Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Avvento

 

1a Domenica

(30 novembre 2008)

 

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Is 63,16-19; 64,1-7;  Sal 79;  1Cor 1,3-9;  Mc 13,33-37

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L’anno liturgico comincia come finisce, inscrivendo il tempo della nostra storia nell’attesa della venuta del Signore. È curioso osservare che il brano di Mt 25 del giudizio finale dell’ultima domenica dell’anno come l’odierno passo di Mc 13 concludano la narrazione evangelica, immediatamente prima del racconto della passione di Gesù. La liturgia, in queste quattro settimane che precedono il Natale, ruota attorno all’attesa del Salvatore nelle sue tre venute: la venuta del Cristo alla fine dei tempi come giudice glorioso, la venuta nella carne del Figlio di Dio fatto uomo a Betlemme e la venuta mistica del Signore nel cuore di ciascuno che l’accoglie. L’invito alla vigilanza è il tema comune. Ma come intenderla, come viverla?

La colletta di oggi fa pregare: “O Dio, nostro Padre ... donaci l’aiuto della tua grazia, perché attendiamo vigilanti con amore irreprensibile la gloriosa venuta del nostro redentore”. Attendere non significa semplicemente aspettare, ma ‘operare in vista di’, ‘operare in modo che’. La vigilanza ha a che fare con un certo tipo di operosità, quella che la parabola del giudizio finale illustrava e di cui la festa del Natale fornisce la ragione più convincente.

Tale operosità scaturisce da una presa di coscienza precisa. Lo dice il profeta Isaia sottolineando come la percezione dell’assenza di Dio si trasformi in una nuova rivelazione: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”. L’uomo, che pur ha già visto le meraviglie di Dio, resta sempre alle prese con l’iniquità che gli serpeggia dentro, lo opprime e lo rende schiavo. A causa dei nostri peccati “siamo diventati da tempo gente su cui non comandi più, su cui il tuo nome non è stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”. Occorre fare memoria della storia di alleanza di Dio con noi così da supplicare il Signore che non ci metta in balìa della nostra iniquità perché siamo opera delle sue mani. Scenda a noi come ha fatto con Mosè liberando il popolo dalla schiavitù dell’Egitto, come ha fatto con Ciro permettendo al popolo di tornare da Babilonia a Gerusalemme, come ha fatto con la Vergine nascendo come suo figlio, come ha fatto con gli apostoli aprendo il loro cuore al suo mistero. Il primo movimento della vigilanza è appunto la coscienza della lontananza. Il servo addormentato della parabola evangelica è colui che non si risveglia per stringersi al suo Signore, è colui che resta in balìa della sua iniquità e perciò non potrà più riconoscere la benevolenza del suo padrone che viene a lui. La vigilanza scongiura tale esito.

Paolo, scrivendo ai Corinzi, giustifica la vigilanza in questi termini: “Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro”. Indica la direzione di sguardo della vigilanza, la innerva sulla promessa di Dio di far vivere l’uomo in comunione con lui, partecipandogli la sua stessa vita e lo splendore della sua santità, aprendolo alla comunione con il Figlio suo. Lo proclama anche l’antifona alla comunione citando il sal 84: “Il Signore elargirà il suo bene e la nostra terra produrrà il suo frutto”. Vi è l’allusione alla nascita di Gesù dalla Vergine Maria, ma anche alla nascita di Gesù in ogni cuore perché il frutto della terra del nostro cuore non può che essere la conoscenza del Figlio di Dio, lui che racchiude tutti i tesori della sapienza e della scienza (cf. Col 2,3). La vigilanza ha a che fare allora con la memoria della promessa di Dio, con la fedeltà di Dio che si fa prossimo dell’uomo.

C’è dell’altro ancora nella vigilanza evangelica. Paolo aveva descritto la vigilanza come ‘attesa della manifestazione del Signore’. L’espressione non va però considerata semplicemente nella tensione dei credenti al ritorno glorioso del Signore quando si chiuderanno i tempi e la sua parola giudicante svelerà tutta la verità. Quella tensione caratterizza anche il desiderio del cuore dei credenti nella vita quotidiana. Chi riceve le parole del Signore, chi si sforza di metterle in pratica senza desiderare di poter percepire e vedere la presenza del Signore nella sua vita? Questo è appunto l’oggetto specifico della vigilanza, mentre la sua dinamica è la tensione a entrare nel processo della manifestazione del Signore al nostro cuore, nella nostra storia, manifestazione di cui la nascita di Gesù a Betlemme presenterà la realtà alla nostra portata. Se a livello dell’agire dell’uomo la vigilanza si risolve nella fatica di evitare il male e di compiere il bene, a livello del cuore si risolve in una memoria calda della presenza del Signore, in una memoria di eventi e parole che ci possono significare quella presenza, memoria che tenda a esplodere nella percezione della sua presenza. La vigilanza allora è il compito di responsabilità dei servi della parabola del vangelo in attesa del ritorno del loro padrone. Perché è nello splendore di quella presenza percepita che possiamo vivere fino in fondo la nostra vocazione all’umanità e tornare a far risplendere il mondo della luce di Dio.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Avvento

 

2a Domenica

(7 dicembre 2008)

 

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Is 40,1-5.9-11;  Sal 84;  2Pt 3,8-14;  Mc 1,1-8

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La chiesa, che sempre cerca il volto del suo Signore, oggi considera colui che deve venire come colui che compie le promesse di Dio e soddisfa i desideri del cuore degli uomini, basandosi su un testimone d’eccezione: Giovanni Battista. La vigilanza, di cui ci era stato fatto comando domenica scorsa, ora si fa intuito di speranza e di gioia prossima.

Il vangelo di Marco comincia con un “Come sta scritto...”. In quel ‘come’ non va ravvisata soltanto la corrispondenza con le antiche profezie, ma va soprattutto percepito lo struggente desiderio di Dio che finalmente può esaudire ottenendo per l’uomo ciò che da sempre ha voluto per lui. La liturgia ne modula l’eco in molti modi. Lo annuncia con le parole del profeta Isaia: “Consolate, consolate il mio popolo...”, lo riecheggia nell’esortazione della lettera di Pietro: “il Signore usa pazienza”, lo predice con le parole del Battista nella manifestazione della gloria dell’amore di Dio che avverrà con il battesimo nello Spirito Santo, che soltanto il Messia potrà effondere sull’umanità. L’esortazione del Battista al pentimento e alla conversione si origina appunto nella percezione netta di quel desiderio di Dio per l’uomo, in attesa che quella percezione trasformi tutto il nostro cuore e lo apra stabilmente all’azione del suo Spirito, fino a diventare principio di vita eterna che zampilla nell’intimo, come promesso da Gesù.

È interessante osservare che la citazione profetica di Marco all’inizio del suo vangelo è una composizione di passi di Malachia e Isaia. Il libro di Malachia è il libro che chiude l’Antico Testamento per il canone cristiano. Riprendendo Malachia, Marco sottolinea come Gesù sia il compimento di tutte le Scritture che a lui conducono e, riprendendolo insieme a Isaia, manifesta come Gesù sia il supremo desiderio di Dio per l’uomo, desiderio che attraversa tutte le Scritture. Nelle parole di Malachia 3,1 (“Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via”) si allude a Giovanni Battista, mentre in quelle di Isaia 40,5 (“Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno”) si allude al Messia, a Gesù, che il Battista proclama: “Viene dopo di me colui che è più forte di me...”.

Il desiderio di Dio, quando è percepito, accende il desiderio dell’uomo e l’uomo, dalla sua condizione di afflizione nella schiavitù e nell’oppressione, guarda a Dio come al suo liberatore, che già vede venire in suo soccorso: “Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio” (Is 40,10). Ma di quale ‘potenza’ si fa forte Dio per l’uomo? Noi contempleremo il nostro Dio farsi bambino, povero e indifeso; lo vedremo condannato alla morte di croce, come esautorato di tutta la sua potenza. Dov’è allora la ‘gloria del suo nome’ per cui la colletta ci fa pregare: “O Dio, Padre di ogni consolazione ... parla oggi al cuore del tuo popolo, perché in purezza di fede e santità di vita possa camminare verso il giorno in cui manifesterai pienamente la gloria del tuo nome” ?

Il segreto sta nella supplica: “parla oggi al cuore del tuo popolo”, procedente dalla disposizione di chi può dire con il salmo 84: “Ascolterò che cosa dirà in me il Signore Dio, proclamerà la pace al suo popolo, ai suoi santi, a chi converte a lui il cuore” (LXX). Nella tradizione il salmo 84 è il canto della pace portata dal natale di Gesù. Ma occorre che la grazia di quel natale parli al nostro cuore; occorre che il nostro cuore si senta toccato dal mistero della pace che quel natale costituisce per il mondo. Appunto perché il nostro cuore si apra a quella ‘grazia di pace’ il grido del Battista percuote i nostri orecchi: “Preparate la via del Signore ...”.

Con il salmo 84 la liturgia canta l’incontro del desiderio di Dio con il desiderio dell’uomo: “amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno”. Tutto ciò che Dio ha voluto per l’uomo, nel suo amore di sempre per i suoi figli, l’uomo lo potrà ormai godere stabilmente perché “colei [Elisabetta] che portava il giusto, Giovanni Battista, ha baciato colei [Maria] che portava la pace, Gesù”. E la visione messianica del salmo si può interpretare come la manifestazione della gloria del nome di Dio al cuore dell’uomo che il Battista rivela essere il compito specifico del Messia. Come a dire: se l’uomo riconosce in verità il suo peccato, troverà la misericordia di Dio. Il riconoscimento del peccato porta all’esperienza della bontà di Dio. E se l’esperienza è autentica, allora, la riconciliazione ottenuta non potrà che essere condivisa con tutti, non potrà che diventare l’unica giustizia degna del cuore dell’uomo. Da un cuore riconciliato e fonte di riconciliazione risplenderà la grazia del Salvatore, che lì ha preso dimora. L’azione di Dio che si compie in me, non è destinata a me, ma al mondo; l’azione di Dio che si compie nel mondo, non è destinata al mondo in generale, ma a me. Perché, tutti insieme, possiamo vedere lo splendore dell’amore del Signore. E non esiste altra possibilità concreta per l’uomo di vedere risplendere l’amore del Signore se non nella tensione che quell’amore sia condiviso da tutti e da ciascuno.

Così, quando nell’attesa del Signore, invochiamo la sua misericordia, in realtà non chiediamo che di essere finalmente raggiunti e conquistati dal e al suo amore, in Gesù, perché il mondo risplenda della sua presenza.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Solennità e feste

 

Immacolata Concezione

(8 dicembre 2008)

 

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Gn 3,9-15.20;  Sal 97;  Ef 1,3-6.11-12;  Lc 1,26-38

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La benedizione che Paolo implora ed annuncia nell’esordio della sua lettera agli Efesini ha ricoperto e intriso in modo singolare la Tutta Santa, la Vergine Maria. In lei quella benedizione si fa così concreta che prende addirittura corpo: da lei nasce il Salvatore, che costituisce la Benedizione di Dio sugli uomini, benedizione oltre la quale non c’è nulla di prezioso da desiderare. La tradizione venera la Vergine come “la madre del creatore di tutte le cose, colei che ha divinizzato il genere umano e ha divinizzato la terra, che ha fatto di Dio il figlio dell’uomo e ha reso gli uomini figli di Dio”.

La benedizione ha raggiunto l’umanità della Vergine in modo così singolare da renderla tanto ‘umanamente piena’ da essere degna dimora per il Figlio, come proclama la colletta: “O Padre, che nell’Immacolata Concezione della Vergine hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio, e in previsione della morte di lui l’hai preservata da ogni macchia di peccato, concedi anche a noi, per sua intercessione, di venire incontro a te in santità e purezza di spirito”. La sua umanità, in tutte le sue fibre, è andata incontro al Signore in santità e purezza di spirito ed è diventata degna dimora del Figlio. Della sua umanità siamo fatti anche noi, condividiamo con il suo Figlio la stessa umanità perché anche noi, come è nel disegno divino della creazione fin dall’inizio, possiamo tornare a far splendere e a far godere nel mondo la stessa benedizione, la dimora di Dio in mezzo a noi.

A differenza di noi, la Vergine non è caduta nell’inganno che tormenta i figli degli uomini, inganno che presenta il brano della Genesi. Anche lei è stata duramente provata nella sua umanità: con l’offerta della sua umanità ha permesso all’amore di Dio, nel suo Figlio, di svelarsi al mondo; ha conosciuto la sofferenza dell’amore con il suo Figlio e ora accompagna ogni sofferenza umana perché venga aperta all’esperienza dell’amore. In lei la sofferenza non ha generato ribellione, il dramma non ha velato la fede, il desiderio non ha compromesso l’amore, l’agire non ha macchiato la coscienza. E questo perché l’unico rimedio all’inganno è “andare incontro al Signore”, così tipico dell’anima della Vergine.

L’uomo, invece, si dibatte nell’inganno: la nostra individualità ce ne certifica la compromissione con la ribellione, mentre la sofferenza della nostra umanità svela faticosamente le tracce della nostalgia di Dio. Se rifacessimo a ritroso il tragitto delineato dal colloquio nel giardino tra Dio e i progenitori dopo la trasgressione, ci ritroveremmo nuovamente in una umanità condivisa e goduta insieme a Dio e a tutti i fratelli. Dio proclama l’inimicizia tra satana e la donna, simbolo contemporaneamente di Maria e dell’umanità: la possibilità dell’inganno è sempre reale, ma quell’inimicizia dichiarata da Dio salvaguarda la nostra umanità, che non può trovare beatitudine nell’inganno e quindi non potrà compiersi stando dalla parte dell’avversario. Perciò, quando l’uomo cede all’inganno, trasgredendo la parola del Signore rivolta al suo cuore, si perde, va in frantumi dentro e non può vivere che in contraddizione, da antagonista, da avversario a sua volta, sia dentro di sé che fuori di sé, sia con gli uomini che con gli eventi. Quale sofferenza! Ma la causa è una sola: l’uomo ha ormai paura di Dio, perché ha vergogna della sua ‘nudità’, della sua perdita di innocenza. E l’inganno più tremendo è quello di rimuovere la paura di Dio allontanando la vergogna ma per acconsentire semplicemente alla legge del più forte, fonte di illusione e di ingiustizia. Se però l’uomo sa ascoltare l’invito di Dio: “dove sei?”, che continuamente bussa al suo cuore, senza tener conto della sua paura, allora ritorna all’albero della vita, il Cristo Signore, per vivere nella sua umanità la dimora di Dio, fonte di beatitudine. La Vergine è proprio colei che di quella dimora di Dio ha fatto tutto lo scopo della sua vita, tutto il desiderio della sua umanità. L’esperienza di cui è stata gratificata può diventare, nel suo Figlio, accessibile a tutti e a ciascuno.

Lei proclama: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Come a dire: Dio solo sia benedetto, si realizzi la sua promessa, si manifesti in me, finalmente e compiutamente, il suo Bene all’umanità! Proclamandosi serva del Signore esprime il suo desiderio della dimora di Dio in mezzo agli uomini, di cui tutto il suo essere è testimonianza e intercessione per l’umanità intera. Ma esprime anche la preghiera di ogni credente, di ogni discepolo del Signore: avvenga per me secondo quello che hai stabilito fin dall’eternità, si compia in me quello che dalla fondazione del mondo hai promesso all’umanità, si veda realizzato in me quel Regno che nel tuo Figlio hai fatto venire.

La Vergine Immacolata è anche chiamata Signora nostra. Un passo di un’omelia di Gregorio Palamas ne spiega la portata: “ ... signora non solo in quanto libera dalla servitù e partecipe della divina signoria, ma anche perché fonte e radice della libertà del genere umano, soprattutto dopo il parto, ineffabile e beato” (Omelia 14). Così, se l’uomo vuole accedere al regno della libertà, non ha che da guardare a questa sua sorella, al suo mistero, alla sua storia, alle sue emozioni, ai suoi dolori, al suo amore perché in lei ritrova tutto il mistero dell’amore di Dio per l’uomo. E non si può vivere l’amore senza libertà. Nella sua grandezza non cessa di essere sorella nostra, come nella nostra miseria noi non cessiamo di essere oggetto dell’amore di Dio. Il suo avere il Signore con lei è motivo di fiducia per noi di trovarlo, di essere accompagnati a lui, di stare in sua compagnia. Il Signore è con te diventa, nella nostra preghiera: ‘tu, che hai il Signore, supplicalo perché sia anche con noi, ora e sempre!’.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Avvento

 

3a Domenica

(14 dicembre 2008)

 

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Is 61,1-2.10-11;  Sal da Lc 1,46-55;  1Ts 5,16-24;  Gv 1,6-8.19-28

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Come Marco e a differenza di Matteo e Luca, Giovanni non narra l’evento della nascita di Gesù a Betlemme. Il suo sguardo si spinge oltre, fino ai confini della storia, oltre la storia. Giovanni risale alla storia eterna dell’amore di Dio per gli uomini: “In principio era il Verbo…” per arrivare ad annunciare: “E il Verbo si fece carne ... e noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1,1.14). Il Battista è il primo testimone di quella gloria che via via apparirà anche agli apostoli, a tutti i discepoli e ai seguaci loro, fino a noi, fino alla fine del mondo.

La chiesa, convinta dalla testimonianza del Battista, intravede già l’azione del Messia di cui a breve celebrerà il natale e la riassume in un unico movimento, quello della letizia. Tutta la liturgia di oggi è un assaggio di quello che sarà rivelato al mondo con la nascita dell’Emmanuele, il Dio con noi. L’antifona di ingresso risuona gioiosa: “Rallegratevi sempre nel Signore”. La colletta fa pregare: “Guarda, o Padre, il tuo popolo, che attende con fede il Natale del Signore e fa’ che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza”. Il brano di Isaia descrive ‘il lieto annunzio’ di cui è portatore l’Inviato di Dio. Il salmo responsoriale fa gridare: “la mia anima esulta nel mio Dio”. Paolo esorta: “State sempre lieti”.

Da oggi, per la liturgia, la vigilanza si fa presagio di letizia. Quando il profeta Isaia rivela i segni di riconoscimento dell’Inviato di Dio al suo popolo, tutti si possono ricondurre al movimento della letizia, nel senso che la sua azione sarà quella di rallegrare, di guarire, di liberare, coloro che sono miseri, feriti, schiavi e prigionieri. Sarà la risposta di Dio al tormento del cuore dell’uomo, all’afflizione della vita, all’oppressione del cuore. Preparare le vie al Signore, da questo punto di vista, significa predisporsi all’esperienza della letizia dall’alto. Quando, con la nuova colletta, preghiamo di avere un cuore puro e generoso, intendiamo pregare perché il Signore ci disponga all’esperienza della letizia, di cui la Madre di Dio è la figura per eccellenza con il suo canto del magnificat, che la chiesa oggi con lei ripete nel salmo responsoriale.

Ma qual è la radice della letizia? - sembra la domanda che trapela da tutta la liturgia. Per quanto desiderabile, non sembra proprio che la letizia sia così facilmente afferrabile in questo mondo. La testimonianza del Battista è estremamente rivelatrice: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me”. Come a dire: colui che induce alla letizia è tra di voi, ma voi non lo distinguete; solo quando lo si conoscerà, sgorgherà la letizia che trasfigura il mondo. Fino ad allora, vale il pentimento per la conversione, di cui il battesimo nell’acqua è il segno. Come tutta la storia dello stesso Battista e degli apostoli mostrerà e come tutta la nostra vicenda personale conferma, il mistero della persona di Gesù, il Messia che viene a liberare e rallegrare, non si rivela al nostro cuore, nella sua potenza di redenzione, in un momento. C’è un momento per l’incontro, allorquando il fascino della sua grazia e la letizia che scatena tocca il nostro cuore, come lo è stato per il Battista, per gli apostoli, per i suoi discepoli. Ma per la conoscenza di lui non basterà la vita, che però non potrà più essere vissuta se non nella sua luce.

Quando Paolo esorta i credenti: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie”, illustra la fede nel Signore Gesù come esperienza di letizia. Chi ha percepito l’amore di benevolenza di Dio sul mondo, di cui Gesù è il testimone e il rivelatore, può vivere nella letizia, diventa capace di accogliere il suo Dio nella preghiera e non ha più bisogno di rivendicare nulla perché rende grazie in ogni cosa. Il legame tra queste tre cose è tanto forte che ognuna, praticata in sincerità, fa ottenere anche le altre due: chi vuole rendere grazie in ogni cosa si ritroverà presto guarito e liberato da ogni forma di pretesa e potrà godere dell’intimità che sogna e della gioia a cui anela. Chi prega in sincerità ritroverà la libertà interiore per stare lieto e vivere la vita in eucaristia, in rendimento di grazie. Ma la letizia che fa vivere è quella che germoglia, come dice il profeta Isaia, dall’incontro con colui che scopro essere il mio Salvatore, col quale attraversare dolori e fatiche della vita.

Si può rilevare un particolare denso di mistero nel vangelo di Giovanni. Il Battista, rispondendo a coloro che gli chiedono conto della sua identità davanti al popolo, non si dà un nome suo, ma si definisce solo in rapporto al Cristo: ‘voce che grida’, come più avanti si definirà ‘amico dello sposo’. Né la Vergine né lo stesso evangelista vengono chiamati col loro nome, ma solo in rapporto a Cristo: ‘la madre di Gesù’, ‘il discepolo che Gesù amava’. Una grande lezione di santità: le persone più vicine a Cristo sono quelle che lasciano che il Cristo traspaia in loro e proprio questo costituisce la loro identità nella quale leggere e comprendere la loro storia.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Avvento

 

4a Domenica

(21 dicembre 2008)

 

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2Sam 7,1-16;  Sal 88;  Rm 16,25-27;  Lc 1,26-38

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La liturgia della quarta domenica è centrata sulla proclamazione dell’amore eterno di Dio al suo popolo: “È un amore edificato per sempre” (Sal 88,3), a cui fa da contrappunto la supplica che sale dal cuore degli uomini: “Stillate dall’alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto: si apra la terra e germogli il Salvatore” (cf. Is 45,8). Il passo di Isaia è citato secondo la versione latina della Volgata di s. Girolamo che interpreta in chiave messianica l’invocazione del profeta: “le nubi facciano piovere la giustizia ... si apra la terra e produca la salvezza”.

Il Salvatore viene dall’alto, ma contemporaneamente germoglia dalla terra. Vale per la Madre di Dio, la nostra terra, che ha dato alla luce il Salvatore, ma vale per ogni cuore, che comunque è terra feconda del Salvatore. Bisogna che si compia finalmente quello che preghiamo con il Padre Nostro: ‘sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra’. Intendendo: manifesta la tua bontà per noi finché la terra del nostro cuore diventi tutta cielo, finché il nostro cuore abbia fatto germogliare Colui che del cielo è sovrano e farà vivere in terra come nel cielo.

Si è manifestato lo splendore della gloria di Dio, che è amore per gli uomini, quando il Figlio è diventato la Dimora dell’uomo. Il tema della dimora percorre il brano del secondo libro di Samuele, che riferisce del desiderio di Davide di costruire una degna dimora a Dio. Sarà invece Dio a costruire una casa a Davide, a dargli quella discendenza da cui scaturirà il Salvatore, vera dimora di Dio in mezzo agli uomini. La promessa di Dio, che il profeta Natan riferisce a Davide, si compie con il consenso della Vergine al desiderio di Dio manifestatole dall’angelo: “Fisserò un luogo per Israele, mio popolo ... Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici ... La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me” (2Sam 7,10.11.16). Quel Verbo che era presso Dio, come proclama il prologo del vangelo di Giovanni, essendo Dio, ora è anche presso gli uomini, essendo uomo, nato dalla Vergine Maria. Il che significa che la creazione ritrova il suo splendore perché il cielo riflette la terra e la terra riflette il cielo. Come la Vergine, tutta la nostra umanità è chiamata ad acconsentire al sentire di Dio, all’operare di Dio, allo splendore di Dio in questo mondo perché la sua gioia si compia e la sua gioia illumini i nostri volti. Sarà la gioia del Natale di Gesù allorquando la gioia di Dio potrà essere goduta dalla nostra umanità che così viene guarita dalla sua tristezza ed esaltata nella sua dignità.

L’obbedienza alla fede, di cui parla Paolo nella sua lettera ai Romani, non può che comportare la condivisione del disegno di Dio per l’uomo, condivisione che si traduce nell’esperienza di una gioia inaccessibile all’avversario, perché tutto e tutti ormai sono visti come destinatari e fruitori possibili di quell’unica gioia. La gioia come mistero di intercessione per l’intera umanità. Il senso dell’obbedienza alla fede, nella rivelazione del mistero taciuto nei secoli e rivolta a tutte le genti, è di mostrare come la terra sia feconda del Salvatore, proprio come oggi prega la Chiesa: “concedi alla tua Chiesa la fecondità dello Spirito, perché sull’esempio di Maria accolga il Verbo della vita e si rallegri come madre di una stirpe santa e incorruttibile”. È la preghiera perché ogni anima diventi madre del Salvatore; è la preghiera di intercessione per il mondo perché dare alla luce il Salvatore significa portare consolazione al mondo.

Non ogni terra però fa germogliare il Salvatore. E qual è la terra che lo farà germogliare? Troviamo la risposta nel brano evangelico dove la Vergine Maria si dichiara serva del Signore. Tutta la sua anima abita in quelle parole: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Il desiderio di Dio di abitare con gli uomini, di prendere dimora fra gli uomini, di farsi dimora degli uomini, finalmente si compie. E la Vergine vi acconsente, acconsente a che il disegno di Dio si compia in tutto il suo splendore. Il suo acconsentire rivela tutta la purità e sincerità del suo cuore: non sa come si realizzerà il disegno di Dio, ma vi acconsente; non sa cosa le sarà richiesto, ma vi acconsente. Nello stesso tempo, rivela tutta l’intimità del suo cuore, che comunque sta dalla parte di Dio, è un tutt’uno con il sentire di Dio, non cerca altro sentire se non quello stesso di Dio. In effetti, quando il sentire interiore è profondo, il rapporto è potente e quando il sentire tocca le radici del cuore, l’intimità è compiuta: nessun estraneo avrà più accesso in quello spazio. Da quell’intimità mai più si allontanerà e permetterà così che la gioia di Dio e dell’umanità si compia. Il prodigio della concezione e della nascita del Figlio, di cui lei sola conosce il mistero, conferma quell’intimità, non la crea. La fede non ci strappa dalla nostra umanità, ma l’avvalora, la compie nella sua dignità e nei suoi aneliti.

