo a loro la presenza del loro Dio, Salvatore; significa tornare a far giungere ai cuori la compassione di Dio. È questo il potere del vangelo. Al di là del dono particolare, fatto a qualche discepolo, qualche volta, di fare miracoli, credo che il valore di queste ‘guarigioni’ che Gesù promette nell’annuncio del vangelo del regno stia tutto nel senso di procurare quel ‘ristoro’ che rende un cuore grato, solidale e ricco in umanità, puro da vedere Dio e da desiderare il bene di tutti perché Dio sia conosciuto ed il suo amore riconosciuto.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XII Domenica

(21 giugno 2026)

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Ger 20,10-13;  Sal 68 (69);  Rm 5,12-15;  Mt 10,26-33

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La liturgia di oggi è imperniata sull’invito di Gesù ai suoi discepoli, che manda per il mondo come testimoni del suo vangelo, a non avere vergogna e non avere paura. Il passo parallelo di Luca ne mostra la ragione: “Dico a voi, amici miei” (Lc 12,4). Gesù fa leva appunto sulla confidenza del rapporto, sulla forza di intimità di un rapporto che ha conquistato il cuore. Gesù non nasconde che la missione dei suoi apostoli incontrerà difficoltà e opposizioni, contrasti e resistenze, perfino aperte persecuzioni, come del resto avviene e avverrà per lui. Tutto il capitolo in effetti si fonda sul principio: “Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore” (Mt 10,24-25). La paura che prendesse il discepolo nella tribolazione non equivarrebbe semplicemente alla mancanza di coraggio, ma alla mancata intimità con il proprio maestro. Il contrario della paura non è il coraggio, ma la confidenza; non si conquista con l’esibizione, ma con l’intimità. Tale è l’ottica di lettura per i brani di oggi.

In questo senso risuona potente l’invocazione del profeta Geremia messo alle strette dai suoi falsi ammiratori, rivelatisi nemici perversi: “possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa” (Ger 20,12). Nella terribile esperienza del profeta, insidiato da ogni parte e abbandonato da tutti, la sua preghiera è esaudita nel senso che i suoi nemici non ottengono la sua anima, cioè non la piegano ai loro voleri e non la distolgono dal perseguire la verità della parola di Dio. Da dove gli deriva la forza di non avere paura nonostante le angosce e i terrori che lo tormentano? “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso… Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,7.9). Così la sua supplica: “possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa” significa: che il povero, per paura del malvagio, non venga meno alla sua dignità, non desista dal fare il bene e non ceda al male. Alla vendetta degli uomini contro il giusto corrisponde la vendetta di Dio contro i malvagi. Da intendere: in modo che il giusto resti nell’intimità con il suo Dio e non ceda alla vendetta. La vendetta non appartiene al giusto.

Se il salmo 68 (69) proclama: “Per te io sopporto l’insulto”, è per non perdere il suo amore, come sottolinea il canto al vangelo, citando Gv 15,26-27: “Lo Spirito della verità darà testimonianza di me … e anche voi date testimonianza”. La verità che lo Spirito farà risplendere è la verità, accolta, della presenza del Signore nel cuore, imparando a conoscerne l’amore e a viverne la dinamica di rivelazione che comporta. Davanti alla tribolazione che sorprende il discepolo, quando subirà persecuzione dagli uomini, quando subirà ingiustizie e oppressione, quando si sentirà ingiustamente canzonato, egli potrà mostrare che cosa il suo cuore cerca, di che cosa è pieno, che cosa costituisce il suo tesoro. Di qui deriva la sua non paura.

Qui vale la corrispondenza misteriosa tra il riconoscimento nostro di Gesù davanti agli uomini e il riconoscimento suo di noi davanti al Padre (cfr. Mt 10,33). A dire il vero, il testo evangelico suona: ‘Chi confesserà in me davanti agli uomini, anch’io confesserò in lui davanti al Padre mio’. Un’espressione aramaizzante per indicare il fatto di riconoscersi in qualcuno, dalla parte di qualcuno. Noi potremmo interpretare: non si può confessare il Signore Gesù se non a partire da un’intimità di vita con lui, per cui riconoscerlo significa godere dell’intimità che ci offre. E la cosa avviene davanti agli uomini nel senso che quell’intimità si svela nell’amore verso gli uomini, alla comunione coi quali tende il desiderio di Dio, proprio quando gli uomini, rifiutando di rispondere a quel desiderio, contestano e opprimono coloro che vivono secondo quel desiderio che è diventato il loro segreto. Il riconoscere di Gesù davanti al Padre significa mostrare al cuore la verità dell’amore salvatore di Dio per gli uomini che prevale in ogni circostanza, anche la più drammatica o la più affliggente. In effetti, se il male che ci viene dagli altri uccidesse la nostra anima nel senso che ci distogliesse dalla comunione con Dio e soffocasse il suo amore, come potrà il mondo ancora risplendere della presenza di Dio? Come la salvezza di Dio potrà ancora lambire i cuori?

L’uomo che ha rinunciato alla sua pretesa di innocenza di fronte all’amore di Dio che lo accoglie e lo perdona, gli fa godere la sua intimità, è un uomo che non ha più paura, che non ha più paura di essere calpestato dagli uomini, di essere da loro discreditato o umiliato. Il segreto che porta, di cui è testimone, è più potente. E sarà proprio quel segreto che dovrà essere manifestato, gridato a tutti e in tutto il mondo. Proprio quello che nella più personale intimità di incontro col Signore costituisce la verità del proprio cuore, proprio quello andrà gridato in tutti modi, perché tutto sarà svelato a suo tempo, a tutti apparirà chiara la verità di quel segreto a suo tempo. Forse Gesù allude a un proverbio popolare: tutto finisce per arrivare al grande giorno. Ciò che ora è ancora un segreto, sarà la verità più limpida e convincente per tutti a suo tempo. Non temete dunque, conclude Gesù: fate risuonare quel segreto, fate risplendere davanti a tutti quella verità.

In termini meno entusiastici, ma più realistici, è quanto riporta questo aneddoto chassidico: “Rabbi Michal diceva: “Questa è la nostra vergogna, che noi temiamo qualcun altro fuori di Dio. È questo che si deve intendere quando di Giacobbe è detto: “Ed egli temette e fu angosciato” (Gen 32,8). Noi dobbiamo angosciarci del nostro timore di Esaù”.  Non è che l’uomo non deve avere alcun timore. Deve solo temere Dio e nessun altro, per nessun motivo. Ora, temere Dio è il corrispettivo della forza di intimità goduta con Dio perché è l’espressione del timore di perdere ciò che è prezioso per il cuore.

Quel ‘timore’ di Dio porta i discepoli a non avere paura, a non sgomentarsi. Se il brano evangelico di oggi richiama al principio della fedeltà nella persecuzione – cosa che di per sé supporrebbe un coraggio incredibile! – ricorda però che la testimonianza si alimenta nella prospettiva di una confidenza goduta: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza che il volere del Padre vostro”. Come a dire: il Padre vostro è sempre con voi; voi siete cari al Padre vostro. Tutto quello che vi capita non è un incidente, ma ha lo scopo di mostrare il suo desiderio di comunione con gli uomini, desiderio che in voi è diventato il vostro segreto di vita.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XIII Domenica

(28 giugno 2026)

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2Re 4,8-11.14-16a;  Sal 88 (89);  Rm 6,3-4.8-11;  Mt 10,37-42

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La donna sunamita sperimenta il detto di Gesù: “Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto” (Mt 10,41). Tanto più se teniamo conto del significato misterioso delle parole di Gesù, che potremmo spiegare così. Se si guarda a un uomo come a un giusto, si ha la possibilità di avere la ricompensa del giusto. La ragione è data dal fatto che Gesù si identifica con ogni uomo, suo fratello. Ogni benevolenza usata nei confronti di quell’uomo, egli la ritiene fatta a sé. E la ricompensa del giusto è quella di godere dell’intimità col proprio Signore. Così, quando un uomo si pone con benevolenza verso un altro uomo, gli offrisse pure un semplice bicchier d’acqua, ottiene due effetti straordinari: 1) sarà trattato come giusto dal Signore (i suoi peccati gli saranno perdonati); 2) e se fosse cattivo, nel tempo del giudizio, avrà una voce in suo favore e Dio ne terrà conto. È il principio di solidarietà con l’umanità che i santi hanno sempre insegnato. Ci si salva sulla base della benevolenza usata ai nostri fratelli, perché quella benevolenza onora la paternità di Dio.

Ciò che però colpisce nella proclamazione del brano evangelico di oggi è la radicalità esigita dal discepolo del regno: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me … Chi avrà tenuto per sé la propria vita la perderà …” (Mt 10,37-39). L’espressione suona ancora più potente se si tiene conto delle parole che precedono: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare…” (Mt 10,34). Il testo stesso dà forza al detto di Gesù con il verbo ‘gettare’: gettare pace, gettare spada. Espressione inusuale anche al tempo di Gesù, quindi particolarmente significativa sulla sua bocca. Anche Luca riporta lo stesso detto unendolo all’immagine del fuoco: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!… Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione” (Lc 12,49.51). E anche Luca usa il verbo ‘gettare’.

Per Gesù la scelta è chiara: chi fa la volontà del Padre mio, questi è madre, fratello e sorella per me. Quando racconta le parabole del regno, la sottolineatura evidente è: entrare nella familiarità con Gesù significa stabilire un legame ancora più forte dei legami di sangue. È il mistero dell’alleanza svelato nelle sue radici di intimità che portano pienezza al cuore dell’uomo, tanto che non si resterà più chiusi nella cerchia della propria parentela, ma si accoglierà ogni uomo nella parentela con il Figlio di Dio.

Gesù non teme di spaventare i suoi discepoli e dichiara loro apertamente: “chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,38.39). Dopo aver ricordato loro che saranno perseguitati, che lui non è venuto a portare pace sulla terra ma spada e che la fede in lui sopravanza l’amore per i propri cari, Gesù esorta: “chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38). In un’altra occasione l’evangelista riporta la stessa espressione, quando, a Cesarea, Gesù decide di rivelare la sua prossima passione e redarguisce l’apostolo per aver pensato in termini mondani: “Va’ dietro a me, Satana!”, allargando a tutti l’ammonizione: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,23-24). Mentre Luca ricorda l’ingiunzione di Gesù a portare la croce come la firma alla parabola del saper calcolare se si hanno i mezzi sufficienti a costruire una torre e quella sull’invito a ricercare l’ultimo posto come espressione di sapienza evangelica. La sequela di Gesù comporta una prospettiva di vita, non semplicemente un’emozione o un entusiasmo del momento.

In ogni caso, il prendere la croce ha a che fare con il voler essere discepolo di Gesù, con il voler stare dove lui sta, con l’andare dove lui va. Non si tratta di pazientare con la propria croce, ma di cogliere il segreto che regge questo invito: cosa cerchi? Per quale tesoro ti angosci? Si tratta di cogliere la promessa che sta racchiusa in ogni parola di Gesù: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25,34). Il prendere la croce vuol dire portare ogni cosa in vista di godere di quel regno, non nell’attesa del regno che verrà, ma del regno che è davanti a noi, che è alla nostra portata, perché Gesù ce lo apre. Così il discepolo rinuncia a tutti i beni, non nel senso che non ne gode, ma nel senso che non li preferisce all’amore di Gesù, nel senso che non ne fa motivo di ira e tristezza se gli vengono tolti, pur di custodirsi nella sequela di Gesù. Senza percepire però la verità e l’emozione interiore della promessa del regno non sarà facile prendere la propria croce e andar dietro Gesù.

È proprio riferendosi alla promessa del regno che si può comprendere l’immagine della spada che Gesù dice di essere venuto a gettare. Nella lettera agli Ebrei la parola di Dio è paragonata a una spada a doppio taglio: “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Ecco la divisione, la separazione che Gesù provoca: il cuore può distinguere ciò che si riferisce al regno e che risponde alla sua dignità di figlio di Dio da ciò che lo rinchiude in un movimento di interessi, per quanto nobili o dietro steccati che ne limitano l’azione o ne indeboliscono la potenza.

San Paolo, per riassumere questa sapienza evangelica, non troverà di meglio che definirla così: “La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio … Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,18.25). Tanto da poter dire di sé: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). Da intendere: nel mondo non c’è nulla da preferire all’amore di Gesù e in me non c’è nulla che può essere portato a compimento se disattende l’amore di Gesù.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XIV Domenica

(5 luglio 2026)

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Zc 9,9-10;  Sal 144 (145);  Rm 8,9.11-13;  Mt 11,25-30

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Il brano evangelico di oggi è uno dei rari passi in cui Gesù rivela il suo mondo interiore, dentro un’emozione traboccante davanti alla gioia dei discepoli che raccontano al loro Maestro i prodigi avvenuti durante la missione di evangelizzazione che era stata loro affidata (cfr. Lc 10,17): “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”. È l’esultanza di fronte all’accondiscendenza di benevolenza del Padre per gli uomini. L’uomo può godere del fatto che Dio si approssimi a lui in Gesù. È semplicemente invitato a riconoscerlo, ad accoglierlo. Non deve conquistare Dio, che è già dalla sua parte. Tutto quello che gli è richiesto è di accogliere la rivelazione del suo amore. Ecco, i ‘piccoli’, contrapposti ai ‘dotti’, sono quelli che non cercano le condizioni possibili per una presenza accettabile di Dio; semplicemente, la godono.

La condivisione da parte di Gesù del compiacimento di Dio non allude semplicemente al fatto che a Dio piace rivelarsi ai piccoli, ma alla condizione essenziale perché Dio possa rivelarsi, come a dire: nella misura in cui ci si fa piccoli, Dio si rivela a noi. Qui si cela il segreto dell’obbedienza al Padre di Gesù, dell’obbedienza del discepolo al suo Maestro, dell’obbedienza della fede. L’esultanza di Gesù come del credente deriva da qui.

C’è un’insistenza speciale nelle parole di Gesù. Dice che tutto gli è stato dato, a tutti si rivolge. Quel ‘tutto’ è riferito al Regno di Dio e ai suoi segreti. Di quei segreti è l’unico depositario sia nel senso che solo lui li conosce intimamente sia nel senso che solo lui ce ne può rendere partecipi. Nessuno può conoscere la bontà di Dio se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Cosa significa? Dal momento che ai piccoli vengono rivelati i misteri del Regno, quel ‘colui al quale’ non può che alludere a chi è piccolo. La sfumatura di senso risulta essere questa: non si tratta semplicemente di accogliere la parola che dice Gesù ma di godere della Presenza che la sua parola benevola suscita. È la presenza semplicemente goduta che apre ai misteri del Regno. Così, ‘piccolo’ è colui che gode del Suo esserci, del Suo stare con noi, in intimità, senza perdersi in nessun altro pensiero o pretesa, proprio come i bambini che dipendono in tutto dal bene voluto loro. In questo senso risuona potente l’affermazione di Giovanni: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).

Per questo Gesù può parlare di ‘giogo dolce e peso leggero’. Non si tratta più tanto di portare il giogo della Legge, ma il suo giogo, vale a dire portare la fatica nella forza della sua presenza. Non per nulla, il brano parallelo di Luca finisce con la dichiarazione: “E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete” (Lc 10, 23-24). È da dentro quella beatitudine che si percepisce la presenza del Regno che viene, perché è rivelazione della misericordia benevolente di Dio. Come domandiamo nella preghiera del Padre nostro: venga il tuo regno! Venga il tuo regno in noi, si manifesti in noi, diventi godibile da noi, conquisti i cuori di tutti, perché tutti si ritrovino nella medesima lode dell’amore di Dio.

