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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Tempo di Avvento

I Domenica

(29 novembre 2020)

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Is 63,16b-17.19b; 64,2-7;  Sal 79;  1Cor 1,3-9;  Mc 13,33-37

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L’invito che percorre tutto l’Avvento è ‘fate attenzione’, ‘vegliate’. L’invito riguarda la tensione dello sguardo puntato verso un unico punto. Volgete lo sguardo al Figlio dell’uomo che per voi ha patito, è morto, è risorto, sul quale giocare il desiderio del cuore, la responsabilità dell’agire e il segreto della vita. È caratteristico che il passo evangelico proclamato oggi: “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!” (Mc 13,37) sia seguito immediatamente dal racconto della passione di Gesù.  La vigilanza, di cui ci è fatto comando, riguarda la capacità di cogliere la grandezza dell’amore di Dio che in Gesù si è manifestato in tutto il suo splendore. È quell’amore che ci salva dall’angoscia, che ci custodisce nell’agire e ci fa scoprire il segreto del vivere.

Nel racconto della passione, il vangelo riporta lo stesso invito di Gesù ai tre discepoli con cui si era accompagnato nell’orto del Getsemani: “Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate»” (Mc 14,34). E Matteo aggiunge: “restate qui e vegliate con me” (Mt 26,38). La motivazione? Il momento è terribile e Gesù (credo sia l’unica volta che Gesù chieda qualcosa ai discepoli e poi si lamenta che l’hanno lasciato solo!) ha bisogno di ‘compagnia’. Quella compagnia non è semplicemente per lui, ma per loro stessi perché sarà difficile per loro intravvedere l’opera di Dio nella sua passione e credere al suo amore salvatore. Forse memori di questo evento, alcuni codici antichi riportano l’invito di Marco alla vigilanza così: ‘vegliate e pregate’. La veglia è per la preghiera e la preghiera è per la visione di Dio nel suo donarsi a noi e per noi.

La lettura della storia da parte del profeta Isaia la dice lunga sul mistero di tale vigilanza. Il popolo di Israele ha riconosciuto l’intervento straordinario del suo Dio quando lo liberava dalla schiavitù dell’Egitto ma presto, di fronte alle nuove fatiche, se ne scorda. Vorrebbe trovare una scorciatoia per non penare più e si costruisce un dio su misura. Ma i nemici incalzano, le sciagure incombono, la paura serpeggia sempre e allora il popolo torna a invocare il suo Dio: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi … Siamo diventati da tempo gente su cui non comandi più, su cui il tuo nome non è invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,17-19). Proprio il grido che attraversa l’avvento: se tu squarciassi i cieli e scendessi! Solo che il grido non è più volto semplicemente a ottenere che Dio venga in mezzo a noi (la festa del Natale celebrerà appunto questa venuta nella carne del Figlio di Dio), ma è volto a cogliere nel nostro cuore la manifestazione del Figlio di Dio nella sua potenza di salvezza. Come invoca anche la preghiera del Padre nostro: venga il tuo regno, cioè venga in noi, si manifesti in noi il tuo regno.

Lo sottolinea il canto al vangelo riportando un versetto del salmo 84 (85), 8: “Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza”. Il testo del salmo continua: “Ascolterò che cosa dice [in me] il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo … Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno”. Versetti che noi potremmo interpretare: una volta che il Signore è riconosciuto abitare nel nostro cuore perché cercato e accolto, ecco quello che avviene: il suo amore di misericordia risponderà alla verità del nostro riconoscerci peccatori; il bene che da lui procede si salderà al perdono vicendevole che ci farà vivere in pace. Così la nostra umanità si scoprirà trasfigurata dallo Spirito come l’umanità di Gesù, il testimone per eccellenza dell’amore del Padre per i suoi figli.

È esattamente quello che s. Paolo si augura per la comunità di Corinto quando dice loro: “La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi [in voi] così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”. Ecco, la vigilanza che percorre il tempo dell’avvento non è semplicemente l’attesa di un evento ma la sensibilizzazione alla percezione di una Presenza che da dentro prorompe, si manifesta e contagia di letizia. L’invito è a oltrepassare la cronaca per intessere una storia, la storia d’amore di Dio con l’uomo.

Proprio come la preghiera della chiesa nell’avvento ci fa invocare insistentemente perché il cuore riconosca nel Signore Gesù l’opera di salvezza di Dio. Il ritornello, costante, della preghiera in questo periodo è dato dai due versetti presi dal Salmo 79: “risveglia la tua potenza e vieni a salvarci” (v. 3); “o Dio, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (v. 4, 8, 20). Perché si arrivi a godere di quello che lo stesso salmo proclama: “Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome” (v.19).

Ora, attendere la manifestazione del Signore non significa guardare al ritorno glorioso del Signore quando si chiuderanno i tempi e la sua parola giudicante svelerà tutta la verità. San Paolo, dicendo che una comunità credente ‘aspetta la manifestazione del Signore’, come lo stesso verbo greco indica, allude all’atteggiamento del cuore che vive ogni tempo e ogni circostanza in funzione dell’incontro con il Signore Gesù, percepito nella grazia della sua presenza. D’altra parte, chi riceve le parole del Signore, chi si sforza di metterle in pratica senza desiderare di poter percepire e vedere la presenza del Signore nella sua vita? Questo è appunto l’oggetto specifico della vigilanza, mentre la sua dinamica è la tensione a entrare nel processo della manifestazione del Signore al nostro cuore, nel concreto della nostra storia, manifestazione di cui la nascita di Gesù a Betlemme presenterà la realtà alla nostra portata. Se a livello dell’agire dell’uomo la vigilanza si risolve nella fatica di evitare il male e di compiere il bene, a livello del cuore si risolve in una memoria calda della presenza del Signore, in una memoria di eventi e parole che ci possono significare quella presenza, memoria che tenda a esplodere nella percezione della sua presenza. La vigilanza allora è il compito di responsabilità dei servi della parabola del vangelo in attesa del ritorno del loro padrone. Perché è nello splendore di quella presenza percepita che possiamo vivere fino in fondo la nostra vocazione all’umanità e tornare a far risplendere il mondo della luce di Dio.

Ma c’è ancora dell’altro. Se leggiamo il passo parallelo di Lc 12,37, veniamo a sapere come si manifesterà il Signore: “si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli”. L’accudire ai fratelli non è soltanto agire bene, ma partecipare al servizio divino dell’umanità. Come a dire: quando accogli il tuo fratello perché guardi al tuo Signore, il tuo cuore godrà dall’essere accudito dal suo Signore e non potrà non condividere con lui l’ansia di arrivare a tutti perché lo splendore della sua presenza prevalga comunque.

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Tempo di Avvento

II Domenica

(6 dicembre 2020)

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Is 40,1-5.9-11;  Sal 84;  2Pt 3,8-14;  Mc 1,1-8

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La liturgia di oggi fa trasparire una corrispondenza segreta tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Il profeta Isaia riporta il comando di Dio di annunciare la liberazione del popolo in schiavitù a Babilonia, annuncio che genererà gioia e consolazione. Il vangelo di Marco riprende lo stesso annuncio con la proclamazione della buona novella. Non si tratta però di una notizia. Si tratta del movimento di irradiazione di una Presenza, una Presenza liberatrice. In cosa consista quella liberazione, che procura gioia e consolazione, lo dice il profeta Isaia: è finita la tribolazione, termine che ha una valenza di tipo militare: è finito il duro servizio di corvée imposto dal dominatore di turno. Quando Gesù inviterà a venire a lui, fonte di gioia e consolazione per i cuori, si riferirà agli uomini ‘stanchi e oppressi’ (soggetti a corvée dal demonio che li tiene sotto il suo giogo) e chiederà di prendere il suo di giogo, che è dolce e leggero (cfr. Mt 11,28-30). La buona novella, con cui si apre il vangelo di Marco, porterà consolazione al mondo quando riceverà la corsa degli apostoli, mandati da Gesù, non tanto a far conoscere che cosa è successo (il Figlio di Dio, morto e risorto) ma a rendere partecipi, a far esplodere quella liberazione ottenutaci da Gesù, testimone per eccellenza dell’amore di Dio per i suoi figli.

Qui si comprende anche perché il comando di portare consolazione comporti il preparare la strada, perché possa giungere al cuore in tutta la sua potenza. Non è una notizia, ma un coinvolgimento in qualcosa che attende di rivelarsi. Se ci si purifica da tutto ciò che impedisce la liberazione agognata, vuol dire che la liberazione è concepita come uno splendore, come un’irradiazione di luce per una Presenza amica. Del resto, la seconda lettera di Pietro riprende un antico insegnamento rabbinico: l’uomo pio non soltanto anela alla venuta del messia, ma l’affretta. Pietro dice: “mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio … fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia …Crescete invece nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo” (2Pt 3,12.14.18). La venuta del giorno del Signore non è tanto la venuta della fine del mondo, ma la venuta della luce della risurrezione, cioè dell’assunzione nella luce della risurrezione per il Cristo che opera nel nostro cuore la partecipazione al suo regno. La buona novella ha a che fare con tale reale possibilità di partecipazione alla vita di Dio.