Se è Dio che prepara una casa all’uomo, non la può preparare senza l’uomo. Il Bene che Dio vuole all’uomo non può non tendere a che l’uomo lo possa anche godere e come l’uomo può goderlo se non l’accoglie in libertà di cuore? È il mistero stesso dell’apparizione della gloria di Dio. Se Dio apparisse con la sua gloria in modo da piegare l’uomo sconvolgendo l’universo, non sarebbe il vero Dio perché avrebbe bisogno di ‘apparire’ Dio. Ma Dio è Dio perché non ha bisogno di dimostrarlo. E se appare la gloria di Dio è perché l’uomo possa risplendere del suo fulgore. Ma se l’uomo chiude il cuore, luogo da cui unicamente può risplendere quel fulgore, come può vedere la sua gloria? E ancora, se il cuore non coglie la promessa di vita e quel fulgore di gloria nella parola del Signore, come può riconoscere lo stesso Signore nei poveri in cui si confonde?

È il mistero del Natale del Signore, a Betlemme come nei cuori, allora come adesso, ora come in futuro. Possano i nostri cuori riconoscere in quel Bambino, portato dalla Vergine, il Salvatore, nella sua parola la promessa di vita per noi, nelle sue sofferenze i segni del suo amore, nel suo esserci la grazia per noi, capace di diventare la grazia per tutti.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Natale

 

Natale di N. S. Gesù Cristo

(25 dicembre 2008)

 

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Messa della notte: Is 9,1-6;  Sal 95;  Tt 2,11-14;  Lc 2,1-14

Messa dell’aurora: Is 62,11-12;  Sal 96;  Tt 3,4-7;  Lc 2,15-20

Messa del giorno: Is 52,7-10;  Sal 97;  Eb 1,1-6;  Gv 1,1-18

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La liturgia del natale del Signore si distende tradizionalmente su tre formulari di messe (la messa della notte, dell’aurora e del giorno) che sottolineano i vari aspetti della celebrazione. La chiave celebrativa è data dal canto all’alleluia nelle tre messe, tratto dall’annuncio e dall’invito degli angeli ai pastori: “Vi annunzio una gioia grande … Gloria a Dio e pace in terra … Venite tutti ad adorare il Signore”. È l’esultanza che percorre la chiesa per la nascita del Salvatore, esultanza che si estende a tutta la terra e si traduce nell’esperienza della luce e della pace, così caratteristica delle tradizioni natalizie anche in chi ha ormai illanguidito la sua visione del mistero. Quella gioia ci tocca perché ci riguarda, è un dono per noi. Caso mai, il problema nasce nel come trattenerla, come farla propria, come farle attraversare tutta la nostra vita per illuminarla.

La liturgia insegna ad affinare gli sguardi. La realtà che ci si para davanti non è di immediata fruizione. Il periodo di avvento ci aveva incoraggiati: “viene il Signore con potenza”. Oggi gli occhi si riempiono di luce e di gioia. Ma la realtà qual è? Quale potenza mostra mai un Dio che si fa fragile e inerme bambino? Quali luci in un evento di cui nessuno sembra accorgersi, in una situazione di povertà e di totale discrezione? La liturgia natalizia incastona l’evento del natale di Gesù tra la testimonianza del Padre con l’antifona di ingresso: “Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (Sal 2,7) e la testimonianza dell’apostolo Giovanni: “Il Verbo si è fatto carne e noi abbiamo visto la sua gloria” con l’antifona alla comunione. La gloria che gli apostoli hanno visto è la gloria di quella generazione eterna, vista nel suo rapporto con gli uomini perché in quella generazione eterna è espresso tutto l’amore che dà senso al mondo e che costituisce pure la gloria dei figli degli uomini. Come gli angeli cantano ai pastori: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”. Da intendersi: la gloria che deriva a Dio dal suo amore per gli uomini, di cui il Figlio è la cifra suprema, si risolve per gli uomini nella condivisione di quell’amore con lui e tra di loro, vera loro pace. Di tutto questo è segno quel Bambino che oggi nasce a Betlemme, fonte di letizia per il mondo.

A sottolineare la fecondità del realismo dell’amore di Dio che ci viene incontro nella nostra stessa umanità, la liturgia prega con la colletta della messa dell’aurora: “Signore, Dio onnipotente, che ci avvolgi della nuova luce del tuo Verbo fatto uomo, fa’ che risplenda nelle nostre opere il mistero della fede che rifulge nel nostro spirito”, ripreso ancora nella colletta della messa del giorno: “O Dio ... fa’ che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana”.

L’espressione di un’omelia di Gregorio Palamas illustra bene la natura di quell’operazione di cui ravvisiamo i termini proprio in questa notte di luce: “Vedendo che le creature dotate di ragione erano danneggiate dal desiderio d’essere maggiori, fa loro dono di se stesso, di cui nulla è maggiore, né pari, né prossimo, ed invita alla partecipazione coloro che lo desiderano... Elimina incredibilmente l’occasione delle cadute fin dal principio: essa era la superiorità e l’inferiorità contemplate negli enti e l’invidia, l’inganno e le contese, manifeste e nascoste, che ne derivavano ... La stessa Parola, Dio da Dio, avendo svuotato se stessa in modo ineffabile ... divenuta umile e povera come noi, ha innalzato ciò che stava in basso; anzi, riunite entrambe le cose in una sola, per aver mescolato alla divinità l’umanità, ha mostrato in tal modo a tutti la via che porta verso l’alto, l’umiltà, proponendo oggi se stessa come esempio agli uomini e agli angeli santi”.

L’esultanza che ne deriva è ben espressa dalla testimonianza degli angeli ai pastori a Betlemme. L’annuncio della gioia tocca gli angeli (messa della notte), a sottolineare che quella gioia è un’offerta, un dono celeste. La formulazione però dell’annuncio è più misterioso di quanto crediamo. Le parole messe in bocca agli angeli sono già frutto di una lunga esperienza di compagnia con quel Figlio, che ora è visto bambino, ma che il racconto evangelico testimonierà essere presso Dio prima della creazione del mondo, essere venuto a rivelare il vero volto di Dio, essere venuto a morire e risorgere per dare la vita agli uomini. E quando proclamano “gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” esprimono la verità del mistero a lungo contemplato e adorato; si tratta dell’esultanza dell’esperienza dell’amore di Dio per l’uomo. Nel suo amore per l’uomo Dio trova la sua gloria che è appunto lo splendore del suo amore di accondiscendenza per l’uomo (e gli angeli sono coloro che adorano Dio in modo puro perché esultano per un mistero che li trascende: non celebrano Dio per l’amore verso di loro ma verso gli uomini, creature a loro inferiori. Ricorderà poi Gesù che non si può adorare Dio cercando la propria gloria!) e sempre in quell’amore l’uomo trova la sua pace, ritrova il senso e la gioia del vivere, perché di quell’amore è intriso il mondo e di quell’amore respira il cuore dell’uomo.

 

La letizia dell’annuncio natalizio costituisca il vigore dell’anima e lo spazio di intelligenza del cuore.

Buon Natale a tutti.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Natale

 

Santa Famiglia

(28 dicembre 2008)

 

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Gn 15,1-6; 21,1-3;  Sal 104;  Eb 11,8-19;  Lc 2,22-40

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La liturgia di oggi contempla il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio sottolineandone gli aspetti di veracità storica. Dio si fa uomo in un determinato popolo, con determinate leggi, dentro una determinata storia, rispettando certe regole: la mamma si dovrà purificare, il bambino ebreo dovrà essere circonciso, gli si darà un nome, sarà presentato al tempio e vivrà in una famiglia che gli assicurerà la crescita e l’educazione.

Due sono i personaggi che introducono a questa contemplazione: Abramo e Simeone. Proprio di Abramo Gesù dirà: “Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia” (Gv 8,56). E Simeone esultante proclama, prendendo tra le sue braccia il bambino Gesù: “i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Quando o come Abramo avrà potuto vedere il giorno di Gesù? L’ha visto profeticamente alla nascita di Isacco, il figlio della promessa, avuto in vecchiaia, ma soprattutto dopo aver riavuto il suo Isacco, amatissimo, allorché il Signore gli impedisce di sacrificarlo e gli fa trovare l’ariete per l’olocausto sul monte Moria (cfr Gn 22). E l’ha visto nella sua discendenza, in Simeone, che da Abramo deriva e che ha tenuto Gesù bambino nelle sue braccia. L’esultanza di Abramo attraversa tutta la sua discendenza per giungere a compiersi in Simeone e da Simeone risale indietro fino a ricadere sullo stesso Abramo.

Il testo del vangelo di Luca che narra della presentazione al tempio di Gesù è ricco di particolari misteriosi, particolari che tradiscono la contemplazione di un mistero, velato ma percepibile. Luca parla della loro purificazione: ma solo la mamma era tenuta a purificarsi dopo il parto (cfr. Lev 12,1-8). Non c’è nessuna legge che prescrive di portare il bambino al tempio. La Legge di Mosè prescrive di consacrare e riscattare ogni primogenito (cfr Es 13); Luca, citando quella norma, ne modifica l’espressione dicendo che ‘ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore’ ed usa le stesse parole dell’angelo Gabriele quando reca l’annunzio a Maria. Come a sottolineare: Gesù non ha bisogno di essere consacrato al Signore e non deve essere riscattato; anzi, lui è il Consacrato, il Cristo del Signore; lui sarà il riscatto per il suo popolo, per l’intera umanità. In lui si concentra tutto il senso della storia sacra perché compie in verità quello che nella Legge veniva descritto in simbolo: Gesù è il primogenito diletto che compie il sacrificio di Isacco, come lui è il vero pane celeste che era prefigurato nella manna.

Simeone, che aspettava la consolazione di Israele, figura di tutta l’umanità in attesa, ha ricevuto la promessa che non avrebbe visto la morte prima di aver veduto il Messia del Signore, cioè colui stesso che era la consolazione di Israele, colui nel quale tutte le attese di consolazione si sarebbero compiute. E siccome si sarebbero compiute attraverso la passione della croce, Simeone vede la spada di dolore che trafiggerà la mamma di quel bambino, non solo in ragione del suo dolore di mamma, e nemmeno solo in ragione della sofferenza della divisione nel suo popolo che sperimenta in se stessa in tutta la sua tragedia, ma anche e soprattutto in ragione della sua solidarietà con il Figlio Redentore e con l’Amore del Padre che così perdutamente testimonia la sua dilezione per gli uomini.

Ma anche la visione di Simeone, come quella di Abramo, come del resto la visione di ogni credente, è una visione profetica. Tiene il bambino Gesù in braccio e vede avanti, vede in spirito, sente il mistero di quel bambino venuto a compiere tutte le attese: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. È il cantico che la chiesa innalza a compieta, tutti i giorni, come a riprova che l’esito dei nostri giorni mortali non può che risolversi in questa contemplazione di Dio. Eppure le parole di Simeone hanno un’altra forza. Potremmo tradurle così: Signore, ora che ho potuto trattenere una tua parola, fa che sia sciolto da ogni legame che impedisce a questa parola di agire, che impedisce al mio cuore di goderne la potenza e possa cominciare a vivere in quella pace che compie la mia attesa ed anche la tua! Sì, perché non è soltanto l’uomo ad aspettare la consolazione, è anche Dio e la consolazione di Dio è la condivisione della sua gioia e della sua pace con noi. E possano tutte le genti, insieme al popolo di Israele, diventare l’Israele di Dio, nel quale si compie la consolazione e dell’uomo e di Dio.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Natale

 

Maria ss. Madre di Dio

(1 gennaio 2009)

 

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Nm 6,22-27;  Sal 66;  Gal 4,4-7;  Lc 2,16-21

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Il primo gennaio, capodanno, coincide con l’ottava del Natale. La Chiesa festeggia, da una parte, la gloria della madre nella sua divina maternità venerando la Vergine con il titolo di ‘madre del Cristo e di tutta la chiesa’, come recita la preghiera dopo la comunione espressamente voluta da papa Paolo VI e, dall’altra, la verità dell’incarnazione del Figlio di Dio facendo memoria del rito della circoncisione e dell’imposizione del nome al bambino nell’ottavo giorno. Consacrando poi la giornata all’intercessione per la pace, la chiesa annunzia al mondo che in Cristo è fatta pace tra cielo e terra e che la pace tra gli uomini ne è come il riverbero, lo splendore di benedizione.

È in onore della solenne proclamazione del titolo di ‘Theotokos’ al concilio di Efeso del 431 che papa Sisto III, a Roma, restaura l’antica basilica sul colle Esquilino consacrandola alla Vergine Maria, basilica che ancora oggi si chiama Santa Maria Maggiore, essendo la prima chiesa in occidente ad essere dedicata alla madre di Dio.

Una composizione liturgica bizantina fa cantare la chiesa esultante per la nascita del suo Salvatore dal seno della Vergine: “Che cosa ti offriremo, o Cristo? Tu per noi sei apparso, uomo, sulla terra! Ciascuna delle creature da te fatte ti offre il rendimento di grazie: gli angeli, l’inno; i cieli, la stella; i magi, i doni; i pastori, lo stupore; la terra, la grotta; il deserto, la mangiatoia; ma noi ti offriamo la Madre Vergine”.

Dal Padre, che ha benedetto la Vergine Maria, la quale porta ed ha dato alla luce il Benedetto, discende per noi ogni benedizione. Se la formula di benedizione riportata nel libro dei Numeri concerne Israele, il salmo 66 la estende a tutta l’umanità perché ormai colui, che del Padre è lo splendore, è nato per noi. In lui si concentra la pienezza di benedizione, in lui che è nato nella pienezza dei tempi, come dice l’apostolo. Ciò significa che la sua benedizione copre tutti i tempi e contemporaneamente ogni genere di tempo, tutto il tempo della vita in tutte le situazioni possibili. Quando il canto al vangelo proclama: “Dio ha parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” allude non semplicemente al fatto che colui che era stato annunciato dai profeti è venuto, ma che in lui si compiono tutte le possibilità dei tempi.

La realtà dell’incarnazione comporta anche la variabile tempo. Ogni cosa ha il suo tempo, ogni cosa ha bisogno del suo tempo. Anche la Vergine Maria ha avuto bisogno di tempo per assuefarsi all’agire di Dio. Il brano evangelico la descrive come colei che “custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Evidentemente perché anche per lei la realtà non svelava il suo mistero di colpo. I due verbi, custodiva e meditando significano più direttamente: teneva se stessa e queste cose insieme in cuore, facendole rimbalzare l’una sull’altra in modo da ottenerne una visione d’insieme. Sono termini che illustrano il metodo di lettura delle Scritture: una parola si illumina con un’altra parola ed il senso che ne scaturisce si riverbera nel cuore aprendo la parola al cuore e il cuore alla parola. E non se ne tralascia nessuna: tutte queste cose del testo sono sia le parole udite (dall’angelo, dai profeti, dai pastori) sia gli eventi successi; non si cerca solo quella adatta a me, ma ci si adatta a loro tutte, insieme. Non si preferisce un tempo (il tempo della gioia, del godimento), ma si tengono insieme tutti i tempi (anche il tempo del dubbio, dell’afflizione). Allora, poco a poco, anche al nostro cuore si svelerà quella benedizione che Dio ha posto sull’umanità e la vita tornerà a splendere della presenza del nostro Dio.

Nessuno meglio della Vergine Maria ha visto l’estensione e la profondità della benedizione di Dio sull’umanità. “Così porranno il mio nome e io li benedirò” dice il testo dei Numeri, come a dire: lascia che si ponga su di te una sua parola, la sua Parola e lei sarà la tua benedizione, ti custodirà e ti terrà compatto, dentro un’intimità, alle radici del cuore, come è avvenuto per la Vergine Madre di Dio.

La colletta, quando prega: “Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi…”, riprende la dichiarazione di Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Ma anche la promessa di Gesù ai discepoli: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). La benedizione di Dio per l’uomo consiste proprio nel suo dimorare fra noi, in noi. L’aspetto straordinario, sconvolgente, dell’amore di Dio per l’uomo, che però spesso nemmeno siamo più capaci di percepire, è dato dal fatto che possiamo essere accolti in quella stessa intimità di vita e di relazione che esiste tra il Padre e il Figlio e che ci è fatto dono di quella stessa intimità. Sembra strano, ma soltanto da dentro quella intimità possiamo sperare di compiere la volontà del Padre nella nostra vita e sentirci avvolti dalla sua benedizione. Se prima non si gusta la volontà di benevolenza di Dio nei nostri confronti, che si esprime nella benedizione che è il Cristo per noi, datoci dalla Vergine Maria, come poter arrivare alla gioia dell’osservanza dei comandamenti? Se non capiamo come Cristo non antepose nulla all’amore per noi, come possiamo noi non anteporre nulla all’amore per Cristo e ritrovarci amati dal Padre, che nel suo Figlio ha posto tutto il suo compiacimento? Il mistero della benedizione di Dio sull’uomo sta tutto qui e tutta la vita della Vergine, come il suo parto prodigioso, è lì a dimostrarlo.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Natale

 

2a Domenica

(4 gennaio 2009)

 

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Sir 24,1-12;  Sal 147;  Ef 1,3-6.15-18;  Gv 1,1-18

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Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi” è il ritornello della liturgia di questa domenica natalizia. Il mondo non si è accorto di nulla perché ‘nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa … il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale’, come canta l’antifona d’ingresso. Ma chi ha ricevuto la grazia di poter vedere non ha potuto frenare la gioia e in quella gioia ha sentito tutta la grandezza dell’amore di Dio, tutta la bellezza della creazione, il senso e lo scopo di tutta la storia umana. La storia dell’uomo è oramai visibilmente storia di Dio, storia divina. La colletta ci fa pregare: “Padre di eterna gloria, che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito perché accogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del regno”. È il motivo della solenne, larga benedizione che sale dal cuore dei credenti, come riporta Paolo: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo”.

Come non interpretare allora le nostre così frequenti ‘lamentele’ nella vita come una mancata rivelazione, come un’impossibilità di accedere a quel certo orizzonte dove tutto è bagnato dalla luce di quella benedizione? E se davvero i nostri occhi si sono aperti per riconoscere la venuta tra noi di colui che custodisce quella benedizione, perché smarrirci allora nelle paure e nelle angosce, come se qualcosa di essenziale ci mancasse ancora?

Se davvero l’uomo è fatto su Dio e per Dio, allora l’argomentazione dell’evangelista Giovanni nel prologo del suo vangelo suona stringente: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. Lui è la Verità su Dio e Dio ormai non è che il Padre del Signore Gesù Cristo e se vogliamo accedere a tale Padre, il Figlio è la via. Ma la verità su Dio comporta la verità sull’uomo e perciò: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo nome, i quali … da Dio sono stati generati”. Il Signore Gesù Cristo, con il dono del Suo Spirito, di cui la gloria che gli angeli rivelano ai pastori è come un rimando, ci fa fruitori di quello sguardo di compiacenza del Padre su di Lui (“Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”, Mt 3,17). Ecco perciò la verità dell’incarnazione: Dio si fa uomo perché l’uomo possa farsi Dio. E si può commentare: quello che Dio da sempre ha sognato (“in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo”), cioè unire a sé l’uomo per farlo partecipe della sua gioia nell’amore scambievole, nel Cristo finalmente si realizza. In lui divinità e umanità sono inscindibilmente unite, Dio finalmente risplende nell’uomo e l’uomo risplende del suo Dio. E se tutto diventerà più svelato con la morte e risurrezione di Gesù, già però se ne può intravedere il mistero fin dalla sua nascita dalla Vergine Maria, almeno per coloro che gli si avvicinano con stupore e sanno vedere nelle parole e negli eventi che lo riguardano gli indizi della sua gloria.

Nelle sue poesie sul mistero del Natale s. Efrem canta: “Maria è il giardino sul quale discese dal Padre la pioggia della benedizione; di quella effusione lei asperse il volto di Adamo”. Facendo parlare la stessa Madre di Dio, vede nel riferimento a Cristo lo scopo supremo della vita, capace di una visione nuova, trasformante: “Se una madre ha un bambino, questo diventa fratello del mio diletto. Se ha una figlia o una congiunta, questa diventa la sposa del mio Signore. Colui che ha un servo, gli conceda la libertà, affinché venga per servire il suo Signore … A causa tua una serva diventa libera. Se una ti ama, c’è nel suo seno una invisibile liberazione”.

Se prima della creazione del mondo, l’uomo è stato pensato da Dio in funzione della capacità di portare la bellezza del Figlio di Dio, allora come non vedere nell’esperienza della conoscenza di quel Figlio, ormai diventato Figlio dell’uomo, l’esito supremo della vita, il compimento di ogni desiderio di verità e bellezza? È in ragione di questa possibilità che l’annuncio evangelico si rivolge a tutti, a tutte le genti, a tutto l’uomo. Ed è in ragione di questo annuncio che il credente in Cristo vive ormai la sua vita, pronto a donarla perché la gioia dell’altro si compia e su tutti risplenda la gloria del Signore. Ma come attendere alla gioia dell’altro se questa non prorompe, profonda, limpida, nel proprio cuore? Quando s. Gregorio di Nissa si domanda quale sia quel regno dei cieli che si trova dentro di noi (cfr. Lc 17,21) non può che rispondere: “Di cos’altro si può trattare, se non della gioia che si riversa dall’alto nelle anime tramite lo Spirito? Essa è come l’immagine, la garanzia e la prova della gioia eterna di cui godranno le anime dei santi nel secolo che attendono”. Proprio ciò che chiediamo nella colletta, con la richiesta di fare anche noi la stessa esperienza dell’apostolo Giovanni e di entrare anche noi in quel circolo di benedizione che descrive Paolo. A tal punto che, se davvero quella benedizione è sopra di noi e sgorga profonda dal nostro cuore, come cercare altrove quello di cui ha bisogno il nostro cuore, come avere paura di veder scemare la speranza che portiamo, come volere dal prossimo quello che invece a lui dobbiamo nel segno della condivisione di quella benedizione? Del resto, è proprio questo l’argomento e l’orizzonte della preghiera, luogo di adorazione e di memoria perché e finché quella benedizione ci conquisti e conquisti il mondo con la sua pace.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Natale

 

Epifania

(6 gennaio 2009)

 

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Is 60,1-6;  Sal 71;  Ef 3,2-6;  Mt 2,1-12

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La festa dell’Epifania, parola greca che significa manifestazione, è forse più antica della stessa festa del Natale, almeno in certe regioni della cristianità. Comunque, una volta che da Roma, a partire dal sec. IV, si è diffusa la celebrazione del Natale sia in oriente che in occidente le due feste si sono completate a vicenda: se il Natale celebra la manifestazione del Verbo di Dio fatto uomo, l’Epifania celebra la manifestazione della divinità di quel ‘Bambino nato per noi’. In occidente la liturgia ha preferito costituirsi attorno all’adorazione dei Magi, mentre l’oriente ha preferito privilegiare la manifestazione della divinità di Gesù al battesimo. Comunque tre sono i misteri della manifestazione della divinità di Gesù che la liturgia contempla: l’adorazione dei Magi, il battesimo, le nozze di Cana.

Se consideriamo il vangelo di Matteo, i primi due capitoli, che narrano degli eventi della nascita di Gesù, sono costruiti sul suo riconoscimento come Figlio di Dio e Re dei Giudei, nel quale si compiono le profezie e si svelano i progetti di Dio per il suo popolo e per l’umanità. Il capitolo primo contiene il riconoscimento da parte dei ‘piccoli’ in Israele, i pastori, mentre il capitolo secondo narra del riconoscimento da parte dei ‘grandi’ nel mondo, i Magi. Sono le primizie sia di Israele che dei pagani, preludio al riconoscimento universale dell’Israele di Dio, ebrei e gentili, destinatari insieme della salvezza operata da Dio per l’umanità.

Il numero dei Magi è fissato in funzione dei doni che sono ricordati nel vangelo: oro, incenso e mirra. Il titolo di magi è un titolo dottorale e religioso, ma la leggenda li ha immaginati come re, dal momento che i loro doni sono doni regali. I loro nomi, Melchiorre, Baltassarre e Gaspare, si ritrovano nel ‘Libro armeno dell’Infanzia’, risalente al sec. VI, che li reputa tre fratelli: Melchiorre re dei Persiani, Baltassarre re delle Indie, Gaspare re degli Arabi. La tradizione ha fissato anche il simbolismo dei tre doni: l’oro al Re, l’incenso al Sommo Sacerdote eterno, la mirra per la sua sepoltura. E Leone Magno, nelle sue bellissime omelie sull’Epifania, attualizza così il significato simbolico dei tre doni: chi viene al Cristo, offre l’oro dal tesoro del suo cuore quando lo riconosce re di tutte le creature, offre la mirra quando crede che il Figlio Unigenito di Dio ha assunto una vera natura di uomo ed offre l’incenso quando lo confessa uguale al Padre.

Se ora ci accostiamo al racconto evangelico dell’adorazione dei Magi, quanti particolari suggeriscono pensieri profondi! I Magi, persone colte e osservatrici degli astri, vedono sorgere una stella, fenomeno che interpretano come l’arrivo di un grande re in Giudea e decidono di venire a cercarlo. La strada per la Giudea la conoscono ed il testo non dice che la stella li guidava. Solo dopo aver ricevuto la conferma della profezia da Israele che un re sarebbe nato a Betlemme, ricompare la stella e li precede fin là. E quando devono ritornare indietro, cambiano strada. Intanto notiamo il contrasto: i Magi si sono mossi, senza sapere bene dove andare, mentre Israele conosce la profezia riguardo al bambino che deve nascere, ma non si muove; i Magi sono nella gioia, Gerusalemme nel turbamento. I Magi sono partiti perché spinti dal cielo, ma si affidano alle Scritture di Israele per conoscere il luogo di nascita del nuovo re e solo dopo essersi affidati alla parola rivelata ricompare la stella del cielo che conferma loro la profezia; dopo aver riconosciuto il nuovo re, ritornano al loro paese, ma per altra strada, come ad indicare che nulla è più come prima, come per i pastori che, dopo aver udito e visto, glorificano e lodano Dio tornando a casa loro, a sottolineare che un cuore convertito al Signore possiede una luce e un sapore prima sconosciuti.