Il salmo responsoriale celebra la cosa dicendo: “appaga il desiderio di quelli che lo temono”, che l’antica versione greca e latina rende con “farà la volontà di quelli che lo temono”. Non è più l’abituale richiesta di compiere noi la volontà di Dio, ma la singolare constatazione che Dio fa la volontà di coloro che a lui si affidano.  Qui si esprime tutto l’amore di Dio, qui si mostra la verità del suo Nome, come il salmo riprende dalla rivelazione sul Sinai dopo il peccato del vitello d’oro: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore” [in latino: patiens et multum misericors]. Non sono qualità di Dio, insieme ad altre; no, è la verità di Dio, è Dio in se stesso. E Gesù è venuto a far conoscere proprio il volto di Dio, quel volto, il vero volto di Dio. Se si pensa che il salmo 145 è composto di 150 parole, non si può non vederlo come il salmo conclusivo di tutto il salterio (a parte la dossologia finale dei salmi 146-150) e così non si può non constatare che tutta la preghiera dell’uomo tende a far entrare l’uomo nella benedizione del regno: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Mt 25,34). Quel regno che Gesù dice essere il ‘ristoro per la vostra vita’.

L’antica colletta riassumeva in tre caratteristiche l’andar dietro a Gesù: ‘rendici poveri, liberi ed esultanti’. Poveri di tutto ciò che ci allontana dalla rivelazione del volto di misericordia di Dio per noi, liberi da tutto ciò che si oppone a quella rivelazione ed esultanti per tutto ciò che la consente. Ma giustamente ‘a imitazione del Cristo tuo Figlio’ perché, per quanto si sia desiderosi dei segreti di Dio, non si è disposti a riconoscerli dove si trovano, ad accettarli per quello che sono, a goderli per quello che comportano. Stare con il Signore Gesù è il modo migliore per riconoscere le vie di Dio, accogliere i suoi segreti e non illudere il nostro cuore. Per questo, per quanto strana suoni l’espressione, viene aggiunto ‘portando con lui il giogo soave della croce’. Nulla di più contrastante tra ‘soavità’ e ‘croce’. Ma quel ‘con lui’ cambia tutto.

Qui si comprende la promessa del ‘ristoro’ che ne consegue. Se non esiste via d’uscita alla fatica del vivere, è però possibile aprirsi alla grazia che la feconda. Se consideriamo il racconto della creazione nel libro della Genesi, scopriamo che Dio: “cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto” (Gn 2,2). L’espressione ‘cessare da ogni lavoro’ corrisponde a ‘riposare’. Ora, ‘riposare’, ‘riposo’, non sono concetti negativi, ma intrinsecamente positivi. Ciò che rende completa la creazione è quel ‘riposo’, sinonimo di pace, armonia, felicità, pienezza, vita eterna. Il termine greco usato nella Bibbia dei LXX per rendere ‘riposo’ è lo stesso che viene usato per le parole di Gesù: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”. Il ‘ristoro’ che dà Gesù è quel ‘riposo’ che caratterizza la completezza della creazione. Ciò significa che Gesù costituisce davvero il compimento della nostra umanità; che in lui la nostra umanità si compie, si realizza e si ‘riposa’ (cfr. Mt 5,5). Non solo, ma che le caratteristiche del cuore di Gesù, mitezza e umiltà, costituiscono la cifra dello splendore dell’amore che ‘soddisfa’ il cuore dell’uomo. La dolcezza e leggerezza della legge evangelica derivano da qui, sebbene all’inizio e ad uno sguardo superficiale la legge evangelica appaia fin troppo esigente, come del resto altri passi del vangelo dichiarano senza reticenze.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XV Domenica

(12 luglio 2026)

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Is 55,10-11;  Sal 64 (65);  Rm 8,18-23;  Mt 13,1-23

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Per tre domeniche consecutive verranno proclamate le parabole del regno. Importante cogliere il contesto in cui sono inserite per intuirne il mistero. Seguono la solenne dichiarazione di Gesù: “Poi tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,48-50). Ecco, accogliere la parola significa diventare familiari di Dio, condividere i suoi segreti. Proprio quello che Gesù dirà alla fine di certe parabole: “prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21). Non solo. Ma nel dare ragione del perché solo ora viene svelato il mistero del regno, Gesù annuncia: “Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!” (Mt 13,16-17). L’intelligenza si accende se è toccata da questa beatitudine. In altri termini, si è invitati a collocarci nella storia degli uomini che da sempre hanno ricercato verità e sapienza. Se il cuore non intravede le parole di Gesù come risposta agli aneliti più profondi e pressanti che gli uomini da sempre hanno coltivato, non può percepirne la densità, la potenza, la grazia. Il Figlio è inviato perché gli uomini conoscano la grandezza e la bellezza dell’amore del Padre per i suoi figli, di cui portano segreta nostalgia.

Facilmente però il cuore dell’uomo resta insensibile, perché distratto e attratto da molte cose, per cui resta come ingolfato e oppresso. Gesù riprende l’ammonizione del profeta Isaia, che segnala la condizione di un cuore che ascolta senza comprendere, guarda senza vedere, perché sceglie di rinnegare l’alleanza con il suo Dio: “Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendilo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi, e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito (Is 6,10). Non sono parole di condanna, ma di esortazione. Seguono il racconto della visione della maestà di Dio, che sancisce la vocazione del profeta e inducono a credere ancora nella potenza salvatrice di Dio, che non rifiuta il popolo solo perché recalcitra. In effetti, se si considera l’insieme dei cap. 54 e 55 di Isaia, che concludono il cosiddetto Libro della consolazione, sono ben descritti i sentimenti di Dio davanti alla durezza di cuore del suo popolo, sentimenti che noi possiamo attribuire al seminatore della parabola di Gesù: “In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore…. Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che ti usa misericordia… Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 54,8.10; 55,8-9).

L’esempio che segue, quello della pioggia, che non cade sul terreno senza farla germogliare, è l’illustrazione della potenza della parola del Signore che si esprimerà con la promessa, mantenuta: “Voi dunque partirete con gioia, sarete ricondotti in pace” (Is 55,12). La generosità del seminatore, l’abbondanza del suo seminare, il suo non temere di sprecare il seme, alludono alla fedeltà di Dio alle sue promesse, comunque. La parabola è narrata mettendo in corrispondenza l’azione di Gesù che esce con l’azione del seminatore che esce: “Quel giorno Gesù uscì di casa … Ecco, il seminatore uscì a seminare”.  Gesù, Verbo del Padre, lascia la gloria celeste e viene tra gli uomini, non solo seminando la Sua parola nei cuori, ma seminando Sé, Sua Parola Vivente, nei cuori. Il seminatore esce per svelare il volto del Padre che è misericordia per noi e per riunirci alla mensa del suo amore. Così c’è identità tra il seminatore e il seme, perché Colui che semina e la cosa che viene seminata è la stessa realtà, Gesù stesso. Ognuno è chiamato a far nascere e far crescere Gesù dentro il proprio cuore. E questo è il significato profondo della parabola. L’eredità del Regno è proprio Lui, quel Figlio dell’uomo che riunisce la famiglia degli uomini nella gioia del Padre che vuole la comunione con i suoi figli. Il compimento di umanità si trova nella corrispondenza con l’umanità di Gesù, che è il testimone dell’amore del Padre per tutti.

La parabola del seminatore, la prima delle sette parabole del regno, non è semplicemente la prima di una serie, ma quella che fa da perno, quella secondo la quale è da intendere tutta l’attività di predicazione di Gesù. L’infruttuosità dell’ascolto risalterà in tutta la sua drammaticità con lo scandalo della croce quando Gesù, non solo verrà rifiutato, ma vilipeso e tolto di mezzo. Rileggendo la parabola a partire dallo scandalo della croce capiamo che tutto ciò che si riferisce al Regno (il che significa: tutto ciò che ha attinenza al compimento dei desideri profondi del cuore nella vita) passa per l’accettazione della debolezza di Dio, che è più forte degli uomini. La fede è entrare nella ‘debolezza’ di Dio nel suo amore per noi. Alla fin fine, il dramma è che non riusciamo a cogliere il mistero di Bene che il Signore ci squaderna. Difficilmente entriamo nella beatitudine proclamata da Gesù: “beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano”, eco della preghiera di lode di Gesù: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25).

È proprio in rapporto al frutto dell’essere quei piccoli che godono della bontà di Dio che possiamo intendere i vari tipi di terreno. Essi sono come le possibili condizioni di una conversione sempre più coinvolgente e radicale quando si ascolta la parola. Si parla di strada, di sassi, di spine, di terra buona. Perché la terra del cuore possa produrre il frutto sperato, ci sono tre passaggi da effettuare. Dobbiamo prima lasciare l’essere come la strada, terreno calpestato, quando diamo diritto d’accesso al cuore a qualsiasi pensiero, senza imparare a distinguere e a lottare per non andar dietro ad ognuno che passa e subire vessazioni di ogni tipo. Poi dobbiamo lasciare l’essere come i sassi, il terreno con poca terra, quando il cuore teme di soffrire per seguire il Signore, quando non ha fiducia nella sua promessa e cedendo a questa paura non conoscerà mai l’amore e la vita! Poi dobbiamo lasciare il terreno con le spine, il terreno infestato, quando nel cuore si fa sentire la resistenza al distacco da tutto ciò che momentaneamente ci alletta. Troppi beni finiscono per nascondere il vero Bene; le pretese impediscono al cuore di godere. Lavorando per non compromettere il cuore in cose che ritardano o addirittura soffocano i suoi aneliti più genuini, la terra diventa buona. Allora, la nostra umanità si fa trasparenza, come quella di Gesù, dell’amore del Padre per il mondo, fino a farne conoscere la bontà e attirare tutti alla sua lode.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XVI Domenica

(19 luglio 2026)

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Sap 12,13.16-19;  Sal 85 (86);  Rm 8,26-27;  Mt 13,24-43

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Le parabole di Gesù possono essere lette in rapporto alle dinamiche che regolano la vita del cuore quando vuole godere del regno, che Gesù è venuto a manifestarci. Il salmo responsoriale di oggi ha un’espressione straordinaria che forse riassume al meglio tutte le invocazioni del cuore davanti al Signore: “Insegnami, Signore, la tua via: camminerò nella tua verità. Unifica il mio cuore perché tema il tuo Nome” (Sal 85/86,11). Ecco: lasciar lavorare la parola ascoltata nel cuore, lasciarla crescere, comporta il processo di unificazione del cuore perché tutto risponda all’amore di Dio che l’ha conquistato.

La prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, ha un modo singolare di presentare la questione che angoscia i giusti: “Perché Dio non toglie di mezzo i malvagi? Perché Dio lascia spazio al male?”. Dopo aver ricordato che Dio ha compassione di tutti perché tutto può e che chiude gli occhi sui peccati degli uomini aspettando il loro pentimento (Sap 11,23) il testo dichiara: “Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento”. ‘Tale modo di agire’ fa riferimento all’indulgenza e alla mitezza con cui Dio, dotato di forza onnipotente, agisce verso gli uomini e li giudica. Quel ‘deve amare gli uomini’ sarebbe, letteralmente, ‘è necessario che il giusto sia amante degli uomini’ o, ancora meglio, ‘il giusto deve essere ricco di umanità’. Dove la Scrittura segnala un ‘deve’, vuol dire che allude a una radice e a un compimento divini, a un esito divino della vita umana.

Il salmo responsoriale 85 riprende, a commento del brano della Sapienza, la lode del Dio compassionevole, pieno di amore, fedele e misericordioso, espressioni che sono tratte dalla rivelazione di Dio a Mosè sul Sinai, dopo il peccato del vitello d’oro, raccontata nel cap. 34 dell’Esodo.  Se il salmo ricorda la misericordia di Dio, lo fa in un contesto preciso, che è il seguente: “O Dio, gli arroganti contro di me sono insorti e una banda di prepotenti insidia la mia vita, non pongono te davanti ai loro occhi” (Sal 85,14). L’invocazione a Dio misericordioso nasce dal fatto che il giusto subisce l’azione dei malvagi e l’invocazione si traduce nella richiesta della ‘forza’, tipica di Dio, che è quella della ‘indulgenza, mitezza, pazienza’. È esattamente il contesto della parabola della zizzania.

Il regno dei cieli, come la parabola illustra, sta esattamente nello splendore di quella pazienza condivisa con Dio. Quando Gesù dice: ‘il regno dei cieli è simile a’, vuole squadernarci l’orizzonte della fede. Dio non toglie di mezzo i malvagi perché sono oggetto della sua pazienza, perché i giusti possano rivelare ai malvagi la forza di Dio, che non rinuncia al suo amore perché l’uomo lo disattende e i giusti saranno tanto più giusti quanto più faranno risplendere la potenza dell’amore paziente di Dio.

All’uomo giusto il malvagio non interessa per il giudizio, ma per la segreta provvidenza che comporta. Là dove il male imperversa si acuisce la sofferenza, ma chi accoglie la sofferenza degli altri permette alla propria umanità di splendere. Solo così il mondo è passibile della rivelazione del Regno e se il malvagio non viene meno è solo perché, nella pazienza di Dio, il bene risplenda nella scoperta di nuove dimensioni di umanità, cosa che fa presagire la presenza accompagnatrice di Dio nel mondo.

Il Signore vuol fare degli uomini i figli del Regno, ma insieme, di nascosto, è all’opera anche il maligno che invece vuole renderli suoi schiavi. L’esito della contesa tra l’uno e l’altro è scontato: prevarrà il Regno di Dio. Il problema nasce dal fatto che, se il Regno di Dio è reale per noi e dentro di noi, non è ancora però manifesto, per cui l’uomo si sperimenta come un campo di tensioni contrapposte, che la venuta di Gesù rende ancora più evidenti. Il nemico con cui si è confrontati è subdolo, lavora segretamente, per cui non è semplice acconsentire alla ‘volontà’ del padrone. La parabola ha proprio lo scopo di svelare le trame segrete del maligno, di non farsi turlupinare: in gioco è lo splendore della somiglianza con Dio in umanità. In effetti, per noi è importante cogliere cosa sta dietro alla volontà del padrone di lasciar crescere insieme grano e zizzania. Sarà proprio su quella ‘volontà’ che i buoni potranno misurare la loro bontà condividendo la pazienza del padrone verso tutti.

Le parabole ruotano sempre attorno a una domanda di fondo. La domanda della parabola della zizzania suona: perché il male? La spiegazione di Gesù illustra la prospettiva nella quale vivere il presente della storia, segnata dalla presenza dei malvagi e dall’imperversare del male. Come convivere con i malvagi è domanda più pertinente del perché ci sono i malvagi (i servi della parabola chiedono al padrone da dove viene la zizzania). L’unico buon atteggiamento possibile resta quello del padrone: “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura”. Secondo l’espressione del salmo: non lasciate che i malvagi mandino in pezzi il vostro cuore.

Le altre due parabole rispondono alla domanda: perché l’inizio del Regno è così insignificante? Dove si rivela l’evidenza del Regno? È per mostrare come la pazienza abbia un impatto straordinario nella vita dei cuori che Gesù racconta le parabole della senape e del lievito: da una realtà minuscola deriva una potenza straordinaria. La parabola del seme non insiste tanto sulla sua piccolezza, ma sulla potenza che possiede nonostante la sua piccolezza. La parabola del lievito mostra come l’evidenza del Regno non riguardi una cosa o l’altra. Del ‘regno’ non si può dire: eccolo qui, eccolo là. Riguarda l’insieme del mondo, della vita, dei rapporti, dell’agire e del sentire, dell’essere e del fare. S. Girolamo spiega come il lievito sia la conoscenza e la comprensione delle Scritture, la conoscenza del mistero del Figlio di Dio fatto uomo per noi e dice che la potenza del lievito è quella di portare tutto all’unità: all’unità delle potenze dell’anima, all’unità di spirito/anima/corpo, all’unità della famiglia umana. È la tensione divina che attraversa la nostra storia, che per questo è sempre storia sacra.