Il fatto che l’uomo si dibatta nella fatica dell’attesa, nella incapacità ancora di accedere alla luce della risurrezione, che farebbe sentire il giogo di Gesù dolce e leggero, che darebbe quel ristoro che i cuori cercano, rende il cammino della vita tortuoso e accidentato, insidiando la fermezza della fede e il desiderio di conoscenza del Signore Gesù. Per questo il profeta, e il vangelo lo riprende, esorta a rendere le vie tortuose diritte e le vie accidentate piane. La difficoltà di fondo per il nostro cuore sta nell’illusione di potenza con cui attendiamo la manifestazione del Signore e della sua salvezza. È vero, il profeta descrive il Signore che viene con potenza, che il suo braccio esercita il dominio. Ma a cosa allude questa descrizione? La potenza di Dio non è potenza di imperio, ma di servizio, perché ridà dignità e libertà al cuore dell’uomo. Ma come il cuore può accedere alla sua dignità e alla libertà che gli è propria? L’annuncio della Buona Novella ce lo mostrerà chiaramente: la potenza di Dio è la potenza di un amore che patisce sconfitta, croce e morte, pur di farne splendere la potenza.

Che quella potenza non sia proprietà dell’uomo, ma solo frutto che viene dall’alto lo dichiara lo stesso inizio del vangelo di Marco. L’antico Testamento, nel canone cristiano delle Scritture, finisce con il profeta Malachia. E il profeta Malachia finisce con questo annuncio: “Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri, perché io, venendo, non colpisca la terra con lo sterminio” (Mal 3,23-24). Il vangelo di Marco si presenta con la realizzazione di questa promessa: la profezia riguardava un uomo, Giovanni Battista, che si è presentato e che ha predicato la conversione al Signore. La conversione, come preparazione ad accogliere l’opera di Dio, la salvezza, in un altro uomo, il Figlio di Dio, che realizzerà appunto il regno di Dio. Se l’uomo si domanda che vantaggio ci sia a servire il Signore quando tutto resta sempre come prima e che il giusto non ha un trattamento di favore rispetto al malvagio, almeno materialmente, allora Dio risponde: se conoscerete l’amore mio, comprenderete. Gesù risponde a quella perplessità, se non proprio a quella rivendicazione.

Noi contempleremo il nostro Dio farsi bambino, povero e indifeso; lo vedremo condannato alla morte di croce, come esautorato di tutta la sua potenza. Dov’è allora la ‘gloria del suo nome’ per cui la colletta ci fa pregare: “O Dio, Padre di ogni consolazione … parla oggi al cuore del tuo popolo, perché in purezza di fede e santità di vita possa camminare verso il giorno in cui manifesterai pienamente la gloria del tuo nome”?

Ci orienta il salmo 84 che canta l’incontro del desiderio di Dio con il desiderio dell’uomo: “amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno”. Tutto ciò che Dio ha voluto per l’uomo, nel suo amore di sempre per i suoi figli, l’uomo lo potrà ormai godere stabilmente perché “colei [Elisabetta] che portava il giusto, Giovanni Battista, ha baciato colei [Maria] che portava la pace, Gesù”. E la visione messianica del salmo si può interpretare come la manifestazione della gloria del nome di Dio al cuore dell’uomo che il Battista rivela essere il compito specifico del Messia. Come a dire: se l’uomo riconosce in verità il suo peccato, troverà la misericordia di Dio. Il riconoscimento del peccato porta all’esperienza della bontà di Dio. E se l’esperienza è autentica, allora, la riconciliazione ottenuta non potrà che essere condivisa con tutti, non potrà che diventare l’unica giustizia degna del cuore dell’uomo. Da un cuore riconciliato e fonte di riconciliazione risplenderà la grazia del Salvatore, che lì ha preso dimora. L’azione di Dio che si compie in me, non è destinata a me, ma al mondo; l’azione di Dio che si compie nel mondo, non è destinata al mondo in generale, ma a me. Perché, tutti insieme, possiamo vedere lo splendore dell’amore del Signore. E non esiste altra possibilità concreta per l’uomo di vedere risplendere l’amore del Signore se non nella tensione che quell’amore sia condiviso da tutti e da ciascuno.

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Solennità e feste

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

(8 dicembre 2020)

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Gn 3,9-15.20;  Sal 97;  Ef 1,3-6.11-12;  Lc 1,26-38

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Una prima notizia di storia della liturgia. La solennità dell’Immacolata Concezione, già celebrata in oriente fin dal sec. VIII, si è estesa in occidente nel sec. XII, accolta prima dai francescani e poi iscritta nel calendario di Roma nel 1476. Pio IX, nel 1854, con la bolla Ineffabilis Deus definì come dogma di fede l’immacolato concepimento di Maria, che la cristianità ha visto confermata con le apparizioni di Lourdes del 1858.

Come sempre, e in modo assolutamente singolare in questo caso, i doni di Dio a una creatura rivelano la grandezza dell’amore di Dio per tutti i suoi figli. Noi tributiamo lodi e onori alla Vergine a doppio titolo: a) in ragione del compito per la quale è venuta al mondo: doveva dare alla luce Gesù; b) in ragione della sua umanità che, liberamente, accoglie il disegno di Dio su di lei. Il titolo di gloria che le compete nella sua umanità è ‘serva del Signore’, nel cui cuore si dà l’incontro tra l’amore di Dio e la libertà dell’uomo.

Tutti i titoli di onore che attribuiamo alla Vergine sono da ricondurre a questi due: madre di Dio e serva del Signore. Un titolo di gloria, segno del dono di grazia, va compreso con il suo corrispondente titolo riferito alla sua umanità. Così di lei si dice: madre e vergine insieme; regina e serva; signora degli angeli e madre dolorosa; porta del cielo e rifugio dei peccatori, e così via. In lei, perfettamente compiuti, si uniscono il progetto di Dio e la libertà dell’uomo, il dono di grazia e la risposta umana, il cielo e la terra. Per questo di se stessa può dire che Dio ha realizzato il suo disegno di misericordia. L’amore di Dio per lei, tanto da ricolmarla di ogni dono di grazia, si confonde con l’amore di Dio per l’umanità tanto da far nascere da lei il Salvatore.

La sua umanità, in tutte le sue fibre, è andata incontro al Signore in santità e purezza di spirito, come prega la colletta della festa ed è diventata degna dimora del Figlio. Della sua umanità siamo fatti anche noi, la stessa umanità condividiamo con il suo Figlio perché anche noi, come è nel disegno divino della creazione fin dall’inizio, possiamo tornare a far splendere e a far godere nel mondo la stessa benedizione, la dimora di Dio in mezzo a noi.

A differenza di noi, la Vergine non è caduta nell’inganno che tormenta i figli degli uomini, inganno che presenta il brano della Genesi. Anche lei è stata duramente provata nella sua umanità: con l’offerta della sua umanità ha permesso all’amore di Dio, nel suo Figlio, di svelarsi al mondo; ha conosciuto la sofferenza dell’amore con il suo Figlio e ora accompagna ogni sofferenza umana perché venga aperta all’esperienza dell’amore. In lei la sofferenza non ha generato ribellione, il dramma non ha velato la fede, il desiderio non ha compromesso l’amore, l’agire non ha macchiato la coscienza. La ‘benedizione’ che Paolo implora ed annuncia nell’esordio alla sua lettera agli Efesini l’ha ricoperta e intrisa in modo singolare. In lei quella benedizione si fa così concreta che prende addirittura corpo: da lei nasce il Salvatore, che costituisce la Benedizione di Dio sugli uomini, benedizione oltre la quale non c’è nulla da desiderare di più. E tutta la storia, pur nella sua drammaticità, non è abbandonata a se stessa perché da sempre, ‘prima della creazione del mondo’, quella benedizione la sovrasta, l’accompagna e la Vergine ne è la testimone più credibile.

Secondo il racconto della Genesi, Dio proclama l’inimicizia tra il serpente e la donna, simbolo contemporaneamente di Maria e dell’umanità: la possibilità dell’inganno è sempre reale, ma quell’inimicizia dichiarata da Dio salvaguarda la nostra umanità, che non può trovare beatitudine nell’inganno e quindi non potrà compiersi stando dalla parte dell’avversario. Perciò, quando l’uomo cede all’inganno, nell’illusione di vivere una sapienza altra rispetto alla verità del suo Dio e trasgredendo la parola del Signore rivolta al suo cuore, si perde, va in frantumi dentro e non può vivere che in contraddizione, da antagonista, da avversario a sua volta, sia dentro di sé che fuori di sé, sia con gli uomini che con gli eventi. Quale sofferenza! Ma la causa è una sola: l’uomo ha ormai paura di Dio, perché ha vergogna della sua ‘nudità’, della sua perdita di innocenza.

La Chiesa, chiamando la madre di Dio ‘nostra Signora’, indica la via del riscatto da quella paura: “La Vergine è Signora non solo perché è libera dalla schiavitù del peccato e partecipe del dominio divino, ma anche perché è diventata causa e radice della libertà del genere umano” (Gregorio Palamas, Omelia 14,8). Così, se l’uomo vuole accedere al regno della libertà, non ha che da guardare a questa sua sorella, al suo mistero, alla sua storia, alle sue emozioni, ai suoi dolori, al suo amore perché in lei ritrova tutto il mistero dell’amore di Dio per l’uomo. Nella sua grandezza non cessa di essere sorella nostra, come nella nostra miseria non cessiamo di essere destinatari dell’amore di Dio. Il suo ‘avere’ il Signore con lei è motivo di fiducia per noi di trovarlo, di essere accompagnati a lui, di stare in sua compagnia. ‘Il Signore è con te’ diventa, nella nostra preghiera: ‘tu che hai il Signore supplicalo perché sia anche con noi, ora e sempre’.

Nel vangelo lei proclama: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Come a dire: Dio solo sia benedetto; si realizzi la sua promessa; si manifesti in me, finalmente e compiutamente, il suo Bene all’umanità! Proclamandosi serva del Signore esprime il suo desiderio della dimora di Dio in mezzo agli uomini, di cui tutto il suo essere è testimonianza e intercessione per l’umanità intera. Ma esprime anche la preghiera di ogni credente, di ogni discepolo del Signore: avvenga per me secondo quello che hai stabilito fin dall’eternità, si compia in me quello che dalla fondazione del mondo hai promesso all’umanità, si veda realizzato in me quel Regno che nel tuo Figlio hai fatto venire.