Non è la stessa situazione dell’uomo di fronte al desiderio di infinito che porta dentro? Se va a cercare la ‘parola’ è perché questo desiderio lo rode e se si lascia condurre da questo desiderio non solo trova la ‘parola’, ma ritrova la gioia di quel desiderio che l’accompagna nella ‘pratica della parola’ fino a trasformare tutto il suo cuore e a volgerlo in perenne adorazione e nei pensieri e nella vita. È appunto il mistero della scoperta del tesoro nel campo, è il mistero dell’incontro dell’uomo con il suo Dio. Il brano finisce con l’accenno alla strage di Erode. La presenza del dramma non è lì a gettare una luce fosca sull’idillio appena descritto, ma prelude al dramma finale della vita di quel bambino che, morendo in croce e poi risuscitando, rivela la gloria dell’amore di Dio per l’uomo che non si arresta e non devia dai suoi progetti di fronte all’ingiustizia, che anzi fa diventare proprio luogo di rivelazione del suo amore.

Di fronte a questa rivelazione scaturisce una doppia responsabilità per i credenti: 1) se il Messia è promesso alle genti, di che cosa siamo noi credenti debitori al mondo? Siamo debitori proprio della conoscenza del Signore. E questo debito pende sulla nostra testa; 2) se il Messia è promesso alle genti, vuol dire che fin tanto che tutte le genti non l’hanno conosciuto, la nostra stessa conoscenza del Messia è manchevole, resta limitata. Come in un’amicizia: fin tanto che non ho trovato qualcuno che voglia bene a me, io non potrò scoprire quello che sono in verità, quello che porto e di cui sono capace. Così è con Dio. Fin tanto che tutti non l’hanno conosciuto, Dio non ha ancora avuto modo di manifestarsi in tutta la sua ricchezza. Attendere questa manifestazione, nel cuore di tutti, rende umili e adoranti.

L’augurio per noi che già l’abbiamo riconosciuto sia quello di trovare in lui, come dice il salmo 86, tutte le nostre sorgenti, cioè la vita in abbondanza. E, come i Magi, in ‘gioia grandissima’ da condividere con chiunque, senza paure.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Natale

 

Battesimo del Signore

(11 gennaio 2009)

 

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Is 55,1-11;  Sal: Is 12,2-6;  1Gv 5,1-9;  Mc 1,7-11

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Il mistero del battesimo di Gesù faceva parte della celebrazione della festa dell’Epifania. L’antifona al Benedictus della liturgia delle ore lo ricordava stupendamente: “Oggi la Chiesa, lavata dalla colpa nel fiume Giordano, si unisce a Cristo, suo Sposo; accorrono i magi con doni alle nozze regali e l’acqua cambiata in vino rallegra la mensa”. La festa di oggi è stata iscritta nel calendario romano solo nel 1960 ed è stata fissata alla data attuale nel 1969.

Il venire di Gesù al Giordano a farsi battezzare dà inizio alla sua vita pubblica, avvia il compimento di quello per cui è stato mandato: la salvezza degli uomini. Il primo gesto di Gesù, nel compiere la sua missione, è quello di stare solidale con i peccatori. Lui, l’Innocente, l’Agnello che toglie i peccati del mondo, è in fila con i peccatori per ricevere il battesimo di penitenza di Giovanni. Lui non ha bisogno del battesimo. Perché allora viene a farsi battezzare? Viene per celebrare il suo sposalizio: nella sua umanità oramai è lavata tutta l’umanità, che può stare unita a lui e godere, come lui, di quello Spirito che come colomba si posa sul suo capo, capo del suo corpo che siamo noi. Nessuno può ancora vedere lo Spirito però; solo Gesù, uscendo dalle acque, lo può vedere perché ne è ripieno ed anche Giovanni, che con quel battesimo dato a Gesù finisce la sua opera di battezzatore per lasciare posto a lui, al suo nuovo battesimo, il battesimo nello Spirito. Si potrà vedere allorquando, compiuta la sua missione, avendo patito per gli uomini, morto e risorto, lo effonderà come lingue di fuoco sugli apostoli. Vedere lo Spirito Santo significa poter penetrare nei cieli ormai aperti, significa aver sperimentato in tutta la sua potenza quel compiacimento che la voce proclama da parte di Dio su Gesù.

Il racconto di Marco è densissimo di allusioni. Se i profeti (cf. Ml 3,22) motivavano l’invito a emendarsi mirando al passato, richiamando cioè Mosè e la Legge, con il Battista oramai si guarda al futuro, alla venuta di colui che battezzerà in Spirito Santo. L’azione dello Spirito è di far sì che l’uomo appartenga a Dio (cf. Ez 36,28; Is 44,5) e denominarlo Santo, oltre che alludere alla natura divina, significa sottolinearne l’azione specifica: introdurre l’uomo nella sfera divina, consacrarlo nella fedeltà a Dio. Con il suo battesimo, a differenza di tutti coloro che ricevono il battesimo di Giovanni, Gesù non confessa la sua complicità con il male, ma manifesta la disposizione di offerta totale di sé: si impegna a compiere la sua missione a favore degli uomini disposto a non risparmiare nemmeno la sua vita. Si tratta di compiere l’esodo definitivo per il nuovo popolo dell’alleanza.

In effetti, la visione dello Spirito è collocata in un momento preciso: “E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba”. Successivamente “venne una voce dal cielo ...”. Il verbo squarciarsi, ripreso alla fine del vangelo con il velo del tempio che si squarcia in due da cima a fondo (Mc 15,38), segnala l’irreversibilità del movimento, come per alludere che Dio non può contenere il suo amore quando incontra un amore come il suo. Non c’è più chiusura tra cielo e terra, tra Dio e uomo e lo Spirito scende su Gesù come nel suo luogo desiderato. La voce lo conferma: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Come a dire: colui che si consegna per amore degli uomini è il luogo naturale dello Spirito di Dio. Con l’allusione, nell’immagine della colomba, allo Spirito Creatore di Gen 1,2, il quale in Gesù porta a compimento la creazione dell’uomo, portandola alla pienezza umana, ricolma di Spirito.

In quel ‘Figlio mio, l’amato’ risuona l’eco dell’esperienza di Abramo al quale viene chiesto di sacrificare Isacco, il figlio unico, che amava (cf. Gen 22,2). O ancora, l’eco della parabola dei vignaioli assassini, in Mc 12,6, quando il padrone della vigna pensa al suo figlio prediletto da mandare ai vignaioli che non vogliono consegnare il raccolto e che poi lo mettono a morte. Se quell’aggettivo ‘prediletto’ rivela la radicalità della fede di Abramo, che davanti al suo Dio accetta di sacrificare il suo cuore, a maggior ragione rivela la radicalità dell’amore di Dio per l’umanità essendo disposto a mandare il suo Figlio a coloro che ne faranno scempio. L’aggiunta “in te ho posto il mio compiacimento” rivela tutta la profondità del mistero. ‘In te’, non è più solo rivolto al Figlio nella sua divinità, ma al Figlio, Dio fatto uomo. In quel Figlio, Dio-uomo, l’Amore del Padre è perfetto perché in lui si può contemplare tutta l’estensione e la profondità di quell’Amore che realizza compiutamente il suo sogno sulla creazione e sull’umanità.

Chiamare Gesù ‘il Figlio mio’ non esprime solo la qualità di essere di Gesù per cui Dio, oramai, è il Padre di Gesù, ma anche la sottolineatura che il Figlio agisce e si comporta come Dio, il Padre. La dedizione di Gesù in favore degli uomini, per cui il battesimo è simbolo della morte volontariamente accettata, come riporta il canto al vangelo: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”, è la rivelazione dell’amore di Dio per l’umanità. Il Padre rivela che il suo atteggiamento verso gli uomini è lo stesso manifestato da Gesù. In Gesù possiamo vedere chi è Dio. Tutto il vangelo sarà lì a mostrarlo, nelle parole come nelle azioni di Gesù.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

2a Domenica

(18 gennaio 2009)

 

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1Sam 3,3-10;  Sal 39;  1Cor 6,13-20;  Gv 1,35-42

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La liturgia del tempo ordinario, in tutti e tre i cicli, comporta la lettura dei sinottici, ma l’inizio è sempre riservato a brani del capitolo primo di Giovanni con il riconoscimento di Gesù da parte del Battista al Giordano, la scoperta del Messia da parte dei discepoli e la manifestazione di Gesù a Cana. Tutti i testi evangelici che si leggeranno nell’anno non faranno che dare storia a quella rivelazione degli inizi perché chiunque ascolti si ritrovi nella stessa dinamica vissuta dai discepoli. Oggi viene letto il brano della scoperta del Messia da parte di Andrea e dell’altro discepolo, non nominato, che da sempre è stato riconosciuto in Giovanni, autore del vangelo. In effetti, si tratta di ricordi personali dell’evangelista a proposito di un’esperienza che l’ha segnato per tutta la vita, come quando uno si innamora per davvero. Avviene raramente nella vita di fare un incontro che ti cambia totalmente e Giovanni racconta proprio l’incontro che l’ha trasformato completamente, con una precisione di particolari che sono direttamente proporzionali all’intensità dell’esperienza.

Giovanni, nel prologo del suo vangelo, dichiara: “e noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1,14). Ha incominciato a essere afferrato da quella gloria proprio in quel giorno, alle quattro del pomeriggio, quando, su invito del suo maestro, il Battista, va da Gesù con Andrea. Non va dimenticato che il verbo greco tradotto con dimorare (“Maestro, dove dimori?”) è lo stesso verbo che Gesù userà con insistenza nel discorso dell’ultima Cena a proposito della vite e dei tralci quando dirà: “rimanete nel mio amore” (cfr Gv 15). È come se Gesù rispondesse ancora alla domanda dei suoi discepoli: “dove dimori?” e dicesse: siete venuti da me, avete visto dove io dimoro (nell’amore del Padre) e così voi, ora, rimanete nel mio stesso amore. È a questa esperienza che Giovanni allude quando annota: “andarono dunque e videro dove egli dimorava”. Il racconto ha il sapore di un’intera vita; ha la potenza, non di un ricordo, ma di una radice, di un principio, di una fonte che continua a sgorgare e che ha sconvolto tutta la sua vita.

Giovanni e Andrea seguono Gesù dietro indicazione di Giovanni Battista che aveva scorto in Gesù colui che doveva venire, l’Agnello di Dio che avrebbe finalmente liberato Israele introducendolo nella nuova e definitiva alleanza con il suo Dio. Seguire Gesù significava per i due discepoli lasciare il loro maestro, oltrepassare un confine per uno spazio che restava loro sconosciuto. Gesù non si limita ad accoglierli, ma li incalza: “Che cosa cercate?”. I discepoli non sanno bene cosa cercano; sanno solo che il loro maestro ha indicato lui come colui che compirà le attese dei cuori, come colui che sarà capace di rispondere alle attese dei cuori.

La loro risposta è estremamente significativa anche per i futuri discepoli di Gesù, per noi tutti: “Rabbì, dove dimori?”. Seguire Gesù comporta il desiderio di vivere con lui e come lui, così come Gesù stesso dichiarerà poco prima di subire la passione: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (Gv 17,24). Quando Gesù sceglierà i dodici, secondo il racconto di Mc 3,14, la motivazione sarà: “perché stessero con lui e per mandarli a predicare”. Sarà lo stare con Gesù che permetterà di vedere la sua gloria, vale a dire lo splendore dell’amore che Dio riversa sugli uomini. E non è senza ragione che i discepoli sono presentati in coppia: Gesù non sarà maestro di individui isolati, ma costituirà una nuova comunità. Non si potrà conoscere Gesù che a partire da una fraternità condivisa perché il suo compito è proprio quello di “riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,53).

Così, dall’esperienza del vivere con Gesù scaturisce immediatamente il desiderio di aprire la stessa possibilità ad altri che con noi condividono la ricerca della vita. Quando Andrea comunica a suo fratello Simon Pietro la scoperta: “Abbiamo trovato il Messia”, è come se dicesse: quello che i nostri cuori desiderano, quello che abbiamo sempre sognato, che abbiamo aspettato, è proprio lui; vieni anche tu! È l’inizio dell’apostolato: trasmettere a qualcuno il fascino della gloria del Signore e fare in modo che questo stesso fascino e questa stessa gloria risplendano anche per lui.

Le condizioni che permettono al cuore di accogliere quel fascino e quella gloria sono indicate dalla prima lettura, dal brano di Samuele. La prontezza di Samuele a rispondere rivela la libertà di cuore nell’obbedienza, che è la porta di accesso alla visione. Dio non si sottrae mai alla mediazione umana: Giovanni Battista media per Giovanni ed Andrea, Eli per Samuele. Accogliere il mistero di questa mediazione significa custodire una libertà e una purità di cuore nei confronti di Dio. Detto con le parole del salmo 39: non vengo a fare una certa cosa, di cui ho ascoltato l’invito e che condivido, ma vengo perché sono con te e poi farò quello che mi si chiederà. È l’apertura di cuore che conta, non la disponibilità ad un certo progetto. Il brano però fa intravedere la drammaticità che comporta l’apertura di cuore. La prima rivelazione che il giovane Samuele riceve riguarda la condanna della casa di Eli, suo maestro e padre nella fede, come potremmo chiamarlo. Non vorrebbe rivelarla ma non è nemmeno disposto a mentire. La prontezza di obbedienza che gli ha ottenuto la visita di Dio gli ottiene anche la sincerità con Eli e la pace del cuore, nella totale fiducia in Dio.

Anche per i discepoli di Gesù, seguire il Signore significa andare con il Signore, semplicemente stando con lui, in tutte le vicende della vita. Perché il frutto dell’obbedienza è proprio la visione, come dice Andrea: abbiamo trovato il Messia, ragione della nostra gioia e del desiderio che anche ad altri quella gioia si estenda.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

3a Domenica

(25 gennaio 2009)

 

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Gio 3,1-10;  Sal 24;  1Cor 7,29-31;  Mc 1,14-20

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Le letture di oggi sembra ruotino attorno alla percezione spirituale del tempo.

C’è il tempo del pentimento, sul quale sovrasta l’imminenza del giudizio di Dio: Giona predica ai Niniviti perché si convertano fissandone l’opportunità in quaranta giorni, il tempo che ci rimane da vivere, in qualsiasi situazione l’invito ci sorprenda; lo stesso Giovanni Battista può predicare solo un battesimo di conversione in attesa della manifestazione di colui che svelerà la verità e la grazia dell’amore salvatore di Dio.

C’è il tempo della pienezza, quello di Gesù: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”. Marco inizia così il suo racconto evangelico: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1) e quando nel seguito del racconto deve specificare il termine dice “vangelo di Dio”. Si tratta del vangelo che esprime la potenza di Dio per la salvezza (cf. Rm 1,16), che proclama l’azione di Dio in Gesù, per cui il convertirsi oramai comporta essenzialmente il fidarsi del dono di Dio che è Gesù per noi. Gesù inizia la sua predicazione con le stesse parole del Battista (cf. Mt 3,2). Ma Gesù non prosegue semplicemente l’opera del Battista: il Battista esorta, mentre Gesù mostra, ecco la differenza. Il Battista presagiva la presenza del Regno e predispone a riceverlo; Gesù ne fa vedere la presenza, ne svela la potenza da parte di Dio che viene in soccorso degli uomini. Con Gesù la conversione comporta il lasciarsi invadere dalla fiducia nella promessa di Dio che si compie per noi, in lui. Il credere al vangelo comporta il ritenere Dio sufficientemente potente per compiere, in Gesù, la sua promessa per noi, capace quindi di soddisfare gli aneliti del nostro cuore. Tutto questo dobbiamo imparare a percepire nell’annuncio di Gesù.

Infine c’è il tempo breve come lo chiama Paolo: “Il tempo si è fatto breve”. È il tempo che segue il tempo compiuto, che è dentro il tempo compiuto. Il che significa: è tale la gioia dell’amore salvatore di Dio, sperimentato in Gesù, che tutto il resto passa in secondo piano. Tutto in questo nostro mondo e in questa nostra storia ha valore, ma tutto va vissuto nell’ottica di quella verità, percepita come la grazia lungamente attesa e finalmente goduta. La nostra cronaca, quello che facciamo e ci succede, prende senso dalla storia che si è svelata al nostro cuore e che ne alimenta le radici di vita. Se questo tempo breve è dentro il tempo compiuto, allora vuol dire che non esiste nessun tempo della nostra vita che non sia raggiunto dalla promessa di Dio, dalla rivelazione dell’amore di Dio.

Non per nulla di questo tempo breve la dinamica significativa è espressa dalla conversione, che però oramai comporta la sequela di Gesù. Ciò che appunto Marco sottolinea con la chiamata dei discepoli, figura di ogni vocazione al seguito di Gesù. Seguire il Signore fidandosi della sua promessa e lasciandosi alle spalle tutto il resto è una grande avventura che una vita intera non basta ad esaurire. Lo è stato per Pietro ed Andrea, per Giacomo e Giovanni, per gli apostoli, per i discepoli come lo è per tutti i credenti in Cristo, di tutti i tempi.

Del resto è assai caratteristico che nel vangelo la conversione sia espressa dall’immagine del seguire Gesù. A dire il vero, spesso il testo evangelico non parla di seguire, ma più direttamente di andare dietro, di stare dietro, di mettersi dietro a Gesù. In questo, si può ancora ascoltare l’eco delle parole di Dio a Mosè: mi si può vedere solo di spalle. Quando Pietro, spaventato della predizione della passione da parte di Gesù, cercherà di distoglierlo da quella strada, si sentirà dire: stai dietro, poniti dietro, non volere stare davanti! (cf. Mc 8,37). Alla fine del vangelo di Giovanni, dopo che Gesù gli ha predetto che avrebbe sofferto il martirio per lui, Pietro si sente ancora dire: vienimi dietro. In quel venire dietro a, in quel camminare dietro a sta il godimento della promessa di Dio che ha raggiunto l’uomo. Non sta tanto lo sforzo di seguire il Signore, ma la percezione di una rivelazione che si dispiega al cuore dell’uomo. A quella percezione tende la conversione, se vogliamo che si traduca in speranza di vita.

Se il compito degli apostoli sarà quello di annunciare al mondo il vangelo di Dio, dire di Gesù che annuncia il vangelo di Dio significa voler collocare i discepoli nella continuità con Gesù. Così, cantare con il salmo responsoriale: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie”, significa prima di tutto domandare che anche al nostro cuore si sveli la possibilità di conoscere l’amore salvatore di Dio in Gesù; significa domandare di cogliere la rivelazione di Gesù e indurci a seguirlo come gli apostoli in modo da godere della potenza di salvezza del suo vangelo, potenza che non concerne soltanto noi, ma tutto il mondo. Gli apostoli non sono stati chiamati semplicemente alla sequela di Gesù, ma alla sequela di Gesù che è inviato a portare a tutti la salvezza e la consolazione; è il senso di quel: vi farò pescatori di uomini. Per gli apostoli come per noi, seguire Gesù dice soprattutto tutta l’intimità di vita con lui che ci ha conquistati, intimità così incontenibile che non può ripiegarsi su se stessa ma continuamente si traduce in condivisione della misericordia di Dio per l’umanità.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

4a Domenica

(1 febbraio 2009)

 

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Dt 18,15-20;  sal 94;  1Cor 7,32-35;  Mc 1,21-28

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La promessa di Mosè che Dio avrebbe continuato a guidare il popolo, una volta entrato nella terra promessa, inviandogli profeti che parlassero in nome suo perché potesse custodirsi irreprensibile davanti a lui, come riporta il brano del Deuteronomio, era formulata in termini così densi da far pensare, dentro la stessa tradizione ebraica, alla figura di un profeta speciale, unico. Nelle parole di Mosè risuona potente l’ingiunzione: “a lui darete ascolto”. Il ritornello responsoriale la riprende parafrasando il salmo 94: “ascoltate oggi la voce del Signore”, con l’attenzione già volta a quel profeta che nel vangelo proclamerà con autorità nuova la parola del Signore.

Un primo particolare salta agli occhi. Non si può ascoltare la parola del Signore se non si riconosce la sua voce. Come in un rapporto di amicizia o di amore: la gioia è data dal sentire la voce dell’amico e da dentro quella gioia si ascoltano poi le parole che l’amico ci dice. Ascoltare la voce del Signore allude prima di tutto alla storia d’amore nella quale ci si trova inglobati; allude a quell’alleanza dei cuori che si vive nel profondo e che permette l’apertura di animo e di intelligenza ad accogliere le parole che ci verranno dette.

A lui darete ascolto” sembra anche che riecheggi nella voce che sigilla la visione della trasfigurazione di Gesù sul Tabor: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (Mc 9,7). Marco sembra alludere proprio a quel testo del Deuteronomio e comunque la sottolineatura nel brano odierno di un Gesù che ‘parla con autorità’ e ‘ha potere sui demoni’ si rivela nella sua ragione specifica e nella sua potenza se la colleghiamo a quella rivelazione. È tipicamente l’autorità non di chi parla a nome proprio, per quanto grande sia, ma l’autorità di chi ha tutto il potere e la capacità di svelare il volto di Dio, di rivelare i segreti di Dio. E chi conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare? (cf. Lc 10,22). Ha anche potere sui demoni nel senso di sottrarre alla loro influenza gli uomini e di rimetterli nella luce di Dio. In questo si rivela il suo potere di guarigione, che porterà alla rivelazione del suo potere di rimettere i peccati, cosa che svelerà definitivamente, in lui, come Dio si sia appressato all’uomo. È la novità che suscita stupore, sbalordimento, esultanza, perché il male è vinto e l’uomo ritorna nella signoria di Dio che vuole gli uomini commensali al suo amore e alla sua gioia.

Del resto è caratteristico che Marco abbini regolarmente la predicazione di Gesù al suo potere di scacciare i demoni, abbinamento che risulterà ancora alla fine del vangelo quando Gesù invierà i discepoli a predicare in tutto il mondo dando loro il potere di cacciare i demoni. Credo che meglio non si possa sottolineare la novità e la potenza del vangelo che sottrae l’uomo dalla dipendenza del male per renderlo libero nella comunione con Dio. Ma questa rivelazione non sarà svelata se non attraverso il passaggio pasquale di Gesù. È forse questa la ragione per cui Gesù, di fronte al riconoscimento della sua grandezza da parte dei demoni, ingiunge a questi con forza di tacere. L’uomo della sinagoga di Cafarnao dichiara: “io so chi tu sei: il santo di Dio!” (Mc 1,24); “tu sei il Figlio di Dio” (Mc 3,11) dicevano gli spiriti immondi; e l’indemoniato di Gerasa, in terra pagana: “Gesù, Figlio del Dio Altissimo” (Mc 5,7). Ci possiamo anche chiedere: le dichiarazioni suonavano forse come un principio di tentazione per Gesù, come quando era stato tentato nel deserto, da rifiutarle in modo così perentorio? Dopo il capitolo quinto, Marco narra ancora miracoli e guarigioni, ma i demoni non parlano più. E sarà Gesù a subire, in un certo senso, l’attacco dei demoni, ma proprio quell’attacco (la sua passione e morte) svelerà al mondo intero il suo segreto: Dio ama e tocca gli uomini a tal punto da sanarne le radici, da rinnovarli come figli di Dio, non più schiavi dei demoni, ormai vinti. La vittoria di Dio, però, non corrisponde a quanto gli uomini si sarebbero sognati e forse per questo Gesù, fin tanto che non ha mostrato fino in fondo quale fosse la via di Dio, non ha voluto riconoscimenti di sorta.

Così, presentare Gesù come profeta, il cui insegnamento è nuovo, diverso rispetto a quello degli scribi, porta allusione al mistero dell’intimità tra lui e il Padre che sul Tabor la voce dalla nube rivela: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (Mc 9,7). Gesù introduce poco a poco i suoi ascoltatori a questo segreto, nel quale tutta la Scrittura si riassume. Ascoltare le parole di quel profeta significa intuire e percepire quel segreto di intimità con il Padre che tanto ama il mondo da mandare il suo Figlio, tanto che in ogni parola da lui pronunciata, in ogni azione da lui compiuta, si apre l’accesso anche per noi all’intimità da lui goduta. Dire poi che Gesù ha il potere di guarirci, di scacciare dal nostro cuore i demoni, equivale a illustrare il mistero dell’accondiscendenza di Dio per gli uomini da farli partecipi dei suoi segreti, da condividere con loro la gioia del suo amore sempre e comunque.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

5a Domenica

(8 febbraio 2009)

 

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Gb 7,1-7;  Sal 146;  1Cor 9,16-23;  Mc 1,29-39

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La liturgia proclama il brano di vangelo di oggi da un’angolatura particolare. Considerando la figura di Gesù che guarisce e scaccia i demoni, ne vuole mostrare la radice di autorità con il canto al vangelo, l’urgenza dell’opera con il brano di Giobbe e scava nei cuori lo spazio adatto alla supplica con la colletta. Se il potere del male atterra gli uomini, il potere di Gesù atterra il male e rende gli uomini liberi in solidarietà con lui e fra di loro.

Il canto al vangelo “Cristo ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie” è ripreso da Mt 8,17 e costituisce la traduzione letterale dall’ebraico di Is 53,4, passo che appartiene al quarto canto del Servo. Matteo fa una rilettura dell’operato di Gesù a partire da una theologia crucis e fonda l’autorità di Gesù nello scacciare i demoni proprio sulla vittoria contro di loro sulla croce. Introdurre il brano di Marco con questa rivelazione profetica significa sottolineare da dove viene la potenza di Gesù, significa invitare a leggere la sua opera, i suoi miracoli, in funzione di quella rivelazione. Dietro l’agire di Gesù, sta un segreto da cogliere. Il miracolo delle guarigioni e la cacciata dei demoni non sottolineano tanto il potere divino di Gesù, ma l’accondiscendenza di Dio, la prossimità di Dio in Gesù all’uomo. E questa dimostrazione è in funzione dello svelamento del segreto di Dio per l’uomo, della rivelazione del suo immenso amore al mondo tramite il Figlio, che ci riporta alla comunione con lui strappandoci dal male.

