Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Avvento
I Domenica
(30 novembre 2025)
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Is 2,1-5; Sal 121 (122); Rm 13,11-14a; Mt 24,37-44
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Con la liturgia dell’Avvento inizia un nuovo anno liturgico. La Chiesa invita alla vigilanza. Il vangelo proclama: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”. La tensione, a cui tutta la liturgia dell’Avvento allude, non riguarda semplicemente l’attesa della venuta del Signore, bensì alla capacità del cuore e dell’intelligenza di percepire la ‘presenza’ del Signore Gesù, che tutto attira a sé e al suo regno per consegnarlo nelle mani del Padre. Avvento non significa primariamente attesa, ma presenza. Il periodo liturgico dell’Avvento non è un’attesa della nascita di Gesù a Betlemme, ma la tensione a una capacità di sensazione, di intuizione cordiale della compagnia di Gesù che opera continuamente perché il suo regno conquisti i cuori e la storia. E se di attesa si parla, si tratta dell’attesa della manifestazione del Signore Gesù al nostro cuore.
Come Gesù dichiara ai suoi discepoli nell’ultima cena: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui … Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,21.23). La vigilanza sta tutta nell’ accogliere la parola di Gesù (nel testo greco si parla di ‘avere la parola’) perché l’amore con cui è proferita si riveli al nostro cuore in tutto il suo splendore. Quella ‘dimora’, che è una dimora di luce, è allusa nelle ultime parole del vangelo di Matteo: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
La prima visione che la liturgia ci pone davanti agli occhi è la visione del profeta Isaia che contempla tutti i popoli che salgono a Gerusalemme, camminando nella luce del Signore. Nel capitolo primo il profeta aveva esortato il popolo infedele alla conversione; nel capitolo secondo orienta gli sguardi di tutti i popoli, insieme al popolo di Israele, verso la città della pace, la città della luce. Il profeta Isaia rivela la presenza nella storia di un movimento opposto a quello della torre di Babele, allorquando le genti si sono disperse sulla terra senza più comprendersi. Le genti tornano a riunirsi, verso l’alto. È la forza della parola del Signore che muove all’unità elevando. Si tratta della verità espressa dalla antica colletta: “O Dio, Padre misericordioso, che per riunire i popoli nel tuo regno hai inviato il tuo Figlio unigenito, maestro di verità e fonte di riconciliazione, risveglia in noi uno spirito vigilante, perché camminiamo sulle tue vie di libertà e di amore fino a contemplarti nell’eterna gloria”. Parlare di libertà e di amore significa esprimere la luminosità dei cuori che loro deriva dal fatto di seguire il ‘Signore della luce’, il Signore che investe del suo amore radicando i cuori là da dove sgorga la vita.
Il riferimento alla luce pervade in sordina tutta la liturgia dell’Avvento perché si tratta di rimanere attirati e guidati dalla luce del Signore che si manifesta nella sua bontà. Paolo riprende la stessa immagine della luce riferendola al Cristo: “Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce … Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo” (Rm 13, 12.14). E nella sua lettera agli Efesini precisa che il frutto della luce consiste nella bontà, nella giustizia e nella verità (Ef 5,9), tutti termini che si riferiscono alla natura dell’opera di Gesù nella sua umanità. Anche Giovanni aveva esortato a ‘diventare figli della luce’ (Gv 12,36), memore di quanto aveva annunciato nel prologo del suo vangelo: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4).
È per godere di quella luce, è per godere della qualità di vita che sgorga da quella luce goduta che Gesù avverte: “Vegliate dunque”. Come dicesse: non fate come al tempo di Noè quando, nonostante fosse avvertita, la gente non si avvide di nulla; scopritela, avvertitela, viveteci dentro, fatevene la ragione del vivere. E quando aggiunge ‘tenetevi pronti’ l’allusione evidente, come del resto suggeriscono le parabole del padrone che torna dalle nozze, è al servizio vicendevole perché tutti possano vedere lo splendore del regno e la manifestazione del suo amore. L’avvertimento si risolve in quello che una mistica del sec. XIII, Hadewijch di Anversa, riporta: “Mantieni lo spirito di gioia, di mitezza e di pace. Attraversa queste terre di esilio per il cammino della rettitudine,, della purità e del fervore, che, alla fine, ti farà incontrare Dio, il tuo amato. Che ti aiuti, lui e il suo santo amore” (Lettera XV). In altre parole, il vegliare e il tenersi pronti riguarda la manifestazione del Signore nel suo amore per noi e nel nostro amore per i fratelli in ogni circostanza, in ogni dettaglio della vita. La vigilanza ha appunto senso nello stare fermi in quell’unico punto: se Dio ha fatto grazia di Sé a noi, allora anche noi possiamo fare grazia di noi a tutti. E così il mondo tornerà a risplendere, perché ognuno potrà sperimentare quello che dice il salmo: “il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza” (Sal 24,14), da intendere, come del resto suggerisce lo stesso testo ebraico del versetto: il segreto (o l’intimità) del Signore, cioè la sua offerta di benevolenza nel dono di Sé che ci fa, vale per chi ne fa il punto fermo della sua vita e ha posto tutta l’attesa del suo cuore nel condividerne la gioia con tutti.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Avvento
II Domenica
(7 dicembre 2025)
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Is 11,1-10; Sal 71 (72); Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
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Il profeta Isaia prospetta l’intervento del Signore per il suo popolo così: “la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare”. Quando la salvezza di Dio si compirà tutto sarà in armonia, non ci saranno più opposizioni e violenze, né ingiustizie e oppressioni. L’antifona di ingresso l’aveva annunciata, sempre con le parole del profeta: “Eppure il Signore aspetta con fiducia per farvi grazia, per questo sorge per avere pietà di voi, perché un Dio giusto è il Signore; beati coloro che sperano in lui” (Is 30,18). Ne aveva anche descritto le condizioni: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15). Sono le condizioni che Giovanni Battista ricorda ai farisei: “Fate dunque un frutto degno della conversione”. Non basterà rivendicare la discendenza da Abramo, non servirà gran che millantare una propria giustizia, non ci si potrà più riparare dietro pratiche esteriori senza che il cuore ne sia toccato: fate un frutto degno della conversione.
Il grido del Battista risuona forte lungo tutto l’Avvento: “Convertitevi … Fate un frutto degno della conversione”. La liturgia si premura di illustrare appunto il mistero della conversione, che si risolve nel godere la grazia tipica del Messia, cioè quella di gustare il regno di Dio ormai venuto. Conversione non indica tanto cambiamento di mentalità, ma ritorno incondizionato al Dio dell’alleanza, che cancella i peccati e introduce nella comunione di vita con lui.
Nel presentare colui che verrà dopo di lui, il Battista lo definisce ‘più forte di me’. Viene applicato al Messia, a Gesù, la qualifica tipica di Dio nell’Antico Testamento: il Forte. Per fare qualche esempio: “Dio grande, forte e terribile” (Dt 10,17); “Tornerà il resto, il resto di Giacobbe, al Dio forte” (Is 10,21); “Tu sei un Dio grande e forte” (Ger 32,18). Ora, dove si manifesterà la forza del Messia? Nel perdono dei peccati, nell’ottenerci il perdono dei peccati e la comunione alla stessa vita di Dio. La forza si riferisce a un amore che non teme nulla, che non si lascia condizionare da nulla, che non si ritira mai né abbandona mai. Come splendidamente annuncia il profeta Isaia, nella prima lettura, con la visione di una pacificazione universale e con la promessa: “Non agiranno più iniquamente … perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare” (Is 11,9). Il salmo responsoriale 71 lo conferma e descrive la giustizia di Dio operante tra gli uomini tanto che tutti benediranno il Signore perché la sua gloria, lo splendore del suo amore, riempie la terra.
Quando il profeta Geremia descriverà il compimento della nuova alleanza, non potrà che indicare la stessa cosa: “Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato” (Ger 31,33-34). Tutti mi conosceranno, perché tutti potranno accogliere il perdono del Signore e si ritroveranno uniti nella misericordia del Signore che tutti accomuna.
L’invito, forte, del Battista alla conversione, ha proprio a che fare con la ritrovata possibilità di questa ‘conoscenza’ del Signore. Nel linguaggio dei profeti la conoscenza del Signore segue la distruzione delle false sicurezze, delle illusioni o dei miraggi mondani. La conversione procede dal fatto che il nostro cuore custodisce, anche se come sepolta, la coscienza di un’alleanza che gli è stata offerta da Dio e che Lui non si è mai rimangiata, la coscienza di una felicità possibile, forse persa, ma sempre desiderabile e, nella speranza, ancora vivibile. Non è però scontata e per questo la chiesa fa pregare: “Dio grande e misericordioso, prepara con la tua potenza il nostro cuore a incontrare il Cristo che viene” (colletta del mercoledì della prima settimana di avvento). Fondamentalmente la conversione è un credere ancora possibile per il nostro cuore la felicità promessa da Dio, che in Gesù si fa accessibile e godibile.
In pratica, il Battista con le sue invettive contro i farisei tende a suscitare quello che Gesù farà capire con la sua invettiva contro Cafarnao: l’uomo che si innalza verrà abbassato. Riprende l’immagine iniziale della creazione: o si muove da figlio di Dio oppure pretende solo di esserlo secondo il suggerimento del serpente. O sta dalla parte di Dio o dalla parte del diavolo. La verità è questa: accogliere la parola di Gesù significa dar seguito al movimento di somiglianza con Dio, su cui è strutturato il cuore dell’uomo; rifiutarla significa dar corso all’illusione di essere come Dio, come diceva il serpente, impedendo alla propria umanità di fiorire. L’equazione comporta questo effetto: se io cerco potenza e gloria da far valere all’esterno, all’interno perdo in umanità. Se io cerco di innalzarmi, verrò precipitato. Questo perché la ragione di gloria e potenza per l’uomo sta tutta e soltanto nell’essere figlio di Dio, verità che Gesù manifesta in tutto il suo splendore con il vivere in tale intimità con il Padre nel suo amore per noi da non preferire mai se stesso a noi. L’annuncio del Regno introduce appunto a quella intimità di comunione con Dio, in tutta solidarietà con gli uomini. La conversione è per il Regno. Ascoltare la parola significa riconoscere l’amore di Dio e goderne la relazione.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Solennità e feste
Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
(8 dicembre 2025)
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Gn 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38
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Una piccola nota storica anzitutto. La solennità dell’Immacolata Concezione, già celebrata in oriente fin dal sec. VIII, si estese in occidente nel sec. XII, accolta prima dai francescani e poi iscritta nel calendario di Roma nel 1476. Pio IX, nel 1854, con la bolla Ineffabilis Deus definì come dogma di fede l’immacolato concepimento di Maria, che la cristianità ha visto confermata con le apparizioni di Lourdes del 1858. È una delle tre solennità mariane nell’attuale calendario liturgico romano, insieme a quella di Maria santissima Madre di Dio il primo gennaio e dell’Assunta il 15 agosto. La solennità è fissata all’8 dicembre in riferimento alla Natività di Maria all’8 settembre. I testi liturgici sono in gran parte gli stessi del 1863, composti in seguito alla definizione dogmatica di Pio IX nel 1854.
Mi piace riandare alla celebrazione di Maria nella poesia di Dante. Nell’ultimo canto del Paradiso, la Vergine Maria è presentata nello splendore del suo mistero:
“…. Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate”.
E riassume lo stupore per la bellezza della Vergine nel verso: “Li occhi da Dio diletti e venerati …”. Sì, anche Dio è rapito dallo splendore della sua creatura, sulla quale non ha mai avuto presa neppure la più piccola ombra di peccato. Tanto che la benedizione, che Paolo implora ed annuncia nell’esordio della sua lettera agli Efesini, ha così ricoperto e intriso la Tutta Santa nella sua concretezza da prendere addirittura corpo: da lei nasce il Salvatore, che costituisce la Benedizione di Dio sugli uomini, benedizione oltre la quale non c’è davvero nulla di prezioso da desiderare. Come suggerisce Dante, nel desiderio intenso di vedere il volto del nostro Dio, già in questo mondo, preziosa è la sua preghiera: “perché tu ogne nube li dislieghi / di sua mortalità co’ prieghi tuoi, / sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi”.
Godere della visione di Dio, non per essere rapiti in qualche angolo di cielo, ma per far risplendere la luce di Dio nella nostra terra, nella nostra vita quotidiana, nel nostro cuore. L’umanità della Vergine, in tutte le sue fibre, ha potuto godere di tale intimità col suo Dio perché è andata incontro al Signore in santità e purezza di spirito ed è diventata degna dimora del Figlio. Della sua umanità siamo fatti anche noi; con il suo Figlio condividiamo la stessa umanità perché anche noi possiamo tornare a far splendere e a far godere nel mondo la stessa benedizione, la dimora di Dio in mezzo a noi. L’aspetto assolutamente straordinario del disegno divino per l’uomo, come dice Paolo, è il fatto che prima della creazione del mondo siamo stati scelti, che la Vergine è scelta prima della creazione del mondo, che il Figlio è destinato al mondo prima che il mondo fosse. Una visione del genere, se non è una fantasia, significa che il senso delle cose, della vita, del mondo, ha radicalmente a che fare con l’incommensurabile amore di Dio, la cui luce tutto attraversa e struttura. L’evento dell’incarnazione del Verbo, che costituisce il mistero per eccellenza della storia, ha le sue radici non solo nell’intimità più segreta della Trinità, ma anche nel cuore di questa nostra sorella, la Vergine Maria: “Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore”.