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Tempo di Avvento

III Domenica

(13 dicembre 2020)

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Is 61,1-2.10-11;  Lc 1,46-54;  1Ts 5,16-24;  Gv 1,6-8.19-28

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La Chiesa presagisce imminente la festa del Natale e fa spazio alla gioia, dapprima sommessa, poi sempre più prepotente. È come se la liturgia insegnasse ad affinare i cuori per avvertire il rumore della gioia imminente, al di là delle varie oppressioni che affaticano la vita. “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Fil 4,4.5) canta l’antifona di ingresso. “Io gioisco pienamente nel Signore” canta il profeta Isaia che sente imminente la liberazione del popolo dai suoi tormenti. Proclamazione, a cui fa eco il cantico della Vergine che magnifica il Signore per essersi ricordato della sua misericordia. Insiste anche s. Paolo nella sua lettera ai Tessalonicesi che chiude con l’invito: “siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,16-18). La ragione? La rivela il canto al vangelo che riporta l’autocomprensione di Gesù a Nazaret, all’inizio della sua predicazione: “Lo Spirito del Signore Dio è sopra di me, mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio” (Lc 4,14). Tutto però è ancora misterioso, è solo atteso, non si è ancora manifestato. Ma Giovanni Battista ci crede, ne è così convinto che non può non proclamarlo a tutti, senza cedere a fraintendimenti.

In effetti, nella risposta agli inviati dalle autorità di Gerusalemme (la notizia è arrivata perfin là, quindi vuol dire che ha attraversato tutto il paese), Giovanni rifiuta di riconoscersi nelle figure che gli vengono proposte a giustificare quell’accorrere di gente: non è Elia, non è il profeta. La cosa strana è che, quando Gesù prenderà la parola pubblicamente, saranno proprio quelle figure che lui gli attribuirà: lui è l’Elia che deve venire, lui è il profeta, anzi il più grande dei profeti. Giovanni si evita evidentemente ogni attribuzione messianica, ma proprio colui che ha riconosciuto come Messia gli riconoscerà tutta la sua straordinaria grandezza. Nella tradizione il Battista è venerato al di sopra degli angeli e degli apostoli. È singolare che l’evangelista Giovanni introduca la testimonianza del Battista a proposito di Gesù subito dopo aver scritto: “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. Questa è la testimonianza di Giovanni …” (Gv 1,18-19).  La testimonianza di Giovanni non riguarda solo l’indicazione della persona del Messia ma il fatto che il Messia sia colui che fa conoscere il Padre, sia colui che è lo Sposo di Israele. A tutti dice: io non ho diritto alla Sposa, la Sposa è sua! A questo allude l’immagine di sciogliere il laccio del sandalo.

E un’altra particolarità del vangelo di Giovanni è da notare. Giovanni nomina le persone unicamente in rapporto a Gesù: la madre di Gesù, il discepolo che Gesù amava … Così per il Battista: lui è la voce, che prepara gli uomini alla venuta del Cristo. Questo perché nel vangelo di Giovanni il Cristo è presentato come la Luce, Luce che illumina, che riscalda, che avvolge, che dilata, che fa vivere. Se nella colletta preghiamo: “donaci un cuore puro e generoso”, intendiamo: dacci un cuore che sappia accogliere in tutto il suo splendore la Luce che è il Cristo e che di lui viva.

Negli ultimi capitoli del libro di Isaia, la visione del profeta si allarga alla nuova Gerusalemme, al regno di giustizia e di pace, alla Gerusalemme come sposa del Signore, al mondo nuovo che il Signore instaurerà. Ebbene, il ‘mondo nuovo’ è quello che Gesù realizza e manifesta, così che la gioia prende campo nel cuore degli uomini oltre l’oppressione e il dolore della vita. È quanto mostra s. Paolo come conseguenza dell’aver accolto il Signore Gesù, che adempie le promesse di bene di Dio per l’uomo: “siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,16-18).

Da intendere: questo è ciò che opera il Signore Gesù nei vostri cuori, se voi l’accogliete. L’invito segue l’esortazione a vivere in pace e a perseguire sempre il bene senza mai cedere al male. In greco la frase fa cadere l’accento non sul contenuto, ma sul tempo: ‘sempre, siate lieti; ininterrottamente, pregate; in ogni cosa, rendete grazie’. Noi potremmo intendere in questo modo: come dobbiamo essere sempre? Lieti. Cosa dobbiamo fare senza interruzione? Pregare. Cosa non dobbiamo tralasciare mai? Rendere grazie. Sono le tre caratteristiche di un agire libero e generoso: gioiosi, oranti, grati. Non si tratta però di qualità da perseguire per se stesse perché desiderabili, ma di condizioni essenziali che permettono di vivere dello spirito del Messia, cioè quello di portare l’annuncio di gioia ai miseri, fasciare le piaghe ai cuori spezzati, ecc. Chi ha percepito l’amore di benevolenza di Dio sul mondo, di cui Gesù è il testimone e il rivelatore, può vivere nella letizia (non è più corroso dalla tristezza, nonostante le ragioni più che plausibili che la alimentano), diventa capace di accogliere il suo Dio nella preghiera (non resta più chiuso all’avventura con il suo Dio) e non ha più bisogno di rivendicare nulla perché rende grazie in ogni cosa. Il legame tra queste tre cose è tanto forte che ognuna, praticata in sincerità, fa ottenere anche le altre due: chi vuole rendere grazie in ogni cosa si ritroverà presto guarito e liberato da ogni forma di pretesa e potrà godere dell’intimità che sogna e della gioia a cui anela. Chi prega in sincerità ritroverà la libertà interiore per stare lieto e vivere la vita in eucaristia, in rendimento di grazie. Ma la letizia che fa vivere è quella che germoglia, come dice il profeta Isaia, dall’incontro con colui che scopro essere il mio Salvatore, col quale attraversare dolori e fatiche della vita.

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Tempo di Avvento

IV Domenica

(20 dicembre 2020)

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2 Sam 7,1-5.8b-12.14a.16;  Sal 88;  Rm 16,25-27;  Lc 1,26-38

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Nei giorni che precedono il Natale la liturgia interroga tutti i brani evangelici che si riferiscono alla nascita di Gesù come a predisporci all’evento nella giusta prospettiva. Prepara i cuori al mistero che si svelerà. La quarta domenica di avvento viene proclamato il brano dell’annunciazione dell’angelo Gabriele. Il brano è introdotto da una precisazione temporale singolare. Il mistero principale riguarda la concezione verginale di Gesù, ma il testo si premura di collocarlo temporalmente rispetto a un altro evento, la concezione di Giovanni Battista. Da sei mesi Giovanni Battista cresce nel seno di Elisabetta. Questo significa che la nascita del Salvatore viene a coronare tutta una serie di interventi salvifici di Dio per il suo popolo. Sarà come il compimento di tutta l’azione salvifica di Dio nella premura per il suo popolo.

Il brano può essere ascoltato nella successione di cinque passaggi con una sorprendente conclusione. Ogni passaggio comporta una sua caratteristica specifica. Anzitutto il saluto dell’angelo. Il testo aveva già ricordato il nome della giovane a cui Gabriele è mandato, ma nel salutarla l’angelo usa un altro nome. La chiama ‘piena-di-grazia’. Un termine di alta consistenza, nel senso che denota tutto l’amore che la riguarda, tutti i doni di cui è arricchita, tutta la bellezza che la sua persona esprime. È perciò normale che la giovane si turbi. È il secondo passaggio. Anche questo turbamento parla della sua bellezza proprio perché mai esibita. A questa bellezza corrisponde la confessione finale: sono semplicemente serva, nulla di più. Ma l’angelo l’assicura, ecco il terzo passaggio. Le si rivolge con il suo nome, Maria e le parla nella sua lingua. Sa che conosce le Scritture, che attende la manifestazione del regno di Dio, che ama il suo Dio e ne ascolta intimamente le parole. Le parole in bocca all’angelo sono le stesse che usa il profeta Natan davanti a Davide. Con la differenza che, per Davide, suonavano come la promessa di qualcosa che si sarebbe compiuto nel futuro, mentre, per la Vergine, erano l’annuncio del compimento dell’antica promessa. L’angelo arriva a toccarla nel movimento del suo cuore fedele al suo Dio, tutta dedita al suo Dio, in attesa della manifestazione del regno di Dio nel mondo. Segue quindi il momento della delucidazione: ma come può avvenire questo? Ed è a questo momento che l’angelo le dà un segno, informandola della sua anziana cugina che è in attesa. Quello che leggiamo come “nulla è impossibile a Dio”, in realtà suona: ‘nessuna parola resta senza compimento presso Dio’. È l’assicurazione di fede che le serviva. Perciò segue l’ultimo passaggio, la consegna: Ecco la serva del Signore! È tutta la sua gloria, la sua bellezza: essere puro spazio per il desiderio di Dio di abitare in mezzo a noi. Così si manifesterà tutto l’amore di Dio per l’umanità di cui lei è, non solo totalmente partecipe, ma anche radicalmente interceditrice. Tutti guarderanno a lei per poter vivere il suo stesso mistero: lasciare Dio abitare il proprio cuore.