L’urgenza di questa rivelazione è accentuata dal fatto che l’uomo versa in condizioni di oppressione e di angoscia, di cui il brano di Giobbe mostra tutta la drammaticità. Giobbe non ha accettato la devota spiegazione del dolore che i suoi amici gli hanno dato prendendo le difese di Dio. Giobbe protesta la sua innocenza e si sfoga con il suo Dio. Potremmo riassumere il suo intervento così: non si può comprendere la vita dell’uomo a partire da leggi supreme, ma solo da dentro un rapporto. Non è vero che il tormento dell’uomo rispecchi la giustizia di Dio, come sostengono i suoi amici, ricusati però da Dio stesso alla fine del libro; è vero invece che la giustizia di Dio rimane imperscrutabile ma che lui è accessibile all’uomo e suo salvatore.

Nel dramma, la cosa non è affatto scontata e proprio per rispondere all’angoscia dell’uomo viene descritta l’ansia di Gesù di raggiungere tutti, particolare che imprime una forte accelerazione di movimento a ciò che viene raccontato nel vangelo di oggi. Si tratta di un doppio movimento: una tensione verso tutti, ma anche una tensione per arrivare a Gerusalemme; una tensione per l’allargamento della sua predicazione, ma contemporaneamente la tensione per lo svelamento del suo segreto. In quell’ansia di Gesù, nel suo doppio significato di raggiungere tutti e che tutto il suo segreto si sveli, sta racchiusa l’urgenza della missione della chiesa in tutti i tempi.

Marco sottolinea anche la ricerca di solitudine da parte di Gesù ed è caratteristico che l’evangelista collochi la preghiera di Gesù in rapporto alla sua ansia di raggiungere tutti e di svelare tutto il suo segreto. La preghiera non ha forse a che fare con il desiderio di comunione con gli uomini da parte di Dio prima ancora che essere espressione del desiderio degli uomini di stare in compagnia di Dio? Se gli uomini non percepissero l’eco di quel desiderio di Dio, potrebbero mai pregare davvero? Potrebbero mai essere solidali con i loro fratelli e farsi raggiungere dal Suo amore tanto da essere rinnovati totalmente? Il fatto poi che Gesù si ritiri da solo a pregare esprime proprio l’immensità del desiderio di Dio per l’uomo e quando i discepoli gli annunciano che lo cercano, non torna ma va altrove perché tutti deve raggiungere. E si può leggere anche così: Gesù deve percorrere tutta la terra del nostro cuore; se in qualche parte siamo stati guariti, altre parti attendono la guarigione, fino a che tutto in noi possa risplendere del suo amore salvatore.

La colletta mostra che in Gesù Dio si appressa all’uomo, gli uomini sono liberati dalle loro oppressioni e imparano a vivere solidali, abitati dalla speranza: “ ... rendici puri e forti nelle prove, perché sull'esempio di Cristo impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore, illuminati dalla speranza che ci salva”. La potenza della supplica deriva dall’intensità della coscienza del male che ci ferisce insieme al desiderio di guarigione che ci attrae al Signore Gesù, solidali in umanità con tutti. La preghiera si risolve nel desiderio di sperimentare l’amore salvatore di Dio, non però nel senso di essere preservati dagli effetti dell’azione dei demoni (il male non scompare e non scomparirà dalla scena del mondo) ma nel senso di non essere più asserviti ai loro scopi perversi. A tal punto che, proprio quando il male sembrerà prevalere, come con il Signore Gesù in croce, esso sarà definitivamente vinto perché svuotato del suo scopo perverso, cioè quello di dividere gli uomini da Dio e tra di loro.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

6a Domenica

(15 febbraio 2009)

 

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Lv 13,1-2.45-46;  Sal 31;  1Cor 10,31-11,1;  Mc 1,40-45

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Il potere di Gesù si esprime nel cacciare i demoni. E i demoni sono dichiarati essenzialmente immondi, cioè capaci di rendere immondi, impuri. Ma impuri rispetto a che cosa? Questa è la domanda di fondo, che incomincia a delinearsi nel racconto evangelico con la guarigione del lebbroso e che viene ulteriormente specificata dalla successiva guarigione del paralitico, che costituirà la lettura evangelica di domenica prossima.

Il lebbroso aveva un terribile statuto particolare. Dice la Legge: “Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: ‘Impuro! Impuro!’ Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lv 13,45-46). Oltre il peso sociale dell’esclusione, la lebbra comportava l’esclusione dal culto, dall’accesso alla santità di Dio che la Legge definiva in termini di partecipazione alla vita del popolo santo e al culto del vero Dio.

Si tratta di intuire la natura dell’impurità dei demoni. La colletta ci fa pregare: “Risanaci, o Padre, dal peccato che ci divide e dalle discriminazioni che ci avviliscono”. Dividere e avvilire sono le due caratteristiche della malattia della lebbra. Chi ne era affetto era allontanato dal consorzio degli uomini perché impuro, capace cioè di contagiare col suo male. I peccati nostri hanno lo stesso destino: insidiano la fraternità, irrigidiscono i rapporti, contaminano il cuore tanto da renderlo inaccessibile al cuore degli altri, separano ed opprimono, impediscono al Volto di Dio di risplendere. Per questo il peccato è orribile: rende la vita paurosa e temibile. La purità, invece, con Gesù, viene definita come spazio luminoso, spazio che torna a risplendere per rapporti fraterni, pacifici, dove il Padre è visto nel suo amore per noi. Ad occupare l’atmosfera del cuore non c’è più l’immondezza dei demoni, ma lo splendore del Figlio di Dio che permette all’umanità di compiersi finalmente e glorificare così il Padre.

I particolari del brano evangelico di oggi, specialmente i verbi, sono di una densità insospettata. Intanto, non si parla di guarigione, ma di purificazione. Gesù non guarisce semplicemente un malato, ma modifica radicalmente la sua condizione interiore restituendolo ad una vita santa. La vita santa, quella in rapporto alla santità di Dio goduto nel suo desiderio di comunione con noi, non è più definita secondo i termini della legge. La discriminante tra santo e non santo si sposta e i confini sono radicalmente cambiati perché Dio si è fatto prossimo a noi nella sua compassione, come proclama il canto al vangelo: “Un grande profeta è sorto tra noi, e Dio ha visitato il suo popolo” (Lc 7,16). Il nesso guarigione/purificazione, da leggere in rapporto alla beatitudine: “beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, acquista la luminosità della tenerezza di Dio che libera e ci rende capaci a nostra volta di tenerezza luminosa per l’uomo.

L’annotazione ‘ne ebbe compassione’ non esprime semplicemente un moto dell’animo di Gesù, ma più profondamente quello che è il sentire di Dio per l’uomo, perché la forma verbale usata, nel Nuovo Testamento, si usa solo nei confronti di Gesù e del Padre. Esprime la qualità divina del sentire: il Figlio si comporta come Dio stesso.

Se il lebbroso supplica: “Se vuoi, puoi purificarmi”, Gesù risponde perentorio: “Lo voglio, sii purificato!”. Nella sua decisione non va letta soltanto la compassione per un uomo malato e avvilito, ma l’ansia di riportare il regno di Dio nel cuore dell’uomo, la fretta e l’ardore di mostrare come l’amore di Dio che raggiunge i cuori fa risplendere in modo nuovo l’umanità che li sostanzia. Nel suo volere va letto il desiderio di compiere il disegno del Padre, di riscattare gli uomini non semplicemente dalle malattie, ma dal peccato, di cui la malattia della lebbra era il segno per eccellenza. Tanto che quando il Signore Gesù si presenta, nella sua Passione, come uomo dei dolori, è come se si addossasse i nostri mali da portarne tutto l’orrore, al pari di un lebbroso: “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia ...” (Is 53,2-3).

Quando il lebbroso, nonostante il tono severo dell’ingiunzione di Gesù, non riesce a frenare il bisogno di annunciare a tutti e insistentemente la sua guarigione, il testo annota: “si mise a proclamare e a divulgare il fatto”. In realtà però il testo dice semplicemente: “divulgare la parola”. È la parola di Gesù diventata per lui fatto. Non si annunciano semplicemente parole, ma fatti che rivelano la potenza della parola. Quello che parla ai cuori sarà sempre la Parola, capace di operare in chi ascolta le stesse cose meravigliose di cui porta testimonianza chi annuncia e che ha scoperto nel movimento di compassione di Dio che è arrivato fino a lui.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

7a Domenica

(22 febbraio 2009)

 

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Is 43,18-25;  Sal 40;  2Cor 1,18-22;  Mc 2,1-12

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Non è usuale nei vangeli che coloro i quali si appressano a Gesù per ottenere qualcosa tacciano. Del paralitico e dei suoi barellieri non si riporta alcuna parola né prima né dopo la guarigione. Ma la liturgia è come se mettesse in bocca a quell’uomo, simbolo di noi tutti, le parole del salmo 12 che servono da antifona di ingresso: “Confido, Signore, nella tua misericordia. Gioisca il mio cuore nella tua salvezza, canti al Signore che mi ha beneficato”. Tanto più se teniamo conto che il salmo comincia: “Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?...”. La situazione dell’uomo è ben descritta, come del resto l’intervento di Dio.

Fa cogliere bene il senso del brano la colletta: “Dio della libertà e della pace, che nel perdono dei peccati ci doni il segno della creazione nuova, fa’ che tutta la nostra vita riconciliata nel tuo amore diventi lode e annunzio della tua misericordia”.

Effettivamente la novità di Gesù consiste proprio nel collegare il suo potere di guarigione con il perdono dei peccati. È chiaro che il paralitico è stato portato per ottenere il miracolo della guarigione e tutta la scena è costruita sulla decisione dei suoi amici di arrivare allo scopo, fino a scoperchiare perfino il tetto, ma Gesù non risponde subito a quell’urgenza. Ne rivela invece un’altra, inaspettatamente, e di questa parla la fede che lui aveva notato.

Siamo così distanti dal senso della santità di Dio che una tale sovrabbondanza di grazia non ci scompone più di tanto. Ma questo è il segno dell’appiattimento interiore che viviamo, il segno del ripiegamento su noi stessi e del restringimento dello spazio vitale per il cuore. Non desideriamo ancora guarire dalla nostra malattia. Forse ci sembra impossibile, forse lo desideriamo così tanto da restarne schiacciati. Invece, ciò che conta, è la determinazione di ottenere, determinazione che non si arresta davanti alla folla che circonda Gesù tanto da salire sul tetto e praticare addirittura un foro. È la determinazione a oltrepassare la folla di azioni, pensieri e sentimenti che assiepano il nostro cuore, a non recedere davanti a nessun ostacolo pur di prostrarsi davanti a colui che, dentro, ci aspetta, pronto ad accoglierci e a darci il suo perdono guaritore e ristoratore.

D’altronde è caratteristico che siano altri a portare il malato davanti a Gesù; altri, evidentemente, che tenevano al malato e che, una volta visto esaudito il loro desiderio, si sottraggono. Come non vedere in questi portatori la funzione provvidenziale dei fratelli nel nostro cammino di fede, nella nostra scoperta di Gesù? Sono lì a richiamarci la dimensione ecclesiale del nostro vivere la fede e nella fede; sono lì a sottolineare la provvidenza divina nella nostra vita. Di qui la responsabilità di comportarci da fratelli, per non far venir meno la rivelazione del Volto di Dio a nessuno.

Due allusioni risultano poi estremamente significative. La prima: Gesù si denomina come ‘Figlio dell’uomo’. Il compito del Figlio dell’uomo, secondo la profezia di Daniele alla quale quel titolo si riferisce, sarà proprio quello di creare il popolo santo dell’Altissimo. E il popolo dell’Altissimo, come dice la beatitudine di Gesù “beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9), è il popolo che fa consistere ogni potere e grandezza nel vivere della pace che il Signore porta, che sacrifica ogni altro potere e grandezza pur di non perdere quel tesoro di pace che il Signore ha fatto gustare, che non sopporta di dividersi dal proprio fratello proprio quando lui vuole dividersi da noi, per amore di quel Signore che è morto per riunire i figli di Dio dispersi. La remissione dei peccati comporta aver gustato il tesoro di quella pace a tal punto da non barattarla con nient’altro, mai.

La seconda: Gesù, nel brano del paralitico guarito, agisce nell’ottica del ‘Dio che plasma il suo popolo’, secondo il brano di Isaia della prima lettura. Tenendo presenti le parole del profeta possiamo accostarci meglio al segreto della scena. Isaia descrive il Signore nel suo amore per Israele: “… Il popolo che io ho plasmato per me … Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati”. Tutto il capitolo è attraversato dalle manifestazioni di un affetto intenso e intramontabile di Dio per il suo popolo. Non però nel senso che il suo amore è tanto grande da dimenticare i peccati, ma nel senso che il non ricordare i peccati è segno che quell’amore ci raggiunge, ci rapisce nella sua dinamica di vita. In effetti, quando il testo parla di popolo che ha plasmato intende ‘popolo che ha riconciliato’, popolo che continuamente conquista al suo amore. L’antica versione greca della LXX traduce il passo sopra citato enfatizzando quel significato: “Io sono, Io sono, proprio colui che cancella le tue trasgressioni …”. Dio in se stesso, almeno per quello che l’uomo può cogliere, è semplicemente e totalmente il Dio che è dalla parte dell’uomo, il Dio che è a favore dell’uomo, il Dio che ama l’uomo al punto da non stancarsi mai di volerlo far vivere proprio in e a partire dal suo amore.

E qui prende luce il versetto del salmo che abbiamo cantato: “Beato l’uomo che ha cura del debole, nel giorno della sventura il Signore lo libera”, che l’antica versione greca rende con: “Beato colui che ha intelligenza del povero e del misero …”. Il debole non è solo il fratello malato, bisognoso, che dovrà essere portato sul lettuccio da noi fino a Gesù, ma è proprio il Figlio dell’uomo, che ha sacrificato la sua vita per invitare tutti e ciascuno alla comunione con lui, che non abbandona pur quando è abbandonato, che non si rifiuta pur quando è rifiutato. E se di quell’Uomo noi abbiamo premura, allora la sua presenza ci fa attraversare ogni sventura nel senso che non c’è sventura che possa separarci da lui e dai nostri fratelli.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Quaresima

 

1a Domenica

(1 marzo 2009)

 

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Gn 9,8-15;  Sal 24;  1Pt 3,18-22;  Mc 1,12-15

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La colletta del mercoledì delle ceneri riconduceva la disciplina penitenziale quaresimale al processo di una vera conversione del cuore: “O Dio, nostro Padre, concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione”. La colletta di oggi fa pregare: “O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”. Fin dall’inizio del cammino, tutto è orientato a quel Signore Gesù, che per noi ‘patì, morì, fu sepolto, risuscitò rendendoci il suo Spirito’.

E subito la liturgia pone davanti agli occhi il brano delle tentazioni di Gesù nel deserto, come a sottolineare l’aspetto drammatico della vita in Dio. Tanto più se consideriamo che il brano delle tentazioni, assai sintetico in Marco, più narrativo in Matteo e Luca, è strettamente collegato al battesimo di Gesù. È come se la ragione della tentazione fosse fatta consistere nella verifica esistenziale dell’affermazione: “Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento” (Mc 1,11). Noi facciamo fatica a leggere le tentazioni e le prove della nostra vita in un’ottica positiva, nell’ottica dello Spirito. In effetti, la tentazione non deriva primariamente dal peccato, come fosse una semplice eredità del peccato. Se così fosse, Gesù non sarebbe stato tentato perché non aveva peccato; Adamo non sarebbe stato tentato perché godeva ancora della comunione con Dio. La tentazione ha a che fare con la crescita, con la capacità di vivere una relazione fino in fondo, fino a farla maturare in tutta la potenzialità di amore e di gioia che comporta, fino a condividere quell’amore e quella gioia con tutti, nonostante la fatica e l’afflizione che costituiscono come lo sfondo dal quale emerge appunto lo splendore dell’amore.

Le tentazioni sono tese a confermare Gesù dalla parte di Dio anche nella scelta delle modalità con cui rivelare la potente salvezza divina, senza cedere ad alcun altro tipo di gloria, umana o mondana, che l’avrebbe asservito al diavolo. Gesù, come Messia, serve Dio senza che in lui si possa trovare qualcosa che appartenga a questo mondo. Se il mondo è tutto ciò che si oppone all’amore del Padre e mortifica l’uomo, Gesù non è proprio di questo mondo e quindi in lui non si trova nulla che abbia a che fare con la gloria del mondo e del diavolo che ne dispone. Gesù ha vinto il mondo perché il demonio non ha trovato in lui nulla che gli appartenesse (cfr. Gv 14,30). La vita sua, quindi, che sgorgava totalmente dal Padre, la ridà a noi con il suo Spirito perché anche la nostra vita, non custodendo più pegni del demonio, possa manifestare l’amore di Dio al mondo.

Marco sottolinea solo che alla fine dei quaranta giorni Gesù “stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”. È l’allusione al paradiso ritrovato, come descritto da Gen 1,28 e profeticamente preannunciato da Is 11,6-9. Richiama tutta la tensione quaresimale della chiesa, consapevole che quel paradiso sarà accessibile a partire dalla gloria che risplende dalla croce. In quella tensione trovano posto tutte le pratiche tipiche della quaresima: preghiera, digiuno, elemosina.

Se la chiesa, nella quaresima, invita a patire un po’ la fame (digiuno di cibo, elemosina di beni, preghiera come bisogno di verità) è perché, come dice la preghiera dopo la comunione: “Il pane del cielo che ci hai dato ... ci insegni ad aver fame di Cristo”. È il desiderio di crescere nella conoscenza del suo mistero, che è anche rivelazione del mistero dei nostri cuori. E tale desiderio corrisponde a quello che domandiamo nella preghiera sulle offerte: “Si rinnovi, Signore, la nostra vita e col tuo aiuto si ispiri sempre più al sacrificio, che santifica l’inizio della quaresima, tempo favorevole per la nostra salvezza”. Come a dire: il rinnovamento di vita che domandiamo si innesta nella capacità di vivere la vita in modo sacro, di vedere la vita diventando percettivi del mistero di Dio e del suo amore per l’uomo che l’intesse e che in Gesù risplende.

Gesù inizia la sua predicazione proclamando: “Convertitevi e credete al vangelo”. Ma qual è il vangelo annunziato da Gesù se non la rivelazione dello splendore dell’amore del Padre per gli uomini, come poi la conclusione del cammino quaresimale, nella celebrazione della Pasqua, farà scoprire? E la novità evangelica, perenne novità divina per l’uomo, novità che risulterà sempre tale rispetto a tutto ciò che il mondo può produrre, è proprio quella di mostrare lo splendore dell’amore di Dio nell’umanità. Nell’umanità risplende la presenza di Dio. Le opere quaresimali sono opere penitenziali solo quando e se portano a liberare il cuore da ogni intralcio perché il dinamismo di questa rivelazione del Figlio di Dio si esprima anche in me, nella mia umanità, e possa così far risplendere la presenza del suo amore in questo mondo. Il digiuno libera il cuore dall’asservire il mondo al corpo e al suo piacere; l’elemosina libera il cuore dalla prevaricazione contro gli altri imparando a stare solidali in umanità; la preghiera libera il cuore dall’illusione del mondo per volerlo trasfigurato dalla luce di Dio.

Buon cammino quaresimale a tutti.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Quaresima

 

2a Domenica

(8 marzo 2009)

 

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Gn 22,1-18;  Sal 115;  Rm 8,31-34;  Mc 9,2-10

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La colletta del martedì della prima settimana di quaresima definiva bene il senso della conversione: “Volgi il tuo sguardo, Padre misericordioso, a questa tua famiglia e fa che superando ogni forma di egoismo risplenda ai tuoi occhi per il desiderio di te”. Oggi, la liturgia, facendoci contemplare il volto di Gesù risplendente di luce luminosissima, un volto bellissimo, rende ragione del desiderio che abita il nostro cuore e canta con l’antifona di ingresso: “Di te dice il mio cuore: ‘Cercate il suo volto’. Il tuo volto io cerco o Signore”. Come se gli occhi umani fossero resi capaci di vedere l’oltre della figura di Gesù, quell’oltre che pesca nella incommensurabile bellezza e profondità divina, a noi nascosta, ma per noi vitale. Un desiderio, che diventa esperienza vissuta quando il cuore può proclamare con l’apostolo Paolo: “Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?”. Come a dire: di che cosa abbiamo ancora bisogno per vivere se facciamo esperienza del suo amore?

Eppure, nulla si svolge secondo la nostra immaginazione. Nel vangelo di Marco il brano della trasfigurazione sul monte è posto al centro del suo tessuto narrativo. Gesù era appena stato riconosciuto da Pietro come Figlio di Dio, ma contemporaneamente aveva svelato il suo esito messianico, che cioè avrebbe dovuto soffrire molto, essere ucciso e risuscitare. Non solo, ma aveva ricordato ai discepoli che, se quella era la via del Maestro, non si immaginassero di seguire un’altra via: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce…”. E aveva ancora aggiunto: “Vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza”. Pietro, Giacomo e Giovanni sono gli stessi che vedranno di Gesù il volto sanguinante, teso e stravolto dalla sofferenza, al Getsemani. I discepoli hanno visto il volto trasfigurato di Gesù perché imparassero a riconoscerlo nella sofferenza della passione, quando hanno dovuto rimirare non l’oltre, ma come l’al di qua della figura, non il volto trasfigurato, ma il volto sfigurato.

Tutto il racconto dell’evento del resto è misterioso. A Gesù si accompagnano Mosé ed Elia, per sottolineare che in Gesù si compiono tutte le promesse di Dio annunciate dalla Legge e dai Profeti. Mosé ed Elia compaiono come testimoni dell’Alleanza di Dio con il suo popolo. E tutte le promesse si compiono in quel mistero pasquale di cui Gesù discorre con loro, come riferisce il passo parallelo di Luca. La voce che viene udita è la stessa che era risuonata al momento del battesimo di Gesù nel Giordano, con l’aggiunta: ascoltatelo! I discepoli non possono ancora sapere fin dove li porterà l’ascoltare il loro Maestro e ancora non possono conoscere tutta la profondità dell’espressione: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato’, come poi si rivelerà alle loro coscienze e ai loro occhi con la passione-morte-risurrezione di Gesù. Così non può che seguire la consegna del silenzio, perché l’evento divino, ancora misterioso al loro cuore, non si trasformi in un motivo di vanto o di confusione.

La liturgia accosta alla trasfigurazione il sacrificio di Isacco. Perché? Per la tensione pasquale che costituisce l’ottica di lettura dei due eventi. Dice il Signore a Abramo: “Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni ...”. Ma sarà il dono del Figlio da parte di Dio all’umanità che costituirà la fonte di ogni benedizione, per tutti, per sempre. Non si pensi però che il dono del Figlio all’umanità da parte del Padre sia in funzione semplicemente di un riscatto, di un sacrificio espiatorio. Il valore del dono è in funzione della grandezza dell’amore e se il Figlio testimonia questo amore fino alla morte non è per essere vittima sacrificale, ma solo per la fedeltà all’amore che non viene meno nemmeno davanti all’oltraggio e all’ingiustizia. Ed è nella corrente di questo dono che i discepoli di Gesù sono chiamati a lasciarsi trascinare, fruitori in ciò di quel “vedere il regno di Dio venire con potenza” (Mc 9,1), che introduce proprio il racconto della trasfigurazione.

Qui si comprende allora il cammino quaresimale, che è lotta perché sia superata ogni forma di egoismo e il cuore viva del desiderio del Cristo. Egoismo è tutto ciò che ci impedisce di essere toccati dall’amore di Dio, tutto ciò che si sovrappone al desiderio del Cristo rinnegandolo e, di conseguenza, rinnegando il nostro stesso cuore e dividendoci dai fratelli. Quando preghiamo che i nostri cuori si convertano a Dio, domandiamo di essere conquistati dal desiderio di lui perché anche a noi si riveli la potenza del suo amore e ci induca a vivere la vita nel suo splendore.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Quaresima

 

3a Domenica

(15 marzo 2009)

 

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Es 20,1-17;  Sal 18;  1Cor 1,22-25;  Gv 2,13-25

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I miei occhi sono sempre rivolti al Signore…” canta l’antifona di ingresso. È un invito al cuore a cogliere il senso della liturgia a partire da quella prospettiva. I nostri occhi sono rivolti al Signore per cercare in ogni evento la traccia del suo passaggio al fine di seguirlo e poterlo conoscere; per cercare in ogni pensiero la scintilla divina che attiri a lui e apra uno spazio di visione del suo volto. Il fatto che i nostri occhi siano rivolti al Signore esprime la tensione del cuore che non si perde nelle cose, ma delle cose cerca il senso; che non si confonde con i suoi pensieri, ma li apre al sogno che racchiudono per compierli in verità.

Il canto al vangelo “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16) segnala l’esperienza che siamo chiamati a fare. Se nelle parole o nei comandamenti che Dio ci rivolge noi non riusciamo a percepire la sua tensione di amore nei nostri confronti, non riusciamo a cogliere il Dono di Sé, quel ‘suo far grazia di sé a noi’, come potremo osservarli con gioia? E se non percepiamo che tutte le sue parole, tutti i suoi comandamenti, sono espressione di quel Dono di Sé che nel Figlio Gesù il Padre ci fa, come potremo aprirci alla sua gioia? Come potremo vivere la nostra umanità in modo che risplenda di quell’amore divino di cui tutti i comandamenti parlano?