A differenza di noi, la Vergine non è caduta nell’inganno che tormenta i figli degli uomini, inganno che presenta il brano della Genesi. Lei è stata duramente provata nella sua umanità e con l’offerta della sua umanità ha permesso all’amore di Dio di svelarsi al mondo; ha conosciuto la sofferenza dell’amore con il suo Figlio e ora accompagna ogni sofferenza umana perché venga aperta all’esperienza dell’amore. In lei la sofferenza non ha generato ribellione, il dramma non ha velato la fede, il desiderio non ha compromesso l’amore, l’agire non ha macchiato la coscienza. E questo perché l’unico rimedio all’inganno è “andare incontro al Signore”, così tipico dell’anima della Vergine.
L’uomo, invece, si dibatte nell’inganno: la nostra individualità ce ne certifica la compromissione con la ribellione e la gelosia, mentre la sofferenza della nostra umanità svela faticosamente le tracce della nostalgia di Dio. Se Dio proclama l’inimicizia tra satana e la donna, simbolo contemporaneamente di Maria e dell’umanità, significa che quell’inimicizia dichiarata da Dio è posta a salvaguardia della nostra umanità, che non può trovare beatitudine nell’inganno e quindi non potrà compiersi stando dalla parte dell’avversario.
Lei proclama: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Come a dire: Dio solo sia benedetto, si realizzi la sua promessa, si manifesti in me, finalmente e compiutamente, il suo Bene all’umanità! Proclamandosi serva del Signore esprime il suo desiderio della dimora di Dio in mezzo agli uomini, di cui tutto il suo essere è testimonianza e intercessione per l’umanità intera. Ma esprime anche la preghiera di ogni credente, di ogni discepolo del Signore: avvenga per me secondo quello che hai stabilito fin dall’eternità, si compia in me quello che dalla fondazione del mondo hai promesso all’umanità, si veda realizzato in me quel Regno che nel tuo Figlio hai fatto venire. Così, il suo avere il Signore con lei è motivo di fiducia per noi di trovarlo, di essere accompagnati a lui, di stare in sua compagnia. Il Signore è con te diventa, nella nostra preghiera: “tu, che hai il Signore, supplicalo perché sia anche con noi, ora e sempre!”.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Avvento
III Domenica
(14 dicembre 2025)
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Is 35,1-6a.8a.10; Sal 145 (146); Gc 5,7-10; Mt 11,2-11
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La preghiera sulle offerte della liturgia di oggi riassume il senso delle letture che sono state proclamate: “Sempre si rinnovi, o Signore, l’offerta di questo sacrificio che attua il santo mistero da te istituito, e con la sua divina potenza renda efficace in noi l’opera della salvezza”. Quella ‘potenza’ è descritta nelle azioni di Dio a favore dell’uomo che il profeta Isaia annuncia, il salmo responsoriale commenta e che Gesù si attribuisce. Quelle azioni riguardano la manifestazione del regno di Dio che caratterizza la persona di Gesù. Se potessi riassumere in un’unica espressione quelle azioni direi: Gesù lascia regnare il Padre nel suo amore per noi su di lui e su tutti quelli che incontrava. Ecco, l’opera della salvezza è lasciar regnare il Padre nel suo amore per noi.
La singolarità della proclamazione della liturgia di oggi è data dal descrivere l’opera della salvezza dentro la domanda: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. È il dramma del Battista alla fine della vita. Si trova in prigione e sente parlare di quello che Gesù fa. Non era proprio quello che si era immaginato rispetto al messia che aveva indicato presente nel mondo. Affida la domanda ai discepoli, forse più per rassicurare loro che se stesso. Comunque costringe Gesù a esporsi. Nella sua risposta, Gesù parla la lingua del Battista, cita le Scritture e gli manda a dire che quello che i profeti avevano preannunciato si compie. Le sue parole sono una composizione di passi del profeta Isaia (Is 26,19; 29,18; 35,5; 42,7; 61,1). Con due sottolineature. Gesù riassume la sua missione messianica con l’annuncio del vangelo ai poveri, sapendo che il Battista conosceva l’annotazione del profeta Isaia che chi aveva il compito di evangelizzare i poveri era l’Unto del Signore: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto” (Is 61,1-3). Il che significa che Gesù è proprio il Messia, Colui che realizza l’opera di salvezza di Dio, nonostante le sue azioni apparissero diverse da quanto il Battista si sarebbe aspettato.
Gesù poi aggiunge una seconda sottolineatura che suona: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo”. La sottolineatura rispecchia il dramma della domanda. La risposta di Gesù non chiude il problema, nel senso che resterà sempre aperta per tutti coloro che verranno dopo il Battista, poiché non sarà mai scontato il mistero della ‘debolezza’ di Dio. Gesù esalta la fede del Battista, lo rassicura. Gesù non gli risponde: sì, sono io il messia; ma: tu sei l’Elia che deve venire. Su quella assicurazione, il Battista. Non c’è più motivo di scandalizzarsi perché la sapienza di Dio opera secondo i suoi segreti. Il senso però drammatico della domanda del Battista resterà in tutti i discepoli proprio perché la Sapienza di Dio opera secondo i suoi segreti.
Nel vangelo di Matteo, in altre due occasioni si parla di scandalo a proposito di Gesù: in 13,57, allorché i compatrioti di Nazaret fanno resistenza all’insegnamento di Gesù e in 26,31, allorché i discepoli restano scandalizzati nella notte della cattura di Gesù. Sta di fatto che il Messia si manifesta diversamente da quanto ci si aspetta. Se vale per i profeti, è valso per i discepoli, come non varrà anche per noi? Lo scandalo del Messia povero e disarmato non finisce mai nella nostra vita. La rivelazione di Dio sorpassa ogni pensiero, sorprende le attese del cuore perché “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Il volto di Dio lo vedono coloro che non si scandalizzano della sua piccolezza quando, ormai sfigurato sulla croce, allorché nemmeno d’uomo aveva più l’aspetto, accolgono tutto il mistero di Dio nel suo amore agli uomini, vedono cioè la sua scelta di essere Dio per gli uomini, non di sembrarlo soltanto.
Appena i discepoli di Giovanni si allontanano per portare la risposta al loro maestro, Gesù intesse l’elogio del Battista: “In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Il paragone va preso in assoluto, vale a dire: se Giovanni è più grande dei profeti perché, a differenza di loro, non solo ha intravisto la venuta del messia parlando di lui ma l’ha incontrato personalmente, l’ha indicato presente nel mondo e quindi nessuno è più grande di lui, Gesù, che viene dopo, il piccolo dopo il grande, il discepolo dopo il maestro, solo lui mostra la realtà del regno di Dio venuto, solo lui è il compimento delle promesse, in lui si manifesta tutto lo splendore dell’amore di Dio per gli uomini. Il più piccolo nel regno è più grande del più grande tra gli uomini. L’invito è a seguire l’indicazione del Battista nel suo indicare l’agnello di Dio e Gesù si proclama come colui verso il quale guardare.
Quando Giacomo, nella sua lettera, invita alla pazienza (nel testo italiano traduciamo con costanza: ‘siate costanti’), invita a camminare e a lavorare con generosità e fiducia in vista della manifestazione del Salvatore al nostro cuore, finché essa diventi radice di letizia: il Signore è con noi! Solo allora non scambieremo più le nostre opere con la pretesa di giustizia o la nostra scienza con la rivendicazione di potere e sapremo rapportarci a tutti nella condivisione di quella letizia che fa conoscere a tutti l’amore salvatore di Dio. Sarà il senso della gioia del Natale scoperta come radice di speranza per il mondo che trova nella presenza del ‘Dio con noi’ la ragione profonda della sua storia.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Avvento
IV Domenica
(21 dicembre 2025)
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Is 7,10-14; Sal 23 (24); Rm 1,1-7; Mt 1,18-24
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La liturgia dell’avvento ha presentato una serie di testimonianze a favore del Figlio di Dio che si fa uomo. L’ultima in ordine di tempo è quella di “Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”, che chiude la genealogia di Gesù secondo il vangelo di Matteo. La caratteristica di Giuseppe è quella di essere chiamato in causa in rapporto alla profezia dell’Emmanuele, sì, ma stando semplicemente dalla parte della sua sposa, incinta. Paolo, senza nominarlo, si riferisce a lui nel saluto iniziale ai Romani: “…il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne”. Quel Figlio è la buona novella di cui tutte le Scritture raccontano la promessa e si fa uomo nella linea della discendenza davidica, discendenza che Giuseppe assicura. Quando l’angelo gli appare, chiama Giuseppe ‘figlio di Davide’. Naturalmente, Giuseppe non ha più nulla della gloria mondana di una discendenza regale, e tuttavia assicura a Gesù la verità del titolo ‘Figlio di Davide’.
Gesù è generato dallo Spirito Santo, nella discendenza di Davide, secondo le promesse. Questo è il pensiero centrale del vangelo di Matteo. La novena del Natale era iniziata con la proclamazione della genealogia di Gesù, testo che nasconde tra le righe dettagli straordinari. Matteo non parla semplicemente della nascita di Gesù, ma specificamente della sua concezione ‘dallo Spirito Santo’. Matteo per Gesù usa il termine γενεσις (origine, generazione) e non γεννησις (nascita). Si richiama al libro della Genesi, perché parla dell’origine di Gesù e non semplicemente della sua nascita. Curiosamente si può notare che nella Bibbia, quando si presenta una genealogia, lo si fa nel senso di una discendenza, vale a dire dei figli, mentre per Gesù la si descrive nel senso di una ascendenza: ‘figlio di Davide, figlio di Abramo’. Siccome la promessa riguarda il regno di Davide, Matteo si premura di inscrivere la genealogia di Gesù nella discendenza davidica. Ed è caratteristico che nell’elenco genealogico il verbo ‘generò’ ricorre 39 volte, mentre la quarantesima volta, a proposito di Gesù, il verbo è al passivo ‘fu generato’. Ciò significa che con Gesù termina l’interesse per l’attesa messianica di ascendenza davidica, in quanto, se prima era sempre un uomo a generare, ora è lo Spirito Santo a generare, la promessa è compiuta, il regno manifestato.
Ed è qui che Matteo inserisce la figura di Giuseppe. Due sono i crucci di Giuseppe. Sa dell’innocenza della sposa. Se è dichiarato giusto, lo è in ragione della presunzione di innocenza per la sua sposa che gli avrà parlato della cosa. Si trova confuso non perché sospetta della sua infedeltà, ma perché, secondo la legge, non potrebbe prendere come sposa una donna che aspetta un bambino da un altro. Nemmeno però ha mai pensato di ripudiarla perché sa che la sua sposa è innocente, sa che l’evento viene da Dio ma non sa ancora come viverlo, forse non si sente all’altezza. Come fare? Ecco il secondo cruccio. Non ha deciso nulla, si trova a rimuginare questi pensieri senza decidersi sul da farsi. L’unica cosa certa è che non vuole causare danno alla sua sposa.
A questo punto interviene l’angelo in sogno. Due cose lo convincono nelle parole dell’angelo che nel sogno percepisce nitidamente: tu devi dare il nome a questo bambino; la famosa profezia di Isaia si compie. Dare il nome al bambino significa non solo che lui accoglie in casa la sua sposa, ma che accoglie il bambino come suo e in questo si sente invitato a un compito speciale direttamente da Dio. La conferma delle Scritture, che lui conosceva bene, lo rassicura nella fiducia che la cosa corrisponde al volere di Dio. Matteo cita il testo di Isaia dalla versione greca della LXX e non dal testo ebraico ma modificando un particolare che risulta convincente per Giuseppe. Il testo di Isaia suona: “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà [chiamerai, secondo alcuni codici] Emmanuele”. Matteo riporta: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele”. Giuseppe sa che il nome che dovrà dare al bambino è Gesù, mentre tutti coloro che lo conosceranno lo riterranno l’Emmanuele, cioè il compimento della promessa di Dio nell’amore per l’umanità.
Il testo descrive la figura di Giuseppe in pochi tratti potenti. Giuseppe accoglie: la grazia viene dall’alto. Giuseppe acconsente nella sua umanità: dalla terra germoglia il Salvatore. La sua vocazione può essere definita come l’accettazione del compito affidatogli in rapporto al disegno di Dio di rivelare il Suo Amore agli uomini. E la sua obbedienza si rivela nel fatto di accettare di svolgere una parte semplicemente a favore della sua sposa, dentro un disegno più grande di lui, che imparerà a decifrare lungo tutta la sua vita senza mai essere in primo piano. Di Giuseppe i vangeli non riportano alcuna parola; annotano solo i suoi pensieri, le sue decisioni, la sua obbedienza adorante e la sua premura per la sua sposa e il suo bambino. Entra nella gloria di Dio, che è splendore di amore per l’uomo, nella consapevolezza soltanto di permettere al Signore di realizzare le sue promesse d’amore all’umanità tramite la sua sposa. Non sa in anticipo cosa questo gli richieda; sa solo che il compito è stare con la sua sposa e lo vivrà in tutta obbedienza e premura, fedele in tutto e in ciò ritrovando gli aneliti supremi del suo cuore di uomo e di credente.