La conclusione, nella sua asciuttezza, è straordinaria: “E l’angelo si allontanò da lei”. Non è una semplice annotazione di cronaca. Rivela un profondo mistero. Lei non avrà più visite di angeli. Sarà la sua fede a vedere nella cronaca quotidiana, spesso difficoltosa e imprevista, il dispiegarsi del disegno di Dio fino ad accompagnare la consegna suprema del suo Figlio: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). L’annotazione corrisponde a quella segnalata appena dopo l’evento della visione misteriosa della gloria di Gesù sul Tabor: “E videro Gesù solo”. Vale a dire: videro Gesù come lo avevano sempre visto. La grandezza e vivacità della fede starà appunto nel vedere l’umanità di Gesù in tutta la sua concretezza come la rivelazione del suo essere Dio che salva. È scomparsa ogni gloria umana. Non c’è più nulla di glorioso nella discendenza di Davide che arriva fino a Giuseppe e Maria.

Il salmo 88 (89), a commento della promessa di Dio a Davide, e a maggior ragione a commento del compimento della promessa nella Vergine Maria, si apre con un’esplosione di lode per Dio che è fedele. Proprio la fedeltà di Dio, che si può ammirare negli interventi del passato a favore del suo popolo, è fondamento della fiducia nella potenza salvatrice del nostro Dio. Lo è stato per la Vergine, lo è per i discepoli di Gesù. Ma il contesto di realizzazione delle promesse di Dio, come lo è stato per la Vergine, così per i discepoli di Gesù, è sempre drammatico. Dramma, che traspare nell’annotazione: E l’angelo si allontanò da lei! La domanda che i credenti si fanno nel dramma della storia, anche se non è la stessa domanda della Vergine Maria, per quanto ne abbia condiviso la drammaticità: dov’è ora la potenza di Dio? Il salmo lo segnala molto bene. Dove vedere ora la potenza di Dio?

E la liturgia risponde: in quel bambino, nato dalla Vergine Maria! Se è vero che non c’è più nulla della gloria umana, è però vero che c’è tutta la gioia del cielo che oramai è riversata nel cuore degli uomini. Sarà quella gioia a pulire gli occhi per vedere tutto nella gloria dell’amore di Dio per l’uomo.

Forse la nostra indisponibilità ad accogliere la potenza rinnovatrice di tale letizia deriva dal fatto che non abbiamo coscienza di ciò che comporta una tale rivelazione, ci siamo stancati di attenderla. Paolo, nella sua lettera ai Romani, lo fa ben capire quando dice che questo mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, viene “ora manifestato mediante le scritture dei Profeti”. Se mai abbiamo indagato le scritture dei profeti o le profondità dei nostri cuori, come possiamo non commuoverci a quell’‘ora’ nella quale viene manifestato? Sarà il senso dell’adorazione davanti al bambino di Betlemme che domani contempleremo con le braccia aperte in attesa di tutti noi (tutte le statue del Bambino Gesù nel presepe rappresentano un bambino con le braccia aperte!).

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Tempo di Natale

Natale del Signore

(25 dicembre 2020)

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Messa vespertina della vigilia:          Is 62,1-5; Sal 88; At 13,16-17.22-25; Mt 1,1-25

Messa della notte:                              Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

Messa dell’aurora:                             Is 62,11-12; Sal 96; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20

Messa del giorno:                              Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

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La liturgia dell’avvento ci ha insegnato ad affinare gli sguardi per poter cogliere il mistero della nascita di Gesù. Siamo ora pronti a vedere ciò che in realtà non è proprio visibile. Quale potenza mostra mai un Dio che si fa fragile e inerme bambino? Quali luci in un evento di cui nessuno sembra accorgersi, in una situazione di povertà e di totale discrezione?

La liturgia canta l’evento del natale di Gesù in termini di luce: luce che splende e illumina, luce che scalda, luce che rigenera, luce che libera. E richiama il versetto del prologo di s. Giovanni, che viene letto nella messa del giorno: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,4). Sono però gli occhi del cuore a vedere la luce, perché gli occhi fisici vedono altro. Vedono un semplice neonato, in condizioni disagevoli, per quanto circondato di tenerezza. Per di più, nel dramma che incombe perché il bambino sarà cercato per essere ucciso, dovrà fuggire, nonostante la visita di sconosciuti personaggi illustri che gli presentano doni specialissimi. Vivrà nel nascondimento, fino al giorno della sua manifestazione.

Assorbiti dall’atmosfera magica dei presepi e delle liturgie natalizie, non ci rendiamo conto dell’immensa sproporzione tra la povertà del segno (un bambino nella mangiatoia) e lo splendore della visione con la letizia incontenibile che riempie i cuori. Le antiche generazioni cristiane si erano rese conto delle misteriose corrispondenze nei racconti evangelici della nascita e della morte di Gesù. I particolari della nascita si riducono a questi: la vergine che ha dato alla luce il suo bambino, lo avvolge in fasce e lo depone in una greppia. Nient’altro. Ma sono gli stessi particolari che ricorrono sul Calvario: un uomo è morto, viene deposto dalla croce e avvolto in fasce. I pittori di icone della Natività lo hanno mostrato assai bene: la greppia assomiglia alla tomba, le fasce del bambino assomigliano alle fasce mortuarie. E poi, non ci sono luci e angeli attorno alla greppia o alla grotta; questi appaiono ai pastori che vegliano le loro greggi, annunciano il loro messaggio e spariscono. Alla grotta, davanti al Bambino, vale solo il racconto dei pastori, e come loro hanno creduto all’annuncio celeste, così gli altri credono alla loro testimonianza.

S. Efrem ne descrive lo stupore con queste parole: “Quanto sei audace, o bimbo, che a tutti ti concedi. A chiunque ti viene incontro tu sorridi e di chiunque ti guarda tu hai desiderio. È come se il tuo amore avesse fame degli uomini. Non fai distinzione tra i tuoi parenti e gli estranei, tra tua madre e le serve, tra colei che ti ha allattato e le donne impure. È questa la tua audacia o il tuo amore, o tu che tutti ami?”. La liturgia bizantina gli fa eco con espressioni mirabili invitandoci però prima ad elevarci: “Eleviamoci divinamente per contemplare la divina discesa dall’alto a Betlemme, verso di noi, visibilmente” e proclama: “Gloria alla tua condiscendenza, o solo amico degli uomini”; “La tua nascita, o Cristo nostro Dio, ha fatto sorgere per il mondo la luce della conoscenza”. È il calore luminoso che si sprigiona dall’amore finalmente conosciuto nella sua concretezza che ti tocca: ‘Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito’ nella forma più accattivante e, nello stesso tempo povera, di un piccolo bambino. Fatto, che fa esclamare a Paolo nella sua lettera a Tito: “è apparsa la grazia”, “apparvero la bontà e l’amore”. Apparve, prende forma visibile, toccabile. Esperienza che risulterà evidente con la persona concreta di Gesù tanto che oramai Dio non può essere cercato che nell’umanità, perché con l’umanità si è confuso.

Ne consegue che l’uomo pienamente umano è l’immagine più trasparente di Dio e Dio risplende dall’umano, questa è la novità annunciata dal natale di Gesù. Ciò significa che, a dispetto di tutte le forze contrarie, a dispetto dell’avversario che sempre insidia l’umanità, Dio e l’uomo sono della stessa famiglia, condividono la stessa gioia. Come canta s. Efrem: “Beato chi ha fatto dimorare le tue gioie nel suo cuore e che ha smarrito in te le sue pene!”. È il mistero dell’incarnazione svelato al cuore.

La luce, che rifulge nella notte di Natale, è la luce della gioia e dell’amore eterno di Dio per l’uomo, di cui il mondo è intessuto e da cui è attraversato, la luce della Presenza e della Dimora di Dio in mezzo agli uomini, che tutta la Rivelazione testimonia e che ora trova come il suo svelamento e il suo compimento. La luce non è semplicemente per gli occhi, ma per il cuore. È la luce che si irradia dagli occhi quando il cuore è capace di commuoversi alla percezione della Presenza di Dio che si fa toccabile in quel bambino. È interessante osservare che i salmi responsoriali delle tre messe natalizie fanno parte del gruppo di salmi che la tradizione ebraica proclama in ricevimento del sabato, sacramento della Presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Non si tratta solo di acutezza di sguardo, ma anche di commozione del cuore davanti all’amore del Signore che si accompagna a noi secondo le modalità della nostra umanità.

Se si rilegge l’episodio del presepe di Greccio nella vita di s. Francesco di Assisi ci rendiamo conto della logica di quella visione. “Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro… E ogni volta che diceva ‘Bambino di Betlemme’ o ‘Gesù’ passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole” (FF 467-470). È il desiderio di far memoria di Gesù, il desiderio di condividere con lui quello che lui vive, sente e opera, perché il cuore è pieno di lui, a permettere agli occhi di vedere, all’anima di gustare. Allora, la semplicità del segno parla, si spalanca su spazi immensi perché la storia umana si apre sulla storia di Dio con l’umanità e la letizia non può non spuntare.

Concludo con le bellissime parole ancora di s. Efrem: “Benedetto, lui che ha segnato la nostra anima, l’ha adornata e l’ha sposata a sé. Benedetto, lui che ha fatto del nostro corpo una tenda della sua invisibilità. Benedetto, lui che nella nostra lingua ha tradotto i suoi segreti. … Gloria a colui che mai è stato bisognoso dei nostri rendimenti di grazie, ma bisognoso perché ci ama, e assetato perché ci vuol bene, e ci ha domandato di dare a lui, perché lui potesse dare a noi molto di più. Il suo frutto si è unito alla nostra umanità, affinché mediante esso fossimo attratti verso colui che si è piegato verso di noi” perché è benedetto “colui che è all’altezza dei nostri tormenti … colui che ha trionfato nei nostri tormenti”.