Il particolare delle tre misure di farina risponde alla quantità di farina usata da Sara per preparare da mangiare ai tre visitatori, come è raccontato in Genesi 18. Le tre misure (nel testo, tre sea, una misura antica di capacità che corrisponderebbe a circa 15 litri) è una quantità enorme. Si tratterebbe di quasi mezzo quintale di farina, una misura sproporzionata per tre persone. Con quella quantità si sarebbe sfamato un centinaio di persone! Così i Padri hanno collegato Sara alla donna della parabola di Gesù, che pone il lievito in un impasto di tre misure di farina. Il significato risulta: se la fede di Abramo ha fatto regnare Dio in questo mondo, la fede dei discepoli di Gesù arriva a trasfigurare il mondo intero.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XVII Domenica

(26 luglio 2026)

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1Re 3,5.7-12;  Sal 118 (119);  Rm 8,28-30;  Mt 13,44-52

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Delle sette parabole del regno, oggi vengono proclamate le ultime tre. Da osservare subito che, mentre le prime quattro sono dette alla folla, le ultime tre sono dette in casa, ai discepoli. Se si collegano al frutto che la parola ascoltata deve produrre, come viene spiegato per la parabola del seminatore, allora l’ultima, quella della rete gettata nel mare, allude alla pazienza dell’attesa. Il giudizio spetta solo a Dio, agli uomini interessa solo attendere al frutto senza perdersi o rivalersi nei confronti di nessuno.

Il frutto è considerato a partire da una ‘scoperta’, che l’antica colletta metteva subito in evidenza: “O Padre, fonte di sapienza, che ci hai rivelato in Cristo il tesoro nascosto e la perla preziosa, concedi a noi il discernimento dello Spirito, perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo il valore inestimabile del tuo regno, pronti a ogni rinunzia per l’acquisto del tuo dono”. Il tesoro e la perla sono il Cristo stesso. L’espressione della preghiera però è paradossale: ‘acquistare il dono’. Non siamo noi a conquistare il Cristo, ma, più semplicemente, per noi si tratta di ritrovarci nelle condizioni che permettono l’accoglimento del dono, che è lui.

Quelle condizioni sono segnalate dal canto al vangelo: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno” (cfr. Mt 11,25). L’essere piccoli è contrapposto ai dotti, ai saputi. Può pretendere l’uomo di conoscere le vie della vita? Per di più, Gesù si presenta dalla parte di Dio come ‘il più piccolo’ e se l’uomo, che aspira alla grandezza e alla conoscenza, non rinunzia ai suoi pensieri, mai troverà compimento ai suoi aneliti. Dice la stessa cosa il versetto di ingresso di sal 67/68,7: “a chi è solo [ai derelitti] fa abitare una casa”. Nell’interpretazione ebraica i ‘derelitti’ sono coloro che aspettano di essere raccolti dal Messia, nell’interpretazione patristica sono ‘gli uomini di un solo intento’, gli uomini che vivono senza divisioni. Sono i piccoli, quelli che hanno preferito i sentimenti di Dio ai propri, quelli per i quali la gioia della comunione con Dio e con i fratelli risulta essere di gran lunga preferibile a ogni altro desiderio perché si sono aperti ai segreti di Dio. La sapienza ha a che fare con quella gioia di condivisione dei sentimenti di Dio per l’uomo.

Per questo l’intelligenza ha a che vedere con la gioia di una scoperta. Le parabole non fanno corrispondere il regno di Dio a un tesoro o a una perla. Il paragone si gioca sulla situazione che si è invitati a vivere, come a dire: il regno dei cieli è simile a ciò che succede quando si scopre un tesoro o quando un mercante trova quello che ha sempre sognato di trovare. Tutta l’azione successiva scaturisce dalla gioia prorompente della scoperta. Senza quella gioia non è possibile concepire nessuna azione significativa a livello dell’orientamento della propria vita, sebbene le parabole alludano anche ad altre dinamiche, più nascoste ma non meno vere.

Alla dinamica di ricerca, anzitutto. Non si scopre a caso. Ci deve essere, di fondo, una passione per ciò che è prezioso, una inquietudine che non ti lascia vaneggiare o istupidire. Non sono sufficienti, al cuore dell’uomo, le cose che arriva a possedere; ha bisogno di cogliere quello che dentro le cose vive e attira, quello che solo può colmare il suo desiderio.

Alla dinamica di compravendita. Ciò che è prezioso non sta insieme a ciò che è vile, ciò che ha sostanza con ciò che ha solo apparenza. Perlomeno, insieme non possono stare tanto tempo e difatti viene il momento in cui ci si deve disfare di una cosa per comprare l’altra.

Alla dinamica di rischio. Più grosso è l’affare, più alto il rischio. E quando il tesoro o la perla trovata sono incomparabilmente più preziosi di tutto quello che ci si sarebbe potuti immaginare di trovare, allora ci si disfa di tutto. Il tutto di cui ci si disfa è direttamente proporzionale alla preziosità del tesoro trovato. La molla che permette, anzi che spinge al rischio della compravendita è appunto la gioia, percepita così profonda e piena da cacciare ogni timore.

Così il discorso sulla sapienza riguarda la capacità di vivere la vita per il verso giusto, il verso santo, il verso beato. Sarebbe il tema della prima lettura, dove il re Salomone chiede la sapienza del giudicare, con la conseguenza di avere insieme anche quello che non ha chiesto: regno, vittoria e stabilità. E la sapienza va impetrata dall’alto perché il tesoro e la perla di gran valore sono come nascosti; realmente si possono trovare, ma solo dentro una rivelazione che fa aprire gli occhi.

Matteo aveva riportato le parole di Gesù a proposito del tesoro nell’esposizione delle beatitudini perché “dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). Paolo l’aveva confermato con il dichiarare che in Gesù sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (cfr Col 2,3). È ancora Paolo a descrivere la sua esperienza di incontro con Gesù là dove riporta: “Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù. E Dio, che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo. Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi” (2Cor 4,5-7).

Appunto questa è la scoperta singolare. Il tesoro non è solo una ricchezza, ma una potenza, la potenza di un amore che conquista e trascina, potenza che è riferita all’amore misericordioso di Dio che, prevalendo su tutto, rende libero il cuore con la gioia che sprigiona. Non si tratta evidentemente di una gioia soddisfatta, ma di una gioia che fa attraversare tribolazioni e prove pur di non perdere mai l’amore, pur di far arrivare a tutti l’amore. È per questo che l’immagine del tesoro rende bene la natura del Regno annunciato da Gesù. Luca l’aveva proclamato con la parola di Gesù che commentava la scelta di Maria: “di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,42). Da intendere perciò: il cuore cerca il suo tesoro; un solo tesoro conta! L’affermazione non riguarda solo la cosa, cioè il tesoro, ma anche il cuore, vale a dire: il cuore è strutturato per godere del tesoro che lo riempie. Non si può non riandare alla affermazione di Gesù nel colloquio con gli apostoli nell’ultima cena, dopo aver parlato della vite e dei tralci: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XVIII Domenica

(2 agosto 2026)

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Is 55,1-3;  Sal 144 (145);  Rm 8,33.37-39;  Mt 14,13-21

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Il brano evangelico incastona l’episodio della moltiplicazione dei pani nel movimento di compassione di Dio per l’uomo: “e sentì compassione per loro”. Dietro ogni parola di Gesù, dietro ogni gesto sta la sua compassione, che rimanda direttamente all’amore sconfinato di Dio per i suoi figli, per i quali non ha esitato a mandare il suo Figlio. Proprio come annotava Origene in un suo splendido commento a Ezechiele: “Egli è disceso sulla terra mosso a pietà del genere umano, ha sofferto i nostri dolori prima ancora di patire la croce e degnarsi di assumere la nostra carne; se egli non avesse patito, non sarebbe venuto a trovarsi nella condizione della nostra vita di uomini. Prima ha patito, poi è disceso e si è mostrato. Qual è questa passione che per noi ha sofferto? È la passione dell’amore”. Proprio come proclama il salmo 144 riportando la rivelazione di Dio a Mosè sul Sinai dopo il peccato del vitello d’oro: “Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature”. È a partire da quella ‘passione’ che Gesù si ‘muove nelle viscere’ davanti allo smarrimento, alla sofferenza, alla fatica degli uomini.

Ed è per aver percepito quella ‘passione’ che san Paolo dirà con la convinzione dell’esperienza di una vita: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione …? … Io sono infatti persuaso che né morte né vita … né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”.

Quando il profeta Isaia, sempre percependo quella passione di Dio per il suo popolo, riassumerà l’invito di Dio per gli uomini alla comunione con lui e dirà: “Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”. Il desiderio di Dio e dell’uomo si richiamano. Come Dio invita l’uomo a venire a lui, così l’uomo grida a Dio perché venga a lui. Tutta la Scrittura è modulata sul grido del desiderio di Dio e dell’uomo perché tornino in comunione e tornino a godersi a vicenda. Dio dà la vita e l’uomo, che vi anela angosciosamente, da lui la può accogliere. L’ascoltare riguarda sempre l’ascoltare una ‘parola viva’ per avere la vita. L’ascoltare comporta così l’immagine corrispondente del mangiare perché allusivi di un’unica realtà: avere la vita. Il Signore sa saziare la fame dei suoi figli! Eppure, non risulta sempre evidente questa capacità di Dio per noi tanto che ha bisogno di invitarci insistentemente al suo banchetto, ha bisogno di sollecitarci a venire al suo banchetto. Le letture di oggi si intersecano per illustrare appunto il pressante invito di Dio. Si mangia per vivere.

Nello stesso capitolo 55, Isaia riporta la parola di Dio: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (v. 8). Il punto è esattamente questo. Quando Dio fa rilevare che il suo pensiero non è come il nostro vuol sottolineare che Lui è paziente e misericordioso con gli uomini, mentre gli uomini, con se stessi e con i loro simili, non lo sono; Lui è buono verso tutti, comunque, mentre gli uomini sono buoni ogni tanto e verso qualcuno piuttosto che verso altri. Se applichiamo la cosa al nostro cuore ne deriva che, se anche si ritrova cattivo, può sempre sperare nella bontà di Dio che non lo respinge; se anche si condanna, Dio può salvarlo, basta che abbandoni la sua iniquità. Tenendo conto di come sono fatti i nostri cuori, che si confondono con le loro azioni passate, proprie e altrui, incapaci di aprirsi al futuro come allo spazio di verità e di bene offerto loro da Dio, questa verità è estremamente consolante, è vivificante per i cuori. Proprio come dice s. Giovanni nella sua lettera: “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1Gv 3,20). La parola del Signore, ascoltata nel cuore, porta a gustare l’alleanza di Dio nella fioritura della propria umanità e l’alleanza di Dio è compiutamente rivelata nel Signore Gesù Cristo, colui che moltiplica i nostri pani condividendoli con tutti.

Se Gesù dice agli apostoli “date voi loro da mangiare” intende cooptare i discepoli nella sua stessa ‘compassione’. La cosa è stata interpretata dai Padri come un affidare loro il compito di spiegare le Scritture come un pane spezzato per nutrire l’intelligenza dei fedeli. E l’intelligenza dei fedeli resta nutrita appena il cuore si apre a quella rivelazione: i pensieri di Dio sono diversi dai nostri, il suo amore ci raggiunge comunque, il suo perdono, cioè la comunione con Lui, ci è sempre offerto. E questo è il banchetto a cui siamo invitati. Non per nulla tutto il brano evangelico ha una forte coloritura eucaristica. I verbi che introducono il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci sono i verbi tipici della celebrazione eucaristica: prese i pani, li benedisse, li spezzò, li diede. E l’Eucaristia costituisce il momento culminante dell’offerta di comunione da parte del Signore all’uomo tanto da renderlo un tutt’uno con Sé. È questa comunione che sazia il cuore dell’uomo.

Sapremo dal seguito del racconto, tenendo conto soprattutto della narrazione di Gv 6, che i discepoli non hanno compreso. Non è così agevole entrare nei segreti di Dio, pur intuendo che quei segreti rispondono alle attese dei nostri cuori. Il miracolo avviene nella sua materialità, vale a dire Gesù ha la capacità di compierlo, l’effetto però non è ancora quello sperato da Gesù. La gente non interpreta secondo i pensieri di Dio, ma secondo i propri e non s’avvede che quel pane distribuito è segnale della consegna di Dio agli uomini perché gli uomini vivano da figli di Dio. Gesù, dopo il miracolo, si ritrova solo. Quando allora tale mistero diventerà accessibile? Lo riferisce s. Paolo: “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?”. Quando, nell’amore del Signore per noi, che ci ha rigenerati nel perdono, sapremo accogliere con gratitudine la vita; quando non permetteremo a nulla, nemmeno ai nostri nobili sensi di colpa, di sopraffare il nostro cuore al di sopra dell’amore del nostro amato Signore, che a noi si è consegnato.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XIX Domenica

(9 agosto 2026)

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1Re 19,9a.11-13a;  Sal 84 (85);  Rm 9,1-5;  Mt 14,22-33

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Il salmo responsoriale, nell’antica versione della LXX, descrive l’atteggiamento del cuore che incontra il suo Dio: “Ascolterò cosa dirà in me il Signore Dio, perché proclamerà la pace al suo popolo, ai suoi santi e a quanti convertono a lui il cuore” (Sal 84/85,9). Frase che la Vulgata rende: “Dio parlerà di pace al suo popolo, ai suoi santi e a quanti ritornano al [proprio] cuore”. L’uomo si ritrova esaudito nell’invocazione: “Mostra a noi, Signore, il tuo amore, e donaci la tua salvezza” (Sal 84/85,8). È quanto sperimenta Pietro nel suo sprofondare nell’acqua appena grida “Signore, salvami”.

La rivelazione del Signore avviene sempre dentro un contesto drammatico. La celebrazione liturgica ne è come l’eco che apre il cuore alla conoscenza del Signore. Il brano evangelico di oggi è narrato in Matteo, Marco e Giovanni, ognuno apportandovi dettagli estremamente rivelatori. Gesù aveva appena operato il miracolo della moltiplicazione dei pani, che aveva scatenato l’immaginario messianico della gente. Gesù accetterà di essere proclamato re solamente durante la passione, davanti a Ponzio Pilato e sulla croce. Deve quindi rifiutare il delirio della gente e si premura di salvaguardare i discepoli costringendoli a partire subito. Lui si ritira sul monte, da solo, a pregare (sembra che si tratti del monte dove Gesù aveva proclamato le beatitudini!). È l’unica volta, se escludiamo il racconto del Gethsemani, che Matteo descrive Gesù in preghiera solitaria. L’annotazione è carica di mistero perché indica la prossimità di una rivelazione. Quando si ricongiunge ai discepoli camminando sulle acque, vuole rivelare qualcosa di sé a loro e a noi. Matteo non dice che i discepoli faticavano ai remi per il vento contrario; parla della barca agitata dalle onde, della barca in cui Pietro e i discepoli fanno la loro confessione di fede, della barca che, una volta accolto a bordo Gesù, non ha più il vento contrario. Tutti particolari che danno all’episodio una forte valenza simbolica: la barca è la Chiesa che, con la presenza del suo Signore, non teme alcuna traversata, alcun vento contrario.