Nel brano dell’Esodo, dove viene presentata la serie dei dieci comandamenti, delle dieci ‘parole’, Dio inizia il suo discorso dicendo: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile”. Parla da dentro un legame già noto, già riconosciuto, da dentro un’alleanza che ha già fatto conoscere al popolo l’amore suo di benevolenza. Ed è da dentro quell’esperienza che le parole risuonano e possono arrivare al cuore. Appena quell’esperienza si affievolisce, le parole si stemperano e il cuore fatica a riconoscerle vere, presto le abbandonerà. Ma se quell’esperienza si mantiene forte (e qui dovrebbe appuntarsi tutto lo sforzo del coltivare il proprio cuore), allora avverrà quello che celebra il salmo responsoriale: “La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice …”. Da interpretare in senso intensivo e dinamico: Dio che è integro, rende integri; Dio che è verità, rende veritieri; Dio che è rettitudine, rende retti. Con la conseguenza di trovare forza perché integri, saggezza perché veritieri, gioia perché retti e in ciò partecipare alla stessa vita di Dio.

A quell’esperienza alludeva la costruzione del tempio. Là si andava per rinnovare quell’esperienza. Ma Gesù, che di quell’esperienza rappresenta la testimonianza più vivida, freme al vedere come ormai il tempio non risponda più allo scopo, consapevole, da parte di Dio, che è venuto il tempo di indicare il ‘nuovo’ tempio, quello definitivo, non costruito dalle mani dell’uomo, dove la presenza di Dio in mezzo al suo popolo potesse risplendere con un sigillo di radicalità e di definitività non più passibile di cambiamenti. Gesù scaccia dal tempio venditori e cambiavalute a sottolineare la rivelazione che di lì a poco porterà: il nuovo tempio sarà il suo stesso corpo, dove non c’è mercato di sorta perché nulla è richiesto all’uomo se non l’accoglienza dell’offerta del Suo amore, sigillato dalla sua morte ‘gloriosa’, come dichiarerà l’evangelista Giovanni. È caratteristico il fatto che l’espressione di Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19) sia ripresa come accusa e scherno ai piedi della croce: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!” (Mc 15,29). Sarà l’ultima richiesta di segno: scendere dalla croce! Ogni richiesta di segno nell’ottica della potenza rivela la cecità del cuore di fronte all’agire di Dio. Gesù non scenderà dalla croce per convincere: se l’amore non convince, non c’è potenza che lo possa ottenere. La conseguenza sarà che il luogo della presenza di Dio nel mondo oramai è l’umanità: Dio risplende nell’umanità. E tutti i comandamenti sono in funzione di far risplendere quella umanità. L’amore di Dio per l’uomo è così radicale da far rivelare la Sua gloria solo a partire da e dentro l’umanità. Qui è racchiuso tutto il mistero dell’amore di Dio e della salvezza dell’uomo.

In tal senso si comprende allora come il cuore dell’uomo sia il luogo dell’adorazione del Dio vero, perché da lì può risplendere l’umanità. Le azioni buone provengono dallo splendore del cuore e lo splendore del cuore proviene dal riconoscimento dell’amore di Dio per noi. Solo così il nostro cuore non è più luogo di mercato, dove prevalgono interessi e contraffazioni. Non è cosa così agevole da vivere, come suggerisce Paolo illustrando il dramma del Crocifisso per l’uomo che patisce scandalo e stoltezza. Ma se l’uomo fa fede all’amore di Dio che in Gesù splende nella sua umanità, vilipesa e gloriosa, allora riuscirà ad abbandonare anche quella miriade di presunzioni e rivendicazioni che lo tormentano nella vita e che rendono i rapporti così difficili, impedendo all’umanità di risplendere. Per questo dico al mio cuore: “i miei occhi sono sempre rivolti al Signore…”.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Quaresima

 

4a Domenica

(22 marzo 2009)

 

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2Cr 36,14-23;  Sal 136;  Ef 2,4-10;  Gv 3,14-21

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Nell’incontro con Nicodemo, uno dei capi dei farisei che gli sarà fedele sino alla fine, Gesù illustra il mistero di Dio che si rivela nella sua persona e nella sua storia. Tutto il colloquio è incentrato sulla necessità dell’esaltazione (sulla croce) del Figlio dell’uomo e della nuova nascita per l’uomo che vuole entrare nel regno di Dio. Lo sguardo della chiesa, lungo tutta la liturgia quaresimale, è teso alla Pasqua e si fissa su quel Figlio dell’uomo che viene innalzato proprio sulla croce.

La liturgia di oggi sfrutta dei punti di osservazione privilegiati. La prima lettura, tratta dal secondo libro delle Cronache, si conclude con l’invito ai deportati in Babilonia a salire a Gerusalemme e tornare a godere dell’alleanza che Dio rinnova loro. Questa pagina conclude la terza parte, denominata Scritti, della Bibbia ebraica; è l’ultima pagina della Bibbia secondo la disposizione del canone ebraico. La liturgia collega il salire a Gerusalemme, così tipico della tensione dell’anima e della storia degli ebrei, con il salire di Gesù alla città santa per la sua Pasqua, per l’esaltazione sulla croce, argomento del suo colloquio con Nicodemo. L’alleanza di Dio con il popolo è rivisitata con l’immagine dell’offerta della salvezza in Gesù da parte del Padre che “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”, come proclama il canto al vangelo.

Nicodemo non ha qualcosa da chiedere a Gesù in particolare. Evidentemente è mosso da benevolenza nei suoi confronti, è profondamente colpito dal modo di agire di Gesù e si chiede che valore abbia il suo apparire rispetto alla storia che vive con il suo Dio. Gesù legge il suo cuore e ne interpreta il movimento profondo come desiderio di vedere il regno di Dio. Nicodemo segue il discorso di Gesù ma continuamente chiede: “Come può avvenire quello che dici? Non comprendo”. Gesù non ha altra possibilità di spiegargli le cose se non di focalizzare la sua attenzione sul mistero della sua persona. Prima aveva parlato di nascita dall’alto, da acqua e Spirito, alludendo evidentemente al mistero del battesimo e del dono dello Spirito Santo che ci fa nuove creature, adatte per il regno di Dio. La nascita implica la volontà di qualcun altro. Nessuno sceglie di nascere, occorre che qualcun altro abbia voluto farmi nascere. In primo piano, parlando di nuova nascita, c’è appunto la volontà di Dio, l’amore suo che a noi si dona e ci chiama. E subito dopo annuncia: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Di lui parla l’immagine del serpente di bronzo che viene innalzato da Mosè nel deserto secondo il racconto di Numeri 21,4-9.

Si tratta di comprendere il nesso tra l’invio del Figlio, esaltato sulla croce e il dono della vita eterna. La comprensione non può che abbozzarsi da dentro quell’imperativo tremendo: “bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”, come Gesù si è premurato di ricordare più volte e in varie occasioni ai suoi discepoli. Quando in bocca a Gesù troviamo quel bisogna, è necessario, dobbiamo intendere: si tratta di un evento che non è alla nostra portata, che non risponde alle nostre attese, che noi non avremmo mai immaginato perché comporta la rivelazione di un segreto di Dio. E non solo di un segreto nel senso che ci fa conoscere qualcosa che fino ad allora non era noto, ma di un segreto nel senso che caratterizza l’intima vita di Dio e quindi caratterizzerà l’intima vita dei suoi figli. Se Gesù deve essere innalzato, deve morire in croce, non è solo in ragione del peccato dell’uomo, ma della manifestazione del segreto della vita divina che a tutti verrà comunicata in modo da vivere di quella pienezza che appartiene solo a Dio. Gesù è l’Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo, come suggerisce il testo di Ap 13,8. Il mistero adombrato dalla parola di Dio è che la sofferenza non è legata al peccato, ma al dono dell’essere da parte di Dio, alla creazione stessa e quindi alla natura della stessa vita trinitaria che Gesù è venuto a svelarci e a comunicarci perché ne diventiamo partecipi e possiamo così non subire più la morte. Se Dio conosce le nostre sofferenze non è solo perché le vede in noi, ma perché le vive sue e la salvezza che ci dona è proprio quella di farci vivere quella sofferenza in quell’abisso di amore che costituisce la rivelazione suprema della realtà di Dio. Gesù è proprio la prova e la misura dell’amore di Dio per noi e come suonano vere le parole di Paolo ai Romani 8,35.39: “chi ci separerà dall’amore di Cristo? ... Io sono persuaso che né morte né vita ... né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”! A questo conduce l’esperienza della fede, a questo porta quella vita nuova che ci viene data al battesimo e che risulterà incomprimibile e incorruttibile di fronte a qualsiasi evento.

Allora il credere in Gesù significa dar fiducia all’amore che Dio ha per noi. Non siamo più sotto il segno della condanna, nonostante che ancora agisca la potenza del peccato nella nostra vita, perché il cuore è rinato, ha potuto percepire in Gesù l’amore di Dio e a quello sta aggrappato. La preghiera dopo la comunione recita: “O Dio, che illumini ogni uomo che viene in questo mondo, fa’ risplendere su di noi la luce del tuo volto, perché i nostri pensieri siano sempre conformi alla tua sapienza e possiamo amarti con cuore sincero”. Chiedere che i pensieri siano conformi alla sapienza significa chiedere che le nostre radici interiori derivino dall’esperienza dell’amore di Dio per l’uomo, che in Gesù comporta la condivisione della sua umanità come luogo dello splendore della presenza di Dio in questo mondo.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Quaresima

 

5a Domenica

(29 marzo 2009)

 

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Ger 31,31-34;  Sal 50;  Eb 5,7-9;  Gv 12,20-33

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Con il capitolo 12 di Giovanni inizia il racconto dell’ultima settimana di vita di Gesù. Se ai suoi primi trent’anni sono dedicati pochi accenni e agli ultimi due, quelli della vita pubblica di Gesù, è riservata la prima parte del vangelo, ora, per l’ultima settimana, il racconto si fa molto denso e ricco di dettagli. Gesù era stato accolto a Betania con la tenerissima e misteriosa unzione di Maria; era appena entrato trionfante in Gerusalemme; la notizia della risurrezione di Lazzaro correva sulla bocca di tutti e tutti accorrevano per vedere l’uno e l’altro. Era prossima la festa di pasqua. Un gruppo di Greci, cioè pagani simpatizzanti, vicini alla religione ebraica, chiede a Filippo: “vogliamo vedere Gesù”. Con tale richiesta il vangelo introduce l’ora del Figlio dell’uomo perché vedere Gesù vuol dire vedere il Salvatore, vedere il Dio che salva.

È caratteristica la posizione di Filippo, originario della Galilea, ‘terra delle genti’. Poco più avanti, nel racconto, sarà lui a chiedere a Gesù: “Signore, mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14,8). La sua presenza sembra aver a che fare con la rivelazione del Padre. Perché la morte di Gesù in croce è vista, da Giovanni, nel segno della rivelazione del Padre, del suo amore all’uomo. Il “vogliamo vedere Gesù”, introducendo l’ora del Figlio dell’uomo, manifesta la rivelazione del Padre che nel suo Figlio Unigenito fa vedere il suo volto d’amore.

Gesù, commentando la richiesta dei pagani di vederlo e parlando della sua morte, svela la gloria del Padre che con lui condivide. Siamo di fronte al segreto di Dio che si apre allo sguardo dei suoi figli. “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”. Il vangelo di Giovanni non parla dell’angoscia del Getsemani. Qui la lascia intravedere, eco delle parole dei salmi 6,3 e 41,6-7: “trema tutta l’anima mia”, “in me si rattrista l’anima mia”.  L’intensità dell’angoscia di Gesù, condivisa dal Padre, raccoglie in un punto supremo la sua umanità che si abbandona al Padre nel suo amore per gli uomini. È questo amore condiviso con il Padre e con gli uomini che permetterà a Gesù di attirare tutti alla salvezza e scacciare il principe di questo mondo, vale a dire dare la vita nella morte, ricevere la vita nella morte. Quando Gesù, al culmine della sua angoscia, prega: “Padre, glorifica il tuo nome” manifesta tutta la sua intimità con il Padre, tanto che chiede al Padre di far splendere l’amore suo in lui in tutta la sua potenza, perché il nome del Padre è proprio Gesù, il volto visibile del Padre.

E ancora: non ci sarà destino diverso per i discepoli. Anche questo aspetto costituisce la grandezza della rivelazione, espressa dal canto al vangelo: “Se uno mi vuole servire, mi segua, dice il Signore, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore”. Ma non vuol dire semplicemente: io soffro, anche voi soffrirete; io sono ripudiato dal mondo, anche voi lo sarete; io muoio sulla croce, anche voi avrete la vostra croce. Dice piuttosto: io sono nell’amore del Padre, anche voi lo sarete; io sono il testimone del suo amore in questo mondo, anche voi lo sarete; io risplendo della gloria dell’amore del Padre, anche voi risplenderete dello stesso amore; e tanto più quanto più sopporto l’ingiustizia e la violenza senza venir meno alla potenza dell’amore, come anche voi.

La domanda della liturgia è: come accedere a questa visione di Gesù Salvatore? Ce lo rivela il profeta Geremia: “Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro dicendo: ‘Conoscete il Signore’, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”. “Tutti mi conosceranno”; “perché io perdonerò la loro iniquità”: ecco i due passaggi nevralgici. Quel perché dice la condizione e il tempo del conoscere. Possiamo conoscere Dio solo sperimentando il suo perdono. E possiamo venire perdonati solo riconoscendo di essere peccatori. Più forte è la coscienza del nostro essere peccatori, più profonda sarà l’esperienza del perdono e più rigenerante l’incontro con il Signore, finalmente conosciuto nel suo amore per noi. E per non cadere nell’illusione sentimentale di sentirsi peccatori, senza averne la coscienza in verità, basta riferirsi alle nostre reazioni di fronte all’ingiustizia e alla violenza che ci arrivano addosso dai fratelli. Se davvero abbiamo coscienza di essere peccatori, non rivendicheremo nulla, non ci offenderemo, non resteremo oppressi, perché non vogliamo perdere l’esperienza di quell’amore che costituisce il vero tesoro di vita del nostro cuore. Allora l’alleanza conclusa da Dio con noi è scritta davvero sul nostro cuore. Allora resteremo innalzati con il nostro Signore, crocifisso, e la salvezza, mentre tiene saldi noi, attirerà anche i nostri fratelli.

A tale esperienza allude il cuore puro che domandiamo a Dio con il salmo responsoriale, confermata dall’espressione della lettera ai Romani: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”. È lo splendore dell’obbedienza dell’amore nel quale troviamo vita noi e confermiamo la  vita di tutti, se stiamo uniti al Signore Gesù.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Quaresima

 

Domenica delle Palme

(5 aprile 2009)

 

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Vangelo dell’ingresso a Gerusalemme:  Mc 11,1-10

Is 50,4-7;  Sal21;  Fil 2,6-11;  Mc 14,1 - 15,47

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La liturgia della domenica delle palme si compone di due momenti ben distinti: con la processione accompagniamo festosi l’ingresso di Gesù in Gerusalemme e con la lettura solenne della passione del Signore entriamo, commossi, nel mistero dell’Ora del Figlio dell’uomo.

L’acclamazione della folla è la stessa che ogni giorno cantiamo nel Sanctus della Messa, aggiungendo le nostre voci a quelle di tutti coloro che riconoscono in Colui che viene (nella celebrazione eucaristica, sotto il segno del pane e del vino) il Figlio di Davide, il compimento di tutte le promesse.

Durante la processione viene cantato il salmo 23: “ ... alzatevi, porte antiche ed entri il re della gloria. Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia”. Il nostro re della gloria è il Signore crocifisso, quello sopra il cui capo, come si può notare in molte raffigurazioni antiche del Crocifisso, viene riportato non l’iscrizione di condanna I.N.R.I, ma il titolo re della gloria. È la gloria dello splendore dell’amore del Padre per i suoi figli che in Gesù rifulge e di cui l’umanità sarà portatrice nel suo Spirito. Si aprano allora le porte dei cuori per accogliere il loro re della gloria, per accogliere il re della loro gloria, perché l’amore di cui Gesù è il Testimone costituisce la radice della nostra dignità e l’accessibilità alla conoscenza del vero Dio.

Ciò che però colpisce nel racconto di quell’evento è la solitudine di Gesù. Nessuno si accorge di quello che in realtà sta avvenendo. L’evangelista lo fa rimarcare, ma come da fuori campo: la risurrezione di Lazzaro ha scatenato gli eventi della passione di Gesù, alla quale volontariamente si consegna. Di ciò Gesù è consapevole, ma lui solo.

Anche a Betania, il giorno prima, nessuno si era accorto di ciò che si andava preparando. Soltanto una donna, nella tenerezza del suo amore, intuisce il segreto di Gesù. Ungergli i piedi con unguento preziosissimo (se la stima di Giuda è realistica, il costo ammonterebbe più o meno allo stipendio di un anno per un operaio) risponde al desiderio di accompagnare Gesù nella sua solitudine. Quel profumo rivela la morte imminente, che nessuno è pronto ad accettare, ma anche tutto l’amore che quella morte significa ed esprime. I Padri antichi hanno visto in quel profumo versato su Gesù il pentimento dei nostri cuori, pentimento che si allarga ed impregna tutto perché l’amore che Gesù ha testimoniato con la sua passione non resti estraneo a niente di noi e perché niente di noi resista a tale amore. Quando s. Paolo, rivolgendosi ai suoi fedeli, li chiama profumo di Cristo, allude proprio a questa tenerezza che ha conquistato il cuore - così si può chiamare il pentimento per i nostri peccati!

La liturgia, conclusa la processione, cambia registro. Invita alla compassione, alla compagnia, amorosa e partecipante, con l’uomo dei dolori, con l’uomo umiliato e obbediente, vilipeso e condannato, dato per noi perché noi avessimo la vita. Il senso della lettura della passione, celebrata in forma solenne, è proprio quello di introdurci nel mistero di Colui che viene, umiliato e obbediente fino alla morte e alla morte di croce, suscitandoci sentimenti di intima compassione e di riverente amore, sentimenti che ci accompagneranno lungo tutti i riti della settimana santa.

E se la colletta ci propone Gesù come modello, non è per suggerirci un modello di umanità sofferente, ma per indicarci fino a che punto possiamo vivere la vocazione all’umanità, di cui lui svela la bellezza nel suo stare fedele alla comunione con Dio, dalla parte degli uomini e alla comunione con gli uomini, dalla parte di Dio. E la sua bellezza traspare proprio nel momento in cui, sfigurato dal dolore e calpestato, non rinnega l’alleanza di Dio ed apre, per lui e per tutti, la promessa di una vita inattaccabile dalla morte. È la sua bellezza a generare speranza, quella di cui il mondo oggi, come sempre, ha tremendamente ed urgentemente bisogno.

Il salmo 21, ripreso nella liturgia del Venerdì santo, sembra illustrare molti dettagli della passione di Gesù. La Chiesa ha sempre letto questo salmo con negli occhi il racconto evangelico della passione e nella mente l’inno di Paolo nella sua lettera ai Filippesi dove l’amore di Dio per l’uomo è descritto nei termini di un abbassamento incondizionato fino a umiliare “se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Il racconto della passione illustra nei dettagli storici accaduti a Gesù quel mistero di abbassamento che rivela la possibilità divina dell’umanità nella sua glorificazione presso il Padre. Ciò che l’antico Adamo aveva proditoriamente creduto possibile, cioè il ‘farsi Dio’ in modo indipendente da Dio, trovando la morte, Gesù lo vive nella modalità radicalmente inversa, cioè in termini di abbassamento e radicale dipendenza, trovando la vita e partecipandola agli uomini: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Pasqua

 

Domenica di Pasqua

(12 aprile 2009)

 

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Letture della veglia pasquale e Vangelo: Mc 16,1-8

Messe della Domenica di Pasqua

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La settimana santa veniva introdotta dalla colletta: “Guarda, Dio onnipotente, l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale, e fa’ che riprenda vita per la passione del tuo unico Figlio”, perché “tu solo hai compassione di noi peccatori”. Una compassione che si è fatta evidenza per il cuore, nella celebrazione dei riti del triduo sacro, quando abbiamo rimirato ‘colui che abbiamo trafitto’, quando è diventato evidente anche sensibilmente che “Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8,32).

Il racconto della passione nel vangelo di Giovanni inizia con la mirabile espressione: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Non vuol dire l’evangelista semplicemente che Gesù ci ha amati fino alla fine della sua vita o fino all’estremo delle sue possibilità, ma fino a che lo scopo per cui egli era venuto, mandato dal Padre, si fosse rivelato in tutta la sua potenza e in tutto il suo splendore, fino a che l’amore di Dio per l’uomo si fosse rivelato in tutto il suo splendore. Così l’accento non è posto tanto sulla prova di coraggio e di dedizione di cui Gesù ci ha dato testimonianza, ma sull’incommensurabile amore di Dio che finalmente conquista i cuori alla vita tramite Gesù. Nell’ultima cena Gesù ce ne aveva spiegato la ragione: “ ... viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco” (Gv 14,31). L’espressione ‘contro di me non può nulla’ andrebbe resa letteralmente: “in me non ha nulla”. La sottolineatura non riguarda la forza di Gesù, ma l’innocenza, la sua pura comunione con il Padre e con gli uomini, la sua imprendibilità all’illusione demoniaca per cui non viene meno all’amore proprio quando è calpestato. Qui si comprende il dramma della debolezza di Dio più forte della forza degli uomini. Per avvicinare i cuori degli uomini Dio ha messo da parte la sua potenza preferendo la debolezza (Cf. Fil 2,8 ). La debolezza di Dio non svela solo l’immensità dell’amore suo per l’uomo, ma pure il desiderio profondo dell’uomo, il bisogno dell’uomo per essere tale, compiuto nella sua umanità. E il mistero scaturisce proprio qui: l’uomo, per scoprire la sua umanità, non può non guardare a questa debolezza di Dio. Tutto ciò che è fuori da tale debolezza, risulterà illusione e causerà ulteriore sofferenza, ma sorda, tragica, insensata, che porterà divisione e non comunione, che porterà rabbia e non riposo.

La celebrazione della passione del Signore e la sua resurrezione rivelano l’intimità e la tenacia dell’amore di Gesù per gli uomini colte nel mistero della sua obbedienza al Padre. L’obbedienza del Figlio di Dio, che non gli ha fatto preferire nulla a noi, nemmeno la sua gloria divina, in ciò condividendo con il Padre e lo Spirito Santo la passione d’amore per noi uomini, suoi figli, induce noi a non preferire nulla a Lui, e in ciò condividendo la sua obbedienza all’amore senza ricercare altra contropartita. Di qui scaturisce quella salvezza che risana i cuori e li abilita alla vita in Dio, alla vita non più soggetta alla morte, cioè non più dominata da tutto ciò che attiene alla morte, causata dall’accoglimento dell’illusione demoniaca.

Se viva è stata la compassione per l’Uomo dei dolori, prorompente sarà la gioia per la notizia della risurrezione del Signore. È una notizia certa, ma non evidente. È una notizia vera, ma non apodittica. Perché quella notizia ha bisogno di tempo per apparire in tutta la sua potenza, per convincere i nostri cuori e scoprir loro la sorgente di gioia inesauribile che costituisce. Ha bisogno di spazi per espandersi, ha bisogno di condivisione per rafforzarsi, ha bisogno di testimonianze per risplendere. Sono i tempi della chiesa, gli spazi dell’umanità, la condivisione e le testimonianze dei credenti, perché i nostri cuori finalmente si convincano a vedere e a riconoscere il Signore Gesù in tutta la sua bellezza, morto e risorto per noi. Così la gioia della sua conoscenza profumi la nostra vita e ne manifesti lo splendore.

Comunque sia spiegato l’evento, è chiaro che la risurrezione di Gesù era del tutto inconcepibile per i suoi discepoli. L’esperienza della tomba vuota situa ormai l’intelligenza del mistero di Dio in una luce assolutamente particolare e apre all’uomo l’accesso di un tempo eterno in cui situare la storia e gli eventi, attraversati così dallo splendore del corpo glorioso di Cristo, in attesa che quello splendore riempia gli occhi e investa il cuore.

L’augurio della gioia pasquale allude proprio al dono di quella luce che inonda gli occhi e il cuore per farci vivere nella presenza del Signore che ci trascina nel regno del Padre suo.

Il Signore è risorto! È davvero risorto!

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Pasqua

 

2a Domenica

(19 aprile 2009)

 

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At 4,32-35;  Sal 117;  1Gv 5,1-6;  Gv 20,19-31

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La liturgia del tempo pasquale ripercorre i racconti delle apparizioni del Risorto per confermarci nella grazia della rivelazione dell’immenso amore del Signore per noi. Proclamare che il Signore è davvero risorto non significa solo esprimere una verità che riguarda la persona di Gesù, ma contemporaneamente accogliere la possibilità di ‘vita divina’ concessa all’uomo che, guardando a ‘Colui che è stato trafitto’, lo riconosce suo Signore e suo Dio, come Tommaso, in totale confidenza.

Fermiamoci solo su di un particolare, il saluto di Gesù: “Pace a voi”. Si tratta della pace messianica, quella che racchiude tutti i doni di Dio rendendoceli disponibili. Gesù la proclama e la offre definendola in rapporto a tre cose:

1) in rapporto alle sue piaghe. Mentre dà la sua pace mostra le mani e il costato. Quella pace ci deriva dalle sue piaghe e le sue piaghe ci confermano che il Signore risorto è il Gesù che ha patito, tanto la sua passione e morte ha fatto risplendere l’amore di Dio per gli uomini. Sarà così anche per i suoi discepoli: è la condizione della condivisione della rivelazione del vangelo. La gioia della presenza del Signore risalterà proprio là dove il discepolo è chiamato al martirio in qualunque prova della vita.

2) In rapporto alla missione: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Non si tratta semplicemente del fatto che i discepoli sono inviati ad annunciare al mondo la buona notizia, ma del fatto che l’annunceranno nella stessa modalità nella quale Gesù l’ha annunciato e cioè che come Gesù non dice e non fa se non quello che sente e vede fare dal Padre (cf. Gv 5,19), così i discepoli nei confronti del loro Maestro.