BUON NATALE A TUTTI

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Tempo di Natale

Santa Famiglia

(27 dicembre 2020)

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Gn 15,1-6; 21,1-3;  Sal 104;  Eb 11,8.11-12.17-19;  Lc 2,22-40

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È significativo che la tradizione non celebri l’incarnazione del Figlio di Dio in generale, ma dentro una singola famiglia della famiglia umana. Per quanto misteriosa e singolare questa famiglia, è proprio a questa famiglia che tutte le altre famiglie possono guardare per comprendere e vivere il loro stesso mistero.

La liturgia di oggi contempla il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio sottolineandone gli aspetti di veracità storica. Dio si fa uomo in un determinato popolo, dentro una determinata storia, rispettando certe regole: la mamma si dovrà purificare, il bambino ebreo dovrà essere circonciso, gli si darà un nome, sarà presentato al tempio e vivrà in una famiglia che gli assicurerà la crescita e l’educazione.

Due sono i personaggi che introducono a questa contemplazione: Abramo e Simeone. Proprio di Abramo Gesù dirà: “Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia” (Gv 8,56). E Simeone esultante proclama, prendendo tra le sue braccia il bambino Gesù: “i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Quando o come Abramo avrà potuto vedere il giorno di Gesù? L’ha visto profeticamente alla nascita di Isacco, il figlio della promessa, avuto in vecchiaia, ma soprattutto dopo aver riavuto il suo Isacco, amatissimo, allorché il Signore gli impedisce di sacrificarlo e gli fa trovare l’ariete per l’olocausto sul monte Moria (cfr Gn 22). E l’ha visto nella sua discendenza, in Simeone, che da Abramo deriva e che ha tenuto Gesù bambino nelle sue braccia. L’esultanza di Abramo attraversa tutta la sua discendenza per giungere a compiersi in Simeone e da Simeone risale indietro fino a ricadere sullo stesso Abramo.

Il testo del vangelo di Luca che narra della presentazione al tempio di Gesù è ricco di particolari misteriosi, particolari che tradiscono la contemplazione di un mistero, velato ma percepibile. Luca parla della loro purificazione: ma solo la mamma era tenuta a purificarsi dopo il parto (cfr. Lev 12,1-8). Non c’è nessuna legge che prescrive di portare il bambino al tempio. La Legge di Mosè prescrive di consacrare e riscattare ogni primogenito (cfr Es 13); Luca, citando quella norma, ne modifica l’espressione dicendo che ‘ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore’ ed usa le stesse parole dell’angelo Gabriele quando reca l’annunzio a Maria. Come a sottolineare: Gesù non ha bisogno di essere consacrato al Signore e non deve essere riscattato; anzi, lui è il Consacrato, il Cristo di Dio; lui sarà il riscatto per il suo popolo, per l’intera umanità. In lui si concentra tutto il senso della storia sacra perché compie in verità quello che nella Legge veniva descritto in simbolo: Gesù è il primogenito diletto che compie il sacrificio di Isacco, come lui è il vero pane celeste che era prefigurato nella manna.

Simeone, che aspettava la consolazione di Israele, figura di tutta l’umanità in attesa, ha ricevuto la promessa che non avrebbe visto la morte prima di aver veduto il Messia del Signore, cioè colui stesso che era la consolazione di Israele, colui nel quale tutte le attese di consolazione si sarebbero compiute. E siccome si sarebbero compiute attraverso la passione della croce, Simeone vede la spada di dolore che trafiggerà la mamma di quel bambino, non solo in ragione del suo dolore di mamma, e nemmeno solo in ragione della sofferenza della divisione nel suo popolo che sperimenta in se stessa in tutta la sua tragedia, ma anche e soprattutto in ragione della sua solidarietà con il Figlio Redentore e con l’Amore del Padre che così perdutamente testimonia la sua dilezione per gli uomini.

Ma anche la visione di Simeone, come quella di Abramo, come del resto la visione di ogni credente, è una visione profetica. Tiene il bambino Gesù in braccio e vede avanti, vede in spirito, sente il mistero di quel bambino venuto a compiere tutte le attese: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. È il cantico che la chiesa innalza a compieta, tutti i giorni, come a riprova che l’esito dei nostri giorni mortali non può che risolversi in questa contemplazione di Dio. Eppure, le parole di Simeone hanno un’altra forza. Potremmo tradurle così: Signore, ora che ho potuto trattenere una tua parola, fa che sia sciolto da ogni legame che impedisce a questa parola di esprimere la sua potenza di salvezza, che impedisce al mio cuore di goderne la potenza e possa cominciare a vivere in quella pace che compie la mia attesa ed anche la tua! Sì, perché non è soltanto l’uomo ad aspettare la consolazione, è anche Dio e la consolazione di Dio è la condivisione della sua gioia e della sua pace con noi. Come dirà Gesù nella sua preghiera al Padre per noi: “perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia” (Gv 17,13).

Il riferimento del ritorno a Nazaret, dove il bambino cresce in sapienza e grazia, allude al mistero di Dio che si compie nell’ordinarietà della vita. È la fede che permette agli occhi del cuore di leggere la vita quotidiana nella sua trasparenza divina. In effetti, la realizzazione di sé, come diremmo oggi, passa per l’assunzione di un compito di grazia che fa dell’obbedienza a Dio, nel cammino di fedeltà all’assolvimento di tutto ciò che un tal compito comporta nel concreto delle situazioni, la porta dell’amore. Porta, che può essere intravista solo se gli occhi del cuore ‘vedono’ quanto basta per non tirarsi indietro, come è stato per Maria e Giuseppe, come è stato per Abramo, per Simeone e per Anna.

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Solennità e feste

Maria SS. Madre di Dio

(1° gennaio 2021)

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Nm 6,22-27;  Sal 66;  Gal 4,4-7;  Lc 2,16-21

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È a partire dal 1969 che l’antica festività di “Maria Santissima Madre di Dio” è stata ripristinata nel calendario liturgico in tutta la sua solennità il 1° gennaio, l’inizio del nuovo anno. È come un’invocazione di benedizione su tutto l’anno. Dal Padre, che ha benedetto la Vergine Maria, la quale porta ed ha dato alla luce il Benedetto, discende per noi ogni benedizione. Se la formula di benedizione riportata nel libro dei Numeri concerne Israele, il salmo 66 (67) la estende a tutta l’umanità. Solennemente la Chiesa proclama che in Gesù, figlio di Israele circonciso l’ottavo giorno, la benedizione di Dio è inviata a tutta l’umanità, è destinata ogni giorno a ogni essere umano.

Con la Vergine Madre, che ha dato alla luce il Salvatore, si è compiuta in tutta la sua estensione l’antica benedizione di Israele: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Num 6, 24-26). Dante, nell’ultimo canto del Paradiso, dopo aver innalzato una lode sublime alla Regina del cielo, di lei dice: “Gli occhi da Dio diletti e venerati …”. Chi ha provato l’estasi di uno sguardo amoroso sa a quale intimità si allude, quale benedizione si riceve e quale gioia ciò procura. Il mistero grande è il fatto che anche Dio è rapito dallo splendore dello sguardo della Vergine tanto è puro e sconfinato, specchio limpidissimo dell’amore di Dio per lei e per tutta l’umanità. Sì, perché la bellezza della Vergine è in funzione della bellezza, resa visibile, del Figlio Unigenito, nostro Salvatore, il cui amore per noi lo renderà disposto a perdere ogni ‘bellezza d’uomo’ per ridare a noi quella bellezza che attira il suo sguardo. In questo sguardo di Dio su di lei si concentra tutto il senso della sua intercessione allo scopo di ottenerci la suprema benedizione, che si risolve nel voler vedere Dio, vedere il volto di Dio che risplende su di noi, Gesù Signore.

L’esperienza dei pastori alla mangiatoia di Betlemme ha a che vedere proprio con l’esperienza di quella benedizione. Il brano è percorso da un doppio movimento che caratterizza prima gli angeli e poi i pastori. E ogni movimento ha due tempi: l’annuncio e la lode. Appaiono gli angeli per annunciare il messaggio di cui sono portatori e poi lodano Dio ritornando in cielo; i pastori vanno a Betlemme a sincerarsi della veracità dei fatti e poi lodano Dio ritornando a casa loro. Consideriamo il movimento dei pastori. “I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”. I verbi sono ben collocati: prima ‘udito’ e poi ‘visto’. Esprimono la dinamica della fede, la dinamica dell’intelligenza della Parola. Prima occorre ‘udire’, ‘ascoltare’: noi non siamo produttori di messaggi, tanto meno siamo produttori di significati. Siamo invece invitati a cogliere i messaggi, ad essere testimoni degli eventi e ad assimilarne i significati. Non è però nemmeno sufficiente ascoltare, se l’ascolto non introduce alla visione, all’andare a vedere. Il che significa: se non sei disposto a praticare quello che ascolti, non potrai mai vedere e non scoprirai mai se il messaggio aveva una verità per te. E se non si arriva a vedere, il cuore non potrà convertirsi, la nostra vita non sarà interessata e non potrà mai risolversi in racconto di lode, racconto e lode che costituiranno per altri l’invito angelico: vi annuncio una gioia grande…! Se la dinamica si compie in tutta la sua estensione, la benedizione che dalla Vergine è riversata sull’umanità fa sentire i suoi effetti, ricopre i cuori e la Chiesa, a sua volta, non ha altra vocazione che di rimandare a quella benedizione per tutta la famiglia umana.