L’aveva proclamato solennemente la profezia di Isaia: “Stillate dall’alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto; si apra la terra e germogli il Salvatore” (Is 45,8), ripresa dall’antifona di ingresso. Il testo è riportato secondo la versione della Volgata che attualizza messianicamente il testo ebraico più generico, che parla solo di giustizia e di salvezza. Come è possibile che uno contemporaneamente scenda dall’alto e germogli dal basso? Viene dal cielo e germoglia dalla terra, come segno dell’azione di salvezza di Dio per l’uomo: “Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”.
Così si manifesta la gloria del Dio-con-noi, che, mentre rivela la grandezza del suo amore per l’uomo, rende l’uomo capace di operare in quell’amore, tanto da indurre tutti a vedere la vicinanza di Dio. È appunto il mistero dell’agire divino che il profeta fa risaltare e che vale anche per noi. L’antica colletta lo esprimeva molto bene: “… concedi anche a noi di accoglierlo e generarlo [= Verbo della vita] nello spirito, con l’ascolto della tua parola, nell’obbedienza della fede”. Dio, non semplicemente viene vicino a noi, ma germoglia dalla nostra umanità. Ciò significa che Dio è più intimo a noi di noi stessi; che Dio costituisce il senso della nostra stessa umanità. Così la vocazione di ciascuno di noi, nella fede, non è che quella di acconsentire a che il disegno di amore di Dio per gli uomini ci raggiunga e si manifesti e ci abiliti a diventare dei segni nell’unico Segno che rivela compiutamente il volto d’amore di Dio, Gesù Cristo, il Salvatore.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo di Natale
Natale del Signore
(25 dicembre 2025)
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Messa vespertina della vigilia: Is 62,1-5; Sal 88; At 13,16-17.22-25; Mt 1,1-25
Messa della notte: Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14
Messa dell’aurora: Is 62,11-12; Sal 96; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20
Messa del giorno: Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18
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La liturgia canta l’evento del Natale di Gesù in termini di luce: luce che splende e illumina, luce che scalda, luce che rigenera, luce che libera. Dal punto di vista dei sentimenti nostri, canta la liturgia bizantina: “Gloria alla tua condiscendenza, o solo amico degli uomini”. Estendendo a tutti la grazia dell’evento celebrato: “Genti tutte, venite, adoriamo colui che è nato per salvare le anime nostre”.
La luce che percorre tutti i brani evangelici natalizi non è per gli occhi del corpo, ma dello spirito. Gli occhi fisici vedono altro. Vedono un semplice neonato, in condizioni disagevoli, per quanto circondato di tenerezza. Per di più, nel dramma che incombe perché il bambino sarà cercato per essere ucciso, dovrà fuggire, nonostante la visita di personaggi illustri, sconosciuti, che gli presentano doni specialissimi. Vivrà nel nascondimento, fino al giorno della sua manifestazione. Gli antichi pittori di icone avevano indirizzato gli sguardi a cogliere quel dramma: il bambino giace in una grotta scura, la mangiatoria assomiglia a una tomba, i pannolini alludono alle fasce mortuarie. Eppure, c’è qualcosa nell’aria di irresistibilmente luminoso, che apre i cuori alla letizia.
S. Efrem ne descrive lo stupore con queste parole: “Quanto sei audace, o bimbo, che a tutti ti concedi. A chiunque ti viene incontro tu sorridi e di chiunque ti guarda tu hai desiderio. È come se il tuo amore avesse fame degli uomini. Non fai distinzione tra i tuoi parenti e gli estranei, tra tua madre e le serve, tra colei che ti ha allattato e le donne impure. È questa la tua audacia o il tuo amore, o tu che tutti ami?”. La liturgia bizantina gli fa eco con espressioni mirabili invitandoci però prima ad elevarci: “Venite, fedeli, eleviamoci divinamente per contemplare la divina discesa dall’alto a Betlemme, verso di noi, visibilmente. Con l’intelletto purificato, con la nostra vita offriamo virtù in luogo di unguento profumato, predisponendo con fede l’avvento del Natale, acclamando, di fronte a questi tesori spirituali: Gloria a Dio nel più alto dei cieli: per lui è apparsa tra gli uomini la benevolenza, perché egli riscatta Adamo dalla maledizione ancestrale, nel suo amore per gli uomini”.
I misteri a cui si allude sono così descritti: “Betlemme ha aperto l’Eden, venite a vedere: troviamo nel nascondimento le delizie; venite, riceviamo nella grotta le gioie del paradiso. Là è apparsa la radice non innaffiata che fa germogliare il perdono; là si è trovato il pozzo da nessuno scavato, a cui Davide un tempo aveva desiderato bere: là è la Vergine che, partorito il bambino, ha subito estinto la sete di Adamo e di Davide: affrettiamoci dunque al luogo dove è stato partorito piccolo bimbo, il Dio che è prima dei secoli”.
Come allora non prorompere, insieme a tutta la creazione, nel canto di lode: “Che cosa ti offriremo, o Cristo? Tu per noi sei apparso, uomo, sulla terra! Ciascuna delle creature da te fatte ti offre il rendimento di grazie: gli angeli, l’inno; i cieli, la stella, i magi, i doni; i pastori, lo stupore; la terra, la grotta; il deserto, la mangiatoia: ma noi ti offriamo la Madre Vergine.
O Dio che sei prima dei secoli, abbi pietà di noi”. È come un permettere al cuore di sentire il calore luminoso che si sprigiona dall’amore finalmente riconosciuto nella sua toccante concretezza: ‘Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito’. Quell’amore si esprime nella forma più accattivante e povera nello stesso tempo: un bimbo piccolo. Fatto, che fa esclamare a Paolo nella sua lettera a Tito: “è apparsa la grazia”, “apparvero la bontà e l’amore”. Apparve, prende forma visibile, toccabile. Esperienza che risulterà evidente con la persona concreta di Gesù tanto che oramai Dio non può essere cercato che nella sua umanità, perché con l’umanità si è confuso.
Davanti al Bambino, che veniamo ad adorare, ci accompagna l’eco delle parole del Padre: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22), proferite al battesimo di Gesù nel Giordano. Nella genealogia di Gesù che Luca fa seguire, quel Bambino non risale ad Abramo, ma discende da Dio, assumendo Adamo: viene svelato il mistero della sua identità di Figlio di Dio, il mistero dell’amore di Dio nel quale prende origine la creazione dell’uomo e la storia di amore di Dio con l’umanità. Gesù è il sigillo di questa storia d’amore di Dio con l’umanità; è colui che ci introduce in questa storia e ce ne svela il senso.
Se consideriamo le collette, la progressione della comprensione del mistero di quel Bambino, nato per noi, è delineata secondo la traiettoria: l’evento sprigiona una tale luce (notte) da investire il nostro agire (aurora) per partecipare alla stessa vita di Dio (giorno). “O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo …” (notte); “…fa’ che risplenda nelle nostre opere il mistero della fede che rifulge nel nostro spirito” (aurora); “…fa’ che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio…” (giorno) e questo è lo scopo di tutta la nostra gioiosa adorazione.
Possano i nostri cuori percepire quei segreti e scoprire le radici della letizia in questo mondo. La letizia dell’annuncio natalizio si traduca in energia per l’anima e in spazio di intelligenza per il cuore per la vita propria e quella di tutti.
BUON NATALE A TUTTI.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo di Natale
Santa Famiglia
(28 dicembre 2025)
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Sir 3,3-7.14-17a; Sal 127 (128); Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23
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È significativo che la Chiesa non celebri l’incarnazione del Figlio di Dio in generale, ma dentro una singola famiglia della famiglia umana. Per quanto misteriosa e singolare sia questa famiglia, è proprio a questa famiglia che tutti possono guardare per comprendere e vivere il mistero della vita. Si tratta del mistero che io definirei dell’obbedienza all’amore. Parlo di obbedienza prima che di amore perché l’amore costituisce come l’esito di un’obbedienza confidente.
È il destino della chiamata alla vita, della vocazione umana: si diventa umani solo dentro una storia riconosciuta, che ci precede e ci accompagna, imparando a riconoscere e vivere quella ‘promessa’ di vita che resta inscritta in noi venendo al mondo sia per i genitori che per i figli. La famiglia è il luogo di svelamento di quella promessa che viene dall’alto, il luogo di riferimento esistenziale che segna la natura dei nostri sogni. Non è il luogo da dove proviene la promessa; è più semplicemente il luogo dove la promessa diventa nostra, diventa mia.
La figura di Giuseppe nella famiglia di Nazaret è singolare. La sua vita si gioca attorno a tre sogni che orientano le sue decisioni. “Prendi la tua sposa…” gli dice l’angelo e Giuseppe acconsente. Non aveva previsto in questo modo la sua vita, ma l’obbedienza a questo invito gli fornisce le condizioni concrete in cui vivere il suo amore a Maria compiendone la promessa di vita che racchiudeva nel sogno d’amore di Dio per l’umanità. Non può però prevedere lo svolgimento della storia per cui, ancora una volta, deve acconsentire all’invito dell’angelo che lo distoglie dalle sue attese: “Fuggi…”. E poi ancora: “Ritorna… Va’ in Galilea…”. L’amore di Giuseppe si gioca nel vivere con responsabilità, coraggio, intelligenza, determinazione, le sempre nuove condizioni di vita in cui è come costretto. Più si immerge nei dettagli della storia, più deve allargare la sua percezione del mistero: al massimo di dettaglio corrisponde il massimo di allargamento. È tutto il mistero della fede di Giuseppe, come del resto della Vergine. L’amore è in funzione del compimento del sogno di Dio di stare con gli uomini. Spesso, invece, a noi capita di sognare dapprima di sé e più tardi di giudicarci ingiustamente imbrigliati, come rovinati da ciò che è esterno a sé.
La lettera di Paolo ai Colossesi descrive la famiglia come il luogo di esercizio e di visione nella fede. Paolo parla di ‘sottomissione’ per la moglie, di ‘amore’ per il marito, di ‘obbedienza’ per i figli. Il senso lo si ricava dalle espressioni precedenti quando Paolo delinea la comunità dei credenti come eletti di Dio rivestiti dei sentimenti di Cristo, riconciliati, nella pace di un unico sentire, con la parola di Cristo che tutto regge e pervade. La ‘sottomissione’ della donna non ha nulla a che vedere con la soggezione all’uomo: è l’espressione di quella visione del mistero che appartiene alla donna, che le colma il cuore e che estende continuamente i confini di quell’‘amore’ che è richiesto all’uomo, perché senza di lei l’uomo non saprebbe coglierne la profondità e la preziosità. La ‘obbedienza’ dei figli in quel contesto non è che l’appropriazione della tenerezza verso la propria umanità, terreno ideale per imparare a vedere la ‘promessa’ di vita che si apre davanti a loro. E così tutti restano immersi in quell’unico mistero che regge e orienta la loro vita, mistero di cui imparano, insieme, poco a poco, a dipanarne i segreti nel concreto della vita. Come nella relazione col proprio Dio. Si gode la sua benedizione ricevendoci dalle sue mani nei nostri limiti e nell’appoggiarci su di lui per innalzarci al meglio possibile. Quell’innalzarci ha il suo contesto specifico nelle tre caratteristiche interdipendenti che Paolo assegna rispettivamente alla donna, all’uomo, ai figli: sottomissione, amore, ascolto.
In realtà, l’avvertimento di Paolo ai Colossesi “…rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia … perdonandovi a vicenda … e la pace di Cristo regni nei vostri cuori…” allude proprio al mistero dell’obbedienza. Obbedienza, che si fa trasparenza della tenerezza di Dio, il quale non disdegna di consegnarsi agli uomini perché essi imparino a consegnarsi vicendevolmente e a Lui. E se l’obbedienza non porta a svelare la tenerezza, vuol dire che non procede dall’adorazione, da una visione, ma solo da una volontà. E quando tutto procedesse dalla mia volontà, come posso accogliere e celebrare la salvezza che viene da Dio? Come essere custodi del segreto di Dio per noi?
Abbiamo solo bisogno di ‘rivestirci’, di divenire, cioè, consapevoli del dono e compito di grazia che ci ha riguardati nell’intimo e ci ha resi, nella nostra piccolezza e nelle situazioni concrete, ‘evangelici’, cooperatori della gioia altrui, segni e strumenti di salvezza, come Giuseppe. Non però di quella salvezza operata da noi, come se il nostro amore bastasse a salvare noi o gli altri, ma di quella che viene da Dio, la cui debolezza è più forte della forza degli uomini, debolezza la cui eco io sento nel qualificare Gesù ‘il nazareno’.