3) In rapporto allo Spirito Santo, di cui Gesù ci ha ottenuto l’effusione sulla croce. L’opera dello Spirito è la riconciliazione con Dio ed energia di comunione. Se Luca, nella prima lettura, descrive la prima comunità cristiana con un cuor solo e un’anima sola, non tratteggia un idillio, ma ne rivela la tensione dinamica, la tensione di una vita nella fede del Risorto, che diventa radice di umanità nuova, la cui cifra è appunto la comunione. Nel canone eucaristico, quando si invoca la discesa dello Spirito Santo sulla comunità dei credenti, è per essere abilitati a vivere ‘un cuor solo e un’anima sola’, in tutta fraternità.

Come si può partecipare allora al dono della pace da parte del Risorto? L’episodio di Tommaso risponde a tale domanda. Quando Tommaso protesta la sua incredulità non è per mancanza di fede, ma perché si è trovato così coinvolto nella vicenda di Gesù, al quale aveva aderito con tutto il cuore (Tommaso non è un pavido, un insicuro; le altre due volte che il vangelo di Giovanni parla di Tommaso ce lo presenta come un uomo generoso, pronto ad andare a morire con Gesù), che non vuole illudersi. Il suo dubbio procede da un cuore che ha preso molto sul serio la vicenda di Gesù. Quando Gesù, ricomparendo, gli dice di mettere la mano nel costato e nelle cicatrici, non ha bisogno di ricredersi, di scusarsi: è tutto teso a quel Signore che ha sempre voluto seguire e che ora riconosce per davvero “mio Signore e mio Dio”, la più solenne professione di fede dei vangeli, compimento della promessa di Dio al suo popolo: “Io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo” (Ger 31,33; 24,7; 32,38; Ez 11,20; 14,11; 37,23; Zac 8,8). In quel mio c’è tutto l’anelito del suo cuore, la sua esperienza di lui; in quel Signore e Dio c’è tutta la rivelazione di Gesù al suo cuore. Con quella professione di fede gli scende in cuore la pace che Gesù aveva offerto comparendo davanti ai suoi discepoli.

Nella vicenda terrena di Gesù, la pace sigilla l’inizio e la fine, rivelazione e dono del Dio misericordioso verso gli uomini. Al presepio di Betlemme gli angeli annunciano la pace; nel discorso all’ultima cena, Gesù promette la sua pace; dopo la risurrezione Gesù dona la sua pace e con la nostra professione di fede quella pace scende nel cuore e ne occupa le sorgenti. Quella pace è a prova di ogni tipo di male perché si colloca così profondamente alle radici dei cuori che non può essere rapita da niente e da nessuno. Quella pace ci è riofferta nella celebrazione eucaristica quando, prima della comunione, il sacerdote ricorda: “Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: ‘Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace’, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà”.

Gesù poi aggiunge: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Forse l’allusione è allo stesso autore del vangelo di cui si dice che vide e credette quando visitò la tomba vuota pur senza aver visto il Signore (cf. Gv 20,8). Noi tutti che veniamo dopo gli apostoli e che crediamo alla loro testimonianza, non vediamo il Signore eppure crediamo e lo amiamo (cf. 1Pt 1,8). È la beatitudine della fede che si risolve in visione e non della visione che porta alla fede. Non penso che Gesù voglia dire che si deve credere e basta, senza vedere, quasi che fosse riservato un premio speciale alla fede. È tipico invece della fede aprire gli occhi alla visione. Solo che la visione non precede, non può servire di giustificazione alla fede. Sarà la fede a introdurre alla visione. Questo promette la beatitudine di Gesù.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Pasqua

 

3a Domenica

(26 aprile 2009)

 

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At 3,13-19;  Sal 4;  1Gv 2,1-5;  Lc 24,35-48

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I racconti della risurrezione non mirano soltanto a mostrare la verità della risurrezione di Gesù, verità che non apparteneva all’orizzonte mentale dei discepoli, ma anche ad aprire l’intelligenza delle Scritture, che con la risurrezione di Gesù acquista tutt’altra densità e definitività.

Il canto al vangelo di questa domenica esprime bene la condizione interiore che prelude al riconoscimento del Risorto sia per gli apostoli che per noi: “Signore Gesù, facci comprendere le Scritture; arde il nostro cuore mentre ci parli” (cf. Lc 24, 32). È la confessione dei due discepoli di Emmaus che, dopo aver riconosciuto il Risorto nello spezzare il pane, si confidano i sentimenti profondi del cuore. Quando, nella preghiera dopo la comunione, la chiesa fa pregare: “Guarda con bontà, o Signore, il tuo popolo, che hai rinnovato con i sacramenti pasquali, e guidalo alla gloria incorruttibile della risurrezione”, non intende fare professione di fede nella risurrezione della carne, come la proclamiamo nel Credo, ma più specificamente allude alla possibilità di vivere in compagnia di Gesù Risorto (“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, Mt 28,20).

Luca sottolinea la ‘corporeità’ del Cristo risorto ma subito dopo mostra come quella stessa corporeità verrà sottratta allo sguardo dei discepoli con l’ascensione al cielo. In effetti Gesù, per mostrare la veridicità del suo corpo glorioso, mangia perfino una porzione di pesce arrostito davanti ai discepoli esterrefatti. L’annotazione sembra avere una valenza eucaristica. Il corpo glorioso ingloba nella sua dimensione ciò che di per sé appartiene a un’altra. Pur fatte le debite distinzioni, è appunto il mistero dell’eucaristia. Quando l’uomo mangia il pane eucaristico, non è lui a inglobare il corpo di Cristo, ma è il Corpo di Cristo che assimila l’uomo che lo mangia. È il Vivente che assume in lui noi vivi, ma ancora soggetti alla corruzione, fino a portarci alla sua dimensione, fino a farci vivere dello splendore dell’amore che viene da Dio.

È assolutamente significativo che solo di Gesù Risorto si dica che “allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture” (Lc 24,45), quando tutto ciò che lo riguardava fu portato a compimento. Gesù apre le Scritture (corrisponde all’esperienza dei due discepoli di Emmaus che ascoltavano il pellegrino spiegare le Scritture) e contemporaneamente apre la mente a comprenderle. Il doppio movimento di apertura è ascritto al Risorto perché con la risurrezione si compie il suo mistero, di cui tutte le Scritture parlano, mistero che noi possiamo cogliere tramite lo Spirito suo che ci ha effuso e che ci rende testimoni suoi. Tre sono gli aspetti che si concatenano nella testimonianza dei discepoli: 1) anzitutto il riferimento alle Scritture, senza le quali non è possibile riconoscere il mistero della morte e risurrezione del Cristo, nel quale prende senso la stessa creazione e trova il suo punto di incandescenza quel movimento di rivelazione di Dio al suo popolo per la sua liberazione; 2) il Gesù che ha patito è lo stesso che è risorto; le sue cicatrici non esprimono semplicemente la cronaca della sua storia umana, ma rivelano tutto il mistero dell’amore eterno di Dio per l’uomo, tanto che per noi, in fondo, si tratterà di arrivare a cogliere come le sofferenze subite, le cicatrici nel corpo del Cristo, non esprimono soltanto il prezzo, ma la gloria dell’amore. E come è stato per il Signore Gesù, lo sarà anche per i suoi discepoli; 3) l’annuncio della risurrezione è teso alla conversione e al perdono dei peccati.

E qui si innesta la questione dell’intelligenza delle Scritture. Ce lo richiama l’apostolo Pietro nel suo discorso alla folla dopo la guarigione miracolosa del paralitico alla porta Bella del tempio, come riportato nella prima lettura. Il punto essenziale del suo discorso non è costituito dal fatto di ricordare che il miracolo è avvenuto nel nome di Gesù risorto, di cui lui e gli altri apostoli sono testimoni, ma nel fatto di legare il pentimento e la conversione al riconoscimento dell’agire di Dio in quell’Uomo che è stato rinnegato, condannato, messo a morte e ora glorificato. Nel riconoscere che Gesù è stato condannato e messo a morte c’è tutta l’ammissione di colpevolezza nei confronti di Dio di cui si è disprezzato l’amore e perciò il cuore si addolora profondamente (risuona allora con tutt’altro significato il versetto: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”, Gv 19,37), ma per aprirsi al riconoscimento che l’amore di Dio è davvero grande e poter dire, davanti al ‘crocifisso’: questi è davvero il re della gloria, il testimone dello splendore dell’amore di Dio che salva e nella cui energia anche noi possiamo ora vivere. Guardando con dolore e tenerezza a Colui che è stato trafitto possiamo specchiarci e ritrovare la nostra verità: di uomini peccatori, che non hanno voluto tener in conto l’alleanza di Dio, che hanno disprezzato il suo amore e contemporaneamente di uomini redenti, che finalmente vedono l’amore di Dio riversarsi su di loro e fornire loro nuove coordinate di esistenza.

Le preghiere della liturgia di oggi (colletta, offerte, dopo comunione) sottolineano la tensione all’eternità, tipica della risurrezione. È l’eterno che aspira il temporale, è l’apertura all’eterno che lascia intravedere il senso della nostra storia, letta nell’ottica della rivelazione delle Scritture, con lo sguardo fisso al Cristo, nell’annuncio per il mondo che in lui la pace è ormai godibile.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Pasqua

 

4a Domenica

(3 maggio 2009)

 

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At 4,8-12;  Sal 117;  1Gv 3,1-2;  Gv 10,11-18

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La liturgia pasquale, con l’immagine di Gesù buon pastore, ci dischiude la possibilità di cogliere la realtà del Risorto come di colui che dà la vita e la riprende di nuovo (cf. Gv 10,17). Gesù si presenta come il buon pastore e fa consistere la sua bontà nel fatto che ha dato la vita, seguendo il comando del Padre, che per questo lo ama. Sembra questa la concatenazione logica dei pensieri. Ma la realtà è più misteriosa. Il comando del Padre sembra riguardi non tanto il fatto di dare la vita, ma di poterla dare e di poterla riprendere di nuovo. Cosa significa? Sul dare la vita non è detto semplicemente che dà la vita, ma che dà la sua anima, la sua persona, se stesso e non semplicemente che la dà a qualcuno, ma per qualcuno. Gesù unisce strettamente le due dinamiche del conoscere e dell’amare nel fatto di dare la vita. Perché?

L’immagine del pastore è sviluppata in quattro passaggi ben concatenati: prima Gesù usa una semplice similitudine, poi si definisce come la porta, quindi come il buon pastore in rapporto al mercenario per finire con l’immagine del buon pastore in rapporto al Padre. Il tutto è incentrato sulla dinamica del dare la vita come la caratteristica propria del buon pastore. Il passaggio chiave è dato dal definirsi di Gesù come la porta nel senso che lui costituisce il punto di passaggio da un mondo all’altro, il punto in cui si entra dalla dimensione umana a quella divina. Non per nulla la figura del pastore acquista tutto il suo valore di rivelazione quando è collegata al comando del Padre di dare e riprendere la vita. Credo che il senso possa essere questo: l’opera principale del Padre è l’amore al Figlio perché dia se stesso e così doni agli uomini la vita del Padre. Gesù, mentre dà se stesso, dona agli uomini il Padre.

L’amore del Padre si rivela in Gesù perché Gesù lascia che quell’amore, che in lui riposa totale, si espanda e conquisti tutti fino a far vivere tutti di quello stesso amore. Quando dice che il buon pastore conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono lui allude al fatto che l’amore per loro, frutto dell’amore del Padre che su di lui riposa, è la ragione stessa della sua vita, la ragione che non permette a nessun’altra di avere voce nel suo cuore. E le pecore possono conoscere lui perché conoscono questo suo amore, che rivela loro la bontà di Dio per loro. Ma tale è la dinamica di ogni amore: conosco se do la vita, solo se metto a disposizione dell’altro la mia vita potrò conoscerlo perché la conoscenza proviene e conduce all’amore. Non solo, ma che per noi uomini l’esperienza dell’amore risulta possibile a condizione di percepirlo come dono di vita, vita di Dio per noi e vita di noi per il prossimo. Gesù è colui che dal punto di vista di Dio ci rivela qual è la dinamica dell’amore e dal punto di vista dell’uomo ne svela la profondità e la densità. L’amore ha sempre a che fare con la vita di Dio, con il mistero di Dio. Non è detto semplicemente che Gesù dà la vita a, ma per le pecore. Così, se non percepisco il suo dono per, non potrò viverlo riferito a me, perché lo vivrei in senso egoistico, come se l’amore di Dio servisse semplicemente a far star bene me, bisognoso di amore. Il mistero dell’amore è dato dal rimando al mistero di Dio che vuole tutti gli uomini salvi; è dato dal fatto che Gesù è il Signore di tutti (cf. At 10,36). Per questo Gesù parla di altre pecore che non sono del suo ovile; tutte lui deve condurre, per fare un solo gregge. La dinamica dell’amore è essenzialmente universale. Dal punto di vista di Dio, sarebbe un controsenso amare qualcuno e odiare altri; sarebbe come un volere contemporaneamente Dio per sé ed escluderlo per altri.

In questo senso Gesù è detto pietra d’angolo (At 4,11) della nuova costruzione del popolo di Dio che riguarda tutta l’umanità. E la ragione profonda è data dal fatto che, essendo stato respinto, scartato, ma senza esser venuto meno all’amore di Dio e alla sua opera per l’uomo, ha superato ogni forma di rifiuto e di discriminazione, cioè ha avuto ragione della morte e così può costituire la radice di vita per tutti perché l’amore di Dio risplenda nel mondo.

Quando dice che può dare la vita e riprenderla e che questo è il comando del Padre suo allude al fatto che dà se stesso senza arrogarsi nessun altro diritto che non sia quello di testimoniare l’amore del Padre agli uomini e così la vita che vive è vita eterna, perennemente vitale, capace di attraversare ogni movimento di morte. E questo corrisponde al volere di Dio per l’uomo, che è chiamato comando. Quando in effetti la riprende, con la sua risurrezione, è per darla a tutti coloro che in lui vedono il mistero della fedeltà di Dio all’uomo, è per far prevalere il volere del Padre che vuole la vita per gli uomini. E perciò noi possiamo avere la vita in abbondanza, cioè la vita secondo quella stessa dinamica di amore di colui che ce l’ha data. Vale lo stesso effetto anche per noi: per accrescere la vita, occorre darla. Non semplicemente darla a qualcuno, ma darla perché l’amore di Dio per gli uomini torni a risplendere e l’opera di Dio in Gesù si faccia sperimentabile e abbordabile per l’umanità, nostra e degli altri.

Potessimo – e, in Gesù, come suggerirà l’immagine della vite e dei tralci di domenica prossima, lo possiamo! - anche noi, di fronte ad ogni tipo di ingiustizia, di afflizione, di oppressione, interiore e esteriore, dire con Gesù: “Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso” (Gv 10,17)! Significherebbe diventare collaboratori con Dio alla sua opera di salvezza, quella cioè di radunare i figli di Dio dispersi; significherebbe non permettere che il nostro cuore ceda alla divisione e all’odio con qualche fratello scavando fossati o respingendolo lontano da noi, perché in tal caso daremmo più importanza all’agire di un uomo che all’agire di Dio e ci sottrarremmo alla comunione con Lui che non ha altro desiderio se non quello di attrarre alla sua comunione tutti i suoi figli.

Così l’anima può cantare: “Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia” (Sal 117,1).

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Pasqua

 

5a Domenica

(10 maggio 2009)

 

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At 9,26-31;  Sal 21;  1Gv 3,18-24;  Gv 15,1-8

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La porta di accesso più immediata per entrare nel mistero che Gesù vuole illustrare con l’immagine della vite è data dal collegamento del canto al vangelo (“Rimanete in me e io in voi, dice il Signore; chi rimane in me porta molto frutto”) con il passo di 1Gv 3,24: “Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato”. Il frutto di cui parla Gesù è collegato allo Spirito Santo, di cui l’apostolo Paolo elenca le operazioni: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Essere in Cristo significa avere lo stesso suo Spirito, agire secondo il suo Spirito.

Ritorniamo all’immagine della vite che intesse tutto il cap. 15 del vangelo di Giovanni. Gesù siede con gli apostoli per la sua ultima cena; ha appena lavato loro i piedi, ha svelato l’imminente tradimento, ha conversato sulla rivelazione del Padre e sull’invio dello Spirito Santo. Dicendosi vite vera mostra agli apostoli la profondità del legame che li unisce e offre una chiave di lettura del mistero della vita sua e della sua persona, indicando contemporaneamente a quale dignità di vita chiama i suoi discepoli.

L’immagine della vite ha risonanze profondissime nelle Scritture, soprattutto in rapporto alle premure di Dio per il suo popolo. Si possono leggere i passi di Os 10,1, Is 5,1-7, Ger 2,21. In particolare, però, la vite ricorre nelle parabole di Gesù: nella parabola degli operai inviati alla vigna (Mt 20,1-16), nella parabola dei due figli invitati ad andare a lavorare nella vigna (Mt 21,28-30) e, con accenti assolutamente evocativi, nella parabola dei vignaioli assassini (Mt 21,33-42) dove l’amore di Dio per il suo popolo appare proprio folle.

La vite, per il vino che se ne ricava pestando gli acini e facendo fermentare il mosto, richiama il sacrificio pasquale di Gesù; il vino, frutto della vite, richiama il sangue, il mistero eucaristico, lo Spirito Santo, il regno di Dio.

Quando Gesù si proclama vera vite allude alla possibilità per gli uomini di avere la vita divina, di godere della piena comunione con Dio. Il paragone si impernia sul fatto che la vite e i tralci godono della stessa linfa. Se, evidentemente, i tralci sono rigogliosi, è perché ricevono la linfa dalla vite e quindi, applicando il paragone, se i discepoli vogliono avere vita vera, dovranno stare ben innestati in Gesù. Le parole di Gesù vanno comprese dentro questo mistero.

Gesù parla anzitutto di potatura. In greco, potare, purificare, essere puro o mondo, sono significati che si rapportano alla stessa radice. Illuminante la spiegazione di Gesù: “Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato”. La parola di Gesù, quella che si è trasformata in vita nostra, che ci ha comunicato il suo Spirito, ha il potere di rendere puri. Che significa? Accogliere la parola di Gesù significa accogliere la rivelazione della manifestazione dell’amore di Dio per l’uomo che lo vuole in comunione con sé perché possa vivere in verità la sua vocazione all’umanità. Gli apostoli incominciano a comprendere che in Gesù sta il segreto di Dio per l’uomo e, nello stesso tempo, il segreto del loro cuore che anela a Dio. Il segreto di Dio ha così sempre a che fare con la vocazione dell’uomo.

La potatura mira a ottenere più frutto.  Ma qual è il frutto di cui si parla? Si vedrà meglio nel seguito del brano che verrà letto domenica prossima, ma già si intravede da oggi. Il frutto è che il Padre sia glorificato, cioè che l’amore tra gli uomini risplenda a tal punto da rivelarlo Padre di tutti. Gesù è colui che rivela il mistero di Dio in tutta la sua bellezza per l’amore agli uomini che lo divora, fedele in questo all’amore del Padre fino alla fine: sia all’amore del Padre che in lui aveva posto tutto il suo compiacimento sia all’amore per il Padre nella fedeltà alla sua volontà di benevolenza per gli uomini. Partecipare a tutta la bellezza di quell’amore significa dimorare in Gesù, come l’immagine della vite sottolinea. E si dimora quando non si attingono altrove motivazioni di vita e di azione, in nessuna circostanza, cioè quando lo Spirito del Signore agisce e muove il nostro cuore in tutto ciò che sente e che fa, in tutta intimità.

Da notare che, se i discepoli vogliono rimanere nel Signore, bisogna che la sua parola (nel testo greco ‘logos’) rimanga in essi. Il che significa che, se rimanessero in noi solo le parole, è assai probabile che col tempo non si fisserebbero dentro di noi e quindi con esse perderemmo anche il Cristo. Occorre invece che la parola del Signore diventi in noi vita, che incessantemente irrori la vita nostra, come la linfa della vite irrora incessantemente i tralci. Quando più avanti Gesù riprende il pensiero e dice: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi”, il testo usa ‘remata’, da intendere: parole e fatti, detti ed eventi che lo riguardano, siano sigillati nel cuore là dove se ne fa memoria viva. Dalla memoria viva spunta come frutto proprio il Cristo che ci attira nella sua stessa dinamica di vita, cioè ci comunica il suo Spirito. Tanto che, quando alla fine proclama: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”, è come se dicesse: come io ho creduto al Padre fino alla fine e ho portato il frutto dello Spirito che si riversa e incendia il mondo rivelandogli l’amore di Dio per lui, così voi pure seguendo me, stando uniti a me.

Aggiungo ancora un aspetto rispetto al portar frutto che riguarda anche l’intelligenza delle Scritture che vengono colte nella loro capacità di rivelare al nostro cuore il mistero di Dio nella sua volontà di salvezza per l’uomo. Il segreto delle Scritture è il segreto di Dio, che ha sempre a che fare con la vocazione dell’uomo, come sopra dicevo. E il frutto per l’uomo sta proprio nel vivere secondo quel segreto, nella potenza che quel segreto comunica. Non si tratta tanto di venire a conoscenza di qualche dato di verità, ma di venir sopraffatti dalla rivelazione di un segreto che ti abilita a un’esperienza, capace per sua stessa natura, data la sua radice dall’alto, di indirizzarsi a tutti, di condividerla a tutti.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Pasqua

 

6a Domenica

(17 maggio 2009)

 

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At 10,25-48;  Sal 97;  1Gv 4,7-10;  Gv 15,9-17

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Commentando l’immagine della vite e dei tralci Gesù svela il suo segreto. Intesse il suo discorso su tre come: “Come il Padre ha amato me…  come io ho osservato i comandamenti del Padre mio… come io ho amato voi” (vv. 9,10,12). A dire il vero, le frasi di Gesù suonano piuttosto strane. Non ha molto senso infatti dire che uno è amico se fa ciò che gli comanda l’altro oppure unire l’amare al fatto di essere comandati. In questo intensissimo brano, dagli accenti estremamente confidenziali, si aprono continuamente nuovi livelli di comprensione a seconda di come le varie espressioni sono tenute insieme. La complessità è intenzionale perché la densità di ciò che viene rivelato è tale da doverla accostare da più punti e l’ascoltatore o il lettore è condotto, per accostamenti successivi, a entrare sempre più nel profondo.

Che significato dunque ha quel come? Dice almeno tre cose:

1) allude alla radice dall’alto. È Dio che ha dato a noi il suo Figlio, lui ci ha amati per primo. L’amore scaturisce dal Padre, rivela il suo desiderio di comunione con gli uomini, di cui Gesù è il Testimone ed il Compimento per eccellenza;

2) si riferisce ad una specifica dinamica, all’orientamento preciso di un movimento che caratterizza l’azione di Dio Padre e del suo Figlio nei confronti degli uomini: il Figlio è stato inviato, ha patito ed è morto e risorto per riunire i figli di Dio dispersi;

3) rivela una potenza, quella dello Spirito, che indica non solo la forza dell’amore ma anche la condizione in cui si dà l’amore, cioè nello Spirito.

L’aspetto di rivelazione delle parole di Gesù è da cogliere anche nel fatto che tale dinamica di amore corrisponde all’intima struttura del cuore dell’uomo. Un uomo, amando così, come Gesù dice, vive secondo la vocazione all’umanità che il nostro essere uomini e donne comporta. Per questo Gesù potrà dire che la gioia che tale dinamica ottiene non potrà essere rapita da nessuno perché si situa ad un livello di profondità dove nessuno ha accesso, nemmeno i demoni e costituisce l’eredità della vita. E l’uomo scoprirà che le radici di quella gioia appartengono a Dio, di cui imparerà a condividere i sentimenti.

Sono delineati come tre livelli concentrici di realtà: tra il Padre e Gesù, tra Gesù e noi, tra di noi. Il comandamento dell’amore vicendevole pesca nell’intimità di amore del Padre per il Figlio e del Figlio per noi. Fa da perno la persona del Figlio, inviato dal Padre, che si dà a noi nel suo amore salvatore. Come dice Giovanni nella sua prima lettera: “In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui” (1Gv 4,9). Se però non abbiamo mai sperimentato quella vita che da lui proviene, come credere all’amore? E la vita si sperimenta nei comandamenti accolti e condivisi, non solo nella loro materialità, ma nella loro ispirazione interiore. Per questo Gesù dice: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. I comandamenti non sono obblighi da adempiere, ma autorivelazione di Dio. L’ispirazione segreta dei comandamenti ha a che fare con il desiderio di Dio di farsi conoscere all’uomo nel suo amore per lui, di condividere con l’uomo la sua vita, la sua gioia e il suo amore, che nel Figlio risplendono. Tanto che Gesù può riassumere i comandamenti in uno solo: l’amore vicendevole, che deriva dall’intimità di vita con il proprio Dio Salvatore. Se alla fine non si parla più di comandamenti, ma di un solo comandamento, vuol dire che quel comandamento non solo riassume tutti gli altri, ma di tutti mostra lo scopo unico, il sigillo di autenticità e di vigore. L’amore vicendevole è direttamente dipendente dall’esperienza dell’amore salvatore del Signore. Non si accede all’amore per entusiasmo, ma per intima compassione, goduta e condivisa.