D’altro canto, la realtà dell’incarnazione comporta la variabile tempo. Ogni cosa ha il suo tempo, ogni cosa ha bisogno del suo tempo. Anche la Vergine Maria ha avuto bisogno di tempo per assuefarsi all’agire di Dio. Il brano evangelico la descrive come colei che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Evidentemente perché anche per lei la realtà non svelava il suo mistero di colpo. I due verbi, custodiva e meditando significano più direttamente: teneva se stessa e queste cose insieme in cuore, facendole rimbalzare l’una sull’altra in modo da ottenerne una visione d’insieme. Sono termini che illustrano il metodo di lettura delle Scritture: una parola si illumina con un’altra parola ed il senso che ne scaturisce si riverbera nel cuore aprendo la parola al cuore e il cuore alla parola. E non se ne tralascia nessuna: tutte queste cose del testo sono sia le parole udite (dall’angelo, dai profeti, dai pastori) sia gli eventi successi; non si cerca solo quella ‘adatta’ a me, ma ci si ‘adatta’ a loro tutte, insieme. Non si preferisce un tempo (il tempo della gioia, del godimento), ma si tengono insieme tutti i tempi (anche il tempo del dubbio, dell’afflizione). Allora, poco a poco, anche al nostro cuore si svelerà quella benedizione che Dio ha posto sull’umanità e la vita torna a risplendere della presenza del nostro Dio.

La colletta, quando prega: “Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi…”, riprende la dichiarazione di Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Ma anche la promessa di Gesù ai discepoli: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). La benedizione di Dio per l’uomo consiste proprio nel suo dimorare fra noi, in noi. L’aspetto straordinario, sconvolgente, dell’amore di Dio per l’uomo, che però spesso nemmeno siamo più capaci di percepire, è dato dal fatto che possiamo essere accolti in quella stessa intimità di vita e di relazione che esiste tra il Padre e il Figlio nel loro amore per noi. Se però non capiamo come Cristo non antepose nulla all’amore per noi, come possiamo noi non anteporre nulla all’amore per Cristo e ritrovarci amati dal Padre, che nel suo Figlio ha posto tutta la sua compiacenza? Non l’ha posta semplicemente nel Figlio eterno, ma in quel Figlio fatto uomo, che ha preso carne, che conosce il nostro patire, che condivide le nostre aspirazioni, i nostri sentimenti. Quel Figlio è il Volto sorridente del Padre, quel Figlio è la benedizione invocata sull’umanità, quel Figlio è il nome pronunciato e posto sull’umanità perché l’uomo e Dio riconoscano la mutua appartenenza. È quello che la Vergine Maria proclama nella sua divina maternità, come le icone del Natale sottolineano. La Vergine non è rappresentata china sul proprio bambino, ma rivolta ai pastori e al mondo a proclamare che quel ‘Figlio’ è la benedizione per loro.

Il mistero della benedizione di Dio sull’uomo sta tutto qui e tutta la vita della Vergine, come il suo parto prodigioso, è lì a dimostrarlo. Come canta s. Efrem: “Benedetto Colui che ha fatto del nostro corpo una tenda per la sua invisibilità! Sia benedetto Colui che nella nostra lingua ha tradotto i suoi segreti!”.

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Tempo di Natale

II Domenica dopo Natale

(3 gennaio 2021)

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Sir 24,1-4.8-12;  Sal 147;  Ef 1,3-6.15-18;  Gv 1,1-18

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Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi” è il ritornello della liturgia di questa domenica natalizia. Il mondo non si è accorto di nulla perché ‘nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa … il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale’, come canta l’antifona di ingresso. Ma chi ha ricevuto la grazia di poter vedere non ha potuto frenare la gioia e in quella gioia ha sentito tutta la grandezza dell’amore di Dio, tutta la bellezza della creazione, il senso e lo scopo di tutta la storia umana. La storia dell’uomo è oramai visibilmente storia di Dio, storia divina. La vecchia colletta ci faceva pregare: “Padre di eterna gloria, che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito perché accogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del regno”. È il motivo della solenne, larga benedizione che sale dal cuore dei credenti, come riporta Paolo: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo”.

Come non interpretare allora le nostre così frequenti lamentele nella vita come una mancata rivelazione, come un’impossibilità di accedere a quel certo orizzonte, dove tutto è bagnato dalla luce di quella benedizione? E se davvero i nostri occhi si sono aperti per riconoscere la venuta tra noi di Colui che custodisce quella benedizione, perché smarrirci allora nelle paure e nelle angosce, come se qualcosa di essenziale ci mancasse ancora?

Se davvero l’uomo è fatto su Dio e per Dio, allora l’argomentazione dell’evangelista Giovanni nel prologo del suo vangelo suona stringente: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”. Lui è la Verità su Dio e Dio ormai non è che il Padre del Signore Gesù Cristo e se vogliamo accedere al Padre, il Figlio è la via. Ma la verità su Dio comporta la verità sull’uomo. Perciò: “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali … da Dio sono stati generati”. Il Signore Gesù Cristo, con il dono del Suo Spirito, di cui la gloria che gli angeli rivelano ai pastori è come un rimando, ci fa fruitori di quello sguardo di compiacenza del Padre su di Lui (“Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”, Mt 3,17). Ecco perciò la verità dell’incarnazione: Dio si fa uomo perché l’uomo possa farsi Dio. E si può commentare: quello che Dio da sempre ha sognato (“in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo”), cioè unire a sé l’uomo per farlo partecipe della sua gioia nell’amore scambievole, nel Cristo finalmente si realizza. In lui divinità e umanità sono inscindibilmente unite, Dio finalmente risplende nell’uomo e l’uomo risplende del suo Dio. E se tutto diventerà più svelato con la morte e risurrezione di Gesù, già però se ne può intravedere il mistero fin dalla sua nascita dalla Vergine Maria, almeno per coloro che gli si avvicinano con stupore e sanno vedere nelle parole e negli eventi che lo riguardano gli indizi della sua gloria.

Nelle sue poesie sul mistero del Natale s. Efrem canta: “Maria è il giardino sul quale discese dal Padre la pioggia della benedizione; di quella effusione lei asperse il volto di Adamo”.  Facendo parlare la stessa Madre di Dio, vede nel riferimento a Cristo lo scopo supremo della vita, capace di una visione nuova, trasformante: “Qualcuna ha un figlio? Che venga e diventi amico del mio amato. Una ha una figlia o una parente? Che venga e diventi sposa del mio caro. Uno ha un servo? Lo liberi, che venga a servire il suo Signore…. Colei che è nata libera, figlio mio, è tua ancella, se ti serve. E la schiava in te è libera, in te è consolata, poiché è stata affrancata. Un’emancipazione invisibile è posta nel suo grembo, se è te che ama”.

Se prima della creazione del mondo, l’uomo è stato pensato da Dio in funzione della capacità di portare la bellezza del Figlio di Dio, allora come non vedere nell’esperienza della conoscenza di quel Figlio, ormai diventato Figlio dell’uomo, il compimento di ogni desiderio di verità e bellezza? É in ragione di questa possibilità che l’annuncio evangelico si rivolge a tutti, a tutte le genti, a tutto l’uomo. Ed è in ragione di questo annuncio che il credente in Cristo vive ormai la sua vita, pronto a donarla perché la gioia dell’altro si compia e su tutti risplenda la gloria del Signore. Ma come attendere alla gioia dell’altro se questa non prorompe, profonda, limpida, nel proprio cuore?

Quando s. Gregorio di Nissa si domanda quale sia quel regno dei cieli che si trova dentro di noi (cfr. Lc 17,21) non può che rispondere: “Di cos’altro si può trattare, se non della gioia che si riversa dall’alto nelle anime tramite lo Spirito? Essa è come l’immagine, la garanzia e la prova della gioia eterna di cui godranno le anime dei santi nel secolo che attendono”. Proprio ciò che chiediamo nella colletta, con la richiesta di fare anche noi la stessa esperienza dell’apostolo Giovanni e di entrare anche noi in quel circolo di benedizione che descrive Paolo. A tal punto che, se davvero quella benedizione è sopra di noi e sgorga profonda dal nostro cuore, come cercare altrove quello di cui ha bisogno il nostro cuore, come avere paura di veder scemare la speranza che portiamo, come volere dal prossimo quello che invece a lui dobbiamo nel segno della condivisione di quella benedizione? Del resto, è proprio questo l’argomento e l’orizzonte della preghiera, luogo di adorazione e di memoria perché e finché quella benedizione ci conquisti e conquisti il mondo con la sua pace.

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Solennità e feste

Epifania del Signore

(6 gennaio 2021)

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Is 60,1-6;  Sal 71;  Ef 3,2-3a.5-6;  Mt 2,1-12

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La festa di oggi viene presentata così nel Martirologio romano: “Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale si venera la triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù Bambino fu adorato dai Magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino, manifestò la sua gloria”. Delle tre manifestazioni, soprattutto la prima costituisce il tema della liturgia odierna.

Come tutti i racconti sulla nascita e sull’infanzia di Gesù, ciò che viene riferito va letto in contrappunto ai racconti della sua passione-morte-risurrezione. Nella narrazione dei Magi che arrivano a Gerusalemme in cerca del re dei Giudei è presentato il conflitto che opporrà alle autorità ufficiali il vero re e salvatore del suo popolo. La domanda dei Magi: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” poteva essere formulata solo da un pagano. Un israelita avrebbe chiesto: “Dov’è colui che è nato, il re di Israele?”. Matteo fa presagire così che il titolo ‘re dei giudei’ ricomparirà nella motivazione della condanna sulla croce. Colui che le guide della nazione si rifiutano di ricevere è adorato dalle nazioni; Colui che doveva essere noto a coloro che conoscevano le Scritture, perché di lui le Scritture parlano, viene rivelato a coloro ai quali, non potendo le Scritture parlare, parlano gli astri, messaggeri di Dio. L’episodio dell’adorazione dei Magi non sembra potersi ricondurre a un evento storico preciso, ma, nella logica narrativa di Matteo, la rivelazione è che Dio guida la storia perché sia conosciuto il suo Figlio. Ogni cosa può agire da messaggero di Dio, se il nostro cuore sa guardare in alto. E tutto alla fine conduce a lui, il Salvatore, Colui che rivelerà definitivamente e in tutta pienezza, anche per il nostro cuore, quaggiù o di là, l’infinito amore del Padre per gli uomini, Colui che compirà in tutta la loro estensione i nostri desideri di vita, di santità, di comunione.