In effetti, l’ultimo versetto del brano evangelico proclamato riporta: “… andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: «Sarà chiamato Nazareno»“. Non è chiaro a quali passi profetici l’evangelista si richiama, ma è chiara l’allusione al mistero che quell’aggettivo comporta. Due sono almeno i significati di quell’aggettivo. Designa Gesù come proveniente da Nazaret: esprime la concretezza della sua umanità quanto alle radici, agli affetti, alla crescita. Gesù è uomo non solo perché è nato, ma perché è stato allevato, nutrito, curato, educato, amato, in una famiglia umana. Nazareno richiama poi ‘nazir’ (cfr. Gen 49,26; Gdc 13,5), il consacrato a Dio, il Santo di Dio: esprime la natura del compito che è chiamato a compiere: salvare Israele, salvare l’umanità. Se poi andiamo a vedere quando Gesù è chiamato ‘nazareno’, notiamo che lo chiamano così i demoni (Mc 1,24), gli angeli (Mc 16,6); ma soprattutto l’aggettivo compare nei racconti della passione di Giovanni, all’arresto e soprattutto sull’iscrizione sopra la croce: Gesù Nazareno Re dei Giudei (Gv 18,5; 19,19). Tutte sottolineature della realtà della sua umanità: è proprio quell’uomo che è vissuto a Nazaret, la cui famiglia è di Nazaret, è proprio lui il Figlio di Dio, morto e risorto per la nostra salvezza.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Solennità e feste
Maria SS. Madre di Dio
(1° gennaio 2026)
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Nm 6, 22-27; Sal 66 (67); Gal 4,4-7; Lc 2,16–21
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La celebrazione di oggi tiene conto di tre fattori: è l’ottava di Natale, il primo giorno dell’anno e la giornata della pace. Nell’ottava di Natale al centro è la Vergine nella sua divina maternità, come le icone del Natale sottolineano. La Vergine non è rappresentata china sul proprio bambino, ma rivolta ai pastori e al mondo a proclamare che quel suo ‘figlio’ è la benedizione per loro, per l’umanità. Benedizione, che viene invocata al principio dell’anno su tutto il distendersi del tempo. Dal Padre, che ha benedetto la Vergine Maria, la quale porta ed ha dato alla luce il Benedetto, discende per noi ogni benedizione. Se la formula di benedizione riportata nel libro dei Numeri concerne Israele, il salmo 66 la estende a tutta l’umanità perché ormai Colui, che del Padre è lo splendore, è nato per noi. In Lui si concentra la pienezza di benedizione, in Lui che è nato nella pienezza dei tempi, come dice l’apostolo. Ciò significa che la Sua benedizione copre tutti i tempi e contemporaneamente ogni genere di tempo, tutto il tempo della vita in tutte le situazioni possibili. Così che, quando il canto al vangelo proclama: “Dio ha parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”, si allude non semplicemente al fatto che Colui che era stato annunciato dai profeti è venuto, ma che in Lui si compiono tutte le possibilità dei tempi.
Benedizione, ancora, che si risolve nella pace ottenutaci da quel Figlio, di cui Paolo dirà: “Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne” (Ef 2,14).
Ora, nessuno meglio della Vergine Maria ha potuto gustare l’estensione e la profondità della benedizione di Dio sull’umanità, come recita la grande benedizione sacerdotale nel libro dei Numeri: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Num 6, 24-26). Che potremmo coniugare per noi in queste invocazioni di augurio, fino a sentire l’appartenenza al Suo amore, non desiderando altro se non di sentirci attratti e di attrarre a questo amore tutto e tutti trovando in esso riposo:
– che possa sempre sentirti dentro confini di benevolenza, possa sentire alleata la vita e Padre tuo il tuo Dio
– che il volto del Signore si riveli al tuo cuore e faccia brillare il tuo volto del suo splendore
– che possa fare esperienza del Suo farsi grazia a te e sentirti fortificato, imprendibile dal male, per il legame di intimità che ti nasconde nella Sua pace.
E quando il testo del libro dei Numeri continua dicendo: “Così porranno il mio nome e io li benedirò” possiamo interpretare: poni su di te la sua Parola e lei sarà la tua benedizione, ti custodirà e ti terrà compatto, dentro un’intimità, alle radici del cuore.
Se colleghiamo l’antica colletta: “Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi”, alla dichiarazione di Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), insieme alla promessa di Gesù ai discepoli: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23), possiamo cogliere tutta la potenza di benedizione di Dio per l’uomo. Dio ha voluto prendere dimora in mezzo a noi, dentro di noi. C’è un aspetto straordinario, sconvolgente, di questa benedizione che noi fatichiamo a cogliere. Con la venuta del Figlio di Dio e il dono del suo Spirito l’uomo è invitato e accolto in quella stessa intimità di vita e di relazione che esiste tra il Padre e il Figlio, per cui ci viene fatto dono della loro stessa intimità. Se nel Figlio il Padre ha posto tutta la sua compiacenza, chi accoglie il Figlio è accolto dal Padre e si realizza quello che Gesù esprime nella sua grande preghiera sacerdotale: “E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (Gv 17,22-23). Ecco, tutta la vita della Vergine Maria, come il suo parto prodigioso, è lì a dimostrarlo.
La realtà dell’incarnazione comporta anche la variabile tempo. Ogni cosa ha il suo tempo, ogni cosa ha bisogno del suo tempo. Anche la Vergine Maria ha avuto bisogno di tempo per ‘assuefarsi’ all’agire di Dio. Il brano evangelico la descrive come colei che “custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Evidentemente perché anche per lei la realtà non svelava il suo mistero di colpo. I due verbi significano più direttamente: teneva se stessa e queste cose insieme in cuore, facendole rimbalzare l’una sull’altra in modo da ottenerne una visione d’insieme. Sono termini che illustrano il metodo di lettura delle Scritture: una parola si illumina con un’altra parola ed il senso che ne scaturisce si riverbera nel cuore aprendo la parola al cuore ed il cuore alla parola. E non se ne tralascia nessuna: ‘tutte queste cose’ del testo sono sia le parole udite (dall’angelo, dai profeti, dai pastori) sia gli eventi successi; non si cerca solo quella ‘adatta’ a me, ma ci si ‘adatta’ a loro tutte, insieme. Non si preferisce un tempo (il tempo della gioia, del godimento), ma si tengono insieme tutti i tempi (anche il tempo del dubbio, dell’afflizione). Allora, poco a poco, anche al nostro cuore si svelerà quella ‘benedizione’ che Dio ha posto sull’umanità e di cui si comincerà a goderne lo splendore.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo di Natale
II Domenica dopo Natale
(4 gennaio 2026)
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Sir 24,1-2.8-12; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18
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Tutta la liturgia della seconda domenica dopo Natale è incentrata sulla conseguenza del riconoscimento e dell’accoglienza del Figlio di Dio fatto uomo: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). È quello che s. Efrem canta nei suoi splendidi inni natalizi parlando della consolazione per l’umanità che, con la nascita di Gesù, può ritrovare la gloria della sua dignità: “Maria è il giardino sul quale discese dal Padre la pioggia della benedizione; di quella effusione lei asperse il volto di Adamo”. E mettendo in bocca alla stessa Madre di Dio le parole: “Se una madre ha un bambino, questo diventa fratello del mio diletto. Se ha una figlia o una congiunta, questa diventa la sposa del mio Signore. Colui che ha un servo, gli conceda la libertà, affinché venga per servire il suo Signore … A causa tua una serva diventa libera. Se una ti ama, c’è nel suo seno una invisibile liberazione”.
Se ci interroghiamo sulla natura dell’essere figli di Dio, non possiamo non riandare a quello che Paolo proclama: “Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio” (Rm 8,14). Eco della beatitudine proclamata da Gesù, la settima: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). Lo Spirito guida a realizzare la pace, pace che è Gesù stesso perché di lui si dice: “Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne” (Ef 2,14). Quella pace è a riprova di ogni persecuzione, come è confermato dall’ottava beatitudine (“Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”, Mt 5,10), vale a dire che non cede davanti a nulla perché non conosce nemici, non conosce avversari, proprio come il Figlio di Dio che tutti invita alla comunione, che su tutti riversa il suo amore, che tutti accoglie perdonando, che a tutti fa grazia di sé.
Lo sottolinea la colletta alle offerte: “Accogli, o Signore, i doni che ti offriamo e santificali per la nascita del tuo Figlio unigenito, che ci indica la via della verità e promette la vita eterna”. La via della verità non è che lo splendore dell’amore eterno di Dio che, con Gesù, in abbondanza si riversa su di noi, introducendoci nella stessa intimità di vita che lui gode con il Padre, intimità eterna e sempre feconda.
Se è vero che “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18), allora in lui il cristiano trova fierezza e umiltà di fronte ai suoi fratelli, in cammino e alla ricerca della verità che riguarda tutti allo stesso titolo. Se prima della creazione del mondo, l’uomo è stato pensato da Dio in funzione della capacità di portare la bellezza del Figlio di Dio, allora come non vedere nell’esperienza della conoscenza di quel Figlio, ormai diventato Figlio dell’uomo, l’esito supremo della vita, il compimento di ogni desiderio di verità e bellezza? E se tutto il creato rimanda al Cristo Signore, a maggior ragione l’uomo, fatto ad immagine di Lui, che è l’Immagine, lo splendore del Volto stesso di Dio. Ma se questo è vero, allora tutti i nostri pensieri rimandano a lui, tutte le nostre aspirazioni, tutti i nostri desideri, tutti i nostri ideali. Secondo i nostri Padri, la preghiera non è che il luogo di riconoscimento del Cristo come fondamento dei nostri pensieri. Tutta la bontà, tutte le virtù che possiamo ottenere non sono che partecipazione ai suoi sentimenti, alla sua vita, che è vita stessa di Dio.
L’annuncio straordinario è che il dono è offerto a tutti. Nessuno nasce cristiano; lo si diventa. Mi sembra di scorgere in questo il superamento più radicale di ogni distinzione fra gli uomini basata su etnia, nazione, cultura, censo, qualità, genere, ecc. Ricevere il potere di diventare figli di Dio significa partecipare alla vita stessa del Figlio di Dio; significa rivestirsi dei suoi sentimenti, nei quali fondare le radici di un’umanità nuova, trasfigurata, che non si presenta più temibile in nulla per nessuno.
Ecco, la letizia del Natale rimanda a tale ‘possibilità’, a tale ‘potere’ e qui si radica la speranza per il mondo: la gloria di Dio può ancora risplendere in mezzo a noi, la vita nel mondo può ancora tornare amabile, nonostante i drammi e le tragedie, le violenze e gli egoismi. Siamo sicuri – anche questo è un corollario della nostra fede nel Signore Gesù – che sempre ci sarà qualcuno che, discepolo del Signore, farà risplendere l’umanità in questo mondo. E sempre ci sarà qualcuno che, affascinato da quello splendore, riconoscerà il Signore e tornerà a far desiderare la conoscenza di lui, come si augura l’apostolo: “il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo …” (Ef 1,17-20).
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo di Natale
Epifania del Signore
(6 gennaio 2026)
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Is 60,1-6; Sal 71 (72); Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12
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La festa di oggi, che in Oriente si festeggia insieme al Natale, viene presentata così nel Martirologio romano: “Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale si venera la triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù Bambino fu adorato dai Magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino, manifestò la sua gloria”. Delle tre manifestazioni, soprattutto la prima costituisce il tema della liturgia odierna.
È caratteristico che, come seconda lettura, venga riportata la definizione di ‘mistero’ a proposito della festa di oggi. Mistero è “che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3,6). La sottolineatura è la seguente: il progetto eterno di Dio per l’umanità è unico per tutti, per sempre. Si realizza la visione profetica di Isaia: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria” (Is 66,18). Gloria, che proprio l’umanità di quel bambino, adorato dai magi, manifesterà nel suo splendore più bello. L’antifona di ingresso della messa si richiama al libro del profeta Malachia, l’ultimo libro dell’Antico Testamento nella versione greca che i cristiani hanno fatto propria: “È venuto il Signore nostro re: nelle sue mani è il regno, la potenza e la gloria”. La cosa straordinaria è che un bambino venga proclamato ‘sovrano, potente e glorioso’! La proclamazione comporta qualcosa di radicalmente nuovo per gli occhi umani o, se vogliamo, comporta la visione di una realtà con occhi radicalmente nuovi.
Stessa novità che sta dietro la proclamazione nei vangeli di Gesù come re (soltanto durante la sua passione Gesù accetta il titolo di re) e particolarmente come re della gloria (titolo che fornisce, da una parte, la ragione della condanna sul patibolo della croce e, dall’altra, per la visione di fede dei credenti, la ragione dell’amore di Dio per l’uomo che proprio sulla croce risplende). È in ragione di quella novità che la manifestazione di Gesù può conquistare le genti e può convincere Israele. Quando la colletta fa pregare: “O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria”, guida i credenti alla percezione di quella novità e li predispone a cogliere e a vivere dello splendore di quell’amore, che costituisce ormai la ragione di senso del vivere nella storia.