L’intervento di Pietro e dei discepoli è collocato dentro una linea di sviluppo della loro fede in Gesù che si fa via via più coinvolgente e totale. L’evangelista aveva notato come i discepoli, al miracolo della tempesta sedata, siano rimasti colmi di stupore; qui, riconoscono Gesù come Figlio di Dio; poi riconosceranno Gesù il loro Signore. Pietro, in particolare, attira l’attenzione dell’evangelista Matteo. Pietro è affascinato dalla figura di Gesù, vuole seguirlo, ma stenta ad accettare la rivelazione di Dio. Cammina anche lui sulle acque, ma ha paura e affonda. Nell’ultima cena non vuole essere lavato, al Gethsemani estrae la spada, segue Gesù nella sua cattura, ma per paura lo rinnega. Tuttavia, sempre ritorna a Gesù, vuole seguire Gesù, piange il suo tradimento e finalmente il Maestro lo rassicura sulla sua fedeltà a Lui, ormai conquistato alla fede in Lui e al suo amore fino a dare la vita per Lui.

La preghiera di Gesù sul monte ha a che fare appunto con la rivelazione della sua persona e dell’amore salvatore di Dio, rivelazione che ha bisogno di tempi e spazi per conquistare i cuori, cosa che il Signore sa benissimo e che con fantasia persegue pazientemente. Il credente si ritrova identificato nella fede di Pietro, nelle sue generosità e nelle sue debolezze.  Pietro crede di poter imitare Gesù (“Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”), ma Gesù può essere solo seguito. Gesù accoglie la richiesta di Pietro perché conosce il suo cuore e sa che Pietro scoprirà la verità quando griderà: “Signore, salvami!”. È il tono della preghiera quando è sincera. Non c’è più ombra di sfida, di pretesa, di vanità. È il momento della verità e invece di affondare, sentiremo una mano tesa che ci sottrae ai gorghi. Quante stupide pretese ci condannano a restare nei gorghi! Ed è allora che capiremo qualcosa di più di quel Signore che abbiamo accolto venirci incontro e sentiremo il suo nome che si rivela al nostro cuore: “il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia e di fedeltà …” (Es 34,6).

La proclamazione di questo nome sarà avvertita, come dice la prima lettura a proposito della rivelazione di Dio al profeta Elia, minacciato di morte, angosciato e pur pieno di zelo, come il sussurro di una brezza leggera, che letteralmente suonerebbe ‘come il fruscio di un silenzio leggero’. Il mormorio non allude solamente alla modalità con cui Dio si rivela, nel senso che ciò che di Lui appare non risulta mai evidente e benché la traccia di questo mormorio si imprima indelebilmente nel solco dell’anima non impedisce agli altri rumori di disturbare ed opprimere, bensì alla natura stessa del rapporto tra Dio e l’uomo. Se Dio tende a mostrarsi Salvatore è perché vuole la risposta dell’uomo in amore, senza costrizioni. L’amore grande non è quello che travolge, ma quello che sa e permette e favorisce e suscita l’amore nell’altro finché tutto, nell’altra persona, sia espressione di amore.

Elia si trova nella caverna in cui ha soggiornato Mosè, nel luogo dove Dio è apparso a Mosè. Anche loro si trovavano sul monte, in preghiera. La preghiera ha sempre a che vedere con la rivelazione del volto di Dio e la rivelazione del volto di Dio ha sempre a che vedere con la missione ai propri fratelli, in quanto, se Dio si rivela, si rivela solo come amante e salvatore degli uomini. In effetti, la voce che viene rivolta al profeta: “Che fai qui, Elia?” precede e segue la manifestazione di Dio. Nulla è detto di quanto avviene tra il profeta e il suo Signore nel momento misterioso della manifestazione. Quello che sappiamo è che Dio rimanda il profeta sui suoi passi, tra i suoi fratelli, a continuare l’opera di cui lui, forse presuntuosamente, si era immaginato essere l’unico testimone credibile. Così l’accento non è posto sulla testimonianza del profeta, ma sulla fedeltà di Dio alla sua alleanza. Stessa cosa fa Gesù con Pietro, con i suoi discepoli, con noi.

La denominazione del ‘Dio che passa’, come Gesù fa mostra di assumere (Marco annota di Gesù che cammina sulle acque : “e voleva oltrepassarli”), rivela il fatto che Dio può essere conosciuto solo stando dietro, solo seguendolo, solo camminando dietro a Lui, solo osservando la sua parola. Ed è quello che fa la Chiesa nel mondo: seguire Cristo, che rivela al mondo lo splendore dell’amore di Dio. E sarà solo seguendo Gesù che l’amore agli uomini comporterà lo splendore della presenza di Dio in questo mondo.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Solennità e feste

Assunzione della Beata Vergine Maria

(15 agosto 2026)

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Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab;  Sal 44 (45);  1Cor 15,20-27a;  Lc 1,39-56

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Un bellissimo tropario della liturgia bizantina canta: “Nella tua maternità hai conservato la verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio; hai raggiunto la sorgente della Vita, tu che hai concepito il Dio vivente e che con le tue preghiere libererai le nostre anime dalla morte”. Cosa proclamiamo nella festa di oggi riguardo alla Madre di Dio? Che è stata assunta alla gloria celeste col suo corpo e con la sua anima e dal Signore esaltata come Regina dell’universo, partecipando in modo singolare alla risurrezione del suo Figlio e anticipando quella che sarà la risurrezione di noi tutti. Della sua morte si dice soltanto che non ha patito la corruzione della tomba. Il nome antico della festa è ‘Dormizione della Vergine’ con l’evidente allusione al mistero del suo transito. È tradizione comune però pensare alla sua morte in questi termini: “Se l’ineffabile suo frutto, per il quale essa è divenuta cielo, ha volontariamente accettato la tomba come un mortale, potrà forse ricusarla colei che senza nozze lo ha generato?”. E ancora: “Tomba e morte non hanno trattenuto la Madre di Dio, sempre desta con la sua intercessione e immutabile speranza con la sua protezione: quale Madre della vita, alla vita l’ha trasferita colui che nel suo grembo semprevergine aveva preso dimora” (dalla liturgia bizantina).

Nella celebrazione liturgica, vigiliare e del giorno, la chiesa onora la Madre di Dio con due salmi caratteristici, il 131 (132) e il 44 (45). A commento dell’intronizzazione dell’arca nella tenda fatta costruire da Davide a Gerusalemme, secondo il racconto di 1Cr 15, la chiesa, con il salmo 131, canta la Madre di Dio come arca dell’alleanza, arca della potenza, resa dalla LXX ‘arca della santità’. Secondo un’antica concezione ebraica, il tempio di Gerusalemme sarebbe stato trasportato presso Dio nel momento in cui il mondo sarebbe stato distrutto. L’arca, il tempio, è prima di tutto quel ‘grembo’ che ha portato il Figlio di Dio fatto uomo, come l’ascoltatrice di Gesù, estasiata, gli grida: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato” (Lc 11,27).

L’immagine viene ripresa nella liturgia del giorno con il salmo 44, il salmo nuziale per eccellenza tra il Cristo sposo e la chiesa sua sposa, salmo intitolato ‘cantico d’amore’ o ‘cantico sul Diletto’. La chiesa attribuisce alla Vergine Maria i vv. 12-14: “Il re è invaghito della tua bellezza. È lui il tuo signore …Entra la figlia del re: è tutta splendore, tessuto d’oro è il suo vestito”, resi nella LXX: “il re ha bramato la tua bellezza: è lui il tuo Signore … tutta la gloria di lei, la figlia del re, è nell’intimo, avvolta in abiti con frange d’oro”. Il libro dell’Apocalisse, verso la fine, riprende l’immagine con la descrizione della Gerusalemme nuova “scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2).

            La visione della chiesa come sposa pronta per il suo sposo è contemplata simbolicamente nella Vergine Maria, assunta in cielo, perché può essere consegnata a Dio Padre, fulgida di tutto lo splendore che la salvezza operata da Dio comporta. Il disegno di Dio in tutto il suo amore per l’uomo, dalla creazione alla glorificazione finale nel suo Regno, solo questa nostra sorella, la Vergine, lo può godere compiutamente. Ella lo sa e può dichiarare: ora so per esperienza tutto l’amore che Dio ha portato all’umanità, che ha portato a me perché sia visibile a tutti! E proprio perché la sua lode per Dio è piena, allora anche l’esultanza del suo cuore è piena e la sua intercessione irresistibile. Guardando alla Vergine gloriosa, assunta in cielo, i fedeli non possono non considerarla, come canta il prefazio: “primizia e immagine della Chiesa … un segno di consolazione e di sicura speranza”, e ripetere con il poeta: “Qui se’ a noi meridiana face di caritate, e giuso, intra ‘ mortali, se’ di speranza fontana vivace” (Paradiso, canto XXXIII).

La benedizione di Elisabetta per la Vergine Maria ne esprime tutto l’incanto: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. In quel “ha creduto” è indicata tutta la disponibilità della Vergine all’azione di Dio (“Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”), dove il proprio essere è vissuto come risposta al desiderio di Dio, come spazio di compimento all’agire di Dio. Nell’ “adempimento” è adombrata la generazione del Verbo che in lei prende forma. Accogliere il Verbo nella propria umanità significa far risplendere l’amore di Dio nel mondo e compiere la propria umanità permettendole di far trasparire la divina Presenza. La grazia di questa maternità spirituale è estesa a tutti i credenti: tutti possono ereditare la beatitudine che deriva dall’ascoltare e osservare la Parola. Nella dinamica dell’obbedienza della fede, l’ascolto della Parola equivale alla fin fine ad accogliere e generare in noi il Verbo, di cui risplendono tutte le parole della Scrittura.

Così, ascoltare e osservare la Parola non è semplicemente un mettere in pratica quello che Dio dice. È assai di più. Significa permettere alla promessa di Dio, racchiusa nella sua parola, di compiersi, di rivelarsi finalmente al cuore e al mondo. Significa acconsentire al desiderio di Dio di compiersi, significa fare in modo che il desiderio che Dio ha di incontrare l’uomo finalmente trovi compimento. Ora, da dove deriva la vita all’uomo se non da un incontro d’amore? Sia in senso fisico, un figlio, sia nel senso di procurare vitalità, gioia di vivere, visione di speranza, forza ed energia. Più questo consenso da parte dell’uomo è totale, più la vita che deriva da Dio è fluente e incontenibile. Vince la morte. Per sempre. Quello che la festa dell’assunzione al cielo di Maria celebra.

La vera meraviglia di Dio per gli uomini è proprio il dono del Figlio, che di quell’umanità che ci costituisce svela i confini e le sorgenti divine. Chi, più della Vergine, ha goduto tutta la potenza di splendore di questo dono per l’umanità? Così l’intercessione della Vergine va nella direzione dell’invocazione della preghiera ‘sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra’. Da interpretare: ‘si compia il tuo amore finché la terra diventi tutta cielo’; nulla rimanga inaccessibile all’amore di Dio che si dispiega potente. Lei, la serva del Signore, terra come noi, ma totalmente disponibile all’agire di Dio, è diventata tutta cielo. Intercede perché anche la nostra umanità, in ciascuno e in tutti, si allarghi agli spazi e alle profondità della sua stessa umanità, nella comunione con il proprio Dio. Per questo la chiesa prega oggi la Vergine gloriosa dicendo con l’orazione alle offerte: “… per sua intercessione i nostri cuori, ardenti del tuo amore, aspirino continuamente a te”. Così come è stato per lei.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XX Domenica

(16 agosto 2026)

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Is 56,1.6-7;  Sal 66 (67);  Rm 11,13-15.29-32;  Mt 15,21-28

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Il tema della liturgia di oggi è l’ingresso dei pagani nell’alleanza del Signore: a tutti si rivolge la salvezza operata dal Signore. Come l’annuncia il profeta Isaia: “… il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”. Con il capitolo 56 inizia la terza parte del libro di Isaia. Siamo a Gerusalemme, pochi decenni dopo la tragedia dell’esilio, in attesa che la promessa di liberazione si compia. La visione del profeta non riguarda però semplicemente la liberazione dall’esilio, ma la valenza profetica di quella liberazione: sarà estesa a tutti i popoli; tutti, pagani e eunuchi (categoria di persone che erano escluse dal culto in Israele), tutti potranno godere della misericordia di Dio, tanto che il Dio di Israele non sarà più indicato come il Dio che trasse Israele dall’Egitto, come il Dio che liberò Israele dall’esilio, ma come il Dio che raduna il suo popolo ‘da tutte le nazioni’.

La chiesa commenta la visione profetica di Isaia con il salmo 66, un monito a tutti i cristiani perché si guardino bene dal rinchiudersi in orizzonti ristretti. L’aveva ben espresso s. Agostino con parole splendide: “Confessino a te i popoli, o Dio; confessino a te”, ripete, “tutti i popoli”. … Camminate sulla via insieme con tutte le genti, camminate sulla via insieme con tutti i popoli, o figli della pace, o figli dell’unica chiesa cattolica! Camminate sulla via e, camminando, cantate!… Cantate il cantico nuovo lungo la via che avete conosciuto “in terra”. In quale terra? “In tutte le genti”. Il cantico nuovo non appartiene a una fazione. Chi canta in una fazione, canta un cantico vecchio. Qualunque cosa canti, canta cose vecchie, come è vecchio l’uomo che canta … Canta sicuro – ripeto -il cantico nuovo nella via che hai conosciuto “in terra”, cioè “in tutte le genti”.

In questa esortazione, va letta anche una dimensione applicabile al cammino di ciascuno. Il cantico nuovo riguarda tutto di noi. Se io ho accolto l’alleanza del Signore, non tutto di me l’ha accolta; se io ho accolto la buona novella, non tutto di me è stato evangelizzato e poco a poco l’insieme di me deve poter godere dei beni di questa alleanza. Se le mie qualità e virtù mi riportano al Signore, anche i miei difetti e peccati devono potermi riportare a Lui attraverso il pentimento. Se un pensiero buono mi svela qualcosa del mio Signore, mi introduce nella sua intimità, anche un pensiero cattivo cela qualcosa da scoprire per il mio cuore in rapporto al Signore, e così un mio peccato, una mia debolezza. “Tutti i confini della terra” del salmo 66 alludono proprio alla totalità degli aspetti che ci compongono e ci strutturano: tutti appartengono al Signore, tutti sono destinati a essere riportati al Signore.

Il brano del vangelo lo mostra splendidamente. I pagani sarebbero entrati nell’Alleanza non con la predicazione o i miracoli, ma attraverso la morte redentrice di Gesù. L’ora però non era ancora giunta e Gesù respinge sulle prime la richiesta della donna cananea. Era ancora il tempo riservato alle pecore perdute della casa di Israele. Ma allora perché Gesù cede all’insistenza della donna, come se lui fosse costretto ad accelerare, ad anticipare la sua ora? Era già successo con la richiesta del centurione (cfr. Mt 8), che Gesù aveva esaudito. Ma qui Gesù sembra alzare il prezzo, sembra voler accentuare una distanza, una inopportunità che tende a suonare ai nostri occhi, oltre che sgradevole, dura e irrispettosa. Non è però stato così per la donna cananea che non recede, non si fa intimidire, ha la risposta pronta, nella quale Gesù vede la fede del suo cuore, a cui non resiste. Addirittura, si potrebbe pensare che la fede della cananea faccia presagire alla coscienza di Gesù l’orizzonte universale della salvezza, che solamente più tardi si farà evidente. La donna, da pagana, sa che può contare sulla generosità di Dio, sebbene sia perfettamente cosciente di non poter avanzare alcun titolo di pretesa, di non avere titolo alcuno per essere soddisfatta. Sa comunque che nel banchetto messianico il pane sarà così in sovrabbondanza che lei si può accontentare delle briciole, sebbene Gesù alla fine le dà proprio il pane dei figli.