L’antifona di ingresso della messa si richiama al libro del profeta Malachia, l’ultimo libro dell’Antico Testamento nella versione greca che i cristiani hanno fatto propria: “È venuto il Signore nostro re: nelle sue mani è il regno, la potenza e la gloria”. La cosa straordinaria è che un bambino venga proclamato ‘sovrano, potente e glorioso’! La proclamazione comporta qualcosa di radicalmente nuovo per gli occhi umani o, se vogliamo, comporta la visione di una realtà con occhi radicalmente nuovi. Stessa novità che sta dietro la proclamazione nei vangeli di Gesù come re (soltanto durante la sua passione Gesù accetta il titolo di re) e particolarmente come re della gloria (titolo che fornisce, da una parte, la ragione della condanna sul patibolo della croce e, dall’altra, per la visione di fede dei credenti, la ragione dell’amore di Dio per l’uomo che proprio sulla croce risplende). È in ragione di quella novità che la manifestazione di Gesù può conquistare le genti e può convincere Israele. Quando la colletta fa pregare: “O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria”, guida i credenti alla percezione di quella novità e li predispone a cogliere e a vivere dello splendore di quell’amore, che costituisce ormai la ragione di senso del vivere nella storia.

La visione dei popoli che si ritrovano a Gerusalemme, ripresa anche dal salmo 71 e celebrata dal salmo 87, mostra come ormai non esiste più motivo di distinzione tra gli uomini perché la loro dignità deriva da un’unica radice. Lo esprime molto bene s. Paolo nella sua lettera agli Efesini quando scrive: “[tutte le genti, tutti gli uomini] sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3,6). In ciò che è essenziale, nella vita, tutti desideriamo le stesse cose, tutti siamo fatti per le stesse cose, tutti siamo chiamati a godere le stesse cose. La dignità degli uomini parla dell’amore di Dio che si è rivelato in quel Figlio di Dio fatto uomo e che nella liturgia odierna è adorato da tutte le genti. Quando Paolo ricorda agli Efesini che il mistero manifestato ora agli uomini è il fatto che i Gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità di Israele, rivela che davanti a Dio sussiste un’unica famiglia umana, destinataria e portatrice allo stesso tempo del Suo amore. Se il Signore, come dice il salmo 71, interviene a favore del povero e del debole, categorie che attraversano la diversità dei popoli e si riferiscono all’umanità di tutti, significa che chi calpesta il povero e il debole ferisce la propria dignità umana e non rispetta l’immagine di quel Figlio che si è confuso con l’umanità di tutti. Davanti a quel Figlio, bambino, adorato dalle genti, dice il salmo, eco del pensiero di Dio: chiunque tu sia, da qualunque paese provenga, qualsiasi sia stata la tua storia, a qualsiasi cultura appartenga, sappi che qui sei nato, di qui trai vita e qui conducono i tuoi desideri perché qui si compiono i miei progetti: nel mio Figlio! Non è evidentemente una forma di imposizione spirituale all’umanità. Non si tratta di contrapporre una visione ad altra visione, una fede ad altra fede. Si tratta di imparare a stupirsi a tal punto dei pensieri di Dio per l’umanità che la modalità stessa di vivere e testimoniare quella visione non può che essere evangelica, portatrice della buona novella per l’umanità. Per questo l’amore è l’ultima parola convincente, sebbene non sembri la parola più potente. La debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini e la stoltezza di Dio è più sapiente della sapienza degli uomini: per questo a tutti gli uomini, di ieri, come di oggi e di domani, a tutti spetta questa eredità, che è il Figlio di Dio fatto uomo.

I magi sono la figura della manifestazione di Dio alle genti (con l’oro riconoscono la regalità misteriosa di quel ‘bambino nato per noi’, con l’incenso riconoscono la sua divinità, con la mirra la sua umanità pronta a soffrire la passione per la nostra salvezza). Il loro far ritorno a casa per altra strada allude al fatto che chi si apre all’adorazione di Dio riscopre la casa propria in altro modo, con altro sguardo, sotto altri orizzonti. Questo mi induce a due osservazioni: 1) se il Messia è promesso alle genti, di che cosa siamo noi credenti debitori al mondo? Siamo debitori proprio della conoscenza del Signore. E questo debito pende sulla nostra testa: ecco la responsabilità dell’amore del prossimo, testimonianza dei credenti di fronte al mondo; 2) se il Messia è promesso alle genti, vuol dire che fin tanto che tutte le genti non l’hanno conosciuto, la nostra stessa conoscenza del Messia è manchevole, resta limitata. Come in un amore: fin tanto che non ho trovato qualcuno che voglia bene a me, io non potrò scoprire quello che sono in verità, quello che porto e di cui sono capace. Così è con Dio. Fin tanto che tutti non l’hanno conosciuto, Dio non ha ancora avuto modo di manifestarsi in tutta la sua ricchezza. Attendere questa manifestazione, nel cuore di tutti, rende umili e adoranti e risponde al comandamento dell’amore verso tutti, anche verso i nemici, perché solo così potremo scoprire la grandezza del suo amore. Come canta s. Efrem: “Siete diventati figli di Dio, fratelli e amici di Cristo, congiunti dello Spirito nel battesimo, figli della luce in virtù delle acque. Benedetto colui che ha moltiplicato la vostra bellezza”.

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Solennità e feste

Battesimo del Signore

(10 gennaio 2021)

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Is 55,1-11;  Is 12,2-6;  1Gv 5,1-9;  Mc 1,7-11

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Gesù viene al Giordano per farsi battezzare. È il suo primo atto pubblico, quello di mettersi in fila con i peccatori, solidale con loro. Marco vede realizzate le profezie e l’attesa messianica di Israele ricordando la dichiarazione di Mosè in Dt 18,15: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”. Viene a farsi battezzare, lui, l’Innocente, l’Agnello che toglie i peccati del mondo. Forse non è inutile notare che il Giordano è il fiume della terra che scorre più in basso, raggiungendo circa i 500 m sotto il livello del mare. Anche questo dettaglio serve a presentare la salvezza operata da Dio secondo la cifra dell’abbassamento, della debolezza, della stoltezza, che Paolo chiamerà più forte e più sapiente degli uomini, e che Giovanni chiamerà gloria ed elevazione.

Nell’immagine dell’Innocente, solidale con i peccatori, Gesù è descritto nel suo compito messianico e nella sua gloria specifica, quella che l’apostolo Giovanni racconta contemplata “come del Figlio unigenito, che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14).

Il racconto di Marco è densissimo di allusioni. Se i profeti (cf. Ml 3,22) motivavano l’invito a emendarsi mirando al passato, richiamando cioè Mosè e la Legge, con il Battista oramai si guarda al futuro, alla venuta di colui che battezzerà in Spirito Santo. L’azione dello Spirito è di far sì che l’uomo appartenga a Dio (cf. Ez 36,28; Is 44,5) e denominarlo Santo, oltre che alludere alla natura divina, significa sottolinearne l’azione specifica: introdurre l’uomo nella sfera divina, consacrarlo nella fedeltà a Dio. Con il suo battesimo, a differenza di tutti coloro che ricevono il battesimo di Giovanni, Gesù non confessa la sua complicità con il male, ma manifesta la disposizione di offerta totale di sé: si impegna a compiere la sua missione a favore degli uomini disposto a non risparmiare nemmeno la sua vita. Si tratta di compiere l’esodo definitivo per il nuovo popolo dell’alleanza. Non per nulla, la prima azione che lo Spirito fa compiere a Gesù è di ritirarsi nel deserto per essere tentato. Vale a dire: la sua opera messianica si compirà stando totalmente dalla parte di Dio senza mescolarvi alcuna forma di gloria umana, perché solo così si manifesterà in tutto il suo splendore l’amore di Dio per gli uomini.

Marco è l’unico a usare il verbo ‘squarciare’ a proposito dei cieli che si aprono. Lo stesso verbo ricorre alla fine del vangelo quando, dopo che Gesù è spirato, “il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo” (Mc 15,38). L’annotazione è ulteriormente convalidata dall’intervento di un pagano, il centurione, che vedendo Gesù spirare in quel modo dichiara: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). Non c’è più separazione tra il cielo e la terra e di conseguenza non c’è più separazione tra Israele e le nazioni, perché unica è la famiglia di Dio. Non c’è più chiusura tra cielo e terra, tra Dio e uomo e lo Spirito scende su Gesù come nel suo luogo desiderato. Come a dire: colui che si consegna per amore degli uomini è il luogo naturale dello Spirito di Dio. Con l’allusione, nell’immagine della colomba, allo Spirito Creatore di Gn 1,2, il quale in Gesù porta a compimento la creazione dell’uomo, portandola alla pienezza umana, ricolma di Spirito. Se con l’ultimo profeta, Malachia, la tradizione ha visto ritirarsi lo Spirito nel santuario celeste perché nessun nuovo profeta era sorto da allora, ora, con la discesa dello Spirito su Gesù, il santuario celeste è lui. Nell’Antico Testamento, lo Spirito Santo è indicato come lo Spirito del santuario, dal momento che è il Tempio, al suo centro, nel Santo dei Santi, a contenere la Shekhinah, la Presenza, l’Inabitazione. Ora la Shekhinah, la Presenza, è in quel profeta di Nazaret, che la voce proclama: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”.