In effetti, come tutti i racconti sulla nascita e sull’infanzia di Gesù, ciò che viene riferito va letto in contrappunto ai racconti della sua passione-morte-risurrezione. Nella narrazione dei Magi che arrivano a Gerusalemme in cerca del re dei Giudei (solo dei pagani potevano chiamare così il nuovo re; un israelita l’avrebbe chiamato ‘re d’Israele’) è presentato il conflitto che opporrà alle autorità ufficiali il vero re e salvatore del suo popolo. Colui che le guide della nazione si rifiutano di ricevere è adorato dalle nazioni; Colui che doveva essere noto a coloro che conoscevano le Scritture, perché di lui le Scritture parlano, viene rivelato a coloro ai quali, non potendo le Scritture parlare, parlano gli astri, messaggeri di Dio. L’episodio dell’adorazione dei Magi non sembra potersi ricondurre a un evento storico preciso, ma, nella logica narrativa di Matteo, la rivelazione è che Dio guida la storia perché sia conosciuto il suo Figlio. Ogni cosa può agire da messaggero di Dio, se il nostro cuore sa guardare in alto. E tutto alla fine conduce a lui, il Salvatore, Colui che rivelerà definitivamente e in tutta pienezza, anche per il nostro cuore, quaggiù o di là, l’infinito amore del Padre per gli uomini, Colui che compirà in tutta la loro estensione i nostri desideri di vita, di santità, di comunione.
La visione dei popoli che si ritrovano a Gerusalemme, ripresa anche dal salmo 71 e celebrata dal salmo 87, mostra come ormai non esista più motivo di distinzione tra gli uomini perché la loro dignità deriva da un’unica radice. In ciò che è essenziale, nella vita, tutti desideriamo le stesse cose, tutti siamo fatti per le stesse cose, tutti siamo chiamati a godere le stesse cose. La dignità degli uomini parla dell’amore di Dio che si è rivelato in quel Figlio di Dio fatto uomo e che nella liturgia odierna è adorato da tutte le genti. Quando Paolo ricorda agli Efesini che il mistero manifestato ora agli uomini è il fatto che i Gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità di Israele, rivela che davanti a Dio sussiste un’unica famiglia umana, destinataria e portatrice allo stesso tempo del Suo amore.
Se il Signore, come dice il salmo 71, interviene a favore del povero e del debole, categorie che attraversano la diversità dei popoli e si riferiscono all’umanità di tutti, significa che chi calpesta il povero e il debole ferisce la propria dignità umana e non rispetta l’immagine di quel Figlio che si è confuso con l’umanità di tutti. Davanti a quel Figlio, bambino, adorato dalle genti – dice il salmo, eco del pensiero di Dio: chiunque tu sia, da qualunque paese provenga, qualsiasi sia stata la tua storia, a qualsiasi cultura appartenga, sappi che qui sei nato, di qui trai vita e qui conducono i tuoi desideri perché qui si compiono i miei progetti: nel mio Figlio! Non è evidentemente una forma di imposizione spirituale all’umanità. Si tratta invece di una visione lucida, nella fede, sulla realtà delle cose e del mondo. Non si tratta di contrapporre una visione ad altra visione, una fede ad altra fede. Si tratta di imparare a stupirsi a tal punto dei pensieri di Dio per l’umanità che la modalità stessa di vivere e testimoniare quella visione non può che essere evangelica, portatrice della buona novella per l’umanità. Per questo l’amore è l’ultima parola convincente, sebbene non sia una parola potente. La debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini e la stoltezza di Dio è più sapiente della sapienza degli uomini: per questo a tutti gli uomini, di ieri, come di oggi e di domani, a tutti spetta questa eredità, che è il Figlio di Dio fatto uomo. E come dice s. Massimo Confessore: “Dall’oriente una stella che brilla in pieno giorno guida i magi verso il luogo dove il Verbo ha preso carne, per dimostrare misticamente che il Verbo contenuto nella legge e nei profeti supera ogni conoscenza dei sensi e conduce le genti alla suprema luce della conoscenza”.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Solennità e feste
Battesimo di Gesù
(11 gennaio 2026)
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Is 42,1-4.6-7; Sal 28 (29); At 10,34-38; Mt 3,13-17
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Con la liturgia del battesimo di Gesù si chiude il ciclo natalizio. Come cantava l’antifona al Benedictus già risuonata nella festa dell’Epifania: “Oggi la Chiesa, lavata dalla colpa nel fiume Giordano, si unisce a Cristo suo Sposo; accorrono i magi con doni alle nozze regali e l’acqua cambiata in vino rallegra la mensa”. La chiesa celebra la manifestazione del Figlio amato da un’angolatura speciale che dobbiamo imparare a cogliere.
Il racconto del battesimo di Gesù nei vangeli è ricco di particolari carichi di mistero. L’immagine di fondo è quella delle nozze: Dio sposa l’umanità. Il mistero d’amore intravisto con la nascita a Betlemme, rivelato essere l’eredità di tutte le genti con l’adorazione dei magi, celebrato nella sua gioia messianica alle nozze di Cana e ripresentato ad ogni celebrazione eucaristica, qui è intuito nel suo percorso di attuazione con la solidarietà dell’agnello innocente con i peccatori, in attesa che si realizzi compiutamente con la sua morte-risurrezione.
La liturgia accosta al racconto del battesimo il brano profetico di Isaia 42. È il testo che Matteo riprende integralmente in 12,18 e qui in un solo dettaglio: “Appena battezzato, Gesù uscì dall’ acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento»”. Il particolare dei cieli che si aprono è ripreso alla fine del vangelo di Matteo con l’annotare che i sepolcri si aprono. In Marco, invece, che usa l’espressione dei cieli che sono lacerati, squarciati, il rimando è al velo del tempio che si lacera da cima a fondo con la morte di Gesù. Il battesimo mostra anticipatamente quello che si compie alla Pasqua. Il velo del tempio (per l’esattezza, del Santo dei santi) che si squarcia, significa che ciò che è riposto nel seno del Padre, il suo Verbo, germoglia dall’interno della terra ove è stato riposto con la morte-risurrezione, aprendo, per l’umanità intera, l’accesso al Santo dei santi: la vita intima del Padre. Quando Gesù dirà che lui è la porta vuole riferirsi a questa medesima realtà: in Gesù l’umanità entra nel cielo e il cielo si apre sull’umanità. L’immagine della colomba sembra riferirsi alla stessa realtà, almeno secondo certe interpretazioni patristiche: lo Spirito annuncia al mondo la misericordia di Dio, che in Gesù risplende piena e assoluta.
Nella visione che Gesù ha dopo il suo battesimo si può ravvisare l’autocoscienza della sua intimità con il Padre e della sua realtà messianica con l’allusione a quella nuova creazione, di cui le Scritture sono la promessa. Come all’inizio della creazione lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque, così ora la discesa sopra di lui dello Spirito, nella sua umanità, prefigura la nuova creazione. Non si tratta tanto di vedere una colomba che discende quanto di vedere il planare dello Spirito come una colomba, al modo di una colomba. Alla sua visione segue la voce, che conferma per tutti quello che Gesù ha visto, nel senso di invitare tutti a seguire quel Figlio nella rivelazione dell’amore del Padre per gli uomini. Con la voce del Padre sono compiute tutte le Scritture perché la frase è costruita con i testi di Gn 22,2, Is 42 e Sal 2,7, rispettivamente presi dalla Torà, dai Profeti e dai Salmi e, nello stesso tempo, le Scritture sono confermate per noi che possiamo fare esperienza della giustizia di Dio che è amore per noi.
La voce del Padre è quella di cui Gesù dirà: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,10); “Io dico quello che ho visto presso il Padre” (Gv 8,38); “Io invece lo conosco” (Gv 8,55); “Faccio quello che il Padre mi ha comandato” (Gv 14,31). Amato non dice soltanto tutta l’intimità goduta tra il Padre e il Figlio, ma illustra anche lo sconfinato amore per l’umanità che i due condividono. Amato o unico o prediletto fa pensare ad Abramo, pronto ad immolare il figlio Isacco (Gen 22,2); rimanda al figlio della parabola dei vignaioli omicidi (Mc 12,6); ha attinenza con “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16), ha attinenza al mistero dell’amore del Padre per l’umanità di cui il Figlio è il rivelatore, lui che è il Volto visibile del suo splendore. È l’amato perché il Suo Amore di Padre in lui è perfetto nel senso che in lui si compie perfettamente il Suo volere di benevolenza per l’umanità e lui non ha altro volere che quello di compierlo perfettamente: “Mio cibo è fare la volontà del Padre” (Gv 4,34). È amato perché non solo il Suo Amore si volge verso di lui, in lui si posa, ma anche si riposa, sta soddisfatto, ne ottiene la risposta più piena.
Vale qui la pena di citare l’esperienza di una mistica di Anversa, Hadewijch, del XIII secolo. In una sua lettera descrive l’anima così: “L’anima è un fondo dove Dio si appaga e dove ha sempre di se stesso piena soddisfazione in lei e lei in cambio sempre in Lui. L’anima è un sentiero che Dio percorre nella libertà della Sua profondità e Dio è un cammino che l’anima percorre nella sua libertà vale a dire, nelle Sue profondità che non può toccare se non con la sua profondità. E finché Dio non sarà tutto suo non è soddisfatto [Lettera 18]. Il compiacimento del Padre riposa sull’umanità del Figlio: è questa l’angolatura speciale in cui la chiesa considera il mistero della manifestazione di Dio.
Lo sguardo di predilezione del Padre sul Figlio non concerne solo la persona del Verbo, ma il Verbo nella sua umanità, il Capo con le sue membra. La lettura del profeta Isaia riguarda proprio l’identificazione di Gesù come il servo, l’identificazione del Messia nella sua natura di servo. Non dimentichiamo che questo brano di Isaia ricorre nella liturgia del lunedì della Settimana Santa, a sottolineare la dimensione pasquale di quell’identificazione. In quella natura di servo siamo noi, nella nostra umanità, ad essere considerati. Non dobbiamo perciò pensare che lo sguardo di compiacimento del Padre attenda a posarsi su di noi allorquando saremo capaci di seguire Cristo in una vita santa; è esattamente il contrario. Potremo impegnarci in una vita santa solo se sentiremo sulla nostra umanità peccatrice, ferita e piena di paure, questo sguardo di compiacimento perché Dio ama per primo, perché a Lui apparteniamo, perché siamo la sua stessa carne. Ed è proprio perché la nostra fede squarcia l’orizzonte per introdurci in questa visione che possiamo pregare: “… trasformaci nel Cristo tuo Figlio, che ha congiunto per sempre a sé la nostra umanità”.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo Ordinario
II Domenica
(18 gennaio 2026)
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Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34
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Il tempo ordinario è introdotto, in tutti e tre i cicli, dal vangelo di Giovanni: nel ciclo A, con la testimonianza del Battista; nel ciclo B, con la testimonianza dei primi apostoli; nel ciclo C, con l’evento della manifestazione di Gesù alle nozze di Cana. Il primo capitolo di Giovanni ha una struttura particolare nel senso che si premura di collocare gli eventi che racconta, a partire dal battesimo di Gesù, in un lasso di tempo di sei giorni, dopo i quali, il settimo giorno, si narra la venuta di Gesù a Gerusalemme per la Pasqua.
Il brano di oggi è collocato il primo giorno dopo il battesimo di Gesù, che Giovanni non racconta. È il giorno della testimonianza del Battista: Gesù è l’Agnello di Dio; Gesù è il Figlio di Dio. Il Battista l’ha potuto riconoscere perché ha visto scendere e rimanere su di lui lo Spirito Santo. Colui che il Battista designa come l’Agnello di Dio, è il Servo del canto di Isaia che la liturgia proclama nella prima lettura. Secondo il testo del profeta Isaia, Dio parla al suo Servo la cui persona è disprezzata, che tutti guardano come scarto, schiavizzato dai potenti, esaltandolo nella sua obbedienza. Corrisponde alla voce celeste udita subito dopo che Gesù esce dal Giordano (e che il vangelo di Giovanni non riporta): “Questi è il Figlio mio, l’amato; in lui ho posto il mio compiacimento”. A tale proclamazione Gesù risponde con le parole del salmo 39: “Ecco io vengo. Nel rotolo del libro è scritto su di me di fare la tua volontà”. Parole, che Paolo commenterà in Ef 5,2: “Cristo ci ha amati e ha consegnato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio”.
Fin dall’inizio del racconto evangelico di Giovanni Gesù appare così nella luce pasquale. L’obbedienza del Servo, che gli deriva dalla totale intimità con il Padre nel suo amore per noi, si esprimerà con il suo consegnarsi per essere crocifisso, rivelando che tutta la sua vita, tutto il suo insegnamento, non sono stati altro che un’offerta in sacrificio a Dio per manifestare la grandezza dell’amore per noi che lo abitava.
