Nono ciclo
Anno liturgico A (2025-2026)
Tempo di Natale
Santa Famiglia
(28 dicembre 2025)
___________________________________________________
Sir 3,3-7.14-17a; Sal 127 (128); Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23
___________________________________________________
È significativo che la Chiesa non celebri l’incarnazione del Figlio di Dio in generale, ma dentro una singola famiglia della famiglia umana. Per quanto misteriosa e singolare sia questa famiglia, è proprio a questa famiglia che tutti possono guardare per comprendere e vivere il mistero della vita. Si tratta del mistero che io definirei dell’obbedienza all’amore. Parlo di obbedienza prima che di amore perché l’amore costituisce come l’esito di un’obbedienza confidente.
È il destino della chiamata alla vita, della vocazione umana: si diventa umani solo dentro una storia riconosciuta, che ci precede e ci accompagna, imparando a riconoscere e vivere quella ‘promessa’ di vita che resta inscritta in noi venendo al mondo sia per i genitori che per i figli. La famiglia è il luogo di svelamento di quella promessa che viene dall’alto, il luogo di riferimento esistenziale che segna la natura dei nostri sogni. Non è il luogo da dove proviene la promessa; è più semplicemente il luogo dove la promessa diventa nostra, diventa mia.
La figura di Giuseppe nella famiglia di Nazaret è singolare. La sua vita si gioca attorno a tre sogni che orientano le sue decisioni. “Prendi la tua sposa…” gli dice l’angelo e Giuseppe acconsente. Non aveva previsto in questo modo la sua vita, ma l’obbedienza a questo invito gli fornisce le condizioni concrete in cui vivere il suo amore a Maria compiendone la promessa di vita che racchiudeva nel sogno d’amore di Dio per l’umanità. Non può però prevedere lo svolgimento della storia per cui, ancora una volta, deve acconsentire all’invito dell’angelo che lo distoglie dalle sue attese: “Fuggi…”. E poi ancora: “Ritorna… Va’ in Galilea…”. L’amore di Giuseppe si gioca nel vivere con responsabilità, coraggio, intelligenza, determinazione, le sempre nuove condizioni di vita in cui è come costretto. Più si immerge nei dettagli della storia, più deve allargare la sua percezione del mistero: al massimo di dettaglio corrisponde il massimo di allargamento. È tutto il mistero della fede di Giuseppe, come del resto della Vergine. L’amore è in funzione del compimento del sogno di Dio di stare con gli uomini. Spesso, invece, a noi capita di sognare dapprima di sé e più tardi di giudicarci ingiustamente imbrigliati, come rovinati da ciò che è esterno a sé.
La lettera di Paolo ai Colossesi descrive la famiglia come il luogo di esercizio e di visione nella fede. Paolo parla di ‘sottomissione’ per la moglie, di ‘amore’ per il marito, di ‘obbedienza’ per i figli. Il senso lo si ricava dalle espressioni precedenti quando Paolo delinea la comunità dei credenti come eletti di Dio rivestiti dei sentimenti di Cristo, riconciliati, nella pace di un unico sentire, con la parola di Cristo che tutto regge e pervade. La ‘sottomissione’ della donna non ha nulla a che vedere con la soggezione all’uomo: è l’espressione di quella visione del mistero che appartiene alla donna, che le colma il cuore e che estende continuamente i confini di quell’‘amore’ che è richiesto all’uomo, perché senza di lei l’uomo non saprebbe coglierne la profondità e la preziosità. La ‘obbedienza’ dei figli in quel contesto non è che l’appropriazione della tenerezza verso la propria umanità, terreno ideale per imparare a vedere la ‘promessa’ di vita che si apre davanti a loro. E così tutti restano immersi in quell’unico mistero che regge e orienta la loro vita, mistero di cui imparano, insieme, poco a poco, a dipanarne i segreti nel concreto della vita. Come nella relazione col proprio Dio. Si gode la sua benedizione ricevendoci dalle sue mani nei nostri limiti e nell’appoggiarci su di lui per innalzarci al meglio possibile. Quell’innalzarci ha il suo contesto specifico nelle tre caratteristiche interdipendenti che Paolo assegna rispettivamente alla donna, all’uomo, ai figli: sottomissione, amore, ascolto.