La particolarità dell’atteggiamento della cananea sta in quel grido ‘Signore figlio di Davide’ dove compare tutto lo stridore della distanza tra lei, pagana e quel profeta, ebreo. Non minimizza la distanza, la sottolinea, la rimarca e quando Gesù le rinfaccia che non si dà il pane ai cagnolini (i pagani erano chiamati ‘cani’ dai giudei), non si lamenta e non si ritrae sdegnata del paragone, sviluppa anzi il paragone a suo favore. Riconosce che non ha diritto a quel pane, ma che per la sua sovrabbondanza alcune briciole possono cadere anche per lei. Grande era la sua fiducia in quel profeta e nello stesso tempo era priva di qualsiasi pretesa. La sua fede era schietta, il suo bisogno assoluto.

L’aspetto misterioso che va colto è il fatto che fiducia e indegnità vanno di pari passo, mentre normalmente, nelle dinamiche interiori che possiamo osservare, tendiamo a separarle. Invece l’una è custode dell’altra, l’una dice la sincerità dell’altra. Davanti al Signore il nostro cuore è come la donna cananea. È vero, abbiamo già incontrato il Signore, ma tutto di noi non è ancora nella luce del suo vangelo. Per molti aspetti siamo cananei, pagani. E possiamo trovare accesso al Signore, Salvatore nostro, solo come la donna cananea, dove la fiducia nella potenza di Gesù sta in stretta compagnia con la coscienza della propria indegnità e l’urgenza del bisogno di guarigione e di vita. L’insincerità del nostro cuore, quello che indebolisce la nostra fede e l’annacqua, è la pretesa di trovar soddisfazione comunque. È la debolezza dell’israelita ‘fariseo’ che crede di avere la vita perché Dio gliela deve. In questo modo non scoprirà nulla e il miracolo non avverrà.

Ci si avvicina a Dio più si ha coscienza di essere peccatori e meno scusanti si adducono alle proprie miserie. Quando finiremo di giustificarci accusando gli altri, gli eventi, il mondo, allora saremo sinceri davanti a Dio e scopriremo che Dio non potrà resistere al nostro grido perché indegnità e fiducia accelereranno la sua manifestazione di grazia al nostro cuore. Manifestazione che avverrà secondo l’invocazione dell’antica colletta: “O Dio, che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano, infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio”. La chiesa insegna a pregare con insistenza presso il Signore al fine di provare nel cuore, non semplicemente l’amore, ma la dolcezza del suo amore, perché sa che non è agevole credere che i beni del Signore, non solo rispondono ai nostri desideri, ma li precedono e li sopravanzano! Sarà quella ‘dolcezza’, gustata almeno una volta, a convincere il cuore a stare nella pazienza e nella fiducia, a dispetto della nostra evidente indegnità.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXI Domenica

(23 agosto 2026)

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Is 22,19-23;  Sal 137 (138); Rm 11,33-36;  Mt 16,13-20

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Risuona potente l’affermazione di Paolo ai Romani: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,33). Non però perché sono incomprensibili o oscuri, ma perché rispondono alla grandezza di un amore così impensabile, che il cuore dell’uomo stenta a riconoscere. Nel brano di oggi risuona l’eco della lode di Gesù al Padre: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza” (Mt 11,25-26). In primo piano non sta l’opera dell’uomo, ma l’azione di Dio che si manifesta nel suo amore per l’uomo. Gesù testimonia proprio questa azione della manifestazione di Dio agli uomini. Solo coloro che non alzano barriere di pretese o rivendicazioni, solo i piccoli, coloro che sono disposti ad accogliere con fiducia e stupore, solo questi possono partecipare alla gioia di quella manifestazione. Di questa beatitudine Pietro partecipa e, con lui, tutta la chiesa.

Nel colloquio a Cesarea con i discepoli, quando chiede loro che cosa pensa la gente di lui e che cosa loro pensino di lui, Gesù usa per l’ultima volta il titolo di ‘figlio dell’uomo’. Pubblicamente non lo userà più, fino a riprenderlo davanti al Sommo Sacerdote in occasione del suo processo davanti al Sinedrio (cfr. Mt 26,64), a significare il contenuto messianico di quel titolo. Ma nessuno è ancora pronto a cogliere il contenuto di rivelazione di quel titolo e per evitare malintesi Gesù non lo usa più. In effetti, dopo la confessione di lui come il Messia, Gesù ingiunge ai discepoli di non parlare, di non dire. È confessato come Messia, ma non è ancora il momento di dichiararlo pubblicamente.

Cesarea di Filippo è la città costruita da Erode Filippo presso le sorgenti del Giordano, in una zona rocciosa, alle pendici del monte Hermon, nell’estremo nord di Israele. Prima di scendere a Gerusalemme, Gesù, che aveva raccolto attorno a sé i suoi apostoli, li interroga. Per la gente io chi sono? Nella loro risposta i discepoli alludono alla grande attesa che abita i cuori: verrà il messia e ci libererà. Non era importante definire la persona del messia, era sufficiente che fosse definito il ruolo del messia. La gente si ferma qui. Sono riprese le descrizioni scritturistiche del messia, cominciando dall’affermazione di Erode: costui è il Battista redivivo, interpretato come l’Elia che deve venire. E Matteo aggiunge anche il nome del profeta Geremia per sottolineare il destino di sofferenza del messia, come poi Gesù dirà poco dopo. Gesù però insiste con i discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?”. La risposta di Pietro, portavoce dei suoi compagni, fa un passo avanti rispetto alla gente; cerca di cogliere la persona del messia senza fermarsi semplicemente al ruolo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Nella sua professione di fede c’è la confessione di Gesù come l’Eletto, l’Unico, il Figlio Unico, l’Unigenito, nella sua unicità di relazione con Dio; ma anche nella sua unicità di relazione con gli uomini, per i quali è l’Inviato, il Figlio prediletto che rivela l’amore del Padre, l’Unico che può rivelare il vero volto di Dio. Tutto questo esprime la sua confessione di fede ed è per questo che Gesù lo proclama beato in quanto quella percezione non può derivare dalla carne e dal sangue, dalla sua esperienza umana, ma deriva dall’iniziativa stessa di Dio che al suo cuore si è mostrato.

Allora Gesù fa una promessa a Pietro: “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. Pietro è la traduzione greca del nome aramaico Kepha (roccia). Nell’ambiente di allora non veniva usato come nome proprio di persona. L’attribuzione a Simone, figlio di Giovanni, del nome ‘Kepha’, ‘Roccia’, Pietro (nel racconto di Matteo, fin dall’inizio Simone è chiamato Pietro; perciò non si deve vedere in questo evento l’attribuzione del nome Pietro a Simone, bensì la spiegazione del fatto che Gesù l’abbia fin dall’inizio chiamato così) indica il fondamento sul quale si regge la fede: la persona del Figlio del Dio vivente, sul quale l’apostolo e tutti i discepoli con lui possono giocare la loro vita, perché Dio non viene meno alla sua alleanza con gli uomini e perché Gesù costituisce il sigillo ultimativo e definitivo della volontà di salvezza di Dio per l’uomo. Dio in effetti è la Roccia, colui che non viene mai meno, che non manca di adempiere le sue promesse, che è sufficientemente potente per adempierle; se l’uomo lo accoglie, lo riconosce, ne avverte il Bene e gli fa spazio, partecipa anche lui di quella ‘saldezza di fondamento’ e può gustarne la dolcezza incorruttibile. Si può ravvisare nella promessa di Gesù l’eco di Is 28,14-18, dove il profeta annuncia la messa in opera della pietra angolare per la ricostruzione di Gerusalemme e del Tempio, rovesciando l’alleanza con gli inferi dei capi di Israele. Per alleanza con gli inferi o con la morte si intendeva il patto scellerato dei capi di Israele con l’Egitto in funzione antiassira, cosa che ha solo accelerato il disastro. Ma Dio non viene meno alle sue promesse e prepara la nuova pietra angolare, che poi è Gesù stesso, confessato appunto da Pietro come Messia.

Nel giudaismo il legare e sciogliere alludeva al proibire e permettere secondo la Legge. Qui invece assume il significato dell’escludere e dell’ammettere, nel senso che non saranno più gli scribi (a loro sono tolte le chiavi, cfr. Mt 23,13) a far entrare nella comunità dell’alleanza, ma saranno i discepoli che allargheranno alle genti la possibilità di entrata. Allude anche al potere della confessione di fede nel Signore Gesù che apre al perdono dei peccati e dà l’accesso al regno di Dio. Con la conseguenza che la disposizione di legare/sciogliere riguarda il movimento profondo del cuore davanti al prossimo. Come a dire: se sciolgo il fratello dal suo peccato verso di me, anche il mio peccato sarà sciolto davanti a Dio. Se lego il peccato del mio prossimo, anche il mio resterà legato davanti a Dio. È il mistero della dinamica del perdono, forse la dimensione evangelica più marcata nell’insegnamento di Gesù.

È però anche il mistero della ‘conversione’ che ci ottiene la riconciliazione con Dio, nel Signore Gesù, garantita dalla Chiesa. Come se la Chiesa ci ripetesse sempre: il regno dei cieli è davanti a voi; Colui che Dio ha designato per mostrarvelo, per aprirvelo, per introdurvici, è qui davanti a voi. Lo potete toccare, è finalmente alla vostra portata. Niente e nessuno può rapirci al Signore: questo significa che le porte degli inferi non prevarranno contro la chiesa. Se siamo suoi, di lui che è il più forte, allora nessuno può rapirci; se prendiamo la vita da lui, che è il Vivente, Colui sul quale la morte non ha più potere, allora la vita che ci attraversa non cederà davanti a nulla perché non è più soggetta alla morte. Quella promessa è da raccordare con l’altra, alla fine del vangelo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, parole con cui si chiude il vangelo di Matteo (Mt 28,20). E nelle parole di Gesù è adombrata la promessa che non mancheranno mai uomini e donne che faranno risplendere in mezzo a noi quella Presenza.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXII Domenica

(30 agosto 2026)

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Ger 20,7-9;  Sal 62 (63);  Rm 12,1-2;  Mt 16,21-27

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Il canto di ingresso potremmo metterlo in bocca a Pietro dopo il severo rimprovero che gli fa Gesù: “Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mt 16,23). Il cuore di Pietro si è trovato diviso tra la confessione di fede di un momento prima e la resistenza, subito dopo, all’annuncio della passione da parte del Maestro. Si è trovato incapace di accoglierne il mistero. Possiamo intuire allora la supplica segreta del suo cuore con il versetto 11 dello stesso salmo di ingresso, il salmo 85 (86): “Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini, tieni unito il mio cuore, perché tema il tuo nome”, reso da Girolamo: “unicum fac cor meum” e dalla LXX: “gioisca il mio cuore”.

L’unificazione del cuore avviene secondo l’esortazione di Paolo ai Romani: “lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare … benedite chi vi perseguita … volgetevi a ciò che è umile … vinci il male con il bene”. Avviene secondo il desiderio prorompente che canta il salmo 62 (63): “Ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne”, che Origene mette in bocca a Cristo che parla al Padre. Teniamo conto che il verbo tradotto in italiano con ‘desiderare’, in ebraico è un hapax, vale a dire ricorre solo qui in tutta la Bibbia. Allude a un desiderio intenso, travolgente, fondato sull’intima convinzione che “il tuo amore vale più della vita” (v. 4). È l’esperienza del profeta Geremia: “Mi hai sedotto Signore, e io mi sono lasciato sedurre”. E se, davanti alla fatica di star fedeli alla parola del Signore vorrebbe lasciar perdere: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome”., tuttavia ne resta totalmente coinvolto: “Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”.

Cosa è successo a Pietro da passare in pochi minuti dall’entusiasmo della confessione di fede al rifiuto della rivelazione di Gesù? Nel rimproverare Gesù, Pietro aveva probabilmente temuto per sé. Se Gesù, confessato come il Messia, avesse dovuto patire e morire ignominiosamente, certamente sarebbe svanito il prestigio dell’essere ‘compagno’ del Messia. E allora che ne sarebbe stato di lui? Ora, se gli uomini pensano in prospettiva mondana, come potranno vedere i segreti di Dio? La rinuncia ad ogni prospettiva mondana corrisponde al fatto di seguire il Signore o, nel linguaggio dell’AT, al fatto di servirlo. La sottolineatura di senso risulta la seguente: imparare a custodire il cuore unito nella sua promessa e a godere della sua rivelazione.

Chi trama segretamente contro l’adesione alla promessa di Dio è il maligno, il quale invita subdolamente (sotto apparenza di bene) a fare i suggeritori di Dio. Ma il maligno, che né conosce né tanto meno accetterebbe gli scopi di Dio, suggerisce secondo i suoi scopi: non vuole la gloria dell’amore; lui conosce solo la gloria del prestigio. Ecco perché Gesù, rimproverando Pietro, lo esorta: non starmi davanti, non volermi fare da suggeritore, perché questa è la parte del maligno; tu stammi dietro, vienimi dietro.

Quando Gesù spiega ai discepoli il suo dover soffrire, non intende illustrare nessuna ragione misteriosa, ma più semplicemente e più direttamente intende implicarli nella rivelazione dell’amore di Dio per l’uomo; intende collocarli nella verità di un’esperienza di amore che viene dall’alto. Da parte nostra, la resistenza ad accogliere la portata rivelativa di quel ‘è necessario’ indica tutta la distanza tra il sogno di un amore e la concretezza nel viverlo. Il rinnegamento di se stessi è la rinuncia ad avere qualcosa da difendere (da notare che il verbo è il medesimo che userà l’evangelista quando riferirà del tradimento di Pietro il quale ‘rinnega’ Gesù perché vuole difendere se stesso). La difesa porta sempre sulla vita che temiamo venga oppressa o mortificata; porta sempre a un io che si arrocca nei suoi confini per paura, a un io che non si fida della grandezza che gli è offerta da Dio. La conformazione al mondo riguarda la difesa di sé come principio supremo. La trasfigurazione secondo l’uomo nuovo riguarda la consegna di sé per godere del dono di Dio. In pratica succede che nel conformarci al mondo ci difendiamo da Dio ritenendo menzognera la grandezza che ci offre.

L’anelito del salmo lo esprime a meraviglia: ‘il tuo amore vale più della vita’. La tradizione parla di ‘aderire’ al Cristo. Con una bellissima espressione Basilio Magno così spiega: “restando incessantemente appesi al collo di lui come i bambini alla madre”. E la Regola di s. Benedetto prescrive: “nulla anteporre all’amore di Cristo”. A questo alludono le parole di Gesù sul rinnegamento, sul portare la croce. È quanto mai ‘realistica’ l’affermazione di Gesù: “Chi vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. La dinamica del perdere/trovare è essenziale alla vita. La vita che si vuole difendere risulta vuota, fasulla, mentre la vita vera, quella desiderabile e che la fa desiderabile, è soltanto quella ‘donata’, cioè trovata. Dire ‘trovata’ significa alludere a quella gioia della scoperta che rende capaci di lasciare se stessi per avere la vita in se stessi.

Nella reazione di Pietro troviamo la nostra stessa contraddizione. Per esprimerla con le parole della liturgia di oggi: è vero che nel profondo del cuore diciamo “tu sei il mio Dio, ha sete di te l’anima mia”, ma poi, nel concreto delle situazioni, finiamo sempre per riscegliere noi stessi misconoscendo il Signore e la sua promessa. A differenza del profeta Geremia che non poteva contenere il fuoco che gli ardeva dentro, noi fin troppo bene riusciamo a contenerlo, lo mortifichiamo, finiamo perfino per spegnerlo. Ed è per questo che non riusciamo a liberarci dal bisogno di difenderci, impedendoci però di godere la vita e impedendolo anche agli altri. Non rimaniamo conquistati, non ci lasciamo conquistare, come invece è avvenuto per Geremia, per Pietro, per Paolo. In noi prevale troppo la diffidenza, la paura.