In quel ‘Figlio mio, l’amato’ risuona l’eco dell’esperienza di Abramo al quale viene chiesto di sacrificare Isacco, il figlio unico, che amava (cf. Gen 22,2). O ancora, l’eco della parabola dei vignaioli assassini, in Mc 12,6, quando il padrone della vigna pensa al suo figlio prediletto da mandare ai vignaioli che non vogliono consegnare il raccolto e che poi lo mettono a morte. Se quell’aggettivo ‘prediletto’ rivela la radicalità della fede di Abramo, che davanti al suo Dio accetta di sacrificare il suo cuore, a maggior ragione rivela la radicalità dell’amore di Dio per l’umanità essendo disposto a mandare il suo Figlio a coloro che ne faranno scempio. L’aggiunta “in te ho posto il mio compiacimento” rivela tutta la profondità del mistero. ‘In te’, non è più solo rivolto al Figlio nella sua divinità, ma al Figlio, Dio fatto uomo. In quel Figlio, Dio-uomo, l’Amore del Padre è perfetto perché in lui si può contemplare tutta l’estensione e la profondità di quell’Amore che realizza compiutamente il suo sogno sulla creazione e sull’umanità.

Chiamare Gesù ‘il Figlio mio’ non esprime solo la qualità di essere di Gesù per cui Dio, oramai, è il Padre di Gesù, ma anche la sottolineatura che il Figlio agisce e si comporta come Dio, il Padre. La dedizione di Gesù in favore degli uomini, per cui il battesimo è simbolo della morte volontariamente accettata, come riporta il canto al vangelo: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”, è la rivelazione dell’amore di Dio per l’umanità. Il Padre rivela che il suo atteggiamento verso gli uomini è lo stesso manifestato da Gesù. In Gesù possiamo vedere chi è Dio. Tutto il vangelo sarà lì a mostrarlo, nelle parole come nelle azioni di Gesù. Non solo. Ma l’aspetto di consolazione del cuore è dato dal fatto che l’umanità è considerata oramai in quello sguardo di compiacenza del Padre. Non c’è motivo alcuno di vedere Dio avversario come non c’è motivo di considerare alcuno avversario o nemico. Tutto il cammino spirituale dell’uomo non è che teso a entrare a godere tutta la gioia di quella compiacenza condividendo con Gesù la fioritura in umanità come luogo di gloria della divinità.

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Settimo ciclo

Anno liturgico B (2020-2021)

Tempo Ordinario

II Domenica

(17 gennaio 2021)

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1 Sam 3,3b-10.19;  Sal 39;  1Cor 6,13c-15a.17-20;  Gv 1,35-42

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Tutti i vangeli riportano la scelta degli apostoli da parte di Gesù. Matteo e Marco sembrano riferirsi a un fulmine a ciel sereno: Gesù chiama e loro seguono. Luca si premura di indicare la circostanza per cui la sequela di Gesù appare più che giustificata. Narra di una pesca miracolosa dopo la quale gli apostoli sono indotti a seguire Gesù. Il racconto di Giovanni sembra il più realistico. I primi discepoli di Gesù sono tutti discepoli del Battista e prima che Gesù li chiami a seguirlo abbandonando le loro cose, hanno avuto modo di conoscerlo personalmente. Il brano di oggi è appunto il resoconto di un’esperienza singolare, la scoperta del Messia da parte di Andrea e di un altro discepolo, che poi la tradizione ha riconosciuto come Giovanni. L’emozione dell’incontro è stata tale che tutto il vangelo non farà che dare storia a quella rivelazione degli inizi perché chiunque ascolti si ritrovi nella stessa dinamica vissuta dai discepoli.

In effetti, tutto fa pensare a ricordi personali dell’evangelista a proposito dell’esperienza che l’ha segnato per tutta la vita. Giovanni racconta l’incontro che l’ha trasformato completamente, con una precisione di particolari che sono direttamente proporzionali all’intensità dell’esperienza. Se, all’inizio del suo vangelo, Giovanni dichiara: “e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14), ebbene, ha cominciato a essere afferrato da quella gloria proprio in quel giorno, alle quattro del pomeriggio, quando, su invito del suo maestro, il Battista, va da Gesù con Andrea.

La domanda che rivolgono a Gesù: “Rabbì, dove dimori?” attraversa tutto il racconto del vangelo per concludersi con l’affermazione/risposta di Gesù all’ultima cena: “rimanete nel mio amore” (cfr Gv 15). In greco viene usato sempre lo stesso verbo. È come se Gesù, ancora rispondendo alla domanda iniziale dei suoi discepoli: “dove dimori?”, alla fine dicesse: siete venuti da me, avete visto che dimoro nell’amore del Padre per voi e così voi, ora, rimanete in questo stesso amore. È a questa esperienza che Giovanni allude quando annota: “andarono dunque e videro dove egli dimorava”. Il racconto ha il sapore di un’intera vita; ha la potenza, non di un ricordo, ma di una radice, di un principio, di una fonte che continua a sgorgare e che ha sconvolto tutta la sua vita. La carica emotiva di quella scoperta, infatti, è rivelata in tutta la sua forza nell’ultima cena allorquando Gesù, con il paragone della vite e dei tralci, innesta i suoi discepoli nel segreto del Padre, coinvolti nella stessa intimità sua con il Padre. In quel contesto Gesù non chiamerà più servi i suoi discepoli, ma amici, partecipi dei suoi segreti. Sarà l’esito della sequela di Gesù, come dell’ascolto, attento e orante, della Parola. Assolutamente caratteristica la coppia di verbi: seguire/rimanere.

Le condizioni che permettono al cuore di condividere quei segreti sono indicate dalla prima lettura e dal salmo responsoriale. La prontezza di Samuele a rispondere rivela la libertà di cuore nell’obbedienza, che è la porta di accesso alla visione. Dio non si sottrae mai alla mediazione umana: Giovanni Battista media per Giovanni ed Andrea, Eli per Samuele. Accogliere il mistero di questa mediazione significa custodire una libertà e una purità di cuore nei confronti di Dio. Detto con le parole del salmo 39 (40): non vengo a fare una certa cosa, di cui ho ascoltato l’invito e che condivido, ma vengo perché sono con te e poi farò quello che mi si chiederà. É l’apertura di cuore che conta, non la disponibilità a un certo progetto. Il brano però fa intravedere la drammaticità che comporta l’apertura di cuore. La prima rivelazione che il giovane Samuele riceve riguarda la condanna della casa di Eli, suo maestro e padre nella fede. Non vorrebbe rivelarla ma non è nemmeno disposto a mentire. La prontezza di obbedienza che gli ha ottenuto la visita di Dio gli ottiene anche la sincerità con Eli e la pace del cuore, nella totale fiducia in Dio.

L’obbedienza alla parola non si riferisce in generale alle parole che ascoltiamo quotidianamente leggendo le Scritture, ma a quelle parole che parlano al nostro cuore, capaci di imprimere una direzione alla nostra vita, fonte di lotta e di gioia per la nostra vita, dandoci orizzonti di senso e di esperienza significativi. Proprio quello che il salmo commenta, in riferimento al Messia: “Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo” (Sal 39,8-9). Quando Gesù, invitandoci a rimanere in lui, a dimorare in lui, ci associa alla sua esperienza nel fare la volontà del Padre, vuole indurci a vivere la vita in modo da mostrare quanto è grande l’amore di Dio per i suoi figli. Avere la sua legge nell’intimo significa preferire la comunione con i suoi figli a qualsiasi altra cosa. Ed è quello che la liturgia eucaristica vuole ottenere quando ci fa invocare lo Spirito Santo dopo la consacrazione: formare un cuor solo e un’anima sola. Stessa cosa che viene chiesta con la preghiera dopo la comunione: “Infondi in noi, o Padre, lo Spirito del tuo amore, perché saziati dall’unico pane del cielo, nell’unica fede siamo resi un solo corpo”.

Per i discepoli di Gesù, seguire il Signore significa andare con il Signore, semplicemente stando con lui, in tutte le vicende della vita. Seguire Gesù comporta il desiderio di vivere con lui e come lui, così come Gesù stesso dichiarerà poco prima di subire la passione: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (Gv 17,24). Essere dove è lui significa rimanere ad ogni costo nell’amore del Padre per noi perché tutti sono invitati alla stessa mensa. Quando Gesù sceglierà i dodici, secondo il racconto di Mc 3,14, la motivazione sarà: “perché stessero con lui e per mandarli a predicare”. Sarà lo stare con Gesù che permetterà di vedere la sua gloria, vale a dire lo splendore dell’amore che Dio riversa sugli uomini. E non è senza ragione che i discepoli sono presentati in coppia: Gesù non sarà maestro di individui isolati, ma costituirà una nuova comunità. Non si potrà conoscere Gesù che a partire da una fraternità condivisa perché il suo compito è proprio quello di “riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,53).

Così, dall’esperienza del vivere con Gesù scaturisce immediatamente il desiderio di aprire la stessa possibilità ad altri che con noi condividono la ricerca della vita. Quando Andrea comunica a suo fratello Simon Pietro la scoperta: “Abbiamo trovato il Messia”, è come se dicesse: quello che i nostri cuori desiderano, quello che abbiamo sempre sognato, che abbiamo aspettato, è proprio lui; vieni anche tu! È l’inizio dell’apostolato: trasmettere a qualcuno il fascino della gloria del Signore e fare in modo che questo stesso fascino e questa stessa gloria risplendano anche per lui.

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