Un particolare della testimonianza del Battista è assolutamente prezioso, se letto nell’ottica pasquale. Quando il Battista vede venire verso di lui Gesù all’indomani del suo battesimo esclama: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. Gesù toglie nel senso che prende su di sé il peccato del mondo, ma non lo toglie dal mondo. Il mondo sarà sempre lì a testimoniare la sua contrarietà al volere di Dio, all’agire di Dio, nella storia e nel cuore degli uomini. Ma chi aderirà a Gesù, chi lo seguirà, chi si farà guidare dallo Spirito di cui lui è ripieno, non subirà danno dal male che imperversa in questo mondo. Come è stato per lui. Proprio quando il male si è come concentrato su di lui per distoglierlo dal suo segreto, proprio allora lui l’ha vinto con la sua assoluta fedeltà all’amore per noi, nella più totale intimità con il Padre suo che ama noi suoi figli. Di sé Gesù dirà: io ho vinto il mondo! Così anche i suoi discepoli, ma nella stessa via, negli stessi modi. Come leggevo ieri in una testimonianza di una donna lacerata dal dolore per le vessazioni e le ingiustizie subite: il male si vince davvero solo con il bene.
Non va dimenticato che in greco figlio e servo sono espressi da un unico termine e in aramaico servo e agnello sono espressi dallo stesso termine: talya. Quando l’evangelista Giovanni mette in bocca al Battista la sua testimonianza a Gesù con il denominarlo agnello, svela un doppio collegamento: si riferisce a Gesù come all’agnello pasquale immolato (Gv 19,36 descrive Gesù sulla croce in riferimento all’agnello al quale non viene spezzato alcun osso, secondo la prescrizione rituale dell’immolazione dell’agnello pasquale) e soprattutto rileva come Gesù toglie il peccato del mondo in riferimento a ciò che dice il profeta: “Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti…” (Is 53,4-5).
E questo avviene perché Gesù è servo del volere di salvezza del Padre nei nostri confronti. L’aver accettato di prendere un corpo e di vivere nella natura di servo sottolinea l’obbedienza a questa volontà di salvezza del Padre per noi. Se Gesù prende un corpo, lo prende non solo per compiere il volere di salvezza di Dio per l’uomo, ma anche per mettersi in condizioni di compiere quella salvezza in termini di splendore di amore e di nient’altro. Non c’è ombra di ‘potenza’ nell’amore che Gesù manifesta nascendo come un bambino, vivendo da uomo, presentandosi al battesimo come un peccatore e morendo sulla croce; eppure, non c’è potenza più forte di quell’amore che non si fa vincere da nulla. È l’amore che magnifica il Signore davanti all’uomo e l’uomo davanti a Dio.
L’aspetto più straordinario poi è dato dal fatto che questa obbedienza fino all’immolazione in croce è vissuta in quanto Figlio, intimo del Padre. La sua intimità di sentire e di agire con il Padre è definita in rapporto all’amore per noi: tutti e due condividono lo stesso immenso amore per noi. E proprio la visione della discesa e permanenza su Gesù dello Spirito, dopo il battesimo al Giordano, rivela questa comunanza del Figlio con il Padre nell’opera della nostra salvezza. È lo Spirito che, colmando Gesù nella sua natura di servo, lo rende solidale con l’amore del Padre per noi da indurlo a fare sempre la volontà del Padre, cioè a cercare in ogni modo, senza alcuna riserva, con tutto lo splendore di amore che comporta, la nostra salvezza. In altre parole, Gesù tende a inglobare noi, per mezzo dello Spirito, nella stessa comunione di amore che lo lega al Padre e a noi. E sarà per questo che il segno dell’esperienza di salvezza per noi verrà individuato nell’amore a Dio e nella solidarietà piena con i nostri fratelli, in Cristo.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo Ordinario
III Domenica
(25 gennaio 2026)
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Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23
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Quando i discepoli di Gesù hanno provato a riassumere la loro esperienza del Maestro si sono espressi così: “quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita …” (1Gv 1,1) oppure: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria…” (Gv 1,14). Ebbene, Matteo rende la stessa testimonianza con l’immagine della luce riprendendo la profezia di Isaia: “su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.
Gesù è il Messia di Israele, ma nella prospettiva futura della salvezza che giunge ai gentili. In questa ottica Matteo colloca la prima predicazione di Gesù in Galilea (Galilea delle genti) e sarà in Galilea che il Signore risorto darà ordine ai discepoli di fare di tutti i popoli dei discepoli (Mt 28,16-20). La predicazione di Gesù è presentata nella prospettiva della luce che splende, luce che si esprimerà nel discorso della montagna con l’annuncio delle beatitudini, che segue subito dopo, e con le sue opere di guarigione da ogni sorta di malattie e infermità. Il tono dell’evangelista è particolarmente solenne quando dice ‘da allora cominciò a predicare’ perché solo due volte usa questa espressione: qui, per introdurre il ministero pubblico di Gesù e in 16,21 quando Gesù annuncia per la prima volta ai discepoli la sua passione.
Quella luce che splende non è frutto di conquista umana, ma dono e rivelazione del Dio vivente, che la liturgia sottolinea con due salmi, quello di ingresso e il salmo responsoriale: “Cantate al Signore un canto nuovo … annunciate di giorno in giorno la sua salvezza … dite tra le genti: il Signore regna! … gioiscano i cieli, esulti la terra davanti al Signore che viene …” (Sal 95); “Il Signore è mia luce e mia salvezza” (Sal 26). La luce esprime la salvezza accolta da chi, trovandosi in uno spazio di ombra di morte con tenebre all’intorno e gli occhi impediti di vedere, finalmente esce alla luce, è guarito negli occhi, incontra Colui che il vangelo definisce “in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”. Ora quella luce si è fatta vedere e Gesù ne esprime tutta la potenza di salvezza nella sua umanità.
Sembra strano che Gesù inizi la sua predicazione con le stesse parole che aveva usato il Battista: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”. Ma se con il Battista l’accento era posto sul ‘convertitevi’, ora con Gesù l’accento cade su ‘il regno dei cieli è vicino’. Come dicesse: se volete che il regno di Dio diventi vostro, convertitevi, cioè acconsentite alla visione che scaturisce dalla fede nel Figlio di Dio che è venuto a voi. Dietro il ‘convertitevi’ va sentito l’eco della voce di Dio che lungo tutta la storia di Israele dice: “Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni. … Ecco, noi veniamo a te, perché tu sei il Signore, nostro Dio” (Ger 3,22); “Tornate a me e io tornerò a voi” (Zac 1,3; Mal 3,7); “Tornate alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole” (Pro 1,23); “Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi” (Mic 6,3).
La realtà della vicinanza di quel regno è tale che può toccare i cuori, che può muoverli a non desiderare altro se non quel regno. Mi sembra questo il senso della chiamata degli apostoli, che segue direttamente la proclamazione della vicinanza del regno da parte di Gesù. Non si tratta tanto di raccontare da parte dell’evangelista la cronaca della vocazione degli apostoli, ma di mostrare la potenza dell’iniziativa di Dio che dà corso alla sua opera di salvezza. Gregorio Magno, commentando la prontezza dei pescatori a seguire la chiamata di Gesù, riflette sul fatto che a dire il vero quegli uomini avevano ben poco da lasciare essendo poveri. Ma, aggiunge “ha molto lasciato chi non ha tenuto nulla per sé”. È appunto il senso della fede genuina. Non importa lasciare poco o tanto; l’importante è non conservare nulla per sé, vale a dire fidarsi fino in fondo, per tutto il cammino, con tutte le fatiche che comporta, in modo che la grazia dell’incontro possa rivelare tutti i suoi frutti, nel tempo.
Non si può non notare il fatto che gli apostoli non sono stati chiamati semplicemente alla sequela di Gesù, ma alla sequela di Gesù che è inviato a portare a tutti la salvezza e la consolazione (vi farò pescatori di uomini). Seguire Gesù comporta un’esperienza di vita, la condivisione del suo insegnamento e della sua missione; dice prima di tutto quanto l’intimità di vita con il Signore sia sconfinata nel senso che non può ripiegarsi su se stessa, ma continuamente si traduce in condivisione della misericordia di Dio per l’umanità. L’intimità con Dio comporta sempre una buona dose di sana angoscia per i propri fratelli e per questo non sta mai ferma: fin dove c’è un uomo, fin dove c’è un livello di umanità non ancora aperto alla grazia dell’incontro, fin dove c’è una malattia da curare, l’apostolo, come Gesù, non si dà pace. Il senso del guarire ogni sorta di malattie e di infermità da parte di Gesù in missione, come avverrà per gli apostoli inviati in missione (imporranno le mani ai malati e questi guariranno, Mc 16,18), è proprio questo: condividere la misericordia di Dio per l’umanità.
Un altro particolare poi è estremamente significativo. Gesù li chiama non semplicemente a seguirlo, ma a mettersi dietro a lui, come poi dirà Gesù a Pietro quando lo rimprovererà per aver pensato non secondo Dio (cfr. Mt 16,23). Corrisponde a quanto il salmo fa dire al fedele: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”. Qual è l’unica cosa necessaria da domandare? Tutto dipende dalla profondità che nei nostri cuori ha raggiunto la conversione al vangelo del regno.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo Ordinario
IV Domenica
(1° febbraio 2026)
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Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145 (146); 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a
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L’annuncio luminoso del profeta Sofonia: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero” (Sof 3,12), che la versione della LXX rende: ‘popolo mite e umile’, rimanda alla dichiarazione di Gesù quando invita a venire a lui: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11,29). È esattamente in riferimento a lui, che realizza la promessa di Dio per l’umanità, che vanno comprese le sue beatitudini. Tutta la serie delle otto beatitudini non sono che la condivisione di quella mitezza e umiltà del cuore di Gesù. E se ci appaiono paradossali è perché l’uomo fa fatica a entrare nella conoscenza di Dio. Lo spiega bene san Paolo nella sua prima lettera ai Corinti: “Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,25). Ma è proprio per quella stoltezza e debolezza che “Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30).
Se la moltitudine dei santi in paradiso canta: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello” (Ap 7,10), vuol dire che l’uomo non può darsi la salvezza. E se l’uomo non può darsi salvezza, vuol dire che nemmeno può darsi la felicità. Perché la felicità, che pure avvertiamo come nostra vocazione specifica, è paradossale. Non la si prende dove sembra di vederla, ma la si ottiene spesso con ciò che sembra il contrario. Perché in gioco è la credibilità stessa di Dio che viene incontro all’uomo, senza però mai poterlo convincere all’evidenza. Nella felicità è in gioco non semplicemente l’esaudimento di un cuore, ma l’incontro di due, la comunione di due.
Il brano del profeta Sofonia introduce la promessa per il resto d’Israele di godere del regno di Dio nel contesto, terribile, del giorno dell’ira del Signore. Il profeta assiste ad avvenimenti tragici: in pochi decenni si susseguono devastazioni immani ad opera dei due regni contrapposti, Egitto e Assiria. Israele non confida più in Dio; cerca alleati umani, si fida ora dell’uno ora dell’altro, per scampare al pericolo, ma non trova riposo perché l’uno e l’altro sono antagonisti perenni e lui ne fa continuamente le spese. Dopo le minacce e le invettive tra le più terribili della Bibbia, il profeta annuncia la fedeltà di Dio al suo popolo, annuncia la felicità che vuol procurare al suo popolo.
Il salmo 145, che riprende la promessa annunciata da Sofonia, fonda la credibilità di Dio su di una sua specifica qualità: “egli custodisce la verità in eterno’, ‘egli è fedele per sempre’. Qual è questa verità? È la verità del suo amore per l’uomo, la verità del suo agire in benevolenza verso l’uomo. Alle nostre orecchie appare perlomeno contraddittoria questa affermazione, quando risuona in un contesto di afflizioni e drammi. Ma la profondità di senso di quell’affermazione si può cogliere solo a partire dal dramma nel quale l’uomo vive.
Gesù, quando annuncia le sue beatitudini, ha presente il dramma dell’uomo. Senza riferire le sue parole al profondo dramma che vivono gli uomini, le beatitudini suonano come pie esortazioni e il riferimento alla felicità una pia illusione.
Una prima considerazione. Gesù può annunciare le sue beatitudini ai discepoli perché ha già fatto vedere che ‘il regno di Dio è vicino’, vale a dire:
a) ha già potuto far vedere la potenza dell’agire di Dio a loro favore (Gesù ha già cominciato a predicare il vangelo del regno, ha già entusiasmato uomini che lo seguono, ha già guarito molti da malattie e infermità e mostrato il suo potere sui demoni, come dirà più avanti: “Ma se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio”, Mt 12,28);
b) è stato però necessario convertirsi al mistero della sua persona per cogliere il suo agire come testimonianza della presenza salvatrice di Dio in mezzo a loro. Diversamente – e per molti si ridurrà a questo! – vedranno solo un guaritore da importunare in ogni caso per avere un po’ di sollievo. Chi però agirà così, non troverà felicità, perché non avrà incontrato il suo Dio.