L’espressione finale del brano, che normalmente si traduce con “e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni”, nel testo di Matteo, che unisce la figura del giudice a quella del messia, acquista una valenza insospettata. È il giudizio sulla fede, non sulle opere. Letteralmente la frase andrebbe resa con “allora renderà a ciascuno secondo il suo modo di agire”, intendendo: il giudizio verterà sulla relazione con Gesù. In particolare, sullo star dietro e non davanti, sull’eseguire e non sul suggerire, sulla rinuncia a ogni prospettiva mondana pur di stare dalla parte di Gesù. In pratica, sull’aver rinnegato se stessi e aver portato la croce, sull’essere discepoli che non cercano la gloria del messia ma la compagnia del messia, comunque, nella capacità di discernere la volontà di bene di Dio, comunque.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXIII Domenica

(6 settembre 2026)

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Ez 33,1.7-9;  Sal 94 (95);  Rm 13,8-10;  Mt 18,15-20

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Se l’annuncio gioioso, significativo per il mondo non è che questo: Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio, testimone dell’amore che ridà dignità e fa vivere il cuore dell’uomo, allora in gioco è l’esperienza della fraternità come conseguenza della fede in Gesù. Tutta la liturgia di oggi ruota sul mistero della riconciliazione, ottenutaci da Gesù e vissuta nella trama della storia umana come il mistero della trasparenza della conoscenza di Dio. È interessante osservare la struttura del cap. 18 di Matteo che inizia sulla domanda su chi sia più grande nel regno dei cieli e finisca per invitare a farsi piccoli per non venir meno al mistero della fraternità.

Lo ricorda Paolo con l’indicare l’opera del discepolo di Gesù in termini di fraternità goduta nel Signore. Dice che ci è affidata la parola della riconciliazione. Non verbo da dire, ma potenza da vivere; parola come forza d’attrazione, come rivelazione del segreto di quel ‘far grazia di sé’ di Dio a noi è quindi di noi a tutti. È il mistero della carità condiviso. Paolo lo vive come l’unico debito di cui i fratelli portano credito sempre nei nostri confronti. Assolto ogni altro dovere di lealtà, di onestà, di onore, verso tutti, nella società e nella chiesa, per i discepoli di Gesù rimane insolvibile sempre questo: la carità. Ma questo debito è percepito tale se la carità riguarda la condivisione del segreto di Dio che vuole gli uomini suoi figli alla tavola della vita. Se Paolo dice: “pienezza della Legge infatti è la carità”, non allude alla punta di una virtù umana, costituita dall’osservanza della legge, ma all’ispirazione divina, alla potenza divina che opera in noi nell’obbedienza alla legge, allargando i confini della nostra umanità sulla misura divina che in Gesù diventa accessibile. Paolo dice appunto: ‘chi ama l’altro’, dove altro sta per straniero e non semplicemente ‘chi ama il prossimo’ entro l’appartenenza ad uno stesso popolo.

La ragione di fondo per cui Gesù invita i discepoli al perdono vicendevole è data dalla firma alla parabola della pecorella smarrita e cercata: “Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda” (Mt 18,14). Su quella volontà è fissata la parola di Gesù. Due sono i particolari che danno spessore speciale alla sua parola. Il discorso è pronunciato nel cammino verso Gerusalemme dove subirà la passione. E l’immagine di riferimento è appunto la parabola della pecora perduta rispetto alle 99 che sono al sicuro. Il contesto quindi è di natura pasquale. Nel perdono vicendevole cosa effettivamente è in gioco? L’imitazione di Dio. In altri termini, nel perdono vicendevole si gioca la verità della fede in Dio, della fede in Gesù. Non per nulla, l’invito al perdono si chiude con l’invito alla preghiera. La preghiera che ottiene soddisfazione è la preghiera che nasce dalla disponibilità al perdono reciproco. “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo”si riferisce al fatto di vivere perfettamente riconciliati. Il che significa che la preghiera sgorga dalla condivisione dei sentimenti di Dio che vuole i suoi figli alla mensa del suo amore. E la richiesta che il Padre esaudirà sarà quella che esalterà quell’amore comunque. L’essere, lo stare in mezzo a noi del Signore Gesù, è descritto come una presenza che attrae, muove, induce, lavora per la riconciliazione, che è la dimensione storica dell’amore di Dio in questo mondo. In questo mondo la riconciliazione è il movimento segreto che manifesta la presenza di Dio, mentre in paradiso la riconciliazione è il puro godimento dell’amore di Dio condiviso. La parabola permette di cogliere la natura dell’amore di Dio, che è essenzialmente misericordioso, compassionevole. Proprio tale caratteristica risalta nel movimento di un cuore che perdona, che fa grazia di sé a tutti, proprio perché ha sperimentato tutta la gratuità e tenerezza dell’amore perdonante di Dio. Quando Gesù insegna la preghiera del Padre nostro, l’unica invocazione che riprende, sottolineandola come l’unica ‘responsabilità’ dell’uomo nei confronti dell’amore di Dio, è quella sul perdono vicendevole. E quando riassume il suo insegnamento ai discepoli non fa che sintetizzarlo nell’amore vicendevole, ottenuto con la disponibilità effettiva del cuore al perdono. Ma questo è possibile solo nell’esperienza goduta dell’amore del Signore che non si stanca di noi, che non preferisce se stesso a noi, perché la sua gloria è quella di un amore compassionevole. Per questo il perdono non può che procedere dalla fede in Gesù, fede che si traduce nella condivisione dei suoi sentimenti. E avrà la conseguenza di non trattenere mai il male di nessuno se si vuol godere dell’amore di Dio: “tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”.

In questo risuona potente l’invito di Dio ai suoi figli del salmo 94 (95): “Oh, se oggi ascoltaste la sua voce”, reso dal Targum: “Oh, se oggi obbediste alla sua parola!”. Avverrebbe quello che il salmo 81 esprime come la volontà di bene di Dio per noi: “Se il mio popolo mi ascoltasse! Se Israele camminasse per le mie vie! Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari volgerei la mia mano”. Vale a dire, non saremmo più impediti a vivere il mistero della fraternità perché colmi della conoscenza di Dio che ci attrae alla comunione con lui.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXIV Domenica

(13 settembre 2026)

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Sir 27,33-28,9;  Sal 102 (103);  Rm 14,7-9;  Mt 18,21-35

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La domanda di fondo che pervade la liturgia di queste ultime domeniche potrebbe essere espressa così: perché Gesù insiste così tanto sul perdono vicendevole? Cosa è in gioco nel perdono?

Il salmo 102 (103), commentando l’espressione del libro del Siracide: “ricorda l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui”, certifica l’agire dell’Altissimo nei confronti dell’uomo: “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità” (v.3), “Misericordioso e pietoso (compassionevole) è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore” (v. 8), “Ma l’amore del Signore è da sempre, per sempre su quelli che lo temono” (v.17). L’uomo lo sperimenta tanto che l’antica versione greca e latina del v. 5 riporta: “sazia di beni la tua brama”, cioè soddisfa il desiderio più profondo del tuo cuore.

Il capitolo 18 del vangelo di Matteo, dove il comandamento del perdono vicendevole è illustrato con tanta enfasi, inizia con la domanda di chi sia più grande nel regno dei cieli. Risposta: chi perdona sempre! La domanda potrebbe essere formulata anche così: cosa riesce più gradito a Dio? Cosa attira maggiormente la grazia di Dio? La risposta è sempre la stessa: il perdono vicendevole.

Due sono i perni sui quali il vangelo fonda la grazia del perdono. Il primo perno riguarda il farsi piccolo. Gesù aveva preso un bambino e dice ai suoi discepoli: “chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,4). Il testo greco però non dice semplicemente ‘chi si farà piccolo’, ma ‘chi si umilia’ come questo bambino. In pratica dice: chi rinuncia alla propria difesa, può onorare sempre il fratello e testimoniare la grandezza dell’amore di Dio per i suoi figli. Il più piccolo, in questa ottica, è proprio Gesù che svuotò se stesso per farsi servo e mostrare a tutti lo splendore dell’amore misericordioso del Padre. Per questo è il più grande. Chi si fa come lui partecipa della sua grandezza.

Il secondo perno riguarda l’estensione del perdono. Quando Pietro chiede quante volte debba perdonare al fratello, Gesù risponde nella stessa logica. Pietro, oltrepassando le tre volte di perdonare al fratello che la legge rabbinica ingiungeva al credente, avanza il numero di sette volte, già abbondantemente oltre le norme consuete. Ma non c’è alcun confine o limite da rispettare perché Dio non rispetta nessun limite per mostrare il suo amore. La risposta di Gesù mira a rovesciare completamente la logica della vendetta che si era impadronita dei figli degli uomini con Caino, che uccide suo fratello ma sarà vendicato sette volte se qualcuno lo ucciderà e con Lamech che, uccidendo per una scalfittura, sarà vendicato settantasette volte (Gn 4,24). Con Gesù viene superato ogni limite restrittivo. Non c’è condizione al perdono, perché il perdono ha a che vedere con lo svelamento del segreto di Dio. Dire settanta volte sette significa dire sempre.

La ragione viene illustrata con la parabola del re che vuole regolare i conti con i suoi servi. La parabola è tipica di Matteo e quindi si riferisce al contesto rivelativo del comandamento del perdono vicendevole.  L’ammontare del debito del primo servo è astronomico. Il fatto che debba al re diecimila talenti significa che è così alto da essere insolubile. Basti pensare che il prodotto annuale delle imposte di Erode in Galilea ammontava a duecento talenti. Le cifre sono iperboliche proprio per sottolineare l’assoluta insolvenza del debito e, di conseguenza, tutta la compassione del re che non dilaziona il pagamento, lo condona. Soltanto che l’esperienza del condono non si tramuta, nel cuore di quel servo, in gratitudine ma solo nella soddisfazione di scampato pericolo. Così, quando incontra il suo compagno, che gli deve una certa somma (corrisponderebbe a tre mesi di paga di un salariato), non vuole sentire ragioni e lo fa mettere in prigione fino alla restituzione del debito.

È chiaro che il lettore si sente interpellato a condividere il giudizio finale del re: ma che servo cattivo! Nei confronti del suo compagno, avrebbe potuto dilazionare, se non condonare. Nemmeno questo! La parabola è chiara. Ma il lettore non si accorge che la condanna è diretta contro se stesso perché il primo servo impersona ognuno di noi. Nessuno è innocente davanti a Dio. Il debito contratto con lui è insolvibile comunque. L’unica possibilità di salvezza è che il re sia misericordioso con noi nella sua generosità e benevolenza. E il re lo è. Ma è come se questa sua benevolenza debba far scaturire in noi benevolenza. Se non scaturisce, vuol dire che noi l’abbiamo semplicemente fatta franca o, meglio, crediamo di averla fatta franca. Appena però ci imbattiamo a nostra volta in un fratello che ci deve qualcosa, allora emerge la verità del cuore: se ha vissuto un’esperienza di benevolenza o di astuzia, se ha riconosciuto i sentimenti del re o se solo se ne è servito per i suoi comodi.

Quando si dice che Dio condiziona il suo perdono al nostro, non si vuol dire che Dio viene dietro a noi. Al contrario, noi perdoneremo se davvero facciamo esperienza del suo perdono. Noi non potremo non perdonare se abbiamo coscienza del fatto che siamo stati perdonati. Il condividere il perdono con i fratelli segnala la verità della conoscenza della benevolenza di Dio nei nostri confronti. Così si trova la grandezza dell’amore nella rinuncia ad ogni rivendicazione da parte nostra. La liturgia di oggi riporta due preghiere stupende nel loro testo antico. La preghiera sulle offerte: “Accogli con bontà, o Signore, i doni e le preghiere del tuo popolo e ciò che ognuno offre in tuo onore giovi alla salvezza di tutti”. L’offerta a Dio sarà accolta a patto che si risolva in splendore di fraternità, di cui il perdono vicendevole è il segno più eloquente. Perché così varrà per il nostro cuore la bellissima preghiera dopo la comunione: “La potenza di questo sacramento [perdono di Dio], o Padre, ci pervada corpo e anima, perché non prevalga in noi il nostro sentimento, ma l’azione del tuo Santo Spirito”.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXV Domenica

(20 settembre 2026)

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Is 55,6-9;  Sal 144 (145);  Fil 1,20c-24.27a;  Mt 20,1-16

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Davanti alla parabola di Gesù, dovremmo dire con il salmo 145: “Le tue meraviglie voglio proclamare”, perché “giusto è il Signore in tutte le sue vie e pieno d’amore in tutte le sue opere”. Ma l’uomo non arriva facilmente a riconoscere le vie del Signore, perché, come dice il profeta Isaia: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8).

Dove si annida una certa qual perplessità rispetto all’agire del padrone nella parabola raccontata da Gesù? La nostra conclusione: ‘non è giusto però!’. Tutti trattati allo stesso modo, nonostante la varietà delle prestazioni! Se si legge ciò che precede la parabola, ci si accorge che la parabola è raccontata come risposta di Gesù alla domanda dello scriba: “Cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?”. E Gesù: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo” (Mt 19,16-17). L’uomo però si domanda: cosa me ne verrà a seguire il Signore? Gesù allora promette il centuplo e la vita eterna: “Alla rigenerazione del mondo siederete anche voi su dodici troni…”. Non si tratta, però, del mondo futuro che sarà, ma del mondo futuro che viene, del ‘mondo rinnovato’ che Gesù svela con il suo comportamento e con il suo agire. Senza voler essere partecipi di questo mondo rinnovato, non sarà possibile comprendere le vie di Dio.

Il fatto del rovesciamento delle posizioni, ‘gli ultimi saranno primi e i primi ultimi’, che conclude la parabola, allude direttamente a quel ‘mondo rinnovato’ che Gesù svela e compie perché lui è il testimone per eccellenza della bontà di Dio. Il padrone della parabola è descritto nei panni di Gesù che cerca i peccatori, che va a cercare la pecorella perduta, che offre il regno al ladrone sulla croce. Perché in questo modo di agire splende colui che è il Buono. Ma per noi, che abbiamo paura di non essere preferiti, sempre nella disposizione comunque di rivendicare invece che di essere grati, quanto è difficile accedere alla luminosità del mondo rinnovato!

La domanda di fondo la presenta il profeta Isaia: perché i nostri pensieri sono sempre così diversi e distanti da quelli di Dio? Ecco, noi non cerchiamo il Signore, ma piuttosto i suoi doni; non ritorniamo a lui, ma semplicemente domandiamo per noi. Non ci interessa molto il suo desiderio di stare con noi, non ci tocca la sua voglia di attirarci a lui. E non percependo questo, siamo troppo intenti a guardarci l’un l’altro, a vivere di confronti, a temere di avere di meno.

Ora questo atteggiamento verso i nostri fratelli rivela la povertà del nostro legame con lui, l’insensibilità del nostro cuore al suo desiderio. Come allora non cadere nella ‘gelosia’, proprio secondo il rimprovero del padrone della parabola agli operai della prima ora: “Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?“. Perché vorremmo limitare la misericordia e la benevolenza di Dio se non perché in realtà non l’abbiamo mai sperimentata, non ce ne siamo mai lasciati toccare? Ritorna alla mente il lamento del fratello maggiore della parabola: ma come? Io ti ho sempre servito e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici? (cfr. Lc 15,11-32). Eppure, spesso, la sua è la nostra condizione.