In realtà, l’avvertimento di Paolo ai Colossesi “…rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia … perdonandovi a vicenda … e la pace di Cristo regni nei vostri cuori…” allude proprio al mistero dell’obbedienza. Obbedienza, che si fa trasparenza della tenerezza di Dio, il quale non disdegna di consegnarsi agli uomini perché essi imparino a consegnarsi vicendevolmente e a Lui. E se l’obbedienza non porta a svelare la tenerezza, vuol dire che non procede dall’adorazione, da una visione, ma solo da una volontà. E quando tutto procedesse dalla mia volontà, come posso accogliere e celebrare la salvezza che viene da Dio? Come essere custodi del segreto di Dio per noi?
Abbiamo solo bisogno di ‘rivestirci’, di divenire, cioè, consapevoli del dono e compito di grazia che ci ha riguardati nell’intimo e ci ha resi, nella nostra piccolezza e nelle situazioni concrete, ‘evangelici’, cooperatori della gioia altrui, segni e strumenti di salvezza, come Giuseppe. Non però di quella salvezza operata da noi, come se il nostro amore bastasse a salvare noi o gli altri, ma di quella che viene da Dio, la cui debolezza è più forte della forza degli uomini, debolezza la cui eco io sento nel qualificare Gesù ‘il nazareno’.
In effetti, l’ultimo versetto del brano evangelico proclamato riporta: “… andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: «Sarà chiamato Nazareno»“. Non è chiaro a quali passi profetici l’evangelista si richiama, ma è chiara l’allusione al mistero che quell’aggettivo comporta. Due sono almeno i significati di quell’aggettivo. Designa Gesù come proveniente da Nazaret: esprime la concretezza della sua umanità quanto alle radici, agli affetti, alla crescita. Gesù è uomo non solo perché è nato, ma perché è stato allevato, nutrito, curato, educato, amato, in una famiglia umana. Nazareno richiama poi ‘nazir’ (cfr. Gen 49,26; Gdc 13,5), il consacrato a Dio, il Santo di Dio: esprime la natura del compito che è chiamato a compiere: salvare Israele, salvare l’umanità. Se poi andiamo a vedere quando Gesù è chiamato ‘nazareno’, notiamo che lo chiamano così i demoni (Mc 1,24), gli angeli (Mc 16,6); ma soprattutto l’aggettivo compare nei racconti della passione di Giovanni, all’arresto e soprattutto sull’iscrizione sopra la croce: Gesù Nazareno Re dei Giudei (Gv 18,5; 19,19). Tutte sottolineature della realtà della sua umanità: è proprio quell’uomo che è vissuto a Nazaret, la cui famiglia è di Nazaret, è proprio lui il Figlio di Dio, morto e risorto per la nostra salvezza.
***
I TESTI DELLE LETTURE (dal “Messale Romano”):
[I testi delle letture sono tratti dal sito ufficiale della CEI – chiesacattolica.it]
Prima Lettura
Chi teme il Signore onora i genitori.
Dal libro del Siràcide
Sir 3,3-7.14-17a
Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli
e ha stabilito il diritto della madre sulla prole.
Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà
e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita.
Chi onora sua madre è come chi accumula tesori.
Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli
e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera.
Chi glorifica il padre vivrà a lungo,
chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre.
Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia,
non contristarlo durante la sua vita.
Sii indulgente, anche se perde il senno,
e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore.
L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata,
otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.
Parola di Dio.
Salmo Responsoriale
Dal Salmo 127 (128)
R. Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene. R.
La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa. R.
Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita! R.
Seconda Lettura
Vita familiare cristiana, secondo il comandamento dell’amore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési
Col 3,12-21
Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro.
Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!
La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.
Parola di Dio.
Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.
La pace di Cristo regno nei vostri cuori;
la parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. (Col 3,15a.16a)
Alleluia.
Vangelo
Prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 2,13-15.19-23
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».
Parola del Signore.