Ciò che le beatitudini hanno di paradossale deriva dall’esperienza di un incontro assoluto che pone tutto il resto in sott’ordine. E tutto il resto sta in sott’ordine perché è tale la potenza che si sprigiona da quell’incontro che nulla potrà sostituirsi al suo fascino. La beatitudine che proclama Gesù deriva dalla comunione con la sua, da quella vita con il Padre e lo Spirito che lo rende così Figlio da non volere altro per sé se non di vedere tutti immersi nello stesso amore del Padre. Deriva dalla rivelazione dell’esperienza del Regno ormai giunto fino a noi, ormai schiuso nella sua inaccessibilità e nel suo mistero tanto da schiudere ogni evento alla sua realtà. Deriva dalla partecipazione alla vita divina, quella che non avrà più fine e che si fa accessibile a noi fin da ora.
Le beatitudini sono otto. La prima e l’ultima comportano la stessa promessa: ‘perché di essi è il regno dei cieli’ e racchiudono le altre sei. C’è un doppio movimento nell’elenco delle beatitudini: un movimento di concatenazione e un movimento circolare. La concatenazione riguarda lo spazio definito dalla seconda alla settima, mentre il movimento circolare è dato dal ritornare dell’ottava alla prima per riavviare, a livelli sempre più profondi, la concatenazione. La felicità scaturisce dai passaggi indicati: se ti affliggi solo per la potenza del male che ti domina e dal quale vuoi esserne liberato; se non avrai altro motivo di ira se non quello di opporti al maligno e così custodirti dolce con tutti; se cercherai la giustizia al di sopra del tuo interesse; se condividerai con tutti la misericordia che avrai gustato nel perdono di Dio; se sarai così privo di rivendicazioni e pretese da vedere tutto e tutti nella luce di Dio di cui godrai la presenza; se seguirai l’opera di Dio che è la fraternità tra gli uomini; allora – è la promessa della settima beatitudine – sarai come il Figlio di Dio che, per essere venuto a testimoniare quanto è grande l’amore di Dio per gli uomini, non ha preferito se stesso all’amore che lo divorava e ha accettato di essere consegnato nelle mani degli uomini. Se nella persecuzione l’uomo non perde la sua gioia, allora vuol dire che la potenza del Regno l’ha lambito, che la sua felicità non dipende più dal mondo. Non avrà più bisogno di cercare altra affermazione di sé perché ha trovato quella capace di soddisfare l’anelito del suo cuore, che così sarà confermato nella rinuncia alla brama di ogni bene che non sia espressione di quell’esperienza. Tanto che si affliggerà ancora più profondamente del male che in lui si annida e ripercorrerà la concatenazione dei passaggi a livelli sempre più coinvolgenti.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo Ordinario
V Domenica
(8 febbraio 2026)
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Is 58,7-10; Sal 111 (112); 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16
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L’affermazione di Gesù “Voi siete la luce del mondo” risuona molte volte nelle esortazioni degli apostoli, a indicare che possiamo vivere come Gesù ci ha insegnato. L’apostolo Giovanni, nella sua prima lettera, ci dice di ‘camminare nella luce’ (1Gv 1,7), di ‘essere nella luce’ (1Gv 2,9), di ‘dimorare nella luce’ (1Gv 2,10). S. Paolo, nella sua lettera agli Efesini, scrive: “Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore… Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità” (Ef 5,1-2.8-9).
Il ‘voi’ dell’affermazione di Gesù si riferisce ai discepoli, la cui vita esprime la potenza delle beatitudini che immediatamente prima Gesù aveva proclamato. Si tratta di quei discepoli che, insultati, perseguitati, sparlati, custodiscono la letizia dell’incontro con il Signore Gesù, che è diventato per loro ragione di vita e principio dell’agire. La sottolineatura, però, riguarda una dimensione specifica della luminosità del cuore secondo l’insegnamento di Gesù. Ce la descrive il profeta Isaia con il salmo 112 che lo commenta. Isaia profetizza l’esistenza dell’Israele gradito a Dio come una esistenza ricca di misericordia per tutti, ricca del dono della fraternità a tutti perché segno della comunione realizzata con Dio, che si è reso presente in mezzo a loro. La luce di cui risplende l’umanità abitata da Dio è la luce della fraternità condivisa.
Il profeta proclama: “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio … allora brillerà fra le tenebre la tua luce”. Siamo abituati a riferire la luce all’intelligenza. Ma la Scrittura suggerisce un riferimento diverso. La luce sorge se si spezza il pane con l’affamato, se si ha misericordia del prossimo. La luce viene per l’agire del cuore. All’esercizio dell’intelligenza va abbinato il calore del cuore, perché è il cuore il luogo della presenza, dell’incontro. Solo in questo calore l’intelligenza è retta. Quando Matteo dirà: “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (5,48), lo dirà in seguito all’invito ad amare i propri nemici e Luca interpreta: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (6,36).
Isaia elenca le cinque condizioni, tre negative e due positive, per diventare luce. Occorre prima togliere l’oppressione, il puntare il dito, il parlare empio. Nella versione della LXX si specifica: togliere il laccio, lo stendere la mano, la parola di lamentela. Per dirla con le mie parole: va eliminato ogni tipo di inganno, accusa e parola malevola contro il prossimo. Le due condizioni positive sono: aprire il cuore all’affamato, saziare l’afflitto di cuore. Con la sfumatura della versione greca: dare a chi ha fame il pane di cuore, saziare una persona umiliata. Vale a dire: non basta sfamare il corpo, occorre saziare anche l’anima del prossimo quando è afflitto. E fare questo con tutto il cuore. È allora che sorge la luce, espressione della sensazione di Dio, sempre con noi, quando il cuore non si perde in altro, ritrovandosi saziato nei suoi desideri. Tanto che un’antica preghiera salmica a conclusione del salmo 112 recita: “Ti preghiamo, accordaci di cercare con grande desiderio nella pratica dei tuoi comandamenti tutta la grazia che domandiamo”. Il salmo 112 inizia con il versetto: “Felicità dell’uomo che teme il Signore, nei suoi comandi pone grande desiderio”.
Quando Massimo Confessore spiega l’invocazione ‘non ci indurre in tentazione’ nella preghiera del Padre Nostro, ha l’ardire di precisare: “La Scrittura rivela infatti con questo come chi non ha perfettamente perdonato a chi cade e non ha presentato a Dio un cuore privo di tristezza, reso splendente dalla luce della riconciliazione con il prossimo, non otterrà la grazia dei beni per cui ha pregato, e, per giusto giudizio, sarà consegnato alla tentazione e al Maligno. Imparerà così a purificarsi dalle colpe, eliminando le sue lagnanze contro gli altri …”. Ci dice in sostanza che non subiremo tentazioni se avremo la capacità, da assimilare poco a poco, di non accusare nessuno perché allora – continua Isaia – “implorerai aiuto ed egli dirà: Eccomi!”. Quando il cuore non accusa nessuno, neanche se stesso, non può cedere all’oppressione, perché il Signore è con lui. Non c’è sventura o afflizione capace di ferirlo a tal punto da aver bisogno di cercare la sua giustizia o la sua rivalsa contro qualcuno, distogliendolo dall’intimità con il suo Signore.
Evidentemente, se Gesù chiede ai discepoli di essere luce del mondo, vuol invitarli a rimanere in lui con la pratica delle beatitudini, perché di se stesso Gesù dice che è la luce del mondo: “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9; “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12). Un’antica glossa bizantina spiega il passo di Matteo così: “Non dice: voi siete luci, ma voi siete luce, perché essi [discepoli] tutti insieme sono il corpo del Messia che è la luce del mondo”.
Indicando i discepoli come luce del mondo, se innestati in lui, chiede loro di essere il segno della misericordia di Dio tra gli uomini, come lo è lui stesso. Non si tratta di una possibilità, ma di una grazia: è la grazia di un incontro, che si è tradotto in comunione di vita. La testimonianza di Gesù si risolve nel far vedere quanto è grande l’amore del Padre per gli uomini, che vuole riuniti nella comunione con lui e fra di essi. La forza che realizza tale comunione è lo Spirito donato da Gesù, la cui opera precipua è proprio quella di realizzare un’umanità solidale, in Cristo Gesù, di realizzare una fraternità condivisa.
Rispetto poi all’immagine del sale, va notato che, se il sale dà sapore alle cose, le cose non possono dare sapore al sale. Il che significa: i discepoli sono chiamati a permeare il mondo con la sapienza del vangelo, ma non servono a nulla se il mondo permea loro con la sua sapienza. I discepoli, mantenendo il mondo degli uomini nell’alleanza con il loro Dio, che li vuole in comunione con lui e tra di loro, tornano a far splendere la Sua presenza tra di loro e rendono la vita desiderabile e amabile. Come prega l’antica colletta: “O Dio, che nella follia della croce manifesti quanto è distante la tua sapienza dalla logica del mondo, donaci il vero spirito del vangelo [= beatitudini], perché ardenti nella fede e instancabili nella carità, diventiamo luce e sale della terra”.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo Ordinario
VI Domenica
(15 febbraio 2026)
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Sir 15,16-21; Sal 118 (119); 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37
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Il senso delle letture di oggi è ben descritto dall’antica colletta: “O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora”.
Le parole del Signore, i suoi comandamenti, non sono semplici ingiunzioni o precetti alla cui osservanza è promessa la nostra beatitudine futura. Sono assai di più, sono rivelazione di Lui, modalità di partecipazione alla stessa vita divina, spazi di comunione con lui e con i fratelli, luoghi di intimità. Gesù allude sempre nel suo annuncio del Regno a una eccedenza, a una sovrabbondanza rispetto alla giustizia che cerchiamo con le nostre opere. In effetti, il senso della nostra vita si gioca non nel fare il bene, ma nel farlo per entrare nel segreto di Dio. È un’intimità, che fa vivere la vita dentro un’obbedienza e un’alleanza che sperimentiamo a nostro favore; un’intimità capace di riempire il cuore, di rendere la vita degna di essere vissuta.
È quello che Gesù fa intendere con la proclamazione dal monte delle beatitudini: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5,17). Fa poi seguire una serie di antitesi: “Avete inteso che fu detto agli antichi … Ma io vi dico …”. Negli esempi che porta, Gesù mostra la reale intenzione di Dio per l’uomo quanto all’esigenza della santità della vita perché noi non ci si chiuda nella menzogna. Non basta evitare di uccidere; Gesù svela la natura omicida dell’ira, del disprezzo, della ribellione contro il proprio fratello. La preghiera è gradita a Dio, ma solo a condizione che il cuore l’innalzi dallo spazio di riconciliazione voluto e cercato con i propri fratelli. Il cuore si sporca non solo con gli atti compiuti, per esempio, l’adulterio consumato, ma anche con i desideri cattivi che lo attraversano quando sono trattenuti e fomentati. L’uomo purtroppo è anche capace di snaturarsi: l’occhio, che dovrebbe aiutarlo a percepire l’inciampo per non cadere, è esso stesso occasione di caduta quando serve il desiderio cattivo.
Gesù fa vedere la forza della proclamazione del Siracide: “Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai” (Sir 15,15). Quando la Parola è la nostra dimora, allora anche la promessa di vita che racchiude ci apparterrà, diventerà il nostro segreto. Con l’umiltà e la gioia di chi, come dice san Paolo: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (1Cor 2,9). Proprio come la colletta pregava: ‘rendici degni di diventare tua stabile dimora’. E si diventa dimora con il custodire le parole (comandamenti) di Gesù, finché siano loro a custodire il nostro cuore nella gioia che rilasciano. Come ancora il Siracide proclama: “I suoi occhi sono su coloro che lo temono” (Sir 15,19). È il senso della compagnia di Dio che custodisce, ristora, infonde coraggio, consola.
Saldi nella fiducia che questo è il dono di Dio per noi, senza alcun merito da parte nostra, come proclama il canto al vangelo: “Ti rendo lode, Padre, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno”. Gesù formula questa preghiera di lode vedendo i discepoli ritornare tutti contenti dalla loro missione di predicazione e li avverte che la gioia che provano non dipende dalla grandezza delle opere compiute, ma dal vivere la comunione con Dio che vuole la salvezza di tutti. Tale principio di comunione non tiene in alcun conto la grandezza degli uomini, tanto che, quando Gesù dovrà svelare il suo destino di Messia annunciando la sua passione, si premurerà di tenere i suoi discepoli al riparo da quella meschina grandezza, così ambita dagli uomini. La cosa è ribadita nel brano evangelico di oggi dicendo che gli uomini, davanti a Dio, non saranno grandi se faranno cose grandi, ma se terranno aperte le cose piccole, ogni cosa più piccola, al mistero del Regno, alla percezione del Regno. Quello che vale per le Scritture, vale anche per la nostra vita.