Rivelatrice di essa è l’incapacità per il nostro cuore di condividere la gioia, la gioia dei fratelli che possono avere quanto e più di noi, ma soprattutto la gioia del Padre che può dare a tanti quello che di per sé sarebbe riservato a pochi. Noi sicuramente non siamo nel numero di quei pochi e chi, come l’apostolo Paolo, si trova tra quei pochi, lo si riconosce dal fatto che gode più per la partecipazione del bene a tutti che non a se stesso. Non per nulla Paolo ritiene la sua vita di nessun conto, e la concepisce solo “per il progresso e la gioia della fede” (Fil 1,25) di tutti. Non semplicemente per il progresso e la gioia dei fratelli, ma per il progresso e la gioia che i fratelli potranno godere nella loro relazione di intimità con il Padre che è venuto in loro soccorso, che ha inviato loro il suo Salvatore, che hanno conosciuto la misericordia del Signore. L’occhio allora non potrà più essere geloso o invidioso ed il cuore non avrà più pensieri propri, ma solo quelli di Dio e potrà godere con Dio del fatto che la Sua bontà è celebrata sopra ogni giustizia.

Così la parabola ha due mire: sottolineare la generosità del padrone e istradare i cuori in una nuova solidarietà tra compagni. Perché non godere del bene toccato al mio compagno anche se immeritato? Più si gode del bene altrui, più si è intimi di Dio, perché nel bene viene esaltato colui che solo è il Buono. Se i primi operai non si accorgono di quella bontà, è perché restano irretiti nel confronto tra compagni. La parabola di Gesù, del resto, è costruita proprio per sorprendere gli operai della prima ora nei loro pensieri segreti. Se il fattore avesse cominciato a pagare gli operai dai primi, non sarebbero stati svelati quei pensieri. Ma la parabola insiste proprio sui primi; il che significa che in quei ‘primi’ siamo compresi tutti noi, per un verso o per l’altro. Dal punto di vista ecclesiale, si può interpretare la parabola come un avvertimento agli israeliti (gli operai della prima ora) rispetto ai pagani (gli operai dell’ultima ora), ai giudeo-cristiani rispetto agli ellenisti, ai pastori rispetto ai fedeli, ecc.

La parabola però ha un’estensione molto più larga e allude agli atteggiamenti dei cuori nei confronti di Dio. Tutti vengono pagati nella stessa misura: è proprio questo che urta la nostra sensibilità. Notiamo subito che il padrone della parabola non manca di giustizia perché ai primi dà esattamente quello che avevano pattuito. Semplicemente, non si attiene solo a quella giustizia e dà anche agli altri la stessa paga. Dove sta allora la malizia dei pensieri dei primi? Tutto dipende da come si legge l’agire di Dio. Le vite degli uomini sono effettivamente diseguali, la sua provvidenza è misteriosa, la conoscenza di lui è misteriosa, le nostre sorti sono diverse, le gioie e le sofferenze sono amministrate nella nostra vita in modo diverso. Perché tutto questo? Porci questa domanda significa vivere di confronti senza rapportarci a Dio. Non è certamente una domanda maliziosa, ma rivela la difficoltà di cogliere la bontà di Dio e per ciò stesso rivela la natura del nostro riferirci a Dio in rivendicazione. La rivendicazione esprime gelosia, come dice il padrone della parabola ai primi operai. Il segno della purità di cuore è proprio la mancanza di gelosia, vale a dire la gioia della felicità altrui. La punta segreta di questa gioia sta nella confidenza nel proprio Dio di cui si spera il godimento della promessa fatta a noi. Così, nonostante le diseguaglianze delle nostre vite, nulla ci manca se Dio è con noi.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXVI Domenica

(27 settembre 2026)

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Ez 18,25-28;  Sal 24 (25);  Fil 2,1-11;  Mt 21,28-32

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L’invocazione del salmo responsoriale: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie” mette in risalto come l’uomo fatichi a riconoscere la via di Dio e, quando anche la riconoscesse, fatichi a percorrerla, a starci. Risponde all’esortazione del profeta Ezechiele con la quale si chiude il cap. 18: “Convertitevi e vivrete”. L’accusa di Gesù ai capi suona: “Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli” (Mt 21,32).

Gesù, dopo essere entrato trionfalmente in Gerusalemme, aveva cacciato venditori e cambiavalute dal tempio. Nessuno aveva osato fermarlo. Ritorna il giorno seguente nel tempio a insegnare ed è qui che lo avvicinano i capi della nazione. Vogliono sapere con quale autorità Gesù si muove. Nella perfetta logica rabbinica, condiziona la sua risposta a una domanda che porge loro a proposito di Giovanni Battista: “Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?” (Mt 21,25). Rispondono di non sapere, ma non perché non sanno, soltanto non si vogliono esporre. Proprio l’atteggiamento che Gesù bolla con la sua parabola dei due figli, come a continuare la discussione con loro in vista di un possibile, anche se prevedibilmente impossibile, ravvedimento. Il confronto continua poi con altre due parabole, quella dei fittavoli malvagi e quella del banchetto nuziale per il figlio del re, che saranno proclamate nelle prossime due domeniche.

La parabola dei due figli è semplice e lineare, tanto che la risposta giusta viene messa in bocca agli stessi farisei. Fa la volontà del padre certamente quello che va a lavorare nella vigna, non quello che dice di voler andare. Ma l’applicazione che ne fa Gesù rivela aspetti che erano sfuggiti agli ascoltatori. Anzitutto il fatto che nessuno dei due figli obbedisce perfettamente: il primo rifiuta, ma poi va; il secondo acconsente, ma poi non va. Gesù parte dalla costatazione che l’uomo non risponde subito all’invito di Dio. La risposta dell’uomo avviene nel tempo, quando sopraggiunge il pentimento, cioè la percezione di essere dentro un rapporto, di cui si disattende la premura e per questo ci si pente di non averlo preso in considerazione. Quando Gesù li rimprovera dicendo che pubblicani e prostitute li precedono nel regno di Dio, vuol dire che pubblicani e prostitute hanno creduto alla predicazione del Battista e si sono pentiti, mentre loro nemmeno si sono dati la pena, vedendo come il popolo reagiva all’esortazione del Battista, di mettersi in discussione. Nemmeno dopo, cioè dopo che avevano visto i frutti della predicazione del Battista, si sono premurati di domandarsi: ma cosa sta avvenendo? Sono rimasti alla finestra, chiusi nella loro torre, guardando tutti dall’alto in basso.

C’è però un altro particolare interessante da notare. Gesù dice loro: se non avete creduto a Giovanni Battista, nemmeno credete nelle Scritture e se non credete nelle Scritture non potete credere in me, che di quelle Scritture sono il compimento.  Gesù aveva detto in precedenza: “come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?” (Gv 5,44). Non credere nelle Scritture vuol dire riferirsi a se stessi piuttosto che a Dio, farsi grandi del proprio prestigio, nascondendosi dietro nobili ideali di salvaguardia della nazione.

È qui, nell’ascolto della parola di Dio portatrice di salvezza, che affonda le radici l’obbedienza dell’uomo. Obbedienza, che gli deriva solo dal pentimento e il pentimento dal fatto di scoprire che Dio lo ama e lo cerca. È s. Paolo che, nella sua lettera ai Filippesi, ci fa fissare lo sguardo su colui che è il modello dell’obbedienza, su colui che mostra in verità le vie di Dio dicendo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso …” (Fil 2,5-7). E giustifica il riferimento a Gesù in rapporto alla vita fraterna dove si giocano le relazioni e quindi la propria umanità: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4). Forse che quei capi della nazione hanno mai avuto pensieri del genere in cuor loro? E se non hanno questi pensieri, possono dire di temere il Signore? E se non temono il Signore, come possono conoscere i suoi segreti? Ecco perché il salmo responsoriale ripete con insistenza: “Fammi conoscere le tue vie” (Sal 24/25,4). Non si conoscono facilmente, è facile illudersi, è facile voler tirare Dio nella nostra testa piuttosto che aprire la nostra testa a Dio! Il salmo allora ci istruisce: “Chi è l’uomo che teme il Signore? Gli indicherà la via che deve scegliere” (v.12). E più avanti: “Il segreto del Signore è per quanti lo temono e la sua alleanza per farla loro conoscere” (v.14, testo ebraico).

Avverrà per i discepoli come per Gesù: se il Figlio, secondo le parole di Paolo ai Filippesi, ‘svuotò se stesso assumendo una condizione di servo’, lo può fare perché gode di un amore. Quello ‘svuotamento’ è la condizione perché l’amore si compia e trascini tutti nello stesso movimento. Ci si può svuotare dei propri peccati come delle proprie sicurezze; ciò che conta è svuotarsi perché quell’amore torni a splendere, perché Dio possa essere adorato come il Salvatore, ricco di misericordia per tutti. Quello che i capi del popolo e i farisei, interlocutori di Gesù, non avevano potuto capire. E lo svuotarsi attira la grazia perché assimila al movimento che Gesù ha vissuto e che Dio vive in se stesso.

Se Gesù ha fatto conoscere le vie di Dio fino a diventare lui stesso “la via” (Gv 14,16), lo diventa per coloro che lo accolgono. E il movimento dell’accoglierlo si può spiegare in questo modo. Gesù è venuto per insegnare agli uomini a conoscere e riconoscere i propri peccati senza disperare, ma aprendosi al cammino di ritorno a Dio che comincia con il sapersi amati e perdonati in anticipo, in modo totalmente immeritato. Se è vero, come dice Origene, che l’uomo pecca per ignoranza fino a che Dio non gli dona una certa percezione del suo peccato, Gesù allora ha cercato di farsi mediatore di questa conoscenza, della quale si nutre la vita di alleanza con Dio. Questo, i capi della nazione non hanno compreso; questo, gli uomini che cercano gloria gli uni dagli altri non possono comprendere. E senza comprendere questo non possono pentirsi. E senza pentirsi non possono conoscere i segreti di Dio, pieno di amore per i suoi figli.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXVII Domenica

(4 ottobre 2026)

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Is 5,1-7;  Sal 79 (80);  Fil 4,6-9;  Mt 21,33-43

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La parabola di oggi, da leggere insieme a quella di domenica scorsa e di domenica prossima, ha un sapore profetico preciso: allude alla imminente passione di Gesù, che incontra l’ostilità ormai dichiarata dei capi religiosi. Il contesto narrativo è altamente drammatico, come la conclusione, tirata dagli stessi ascoltatori, capi dei sacerdoti e anziani del popolo, lascia perfettamente intendere. L’intensità emotiva dello scontro però non deriva dall’ira, ma da una passione d’amore.

L’amore premuroso di Dio per la sua vigna, descritto dal profeta Isaia, è commentato dal salmo 79 (80) con espressioni memorabili. Il salmista si rivolge a Dio: avevi trapiantato la tua vigna, essa aveva riempito la terra, ma poi hai permesso che fosse saccheggiata, l’hai abbandonata in preda agli invasori. Ma tu “Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. È l’invocazione conclusiva del salmo.

L’amore di Dio si è tradotto nel dono della pace, come ricorda Paolo agli Efesini, tanto che, dopo aver invitato alla letizia continua, assicura: “E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù” (Fil 4,7). Custodia, che non è avvenuta per gli ascoltatori della parabola profetica di Gesù. Non hanno saputo cogliere la testimonianza d’amore che Gesù offriva loro. Tra l’altro, se leggiamo il testo di Matteo insieme al corrispondente di Luca 20,9-19 possiamo cogliere tutta l’intensità di quella passione d’amore. Nel testo di Luca, i contadini percuotono, insultano, feriscono i servi (= i profeti) mandati dal padrone della vigna, ma solo del figlio del padrone si dice che lo uccidono; il figlio è presentato come il figlio dilettissimo. Come non cogliere il valore profetico di questi particolari applicati a Gesù stesso, lui, il Figlio amato, come viene testimoniato dalla voce del Padre al battesimo e alla trasfigurazione?

Se la liturgia di oggi fa proclamare nel canto d’ingresso: “Tutte le cose sono in tuo potere, Signore, e nessuno può resistere al tuo volere”, parole pronunciate dalla regina Ester nel momento più drammatico della sua vita (cfr Est 13,9), lo fa riferendosi alla fedeltà di Dio nel suo amore per il popolo, amore che viene descritto proprio dal passo del profeta Isaia della prima lettura. L’immagine dell’uomo che pianta una vigna, la circonda di cure e si attende di raccoglierne i frutti è l’immagine di Dio che, preso d’amore per il suo popolo, stabilisce un’alleanza con lui, vuol condividere con lui il suo Bene. Il legame è così profondo che l’immagine assume sfumature coniugali ad indicare la profondità e la totalità di quella passione d’amore. Così, quando il popolo si ribella e non lo segue, Dio si sentirà ferito non solo nel suo diritto e nella sua proprietà, ma nei suoi affetti, nel suo cuore. Gesù sfrutta questa immagine celebre del profeta Isaia che canta per Dio l’inno d’amore per il suo popolo.

Se il padrone affida la sua vigna è perché venga lavorata in vista dei frutti, vale a dire la conoscenza in intimità di Dio, vissuta in solidarietà con tutti, perché tutti possano riconoscere e vivere di quell’amore di Dio per l’uomo. In effetti, nel racconto della parabola, non si dice che i contadini non hanno consegnato il raccolto, ma che non hanno il raccolto da consegnare. Non hanno lavorato la vigna come avrebbero dovuto e quindi i frutti non ci sono. La scelta di Dio è in rapporto al frutto, nel senso che, se Dio stabilisce un’alleanza con qualcuno, è perché questo qualcuno risponda a quell’alleanza nella sua vita concreta, nelle relazioni che vive, in modo che tutti possano conoscere quanto è grande il suo amore.

Quando Gesù, applicandosi il Sal 118,22 (“La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo”), esprime il suo giudizio: “Perciò vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”, non intende riferirsi al fatto che il regno è tolto agli israeliti per darlo ai pagani, alla chiesa dei gentili (che passione d’amore sarebbe per il suo popolo!), ma intende ricordare ai capi e ai farisei che pubblicani e prostitute passano loro avanti nel regno di Dio. Allude a coloro che porteranno frutti di pentimento.

Nella parabola poi si leggono tra le righe aspetti che suonano tragici. Il ragionamento dei contadini alla vista del figlio mandato dal padrone (‘Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!’) ne è un esempio. Se proprio il Figlio è stato inviato per metterci in possesso della nostra eredità (cfr. Gal 4,4-7), come possono questi illudersi di ottenere diversamente quello che già era stato loro destinato? Spesso ci si ritrova nella vita in tale posizione: volere a tutti i costi un certo risultato, senza immaginare nemmeno che ci verrebbe dato in dono se solo lo sapessimo accogliere dalle mani di Dio! I nostri desideri di gioia, di felicità, di fraternità, non sono forse così spesso disattesi dai nostri comportamenti? Il nostro guardare al Figlio non è forse così spesso appiattito sulle pretese che avanziamo, senza poter mai aver sentore della bontà di quell’amore che in Lui ci viene donato? L’amore di Dio non risponde al buon senso, non è contenuto nei limiti del giusto; è proprio folle, folle come quel padrone che, dopo aver visti picchiati e scacciati i suoi servi, non teme di mandare il suo unico figlio. Lui, sì, che non deluderà le sue attese; Lui, sì, che resterà sempre testimone di quell’amore folle proprio nel subire la morte e poter riscattare, con la sua risurrezione che lo rende pietra angolare per tutti, la malvagità di quei contadini, la nostra malvagità di uomini peccatori!