La partecipazione alla dinamica dell’amore avviene per la conoscenza dei segreti di Dio che Gesù svela ai suoi discepoli in amicizia. Gesù definisce l’amicizia come condivisione dei suoi segreti. Ma nel parlare di Gesù si conosce solo dopo aver osservato i comandamenti; eppure, si possono davvero osservare i comandamenti solo se si diventa amici. Ciò vuol dire che l’amore deriva in primo luogo dall’esperienza dell’incontro con il Signore, dall’accoglierci perdonati e guariti e non dipende dalle qualità umane; si alimenta con il rimanere in lui, con il tessere continuamente le sue parole con i nostri pensieri, con l’affondare i nostri desideri nella sua promessa di vita per noi. In secondo luogo, l’amore fa vivere dello stesso desiderio di Dio. In terzo luogo, fa vivere dello e nello stesso Spirito di Gesù, di cui è detto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. Dare la propria vita non comporta solo il morire per l’altro, ma il mettere a disposizione la propria vita per l’altro di modo che la propria vita diventi per l’altro alimento, calore, rifugio, riposo, senza alcun limite, perché si realizza la promessa: “se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

Se davvero questa è la nostra fede, come non darne annunzio a tutto il mondo, come canta l’antifona di ingresso: “con voce di giubilo date il grande annunzio, fatelo giungere ai confini del mondo: il Signore ha liberato il suo popolo”.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Pasqua

 

Ascensione

(24 maggio 2009)

 

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At 1,1-11;  Sal 46;  Ef 4,1-13;  Mc 16,15-20

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Il mistero dell’ascensione è presentato dalle Scritture e dalla liturgia in due registri: un registro dogmatico, secondo l’enunciato della fede e un registro narrativo, secondo i ricordi degli apostoli. Il ‘fatto’ dell’ascensione di Gesù, vale a dire della sua sparizione agli occhi degli apostoli mentre sale al cielo è narrato dalla prima lettura, secondo il resoconto che l’evangelista Luca presenta nel primo capitolo degli Atti; l’enunciato dogmatico, vale a dire che Gesù fu assunto in cielo e ora siede alla destra del Padre, lo troviamo nel vangelo di Marco. I due registri vanno tenuti insieme.

La gioia della colletta: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo nostro Capo nella gloria”, è una gioia, potremmo dire, in terza battuta, conseguenza cioè dell’aver contemplato con gli apostoli il fatto dell’ascensione al cielo di Gesù, dell’aver ‘compreso’ il senso di quell’avvenimento e perciò applicato a noi la potenza di grazia che comporta.

L’ascensione chiude le apparizioni pasquali. Tutti i passi di Matteo, Marco, Luca e Atti, che ricordano l’evento dell’ascensione di Gesù, hanno per contesto la missione alle genti con l’assicurazione della presenza costante del Signore. Quando Gesù, nell’ultima cena, aveva ricordato il suo ritorno al Padre, aveva causato negli apostoli una grande tristezza. Ora che gli apostoli lo vedono sparire in cielo senza poterlo più rivedere provano una grande gioia. Come mai?

Evidentemente il mistero vissuto dagli apostoli era d’altra natura rispetto a quello che immaginiamo. In effetti i discepoli hanno visto il fatto materiale dell’ascendere di Gesù al cielo (il testo usa il verbo greco vedere) ma hanno anche intravisto la portata mistica del fenomeno (il testo usa il verbo contemplare). Ciò significa che lo sparire di Gesù dalla loro vista permetteva di coglierlo presente nei loro cuori. Nella percezione degli apostoli l’ascensione è colta come un dono di presenza, come un’interiorizzazione di rapporto, che non solo non perde nulla della sua realtà con la sottrazione della fisicità di Gesù, ma acquista profondità e intensità insospettate. Se potessi riassumere con mie parole la sensazione degli apostoli, direi che si è trattato dell’esperienza di una gioia assolutamente dinamica, capace di allargare i confini del cuore e le energie corrispondenti in maniera illimitata. Resta sottolineato sia una dimensione di azione, in rapporto diretto con la missione alle genti, sia una dimensione di essere, in rapporto all’esperienza della presenza potente di Gesù in loro e con loro. Proprio qui si innesta l’enunciato di fede: Gesù è alla destra del Padre, cioè nell’atteggiamento di Colui al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra per ottenerci la salvezza. Da tale considerazione deriva la nostra speranza e tutta la nostra fiducia, tanto che possiamo contemplarci, nel suo amore, vicini a Dio, assunti in Dio anche noi, legati a Lui, Lui la vite e noi i tralci, Lui il capo e noi le membra.

Nel racconto di Marco ciò che colpisce è una specie di forza potente che muove tutto: il cuore degli apostoli come l’insieme del mondo e lo stesso desiderio di Dio per l’uomo. In quel correre alla predicazione non va visto solo lo zelo degli apostoli, ma anche l’attesa degli uomini e il desiderio di Dio. Così la presenza potente di Gesù accanto ai suoi non va vista nella capacità di fare miracoli, come farebbe supporre l’annotazione dell’evangelista nel finale del suo vangelo; va vista piuttosto in riferimento alla predicazione, vale a dire alla capacità che ha di riempire il cuore, che parla a tutti della sua presenza viva, senza che il mondo lo possa soffocare. La molla segreta di tale capacità è lo stesso desiderio di salvezza che Dio nutre nei riguardi degli uomini e che si comunica ai discepoli per raggiungere tutto il mondo.

Se la presenza del Signore è assicurata nel mondo, lo si deve al fatto che precisamente qui, nel mondo, continua la sua opera, così come nel mondo continua la rivelazione dell’amore del Padre, tanto a livello interiore che ecclesiale, nell’attesa che anche al mondo sia dato ciò che è dato ai discepoli. I discepoli diventano testimoni non semplicemente di Gesù, ma testimoni/collaboratori della sua opera di salvezza. Il dono dello Spirito Santo ha attinenza proprio a quella dinamica di predicazione per la conversione e il perdono dei peccati.

È una verità che risalta anche da un dettaglio riferito da Luca in At 1,6-8. Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, vale a dire: non si vedrà; nessuno potrà dire: è qui, è là. È inutile che pensiate di vedere il regno di Dio nella storia; i tempi e i modi di questa venuta gloriosa solo Dio li conosce, la cosa non vi riguarda. Ma voi “avrete forza dallo Spirito Santo … e mi sarete testimoni”. Quello che vi riguarda è che siate agiti dalla potenza dello Spirito Santo per essermi testimoni.

Gli apostoli sono i testimoni della salvezza operata da Gesù, non gli amministratori; favoriscono in ogni modo l’opera della salvezza, non ne sono mai i detentori. L’invio dello Spirito da parte di Gesù li assicura dell’accesso alla salvezza, per sé e per tutti, nella storia.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo di Pasqua

 

Pentecoste

(31 maggio 2009)

 

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At 2,1-11;  Sal 103;  Gal 5,16-25;  Gv 15,26.27; 16,12-15

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“O fuoco la cui venuta è parola, il cui silenzio è luce! Fuoco che fissi i cuori nell’azione di grazie” canta s. Efrem e la liturgia di oggi, con il canto al vangelo, proclama: “Vieni, santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore”.

Gesù parla dello Spirito come di colui che ci guida a tutta la verità. È la verità dell’amore del Padre per gli uomini, amore che risplende nel Figlio e di cui lo Spirito ci incendia. L’aspetto però caratteristico del fuoco dello Spirito è la memoria di Gesù, di lui e delle sue parole, di lui e della sua opera di salvezza, riempiendo di lui il cuore e tutti i cuori. Lo Spirito, ottenutoci dalla passione gloriosa di Gesù, svela al nostro cuore il colloquio eterno tra il Padre e il Figlio a proposito della salvezza dell’uomo, il colloquio tra il Padre e il Figlio che vive la sua umanità nell’amore per gli uomini. Tutto questo ‘colloquio’ lo Spirito ha udito e ce ne rende partecipi. Così conosceremo la verità, vale a dire la grandezza dell’amore di Dio per l’uomo, che in Gesù si è fatto evidente, a noi accessibile, per la fede in lui. Ci farà gustare la promessa di Gesù: “Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15).

Oltre al fuoco, l’immagine caratteristica della Pentecoste è quella delle lingue. Il miracolo di pentecoste possiamo esprimerlo così: i vari idiomi si unificano in un’unica lingua, la diversità si apre alla comunione e tutti comprendono la stessa cosa. A dire il vero, non tutti, perché ci sono alcuni che si tengono in disparte e leggono l’evento come ciance di ubriachi. Ci sarà sempre spazio nel mondo per la missione e la testimonianza! Ciò che accomuna, comunque, è solo l’opera di Dio riconosciuto nel suo amore per gli uomini. Tutti mantengono la proprietà dei rispettivi linguaggi, ma tutti esprimono l’identica cosa: i cuori parlano oramai un’unica lingua, a differenza dell’esperimento della torre di Babele, quando gli uomini parlavano l’unica lingua del dominatore di turno in ordine al sogno di grandezza di qualche potente, ma i cuori erano schiavizzati, zittiti nella loro lingua. È il miracolo operato nei cuori dallo Spirito quando li convince a muoversi nella carità, aprendo la diversità alla comunione e facendo esperienza che così viene proclamato l’amore di Dio che riempie i cuori. Riconoscere, assecondare, favorire tale dinamica, significa aver ricevuto e agire nella potenza dello Spirito Santo. E lo Spirito Santo non può che condurre alla conoscenza del mistero del Signore Gesù che dell’amore di Dio per gli uomini è il testimone per eccellenza.

L’unità dell’opera di Dio si manifesta in quei frutti di cui Paolo attribuisce l’azione allo Spirito: “Il frutto dello Spirito, invece, è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge” (Gal 5,22). Perché quei frutti parlano dello Spirito, se lo Spirito è dato in ordine alla missione nel mondo? Lo Spirito investe l’universo irradiando dal centro delle persone; opera nel mondo a partire dalla trasfigurazione delle persone. I frutti alludono alla realizzazione della vocazione all’umanità che scaturisce dalla comunione con Dio, di cui Gesù ci fa partecipi nel suo Spirito e che si riversa, in solidarietà con i suoi sentimenti, su tutti gli uomini, destinatari come noi del suo amore misericordioso. Non per nulla Paolo accompagna l’esposizione dei frutti dello Spirito con l’annotazione: “Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri”. La funzione perciò dello Spirito è quella di farci ritrovare in Gesù, di renderci appartenenti a Gesù (“Io sono la vite, voi i tralci” ... “rimanete in me”) in quella umanità ormai aperta alla comunione con Dio, solidale con lui e con gli uomini. A questo allude la specificazione dell’azione dello Spirito come memoria di Gesù. Mondo è tutto ciò che fa resistenza a quella comunione e non vuole accogliere il segreto di Dio che lo Spirito ci comunica in Gesù (cf. Gv 15,15). E dove si annida, se non nel cuore dell’uomo, la resistenza all’azione dello Spirito? Appena il cuore viene liberato dalle sue illusioni di potenza o presunzioni di potere, torna a godere della sua umanità compiendone gli aneliti e ritrovandosi solidale con tutti.

La missione alla quale lo Spirito Santo abilita i discepoli risponde proprio allo scopo dell’unità degli uomini. In un doppio significato: primo, si tratta di una missione di annuncio perché il dono dell’esperienza della fede non riguarda me o te, ma riguarda me per arrivare a te, riguarda te per arrivare a me, riguarda noi per arrivare a tutti. Il Signore Gesù appartiene a tutti gli uomini perché per tutti gli uomini è nato, morto e risorto. Anche in questo va letto il mistero dell’unità dei figli di Dio dispersi che costituisce lo scopo dell’agire di Dio, in Cristo, per mezzo dello Spirito Santo. E secondo, si tratta di una missione che rende capaci di mostrare il mistero, cioè che abilita i discepoli a far vedere con la loro vita lo splendore del Cristo, nel quale tutti possono trovare pace e unità. I frutti dello Spirito riguardano proprio il passaggio dal permanere semplici individui, centrati su se stessi, al diventare persone, soggetti di comunione, mossi appunto da quello Spirito che della comunione fa la sua opera specifica. E questo rivela ai cuori le meraviglie di Dio, apre i cuori a riconoscere il Volto del Dio Vivente.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Solennità e Feste

 

Ss. Trinità

(7 giugno 2009)

 

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Deut 4,32-40;  Sal 32;  Rom 8,14-17;  Mt 28,16-20

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La liturgia oggi celebra la confessione della fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Ora, la confessione della fede non esprime semplicemente la convinzione dei credenti in certi dati di verità, ma più propriamente esprime l’esperienza che ha permesso la formulazione di quei dati. Il principio della proclamazione del Credo nella liturgia, come di tutte le formule di confessione della fede, si radica nella grande esperienza religiosa del popolo di Israele: Dio non è un oggetto di conoscenza, ma un Soggetto di relazione. Non si arriva a Dio per via speculativa, ma dentro una storia di salvezza, accogliendo l’iniziativa di Dio. Dire “io credo” significa prima di tutto dire: benedico colui che ha fatto questo e questo per me, accetto di rispondere all’alleanza che ha voluto offrirmi, sono suo servo, erede delle sue promesse e fruitore del suo regno. La proclamazione delle Scritture come la celebrazione liturgica sono percepite come ‘memoriale’ dell’iniziativa di Dio per l’uomo, il quale è chiamato a riconoscere l’amore di Dio per lui nella sua storia che diventa sacra, storia di salvezza.

Celebrare il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo significa dunque riconoscere l’azione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nel mondo, in me, azione che essenzialmente è azione di salvezza, azione di rivelazione del loro amore e della sua condivisione. Nel salmo 32,11 si canta: “Ma il disegno del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni”. È il versetto che presiede al commento al Padre nostro di s. Massimo Confessore. Tutto quanto Dio ha da dirci e tutto quanto Dio compie per noi si ritrova nella mirabile preghiera del Padre nostro, sintesi del mistero della Trinità. Tramite Gesù e in Gesù possiamo aprirci a quel mistero, restarne sopraffatti e stupiti e adoranti. Ed è da dentro quello stupore e quella adorazione che possiamo ‘pretendere’ di sfiorare la conoscenza del Volto di Dio, del suo amore immenso per noi. Quello che a noi manca nel recitare/proclamare la preghiera è la profondità di intimità con cui è stata proferita e insegnata da Gesù stesso. Ma solo guidati da quella intimità arriviamo a Dio in verità.

Quando nella lettera ai Romani Paolo proclama che i figli di Dio (= coloro che conoscono Dio) sono coloro che lo Spirito di Dio guida, dobbiamo intendere: lo Spirito, inviato da Gesù, ci guida a entrare nell’alleanza che Dio ci offre in Gesù, ci guida a proclamare il ‘Padre nostro’ in piena verità per il nostro cuore, condividendo secondo la capacità del nostro cuore la stessa intimità di vita e di conoscenza del Signore Gesù con il Padre, nello Spirito. Solo così possiamo sperare di osservare i comandamenti di Dio, come ci ricordava la prima lettura. La pratica dei comandamenti presuppone l’esperienza della visione: per gli israeliti, l’intervento di Dio nell’Egitto e la rivelazione sul Sinai; per i cristiani, l’esperienza dell’intimità di conoscenza del Signore Gesù, percepito presente e capace di soddisfare ogni desiderio, e dalla parte di Dio (ci fa conoscere in verità il volto di Dio) e dalla parte dell’uomo (ne compie l’umanità fino a farla risplendere in tutta la sua autenticità), come lui stesso proclama: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra… Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. In effetti i comandamenti di Dio non provengono da un imperativo morale, ma sono in funzione di un’alleanza.

Ci aiuta a collocarci nel clima interiore adatto a cogliere la qualità del mistero della festa di oggi anche il passo evangelico: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio ...” (cf. Mt 11,25-30). Si tratta forse di uno dei passi più solenni e più intimi del vangelo. Tutto deriva dalla benevolenza di Dio per l’uomo. A Lui è piaciuto cercare l’uomo, volerlo compagno del suo amore. In Gesù l’ha trovato e in Lui trova tutti noi. La compiacenza che il Padre ha espresso per Gesù al battesimo e nella trasfigurazione (“Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”) è onnicomprensiva di tutti i figli degli uomini perché l’amore di Dio risplenda e la gioia dell’amore sia condivisibile tra Dio e l’uomo. Proprio quello che il mistero della Trinità proclama.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Solennità e Feste

 

Ss. Corpo e Sangue di Cristo

(14 giugno 2009)

 

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Es 24,3-8;  Sal 115;  Eb 9,11-15;  Mc 14,12-26

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L’origine di questa festa, propria dell’Occidente latino, va messa in rapporto con il possente risveglio della devozione eucaristica che dal secolo XII in poi si sviluppò, accentuando particolarmente la presenza reale di Cristo nel sacramento e quindi la sua adorazione. Furono le visioni di Giuliana di Cornillon, monaca agostiniana di Liegi, ad avere un influsso decisivo nell’introduzione della festività, che per la prima volta si celebrò nella diocesi di Liegi nel 1247. Urbano IV, già arcidiacono di Liegi e confessore di Giuliana, la prescrisse per tutta la Chiesa nel 1264.

Parafrasando il Padre Nostro, s. Francesco così commenta l’invocazione ‘dacci oggi il nostro pane quotidiano’: “Il nostro pane quotidiano, il tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, dà a noi oggi: in memoria, comprensione e reverenza dell’amore che egli ebbe per noi e di tutto quello che per noi disse, fece e patì” ( FF 271). E nella sua prima ammonizione, tutta dedicata al mistero del Corpo del Signore, scrive stupendamente: “Per cui lo Spirito del Signore, che abita nei suoi fedeli, è lui che riceve il santissimo corpo e il sangue del Signore. ... Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero. E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli ...” (FF 143-145).

Come Ignazio di Antiochia, scrivendo ai Romani poco prima di essere condotto al supplizio, diceva: “Voglio il pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David e come bevanda voglio il suo sangue che è l’amore incorruttibile” (Lett. ai Romani, VII,3).

La liturgia della festa di oggi è tutta incentrata sul tema dell’alleanza. Con l’uomo Dio si è sempre trovato nella condizione di rinnovare la sua alleanza, di rioffrirla  in termini sempre più confacenti alla radicalità dell’amore che gli portava fino ad esprimerla nella persona del suo stesso Figlio, il Figlio prediletto, dando il quale, che cosa altro aveva da dare in più? È appunto nel Figlio, dato per noi, che l’alleanza offerta da Dio all’uomo si esprime nella sua pienezza e immensità, definitivamente. E il Figlio, dopo aver dato se stesso, che cosa altro aveva da dare per significare la totalità del dono di Dio, che è in funzione della comunione dell’uomo con lui, se non ancora se stesso, sotto le specie del pane e del vino, a testimonianza di quell’amore che attira a lui e porta al Padre? In effetti, questo avviene nella comunione eucaristica: noi che mangiamo il suo corpo e beviamo il suo sangue, non siamo noi che assimiliamo lui, ma è lui ad assimilare noi. È Cristo, che donandosi a noi, ci incorpora in lui, ci trasforma in lui, ci fa crescere come corpo suo fino a che tutto in noi appartenga a lui, fino a poter dire, insieme a tutti i nostri fratelli, con Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). È il compimento di quella ‘novità’, di quel diventare creatura nuova che risponde ai sogni dell’uomo.

Se ci domandiamo qual è la virtù specifica dell’Eucarestia, a cosa tende, non possiamo non rispondere con s. Agostino: “La virtù propria di questo nutrimento è quello di produrre l’unità, affinché, ridotti ad essere il corpo di Cristo, divenuti sue membra, siamo ciò che riceviamo” (Disc. 272). L’amen che rispondiamo al ‘corpo di Cristo’ proferito dal sacerdote al momento della comunione eucaristica ha proprio questo significato: sì, riconosco di far parte di quel Corpo e accetto di vivere in modo da non ferire mai l’unità di quel corpo. È il mistero della comunione con Dio e tra gli uomini diventato lo scopo supremo dell’agire del cuore. Come dice l’orazione sulle offerte: “Concedi benigno alla tua Chiesa, o Padre, i doni dell’unità e della pace, misticamente significati nelle offerte che ti presentiamo”.

L’eucaristia ci implica nella dinamica stessa del Signore Gesù, che io riassumerei in questo modo. Poco prima della sua passione, nel racconto di Giovanni, Gesù è definito come colui che ha il compito di ‘riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi’ (Gv 11,52), mentre di se stesso dice: “viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco” (Gv 14,30-31). Ma perché il demonio non ha alcun potere su di lui, se proprio contro di lui esercita tutto il suo potere? Il demonio non ha potere su Gesù perché in lui non trova nulla che leda o impedisca l’unità dei figli di Dio dispersi. È questa la volontà del Padre e Gesù si muove secondo questa volontà: riunire i figli di Dio dispersi, mostrando quanto è grande l’amore di Dio per gli uomini che li vuole commensali alla mensa del suo amore. Ma è dall’eternità che questa volontà presiede a tutta la creazione: “ ... nel libro della vita dell’Agnello, immolato fin dalla fondazione del mondo” (Ap 13,8). È l’immagine dell’icona della Trinità di Rublev: sulla mensa, nel calice, l’agnello immolato, che sovrasta la creazione del mondo, è il tema del colloquio eterno tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Se si unisce quel versetto al versetto di Pro 8, 27.31.32: “quando egli fissava i cieli, io ero là;… ed ero la sua delizia ogni giorno ... ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”, la comprensione della nostra storia acquista una profondità insospettata. Su tutto sovrasta, non semplicemente il Verbo di Dio, ma la figura dell’Agnello Immolato, potenza e sapienza di Dio, testimone glorioso dello splendore dell’amore di Dio per l’uomo, di cui l’eucaristia è il sacramento.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Solennità e Feste

 

Ss. Cuore di Gesù

(19 giugno 2009)

 

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Os 11,1-9;  Is 12,2-6;  Ef 3,8-19;  Gv 19,31-37

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Il simbolo più eloquente dell’amore di Dio per l’uomo, almeno nella liturgia latina, è il ‘sacratissimo cuore di Gesù’ che la lancia del soldato apre sul mondo, spalancando sull’universo il segreto di Dio. L’antifona d’ingresso della festa del S. Cuore canta: “Di generazione in generazione durano i pensieri del suo cuore, per salvare dalla morte i suoi figli e nutrirli in tempo di fame”, eco del salmo 32 là dove proclama: “Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il disegno del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni”. Il piano del Signore è la sua determinazione all’amore per l’uomo, una determinazione che non si lascia vincere da nessuna diffidenza e cattiveria. Dio resta solidale con l’uomo comunque. Il Cuore di Gesù svela questo ‘piano’ e lo rende noto a tutti, a chiunque, per sempre.

Tuttavia, se considero il mio proprio cuore, non posso non domandarmi: cosa non mi convince dell’amore di Dio per noi? Perché resto così insensibile davanti alle prove del suo amore, davanti al suo cuore spalancato? I comandamenti del Signore, rispetto alla sapienza del mondo che pervade la nostra carne, non hanno spesso quella risonanza per la quale non ci sentiamo attirati, ma come impauriti, respinti? Eppure, come dice misteriosamente il profeta Zaccaria: “Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto” (Zc 12,10) che Giovanni evangelista interpreta come figura della morte in croce di Gesù. È proprio Dio che si lascia trafiggere e la salvezza viene dal fatto di guardare a lui trafitto con altri occhi. Non c’è altra strada per convertirsi, per credere. Non è sdegnandosi con se stessi o sognando una giustizia superiore che il cuore attinge al mistero di Dio, ma solo commuovendosi davanti ad un amore così toccante che ti rende prezioso nonostante la tua indegnità.

Lo rivela la testimonianza di Giovanni. La sua annotazione da testimone oculare (“uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua”) non si riferisce semplicemente al fatto visto, ma al significato del fatto, che corrisponde a quanto all’inizio del suo vangelo aveva scritto: “noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. Il cuore squarciato illustra quella ‘gloria’ e il fatto viene narrato perché anche chi legge possa ritrovarsi nella stessa esperienza del discepolo prediletto. Non si tratta di una informazione di cronaca, ma dello svelamento di un segreto capace di rinnovare tutta la vita. Quella gloria appare a chi guarderà verso quel ‘trafitto’ sentendosi trafitto dalla intensità del suo amore e dal dolore di non averlo compreso prima. Vedremo allora, come dice il profeta Osea, l’opera di Dio per noi (“A Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro… ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia…”). Così prega la colletta: “Padre di infinita bontà e tenerezza… donaci di attingere dal Cuore di Cristo trafitto sulla croce la sublime conoscenza del tuo amore”.

Di s. Francesco di Assisi, assimilato al Cristo anche per le sue stimmate, si riporta il sogno rivelatore di due eretici, poi convertiti. Avevano visto il Signore Gesù chinarsi sul petto di Giovanni e questi a sua volta su quello di Gesù. Ad un certo punto, Gesù aprì con le sue stesse mani la ferita del costato e vi apparve perfettamente visibile san Francesco, all’interno del petto di nostro Signore; poi Gesù chiuse la sua ferita e vi rinchiuse san Francesco (FF 2547). Ma di Francesco si dice che avesse costantemente davanti agli occhi il suo dolce Gesù, crocifisso: “I frati che vissero con lui, inoltre sanno molto bene come ogni giorno, anzi ogni momento affiorasse sulle sue labbra il ricordo di Cristo; con quanta soavità e dolcezza gli parlava, con quale tenero amore discorreva con Lui. Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra (FF 522).

L’invito alla fede da parte di Giovanni evangelista nel riportare l’episodio della lancia che squarcia il costato di Cristo allude all’esperienza di ‘visione’ dell’amore di Dio per noi che proietta la vita in spazi assolutamente nuovi, fino ad allora impensabili. Non è che l’uomo abbia motivi così evidenti per amare Dio; ma se sosta in preghiera quei motivi appaiono al cuore e tutti si riducono all’esperienza del venir come ‘rinchiusi’ nel fianco aperto di Cristo, spalancato sul mondo, resi ormai suoi compagni di testimonianza dello splendore dell’amore di Dio per l’uomo.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

12a Domenica

(21 giugno 2009)

 

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Gb 38,1-11;  Sal 106;  2Cor 5,14-17;  Mc 4,35-41

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La liturgia collega l’immagine di Gesù che comanda al vento e al mare con quella di Dio che parla a Giobbe in mezzo all’uragano. L’esito è il medesimo. Non viene sottolineata semplicemente la potenza di Dio: sarebbe banale l’esibizione di potenza da parte di Dio che domina il mare, pur così terribile. Se Dio parla di mezzo al turbine a Giobbe (siamo alla fine del libro, quando Dio ormai ha conquistato Giobbe all’incontro con lui e lo elogia davanti ai suoi amici perché ha pensato più rettamente di loro) è per introdurlo al mistero di un incontro che apre al senso del vivere. La vita è assai più misteriosa di quanto siamo portati ad ammettere. Così Gesù, che fa come finta di dormire sulla barca nel lago in burrasca, non è destato dai discepoli per lasciarli a bocca aperta davanti al suo potere sul mare.