In questa luce, la ‘giustizia superiore’ alla quale Gesù invita i suoi discepoli non si riferisce ad opere diverse da quelle comandate in precedenza, come esistesse un’opera maggiore rispetto a quelle di prima, ma alla capacità di percezione e alla fedeltà all’intenzione segreta di Dio a cui le opere richieste rimandano. Il ‘compimento’ di cui parla Gesù non allude all’aggiunta di qualcosa, ma alla radicalità dell’esperienza che rimanda direttamente a Dio e alla sua rivelazione. Il compimento di Gesù, che risalterà in tutto il suo splendore con la sua passione e morte, mostra la profondità di provenienza dei comandamenti e la bellezza della promessa di Dio racchiusa nei comandamenti perché l’uomo possa finalmente godere della comunione con il suo Dio, dentro un’umanità solidale, e non semplicemente ‘tenerlo buono’ con la propria giustizia, perché la propria giustizia non fa splendere il cuore.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo di Quaresima
I Domenica di Quaresima
(22 febbraio 2026)
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Gn 2,7-9;3,1-7; Sal 50 (51); Rm 5,12-19; Mt 4,1-11
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L’inizio della quaresima era stato annunciato con la proclamazione della bontà di tutte le cose: “Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato” (Sap 11,24). Perché allora l’invito alla penitenza? Perché allora le tentazioni? Nell’introdurre il cammino quaresimale con il racconto delle tentazioni di Gesù, la Chiesa rivela una intuizione profonda a proposito del cuore dell’uomo. L’urgenza della conversione non è collocata semplicemente nella lotta tra il bene e il male, ma sul fondale che rende tale lotta necessaria per la verità e la libertà.
L’esperienza, che la prova o la tentazione sia un evento normale della nuova vita in Cristo, non è un dato acquisito pacificamente dalla nostra coscienza interiore. Suona strano per noi che Gesù, subito dopo il battesimo, in cui si narra che su di lui discende lo Spirito in pienezza, venga spinto proprio dallo Spirito nel deserto per essere tentato. Noi percepiamo la tentazione proprio in ragione della mancanza di Spirito, della rarefazione dello Spirito. Le prime parole del tentatore riprendono le parole della voce al Giordano: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Gli sussurrerà: “Se tu sei figlio di Dio”, da intendere: poiché tu sei figlio di Dio, allora …
La vera lotta non è semplicemente tra il bene e il male, ma tra Dio e gli idoli, tra la verità e la seduzione. Non per nulla le collette parlano di vittoria sulle seduzioni del maligno per crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e nella capacità di testimoniarlo con una degna condotta di vita. Tutto il cammino quaresimale punta qui.
In rapporto a che cosa la nostra condotta di vita risulterà ‘degna’? Le tentazioni di Gesù ce lo rivelano. Le tre tentazioni corrispondono alle tre tentazioni del popolo di Israele nel deserto: la fame (manna), la sete (Massa e Meriba), il vitello d’oro. Il diavolo vorrebbe costringere Gesù a dimostrare che è il Figlio di Dio. Lui sa che è stato mandato a conquistare gli uomini e cerca di mostrargli che c’è una via più spiccia per averli dalla sua parte: basta strabiliarli con la potenza e la gloria. Ma la potenza e la gloria sono proprio le dimensioni che Gesù ha rifiutato, ha lasciato radicalmente nelle mani del Padre per assumere la forma di servo. L’inganno starebbe nel fatto di fargli fare qualcosa in nome di Dio senza condividere il segreto di Dio, senza il compiacimento di Dio.
Le tentazioni hanno appunto lo scopo di distoglierci dall’obiettivo vero per suggerirne uno fasullo. Le tre tentazioni sono precedute dall’annotazione che, dopo quaranta giorni di digiuno, Gesù ebbe fame. Non si tratta solo di una fame materiale ma del suo desiderio di realizzare il compito di cui è stato investito come Messia: manifestare l’amore di Dio, portare tutti a Dio. Il suo aver fame richiama il grido sulla croce: ho sete (Gv 19,28). Ha fame e sete degli uomini. È nel suo zelo per gli uomini che viene tentato.
Potremmo commentare le risposte di Gesù con altre sue affermazioni. In rapporto alla prima vale la dichiarazione: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua [= di Dio] giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Ogni bisogno, nobile o ignobile che sia, che non attinga la sua verità da dentro quella misura suprema del regno di Dio e della misericordia salvatrice di Dio, risulterà distruttivo. Non esiste un idolo liberatore o salvatore.
Le parole del diavolo nella seconda tentazione sono rivelate in tutta la loro portata nel momento cruciale della vita di Gesù allorché, appeso in croce, si sente apostrofare: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!” (Mt 27, 42-43). Vi sono racchiuse in sintesi tutte e tre le tentazioni. Se Gesù non salva se stesso (non si sfama con un miracolo), non dimostra nulla (non si butta dal pinnacolo) e non viene liberato dalla morte (adora davvero Dio solo), vuol dire che non si lascia distogliere sotto alcuna forma dall’amore del Padre per noi che lo occupa totalmente.
La terza tentazione è la più infida. Possiamo accostarla all’ammonizione di Gesù: “E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?”. Le azioni che non procedono dall’adorazione di Dio sono vincolate alla gloria del mondo, il cui detentore è il maligno. Con azioni del genere non si svilupperà nel cuore né la gratitudine né la libertà. E l’uomo resterà irretito nell’illusione. Quel genere di illusione, che la terza tentazione adombra, deriva la sua pericolosità dal fatto che l’uomo si accorge dopo delle conseguenze nefaste. Qui l’uomo non ascolta una parola diretta, perché la parola del tentatore è segreta. Tu prima prendi la gloria del mondo, anche a fin di bene, e soltanto dopo ti accorgi che resti irretito nella sua influenza e ti sei allontanato dalla gloria di Dio.
In effetti, la cosa strana è che noi, pur rifiutando l’azione del male, non riusciamo a vincere la sua seduzione perché non rinunciamo alla visione ‘mondana’ sottostante, alla visione del maligno, vale a dire: immaginiamo che Dio debba servire ai nostri scopi o interessi. La vittoria di Gesù sul maligno dice altro, dice che stare dalla parte di Dio significa servire l’uomo nella verità del suo amore per lui.
La penitenza quaresimale va diretta proprio contro l’illusione. Le risposte di Gesù frantumano l’illusione con la quale il diavolo irretisce per impedirci di essere liberi e veritieri. E lo scopo del vincere l’illusione lo rivela assai bene s. Francesco nel commentare il Padre Nostro: “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra: finché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te; con tutta l’anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore. E con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché amiamo il nostro prossimo come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e compatendoli nei mali e non recando offesa a nessuno”. È l’illusione infranta, la libertà acquisita, lo spazio nuovo dell’umanità da riempire con la nostra testimonianza.
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Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo di Quaresima
II Domenica di Quaresima
(1° marzo 2026)
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Gn 12,1-4a; Sal 32 (33); 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9
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La chiesa ha sempre messo in relazione il Tabor (che nel passo evangelico è chiamato semplicemente ‘alto monte’, come per il monte della tentazione e come per la missione finale in Galilea, forse per indicare simbolicamente il monte escatologico dove affluiranno tutte le nazioni della terra) con il Golgota, allorquando Gesù non apparirà trasfigurato, ma sfigurato. In effetti, nel racconto evangelico, l’evento della trasfigurazione segue il primo annuncio della passione (cfr. Mt 16,21-28, introdotto con l’espressione solenne ‘da allora’ per indicare la decisione solenne di Gesù di andare a Gerusalemme), l’ammonizione a seguire Gesù rinnegando se stessi e la misteriosa predizione di vedere venire il regno di Dio. Sembra che l’evento della trasfigurazione risponda a tutte queste tre annotazioni.
Una duplice tensione anima la liturgia: a) proclama l’evento della trasfigurazione di Gesù per esaltarne la tensione alla Pasqua (Gesù è in colloquio con Mosé ed Elia a proposito del suo esodo) perché si compiano le Scritture e sia rivelata la grandezza dell’amore di Dio per noi; b) fa emergere la tensione che lavora il cuore dell’uomo nel suo desiderio di vedere il volto di Dio e saziare la sua nostalgia.
La liturgia si apre con l’antifona di ingresso: “Di te dice il mio cuore: «Cercate il suo volto». Il tuo volto io cerco, o Signore. Non nascondermi il tuo volto” (Sal 26,8-9). Solo chi ha quel desiderio in cuore può vedere il volto luminoso di Gesù. Il salmo 26 incomincia con “Il Signore è mia luce e mia salvezza”; prosegue con “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore” e finisce con “Mostrami, Signore, la tua via”. È la tensione di una vita. Quando il salmo proclama: “Non nascondermi il tuo volto”, supplica Dio per due cose precise: perché faccia sentire la sua presenza e si degni di far vedere il suo volto. Sulla tensione di fondo del cuore, che la colletta del martedì della prima settimana di quaresima così esprimeva: “Volgi il tuo sguardo, Padre misericordioso, a questa tua famiglia, e fa che superando ogni forma di egoismo risplenda ai tuoi occhi per il desiderio di te”.
Il punto di convergenza delle due tensioni non riguarda però il vedere, ma l’ascoltare. Il racconto della trasfigurazione culmina nella voce che risuona da dentro la nube: “Questi è il mio Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. La reazione emotiva dei discepoli, quel senso di intimo timore insieme al senso di rapimento che vivono, è abbinato all’ascolto, non alla vista. Come a sottolineare che, se il racconto è per gli occhi, lo scopo che ne costituisce la ragione è per gli orecchi, con l’evidente conseguenza che soltanto ascoltando si potrà vedere.
Se riferiamo la voce alla circostanza della settimana precedente quando, dopo che Gesù aveva svelato il suo destino di passione, Pietro l’aveva preso in disparte rimproverandolo: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai” (Mt 16,22), risuona assai più profondamente nel nostro cuore. L’invito non è semplicemente: ascoltate quello che dice, ma: seguitelo fin sulla croce, perché là sarà manifestato il segreto dell’amore di Dio per gli uomini. Non è un’esortazione per l’uomo recalcitrante; è l’accesso alla verità di Dio, che non rientra nell’orizzonte umano, ma di cui il cuore dell’uomo ha bisogno per rispondere agli aneliti che porta e conoscere finalmente il suo Dio.
Quando nel Padre nostro invochiamo: “sia santificato (=glorificato) il tuo nome”, chiediamo appunto questo: Signore, rivelati nella tua verità, rivela il tuo volto al nostro cuore! Se il Signore si rivela al nostro cuore, allora anche le cose si rivelano e solo allora potremo cogliere il loro ‘splendore’, il segno della gloria di Dio diffusa su tutta la creazione, perché tutte le cose ci parleranno della gloria di Dio, vale a dire del suo amore per noi.
La tensione del mostrarsi di Dio all’uomo converge verso questo unico punto: conoscere il suo Figlio amato, vedere il suo Volto. Ascoltarlo significa percepire che la vita consiste in questo immergersi e ritrovarsi nello splendore del suo Volto; significa vedere se stessi, le cose, il mondo, la storia, da dentro il rapporto con questo Figlio amato. Ed è per questo rapporto vissuto che, per noi come per Pietro e tutti i discepoli, si rivela al nostro cuore quanto è fascinosa la visione, quanto è drammatico il rinnegamento, quanto penetrante lo sguardo del Signore misericordioso su di noi, quanto persuasive le sue parole, quanto tenere le intimità godute, quanto angosciante la lontananza, quanto forte e costringente il suo amore.
L’esempio di Abramo è eloquente. Sente la voce di Dio: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre”. L’espressione singolarissima, nel testo ebraico, è ‘lek leka’, che traduciamo con ‘vattene’, ma che andrebbe resa, secondo la vocalizzazione tradizionale: ‘vai a te’, ‘vai verso te stesso’. Contemporaneamente un esodo e un ritorno. Un esodo da qualcosa che impedisce la scoperta del senso pieno del vivere e un ritorno a ciò che ci costituisce nell’intimo per vivere in gratuità e servizio la nostra vocazione all’umanità. Abramo non conosce nulla del nuovo paese: sa solo che Dio gliene fa promessa. Sarà il suo ascoltare che gli consentirà di vedere la benedizione realizzarsi. Proprio perché accetta la relazione con colui che lo coinvolgeva nella sua storia sacra fino a diventare il suo Dio, lascia la sua casa (se scegli il Padre celeste, devi lasciare quello terreno; se scegli il regno di Dio, devi lasciare ogni altro regno; se ti accetti da Dio, di Dio e secondo Dio devi vivere, come dirà Cipriano nel suo commento al Padre nostro) e per questo, oltre a godere della benedizione di Dio, diventa benedizione lui stesso per tutti perché rivela la grandezza dell’amore di Dio e lo splendore che si irradia su tutto.
Così, se Abramo ascolta Dio, Gesù ascolta il Padre, i discepoli ascoltano Gesù e il frutto della benedizione promessa rivelerà il suo splendore. Per gli uomini, quello splendore consisterà nel condividere, nella loro umanità, lo sguardo di compiacenza del Padre, che riposa tutto sul suo Figlio benedetto, fatto uomo. L’ascolto condurrà così alla visione di colui che, mentre ci squaderna il segreto di Dio per l’uomo, fa rilucere il mondo dello splendore della sua bellezza.
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