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXVIII Domenica

(11 ottobre 2026)

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Is 25,6-10a;  Sal 22 (23);  Fil 4,12-14.19-20;  Mt 22,1-14

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La parabola evangelica di oggi si situa nel solco e nello sviluppo di quelle delle domeniche precedenti. Si sviluppa in due tempi: un tempo dell’azione e un tempo del giudizio; il tempo, l’attuale, degli inviti e il tempo, finale, del giudizio definitivo.

In rapporto al giudizio, che suscita sgomento, risuona l’antifona di ingresso della liturgia: “Se consideri le colpe, o Signore, Signore, chi ti può resistere? Con te è il perdono, Dio di Israele” (Sal 129 (130),3-4). In rapporto agli inviti si canta il versetto dell’alleluia tratto dalla lettera agli Efesini, il cui passo completo suona: “il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo” (Ef 1,17-20). È la finestra di luce dalla quale guardare al contenuto della parabola: possa davvero il nostro cuore aprirsi al dono di speranza e di gloria che il Signore ha preparato per noi!

Quello che il passo dice ai nostri orecchi, l’icona della Trinità di Rublev lo fa vedere ai nostri occhi: i tre angeli in dolce colloquio, uniti nell’amore all’uomo per il quale il Padre celebra le nozze del Figlio e invita tutti, nella forza dello Spirito, a partecipare alla sua gioia. Sulla mensa giace l’Agnello immolato, simbolo e mistero di questo infinito amore che siamo tutti invitati a gustare.

Tre sono i particolari che vorrei sottolineare.

Primo: il contesto delle nozze. Il Figlio, Gesù, sposa l’umanità: è l’evento centrale della vita del mondo, il fondamento e l’esito finale di tutta la storia. Tanto profondo e misterioso che passa inosservato, spesso negletto dagli stessi credenti. Dio e l’uomo ritornano compiutamente uniti, dove tutto di Dio si rivela nella sua gloria e grandezza e dove tutto dell’uomo acquista compimento. È per partecipare a queste nozze, a questa festa, a questa gioia, che Dio chiama. L’Eucarestia celebrata è il talamo dove questo mistero si realizza, nella cui forza tutta la vita ritorna ad avere poco a poco lo splendore divino.

Secondo: gli invitati, i vocati. Ogni vocazione, in senso profondo, non è che la chiamata ad una intimità personale con Colui che personalmente ci raggiunge, come dice il profeta: “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. … io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore… Non temere, perché io sono con te” (Is 43,1-5). Buoni e cattivi sono chiamati. L’invito non è in funzione dei nostri meriti, ma semplicemente dell’amore suo. Sarà il godimento di questo amore che dipenderà dalla nostra risposta; non però l’offerta di tale amore. Così, tutti sono come costretti, ad indicare la sollecitudine e la pazienza di Dio che non smette mai di insistere con il nostro cuore, comunque si trovi, perché acconsenta alla sua gioia. È importante quell’annotazione ‘buoni e cattivi’. L’invito del re suona: “andate ora ai crocicchi delle strade”. Non si tratta dei crocicchi all’interno della città, ma dei punti di confluenza delle strade fuori della città. Il significato evidente risulta: non solo gli israeliti sono invitati, ma tutti i popoli. Il passo del profeta Isaia della prima lettura lo proclama apertamente: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli …”. Si tratta del sontuoso banchetto che inaugura il Regno messianico, offerto a tutti. Come prega la colletta: “O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio …”. In questo senso, la dignità dell’uomo si misura sul fatto di non impedire a nessuno l’accesso all’invito: siamo chiamati tutti alla stessa tavola del re. Quando però disprezziamo il nostro fratello, quando portiamo rancore, quando creiamo distanza con i nostri fratelli, quando li sfruttiamo invece di servirli, è come se impedissimo loro di ricevere l’invito del re a venire alla stessa tavola della vita, impedendo però anche a noi di venirci.

Terzo: la veste nuziale. Di quale veste si tratta?  Paolo proclama: “poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). E ancora: “vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato (Col 3,9-10). La veste nuziale sono i segni distintivi dell’appartenenza a Cristo, dell’essere simili a Cristo. E come essere trovati così, se Cristo stesso non ci assimilasse a sé? È appunto il mistero della comunione eucaristica, farmaco di immortalità: ricevere il Cristo per essere trovati in Lui. L’accento non è posto su quanto l’uomo fa per il Cristo, ma sul fatto che l’uomo può accogliere il Cristo e ritrovarsi nella gioia del Padre che l’ha inviato perché tutti godano lo splendore del suo amore. La sua veste nuziale allude proprio all’accoglienza che l’uomo è chiamato a dare all’invito di Dio e l’invito di Dio è il suo stesso Figlio. Gli uomini, fin tanto che sono ancora nella storia terrena, non possono distinguersi in eletti o meno perché a tutti l’invito di Dio è rivolto. Se varrà un giudizio, è solo quello di Dio che conosce i cuori. La temibilità del giudizio allude al fatto che all’invito non consegue automaticamente l’elezione; l’uomo è chiamato a rispondere.

Alle nozze del Figlio fa riscontro la nostra gioia, non la nostra perfezione. Ma la gioia dice l’apertura del nostro cuore all’invito del Padre, nonostante la nostra patente indegnità. In questo contesto suona strana la dichiarazione finale della parabola: ‘molti sono chiamati, ma pochi eletti’. Di tutta la moltitudine che riempiva la sala, solo uno è stato trovato senza la veste appropriata! Se non è un invito alla speranza questo, a fidarci dell’amore di Dio!!!

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXIX Domenica

(18 ottobre 2026)

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Is 45,1.4-6;  Sal 95 (96);  1 Ts 1,1-5b;  Mt 22,15-21

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La vita di Gesù volge al termine e il confronto-scontro con i farisei si fa implacabile. Cercano di incastrarlo con un pretesto politico per consegnarlo all’occupante romano e farlo fuori. Dal loro punto di vista, la strategia è vincente, perché al processo contro Gesù sarà proprio un’accusa di tipo politico a farlo condannare. La questione, scottante allora, era il tributo che ogni cittadino ebreo doveva pagare all’occupante romano. Non era una questione di esosità di tasse, ma di umiliazione di un popolo. Gli zeloti, l’ala intransigente dei farisei,  proibiva ai suoi simpatizzanti di versare il tributo e saranno proprio loro la miccia dell’insurrezione di Gerusalemme nell’anno 67 che causerà, tre anni dopo, la distruzione della città ad opera dei Romani.

Si tratta della tassa pro capite (in latino, census) che i romani esigevano da tutti gli abitanti (uomini, donne e schiavi) di Giudea, Samaria e Idumea, dai 12/14 anni fino ai 65. La tassa versata corrispondeva a un denaro d’argento, l’equivalente della paga giornaliera di un operaio, pagata con una moneta speciale che portava l’immagine dell’imperatore Tiberio (14-37 d.C.) con l’iscrizione: TIBERIUS CAESAR DIVI AUGUSTI FILIUS AUGUSTUS PONTIFEX MAXIMUS (Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote).

Come al solito, Gesù evita il tranello ma non evita la domanda e la sua risposta lascia pieni di ammirazione i suoi stessi avversari: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Gesù non ha furbescamente evitato il tranello: se rispondeva sì, si sarebbe attirato l’antipatia del popolo; se rispondeva no, si sarebbe messo contro l’autorità. Gesù, pur conoscendo la malizia della domanda, risponde in verità.

Il senso della sua risposta è illuminato dal canto al vangelo, tratto da un passo della lettera ai Filippesi 2,15-16: “Risplendete come astri nel mondo, tenendo salda la parola di vita”. I credenti in Cristo devono al mondo la luminosità dell’annuncio evangelico, segnale di quella vita eterna che Gesù ci partecipa con il suo amore perché conquisti tutti. Come dicesse: la vita che vivete nel mondo tenetela aperta alla gloria di Dio, le vostre azioni devono restare aperte all’Eterno se non volete restare oppressi e opprimere. Del resto, è caratteristico che nella tradizione ebraica il salmo 95, cantato dopo la lettura di Isaia che presenta un re pagano, Ciro, come il servo di Dio mandato a consolare il suo popolo liberandolo dalla schiavitù di Babilonia, sia tra i salmi recitati in famiglia per il ricevimento dello shabbat. Il ‘sabato’ ci si espone alla luce del Regno perché si possa percepire la presenza del Signore in mezzo al suo popolo, cessando ogni altra attività. Il ‘riposo’ del sabato allude alla luminosità del Regno che attraversa la vita sebbene le preoccupazioni mondane ce ne impediscono la percezione. L’invito a lodare il Signore nella storia quotidiana è l’invito a vedere la luce del Regno. Come se il cuore, nella preghiera, invocasse la fatica che prolunghi nel quotidiano la luce dello shabbat.

L’elogio che viene tributato a Gesù (“Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”) non risponde solo alla cattiva intenzione dei suoi accusatori, ma esprime anche la condizione per poter discernere l’eterno nel temporale. Diversamente, la storia soffoca o temerariamente esalta, ma non si apre alla salvezza. Gesù dirà invece dei farisei: “E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?” (Gv 5,44).

L’aspetto straordinario e straordinariamente potente della presa di posizione da parte di Gesù è dato dal fatto che lui è proclamato come non soggetto a nessuno e tuttavia, lui, di se stesso, si proclama sottomesso a tutti (pensiamo all’immagine di lui che si cinge il grembiule e lava i piedi ai discepoli nell’ultima cena), servo di tutti perché l’amore del Padre conquisti tutti. La libertà che gli è attribuita gli deriva dalla perfetta comunione con il Padre, che vuole tutti salvi e che lo abilita a vivere la vita nel servizio di questa straordinaria provvidenza di amore per l’umanità. Quando Gesù dice di dare a Dio quello che è di Dio allude proprio a quel Padre da cui lui proviene, che lui conosce, di cui testimonia l’amore e di cui mette anche noi in condizione di essere in comunione. Di qui scaturisce quella libertà che, non rendendoci soggetti alle cose, è capace di aprire gli spazi adeguati perché gli eventi si schiudano all’eternità, cioè a quella dimensione del vivere un amore nella storia perché tutti si possa dire: “Grande è il Signore e degno di ogni lode”.

Rispetto al “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” possiamo allora notare tre cose.

La prima: Gesù riconosce la legittimità dell’autorità dello Stato, ma svincola il potere da una legittimità autoreferenziale. Nell’antichità lo Stato si presentava come fonte dei diritti e dei doveri in assoluto, compresa la sfera religiosa. Gesù spezza l’alleanza tra religione e Stato, che il paganesimo e l’impero esigevano.

La seconda: non separa semplicemente Dio e lo Stato, ma riorienta il temporale, la politica, alla dimensione spirituale che è costituita dal bene delle persone; non solo, ma riaggancia la politica all’eterno nel senso che nella storia è in gioco il compimento del piano divino di salvezza per l’uomo. Come dice Giovanni Crisostomo: “Il precetto di dare a Cesare quello che è di Cesare va inteso come riferito a quanto non si oppone al servizio di Dio. Diversamente, non sarebbe più un tributo pagato a Cesare, ma al demonio” (Omelia 70,2 su Matteo).

La terza: il principio di fondo è la sovranità di Dio, il suo Regno donato agli uomini che trascende ogni regno terreno. L’uomo è sopra il cittadino, il prossimo sopra il connazionale, la coscienza sopra la norma, la persona sopra la collettività. ‘Io sono il Signore e non c’è alcun altro’ non significa semplicemente che c’è un solo Dio, ma che tutto ciò che esiste, a Lui si riconduce; tutto ciò che è veritiero, di Lui solo parla; tutto ciò che ambisce ad essere e a permanere, in Lui deve essere fondato; tutto ciò che di vero, di bello, di buono, desideriamo non può avere compimento se non in Lui. Essere discepoli di Cristo significa prima di tutto vedere la vita dal punto di vista di Dio: la possibilità di partecipare al dono del suo Regno nella responsabilità della storia.

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Nono ciclo

Anno liturgico A (2025-2026)

Tempo Ordinario

XXX Domenica

(25 ottobre 2026)

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Es 22,20-26;  Sal 17 (18);  1Ts 1,5c-10;  Mt 22,34-40

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Con il brano evangelico di oggi si chiude il cerchio sugli avversari di Gesù. Hanno provato a insidiarlo gli erodiani con la questione del tributo, i sadducei con la questione della risurrezione, ora i farisei con la domanda sul comandamento grande. È l’ultima risposta di Gesù, che poi sigilla con l’affermazione messianica che lui è Signore anche di Davide. Nei capitoli successivi, 23-25, Gesù non si rivolgerà più ai suoi avversari; parlerà ai discepoli e dal cap. 26 inizierà il racconto della passione.

La novità della risposta di Gesù al dottore della legge sta nel fatto di raccordare i due passi della Torà, che nessuno prima di lui aveva mai osato fare. Il passo di Dt 6,4-5: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”, che è la professione quotidiana di fede del pio israelita e quello di Lv 19,18: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”. Raccordando i due comandamenti come primo e secondo ma di pari importanza, Gesù ne estende la portata a tutti gli uomini, oltre l’appartenenza al popolo d’Israele. Non solo, ma esce dallo schema di riferimento usuale per le Scritture con il porre i Profeti sullo stesso piano della Legge, con l’allusione all’unità delle Scritture che in lui trova ormai la sua chiave di lettura. Se la proclamazione del vangelo è compresa a partire della finestra di luce del canto al vangelo (Gv 14,23: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui”), si può intuire tutta la profondità della risposta di Gesù.

La stessa prima lettura tratta dal libro dell’Esodo, che presenta il codice dell’alleanza, sembra presagirlo. La pratica del bene è accentuata rispetto alla cura dei deboli. La vedova, l’orfano e il forestiero sono le categorie di persone essenzialmente ‘deboli’ perché senza protezione. Tanto che il libro dei Proverbi presenterà l’impegno nei loro confronti come un atto di adorazione di Dio: “Chi opprime il povero offende il suo creatore” (Pr 14,31). Il salmo responsoriale, il salmo 17 (18) riassume questo impegno con il proclamare fin dall’inizio: “Ti amo, Signore, mia forza”. La straordinarietà di tale proclamazione risalta dal fatto che il verbo ebraico usato comporta la radice ‘raham’, che si riferisce alle viscere dell’amore materno. È l’unica volta in tutto l’AT che si parla dell’amore dell’uomo così, perché l’amore come espressione delle viscere di misericordia è riferito soltanto a Dio. Il v. 36 di questo salmo può essere tradotto: “la tua umiltà mi ha fatto crescere” intendendo che l’umiltà dell’accondiscendenza di Dio ci ha innalzati alla stessa umiltà di accondiscendenza verso il nostro prossimo.

Così, potremmo riassumere il senso dei due comandamenti, amare Dio e amare il prossimo, raccordati insieme, in questo modo: che il mondo possa scoprire l’amore del Padre e così vivere la dimensione della fraternità nella sua radicale luminosità. Il senso dell’amore al prossimo sta tutto nel fatto di far ‘sapere al mondo’ che l’amore del Padre è per lui. Per questo, se il primo comandamento esprime la radice di un’umanità che ha scoperto l’amore del Padre, il secondo ne segnala l’orizzonte di tensione, perché l’amore del Padre è per il mondo. Lo scopo della pratica dei comandamenti non è in funzione della mia perfezione, ma dello splendore dell’amore del Padre che a tutti è rivolto e di cui posso ammirare l’accondiscendenza per noi.

Credo che la migliore spiegazione delle parole di Gesù sia il commento di s. Francesco di Assisi al Padre Nostro: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra: affinché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te; con tutta l’anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno” (FF 270).

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