Il passo comporta più livelli di lettura. Si inserisce anzitutto nella storia dei discepoli. Questi hanno accettato di stare con il loro Maestro, lo stanno imparando a conoscere e Gesù si premura di introdurli poco a poco nel suo mistero. Nella stessa giornata, i cui eventi coprono il racconto dei capitoli 4 e 5 di Marco, sono riunite sia la proclamazione delle parabole sul regno che la realizzazione di alcuni miracoli. Quella parola di Gesù che illustrava la realtà del regno di Dio nelle parabole e nelle spiegazioni private ai suoi discepoli era la medesima che aveva il potere di calmare la tempesta, guarire l’indemoniato e l’emorroissa, risuscitare la figlia di Giairo. Di fronte a quelle parole e a quella parola potente, i discepoli non possono non domandarsi, profondamente toccati nel loro intimo: davanti a chi ci troviamo? Chi è dunque costui? Cosa sta succedendo? È il primo significato del brano. Il canto al vangelo ci introduce alla condivisione dei sentimenti dei discepoli riportando l’esclamazione della gente di fronte al miracolo di Gesù che risuscita il figlio della vedova di Nain: “Un grande profeta è sorto tra noi, e Dio ha visitato il suo popolo” (cf. Lc 7,16) e prelude allo stupore dei commensali di fronte al comportamento di Gesù che rimanda la peccatrice perdonata nei suoi peccati: “Chi è costui che perdona anche i peccati?” (cf. Lc 7,49).

Ma il brano si inserisce anche nella storia di Gesù. Lui dorme sulla barca in mezzo alla tempesta e viene svegliato dai discepoli spaventati. L’annotazione non ha semplicemente il sapore di cronaca vissuta, ma di accesso a un mistero più profondo. Il mare in tempesta assume il valore simbolico delle potenze del male che Dio domina. Quando Dio svelerà tutta la sua potenza contro il male? Quando si addormenterà sulla croce e attraverso quel ‘sonno’ sconvolgerà il regno degli inferi. La morte in croce di Gesù viene spesso percepita come un sonno perché poi si sveglia, perché poi risuscita e su di lui la morte non avrà più alcun potere.

C’è pure un’allusione alla storia dei credenti, che si sentiranno molte volte oggetto del rimprovero, amorevole, del Signore: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. Potremmo rendere: perché avete così paura del male? Oppure: forse che non vi fidate di me? Temete che vi inganni? Gesù è amorevole nel fare il rimprovero perché sa che il cuore dell’uomo, per quanto desideri la vita, ha paura di viverla temendo l’inganno e che occorre un lungo tragitto per collocarsi stabilmente nella fiducia. È la nostra storia.

Di fronte alla scena evangelica, possiamo anche farci un’ulteriore domanda: perché i discepoli hanno avuto paura? Detto in altre parole: quando il male comincia a ghermirci? Sappiamo che il male serpeggia dentro di noi e non è un problema, sappiamo che ci lambisce; ma quando comincia ad avere la meglio su di noi? Un particolare del racconto ci può illuminare. I discepoli hanno dimenticato che quella traversata l’aveva ordinata Gesù. È Gesù che ordina: “Passiamo all’altra riva”. Nel passo parallelo di Matteo è tanto evidente che si dice: “Salito sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono” (Mt 8,23). Tutto ciò che quella traversata comporta sta dentro il comando di Gesù. Se i discepoli non avessero completamente dimenticato che era stato Gesù a chiedere loro di iniziare la traversata, probabilmente non si sarebbero lasciati sorprendere dalla paura, che li ha fatti sentire soli, in balia delle onde. La fede è appunto percezione di compagnia, una compagnia di alleanza. Non che l’uomo non provi più paura di fronte al male, ma se la vive in compagnia del proprio Signore è tutt’altra cosa. Così è la nostra vita, una traversata tra i marosi, all’interno e all’esterno. Vivere la vita dentro un’obbedienza a un’alleanza che sperimentiamo a nostro favore significa allora non permettere al male di ghermirci, significa non essere in balia degli inevitabili marosi. Sarebbe il senso della scena nella sua valenza ecclesiale: la barca è la chiesa che attraversa il mare di questo mondo in subbuglio; sebbene Gesù dorma, è sulla barca e la fede lo risveglia e le onde non l’affondano.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

13a Domenica

(28 giugno 2009)

 

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Sap 1,13-15; 2,23-24;  Sal 29;  2Cor 8,7-15;  Mc 5,21-43

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Il brano evangelico di oggi riporta due miracoli di Gesù, uno incastonato nell’altro. Ambedue i richiedenti, la prima nel segreto del suo cuore, il secondo con l’insistenza aperta, cercano un contatto con Gesù: l’emorroissa, credendo che se riuscirà a toccare anche solo il vestito di Gesù, potrà essere guarita; il capo della sinagoga, credendo che se Gesù toccherà sua figlia questa guarirà. In gioco è la fede in Gesù come la rivelazione del mistero della sua persona.

Se entriamo nel brano evangelico attraverso la porta della prima lettura e del canto al vangelo tutto acquista un sapore diverso. I primi due capitoli del libro della Sapienza oppongono l’agire di Dio per la vita e la scelta degli empi per la morte. Il ragionamento degli empi è introdotto con le parole: “Dicono fra loro sragionando” e si conclude con l’annotazione: “Hanno pensato così, ma si sono sbagliati; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i misteriosi segreti di Dio...”. I segreti di Dio però non sono semplicemente quelli che vengono enunciati nel brano della Sapienza: la ricompensa del giusto e l’immortalità dell’uomo. Un particolare è assolutamente illuminante. Il ragionamento degli empi è ripreso nel vangelo di Matteo alla crocifissione di Gesù quando i capi: “... facendosi beffe di lui dicevano: ‘Ha salvato gli altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio, lo liberi lui, ora, se gli vuol bene” (Mt 27,42-43). I segreti di Dio riguardano quel Figlio, venuto perché gli uomini abbiano la vita e la vita in abbondanza. Come dice il canto al vangelo: “Il salvatore nostro Gesù Cristo ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo” (2Tm 1,10). Qui Paolo, alla fine della sua vita, nell’imminenza del martirio, sintetizza il senso del vangelo nello splendore della vita che il Signore Gesù ha fatto scaturire per l’uomo riscattandolo dalla morte. A dire il vero, il testo greco non riporta ‘ha vinto’, ma, in contrapposizione al ‘fece risplendere’, dice con più precisione ‘ha reso inefficace la morte’, vale a dire ha svigorito la morte di tutto il suo potere, potendola ormai patire senza subirne la condanna. Ha lo stesso valore dell’espressione: satana gli viene contro con tutto il suo potere ma non trovando nulla di suo in lui non lo può distogliere dal suo compito di mostrare quanto è grande l’amore di Dio per gli uomini e quanto lui ama il Padre (cf. Gv 14,30-31). È vinta definitivamente l’invidia del diavolo e il cuore dell’uomo può tornare a splendere dell’amore di Dio che conferisce la vita.

I miracoli, narrati nel brano di oggi con tale intensità da assumere valenze simboliche precise, alludono alla ‘potenza’ del Figlio, testimone dell’amore di Dio per l’uomo, amore che farà risplendere proprio nel suo essere innalzato sulla croce, quando il potere della morte sarà esautorato. I miracoli sono l’occasione di rivelazione del Figlio di Dio, rivelazione che necessita, per esplicitare la sua potenza nel cuore dell’uomo, della fede.

L’emorroissa, la donna che per la sua malattia era dichiarata immonda (cf. Lev 15,25-27), nella calca generale, è l’unica a toccare Gesù. Gesù se ne accorge perché chi lo tocca nella fede permette alla sua potenza salvatrice di operare. Così lui che è il Santo santifica, lui che è il Salvatore salva, lui che è il Potente soccorre e guarisce. Chi non ha vivo il senso della propria immondezza, della propria miseria, non ha fede sufficiente per ottenere salvezza. Il particolare del mantello (o della frangia, come nel passo parallelo di Matteo) ha fatto pensare al vestito del Verbo che sono le parole della Scrittura. Ci si può accalcare attorno alla Scrittura, ma non succede nulla, come non successe nulla alla folla dei discepoli che pressava il Maestro lungo la strada. Se però ci si accosta anche a una sola parola con fede, allora ne scaturisce la potenza che racchiudeva e l’anima è guarita. E la parola come il suo corpo sono lì (pensiamo alla celebrazione eucaristica) proprio nell’attesa di lasciar uscire la potenza che racchiudono e rivelare l’amore per cui è stata proferita ed è stata inviata. Gesù resta nell’attesa di dirci: la tua fede ti ha salvato, va’ in pace e sii guarito dal tuo male!

Se pensiamo ora alla fede del capo della sinagoga, ne possiamo intuire la grandezza allorquando i messaggeri da casa gli mandano a dire che tutto è inutile: sua figlia è morta. Lui aveva insistito con Gesù perché venisse presto a casa sua: temeva l’irreparabile. Gesù acconsente, ma in un certo senso se la prende comoda. Tutto l’episodio dell’emorroissa, agli occhi del capo della sinagoga, deve essere suonato come una terribile perdita di tempo prezioso, come un penoso dover sostare. Ma Gesù conduce la scena e conduce anche il suo cuore e lo invita a continuare a credere. Di lui non viene riferito più nulla perché l’essenziale è stato detto: ha continuato a credere. Per quella fede Gesù ha operato, Gesù si è manifestato. Quella fede Gesù ha nutrito. E se alla fine comanda di non divulgare il fatto vuol dire che solo nella e alla fede Gesù può apparire per quello che è. Se Pietro, come del resto tutti i discepoli, trova indigeribili le parole di Gesù ma dice: “Tu hai parole di vita eterna” (cf. Gv 6,68), vuol dire che il suo cuore sta comunque con lui nell’attesa che lui stesso gli sveli il senso di ciò che ora non comprende o che fraintende. Della fede di Pietro, dell’emorroissa e di Giairo abbiamo bisogno.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

14a Domenica

(5 luglio 2009)

 

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Ez 2,2-5;  Sal 122;  2Cor 12,7-10;  Mc 6,1-6

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Le letture della liturgia di oggi illustrano la strategia di Dio verso i suoi figli. Se ci si pone dal punto di vista degli inviati, di coloro cioè che sono chiamati a testimoniare e a richiamare il piano di salvezza di Dio, non si può che restare sgomenti: sembra una missione condannata al fallimento. Il profeta Ezechiele sa già che non l’ascolteranno, Gesù dovrà scappare se non vuole essere sopraffatto, Paolo è costretto a vantarsi delle sue debolezze. Sembra che Dio stesso già si rassegni a questa evenienza. Se però si guardano le cose più da vicino, con l’orecchio allenato alle sfumature dei cuori, l’impressione è un’altra.

Consideriamo la liturgia di questa domenica nel suo insieme. I brani scritturistici parlano di occasioni mancate, le antifone e le preghiere parlano invece di occasioni godute e degli effetti della salvezza accolta. L'antifona di ingresso celebra la misericordia di Dio e l'esperienza che tutti gli uomini possono farne dovunque e sempre; la colletta fa pregare perché possiamo riconoscere la gloria dell'amore di Dio nell'umiliazione del Figlio e la sua potenza di consolazione e salvezza nella nostra infermità; alle offerte si prega di poter agire come il Figlio di Dio, nella dinamica di quell'amore che non viene mai meno perché appartenente alla nuova creazione di cui ci è fatto dono; all'orazione dopo la comunione si suggella ogni richiesta precedente con la capacità di vivere in gratitudine perché ricolmi dei benefici del Signore, inattaccabili dalla ruggine dei nostri peccati e dalle vicende del mondo.

Se ritorniamo ai brani proclamati nell’ottica della celebrazione, ci accorgiamo che l’azione di Dio è piena di fantasia a favore dell’uomo. Se è vero che il popolo rifiuterà il profeta, è ancora più vero che la presenza del profeta illustra la premura di Dio per il suo popolo. Non c’è rifiuto che blocchi la fantasia di Dio perché continuamente trova nuovi sbocchi e nuove opportunità: non viene meno la sua premura, sebbene spesso disattesa dai suoi figli. L’episodio della predicazione di Gesù a Nazaret illustra bene la premura di Dio. La scena è racchiusa da due identici sentimenti di valore diametralmente opposto. Si apre con la meraviglia, sospettosa, diffidente, che si tramuta poi in ostilità da parte degli ascoltatori presenti nella sinagoga e si chiude con la meraviglia, dispiaciuta, di Gesù che si vede costretto a fuggire. Marco conclude: “E si meravigliava della loro incredulità”. Una meraviglia, quella di Gesù, però, che non si tramuta in ostilità con la sua fuga, bensì in tenacia e immaginazione per creare nuove occasioni, fino alla fine, come il resto del racconto evangelico proverà, perché i cuori finalmente si aprano all’amore del Padre testimoniato da lui e dalla sua attività ovunque.

Noi non ci accorgiamo che spesso la nostra incredulità nasconde una cattiva idea di Dio. A dire il vero non si tratta realmente di una mancanza di fede, ma di diffidenza, di riserva mentale.  Dal passo parallelo di Luca 4,16-31 sappiamo che per i concittadini di Gesù la diffidenza agiva nel senso di non cogliere il movimento di grazia di Dio per loro. Gli ascoltatori della sinagoga si sentono offesi quando Gesù ricorda loro che Dio non ha disdegnato i pagani – la vedova di Zarepta di Sidone e Naaman il siro – come se questa preferenza comportasse un’accusa ai suoi figli. Così è per noi: è vero che ci accorgiamo che Gesù insegna cose belle, cose degne della massima stima, ma essere disposti ad accoglierlo e seguirlo nella sua rivelazione di Dio e nel suo servizio agli uomini non ci è agevole.

La liturgia ci invita allora a cogliere il nodo essenziale della vita: la salvezza è data dalla potenza di Dio ma ha bisogno di essere accolta con fede, senza riserve mentali. Il problema più o meno può essere posto così: perché la grazia non compie tutto ciò che promette? Pensiamo al perdono che domandiamo a Dio per i nostri peccati. Perché, pur chiedendolo sinceramente e ottenendolo, non agisce in profondità da trasformarci completamente? Forse che Dio vincola il suo perdono? Non sarebbe morto per noi! Pensiamo alla richiesta di una virtù: “Signore, fammi umile”. Perché dopo la richiesta restiamo ancora in preda all'orgoglio e all'egoismo? Forse che Dio è geloso dei suoi doni? Non ci avrebbe dato il suo Figlio. Ecco dunque la meraviglia di Gesù: la nostra incredulità.

Dio non si stanca però della nostra incredulità perché sa che il nostro cuore ha bisogno di tempo per cedere, per arrendersi, per sciogliere le sue paure, le sue resistenze, le sue ambiguità. L'importante è non lasciare mai il Signore, lasciarsi sempre riaccostare da lui tanto che, come dice la colletta: “sappiamo riconoscere la tua gloria nell’umiliazione del tuo Figlio e nella nostra infermità umana sperimentiamo la potenza della sua risurrezione”. Il movimento suggerito dalla preghiera è appunto quello di imparare a vedere la gloria, cioè lo splendore dell’amore del Padre per gli uomini, proprio nell’umiliazione del Figlio che si consegna agli uomini perché sappiano quanto lui ama il Padre e quanto è grande il suo amore per noi. Il che significa riconoscersi dentro una provvidenza di bene per noi stando solidale con i sentimenti di Dio, in favore dei fratelli. Così facendo, potremo sperimentare la potenza della vita che viene da Dio accogliendo in pace le infermità e le afflizioni della nostra storia perché non ci allontanano dalla comunione con Colui che il nostro cuore cerca e di cui potente è la salvezza.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

15a Domenica

(12 luglio 2009)

 

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Am 7,12-15;  Sal 84;  Ef 1,3-14;  Mc 6,7-13

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La bellissima colletta di oggi interpreta assai bene gli aneliti profondi dei cuori: "Donaci, o Padre, di non avere nulla di più caro del tuo Figlio, che rivela al mondo il mistero del tuo amore e la vera dignità dell'uomo; colmaci del tuo Spirito, perché lo annunziamo ai fratelli con la fede e con le opere". È il desiderio che il Volto del Signore si riveli nel suo splendore al nostro come al cuore di tutti. E questo splendore è lo splendore dell'amore per noi, fonte della nostra dignità.

È dalla percezione di questa realtà gustata nel cuore che sale l'inno di s. Paolo al Signore: “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo ...” (Ef 1,3). Si tratta di una benedizione larga, onnicomprensiva, oltre la quale non c'è più nulla di significativo per il cuore. È la stessa benedizione che Gesù ci insegna con la preghiera del Padre nostro, benedizione nella quale poter comprendere tutta la nostra vita, la storia dei nostri fratelli, la nostra storia comune. La missione che Gesù affiderà ai suoi apostoli mira a rendere percepibile, a far gustare ai cuori quella benedizione perché si radichino in essa e non possano più vivere se non a partire da e dentro di essa.

La colletta è anche il miglior commento al brano evangelico. La pace che gli apostoli annunciano non solo deriva, ma è lo stesso Figlio la cui preziosità per l’umanità appare dal fatto che lui è la rivelazione al mondo del mistero dell’amore di Dio per gli uomini e in lui l’uomo vi può radicare la sua dignità. Una volta che queste ragioni abbiano fatto presa nel cuore, allora l’annunzio e la testimonianza saranno credibili perché apparirà chiaro che quel Figlio è quanto di più caro il cuore possa possedere. E se l’annunzio non può che svolgersi nell’azione dello Spirito Santo ciò significa che il cuore accetta di ritrovare in tutto ciò che vive e dice l’eco di ciò che ha vissuto e detto il Signore Gesù, di cui lo Spirito fa memoria dentro di noi.

In questa prospettiva diventano più comprensibili le ingiunzioni di Gesù ai suoi apostoli. Comanda loro di non portare nulla con sé se non il bastone, i sandali e un’unica tunica. Il passo parallelo di Matteo 10,8 è ancor più radicale: non devono portare neanche il bastone e i sandali. Non solo, ma il comando espresso sgomenta: ‘guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, cacciate i demoni’. L’urgenza dell’annuncio è sottolineato con la radicalità della povertà dell’annunciatore, che non deve essere intralciato da nulla, mentre la potenza dell’annuncio concerne l’azione potente di Dio oltre il pensabile. In Marco, invece, nella tenuta dell’apostolo, si può ravvisare l’allusione alla descrizione della tenuta da viaggio del popolo all’uscita dall’Egitto raccontata in Es 12,11. Gli apostoli guidano il nuovo esodo con l’annuncio del Regno di Dio che in Gesù si manifesta. Ogni annuncio nella Chiesa ha così un sapore pasquale: comporta l’esodo dall’Egitto e l’accoglienza del regno di Dio, dentro l’esperienza della manifestazione della potenza di salvezza di Dio. Il gesto dello scuotere la polvere dai piedi, quando non dovessero accogliere l’annuncio, - gesto che era comune al pio israelita quando saliva in pellegrinaggio a Gerusalemme proveniente da territori pagani e non voleva contaminare il sacro suolo d’Israele -, assume anche questo significato: la pace che non avete raccolto voi, non ha lasciato noi; avete la possibilità di rifiutarla, ma non avete il potere di fermarla perché sarà rivolta ad altri; e se resta a noi, se è condivisa da altri, è perché prima o poi la possiate desiderare anche voi; non temete, sarà sempre vostra eredità. La forza dell’annuncio evangelico sta in questo potere della pace di Dio che raggiunge tutti. La responsabilità dei discepoli sta appunto nel far vedere la loro vita confermata da quella pace perché possa apparire davvero desiderabile.

Quella pace ha un volto misterioso, invisibile, che riluce, ma nel nostro cuore, ed è il volto del Signore Gesù. Ma ha anche un volto visibile, costatabile, amabile, che è quello della fraternità condivisa. Che cosa possono insegnare gli apostoli agli uomini se semplicemente ripetono le parole del Signore? Le ripetono, sì, ma con potenza, con la potenza di coloro che possono mostrare come siano diventate efficaci per il loro cuore. E l'efficacia appare dalla fraternità condivisa. Ecco perché sono mandati ad annunciare la Buona Novella non da soli, ma a due a due. É la stessa rivelazione del Padre Nostro, allorquando la fraternità vissuta ('venga il tuo regno', venga cioè lo Spirito del Signore a renderci un corpo solo e un'anima sola, così come preghiamo anche nel canone eucaristico) rivela a tutti il volto di Dio come Padre, rivela il suo amore per gli uomini. E come ottenere questo senza la preghiera: "Donaci, o Padre, di non avere nulla di più caro del tuo Figlio", lui che ha rivelato in tutto il suo splendore l'amore di Dio per gli uomini e la grandezza della vocazione dell'uomo. Credo sia assai significativo che la chiesa vincoli l’intelligenza della verità al fatto di percepirla capace di interferire con le radici del nostro cuore (‘donaci di non avere nulla di più caro’), dentro cioè la possibilità di un’esperienza che renda la verità amabile e rigenerante.

Nel salmo responsoriale si canta: “Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno”. L’amore di misericordia di Dio per l’uomo tocca chi è disposto a non vivere nell’illusione, a vedere il suo peccato, a riconoscersi debitore di verità presso Dio, così che la santità di Dio, lo splendore del suo amore per noi, si risolva in desiderio di pace con tutti, in solidarietà con l’umanità di tutti. Siamo chiamati proprio a essere profeti, annunciatori di quella pace che guarisce e ristora, da viverla come il tesoro più prezioso del cuore e la rivelazione della bellezza del volto di Dio, in Gesù.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

16a Domenica

(19 luglio 2009)

 

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Ger 23,1-6;  Sal 22;  Ef 2,13-18;  Mc 6,30-34

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L’immagine che fa da sfondo a tutta la liturgia di oggi è quella del pastore. Nel brano di Geremia Dio rimprovera i cattivi pastori perché non hanno cura delle sue pecore e promette che lui stesso si incaricherà di pascere le sue pecore. Il salmo responsoriale riprende quella promessa di Dio e la mostra compiuta nell’anima: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”. Il brano di vangelo, a sua volta, mostra in Gesù colui che adempie quel desiderio di Dio tanto che diventa lui stesso il ‘buon pastore’.

Il vangelo annota che Gesù davanti alla moltitudine ‘ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore’. Il brano fa parte del racconto della missione degli apostoli, racconto che era iniziato proprio con l’annotazione che Gesù ‘sentì compassione’ (cfr Mt 9,36) e si chiude con l’annuncio eucaristico, simboleggiato dal miracolo della moltiplicazione dei pani, introdotto con la commozione di Gesù davanti alle folle. La compassione di Gesù per l’umanità è alla radice della sua missione sia come rivelatore del Padre che come salvatore. In essa prendono senso e valore tutti i suoi gesti e le sue parole, come anche tutte le parole e le opere di Dio lungo la storia sacra. Per il nostro cuore è estremamente importante riuscire a percepire almeno gli echi di quella compassione. E se Gesù prova compassione è perché sa che può dire: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28). E ancora perché sa che il cuore dell'uomo cerca il ristoro e se non lo trova è perché si illude di trovarlo fuori di Lui. Così quando, mosso dalla sua compassione, Gesù invita i discepoli a pregare perché il Padre mandi operai nella sua messe, fa pregare non solo perché mandi tanti operai, ma soprattutto perché ne mandi di quelli che si muoveranno spinti dalla stessa sua compassione. Gli operai che lavorassero in questa messe immensa, senza essere il riflesso di questo amore e di questa compassione, non favorirebbero il ristoro del cuore degli uomini. Ma come diventare il riflesso dell' amore e della compassione di Dio per gli uomini senza la preghiera? Per questo Gesù fa pregare, trattiene in disparte gli apostoli, li tiene in sua compagnia.

Un particolare del brano apre orizzonti insospettati. Quando Gesù invita in disparte gli apostoli, lo fa perché si riposino un poco. L’accenno al riposarsi è misterioso. Si tratta dello stesso termine che ricorre nell’affermazione di Gesù: “Venite a me … e io vi darò ristoro... e troverete ristoro”. Quel ‘ristoro/riposo’ corrisponde al movimento della sua compassione che viene incontro all’uomo perché l’uomo, agitato, tormentato, sfinito, finalmente si riposi. Ma esso pesca nel riposo di Dio il settimo giorno della creazione, riposo che viene ripreso dal salmo responsoriale. Gli antichi rabbini hanno pensato che vi fu un atto di creazione anche il settimo giorno: “Che cosa è stato creato il settimo giorno? La ‘menuchà’, la tranquillità, la serenità, la pace e il riposo” (Cfr Gen Rabbà, 10, 9). È lo stato in cui non vi è contesa né lotta, né paura né diffidenza; è felicità, pace e armonia; vita nel mondo futuro, vita eterna. Quando nel salmo si proclama: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce” (Sal 23,1-2) si allude proprio alle acque di ‘menuchoth’. Stessa allusione che troviamo nelle parole del Signore Gesù quando dice ai suoi discepoli: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-31). Vi darò ristoro = vi farò riposare; sarò la vostra felicità, pace, riposo. L’umiltà/mitezza che lo definisce costituisce la cifra della luce della santità di Dio che si riversa sul mondo e che abilita a quello sguardo capace di cogliere il mondo nel suo insieme.

È singolare che Gesù inviti i discepoli a starsene in disparte, a cercare un luogo solitario per riposare e che contemporaneamente si trovino davanti una folla numerosa, della quale Gesù ha compassione. Quando i discepoli annunceranno il regno di Dio non faranno che far arrivare ai cuori l'eco della compassione di Gesù, buon pastore, mandato a riunire i figli di Dio dispersi. L'annuncio che non provenga dalla condivisione, dalla solidarietà con quella compassione sarà piatto e ripetitivo e non toccherà i cuori. D'altra parte, se i discepoli non impareranno a starsene in disparte con il loro Signore, non sentiranno la profondità di quella compassione e non potranno annunciare con potenza il regno di Dio. La vivacità, la vitalità - nel senso di portare la vita - della parola di Dio trova qui le sue radici.

Inviando gli apostoli in missione, Gesù li aveva forniti delle stesse sue prerogative: ‘scacciare i demoni, guarire ogni malattia e infermità’. Nessuno può proclamare la verità della vita a titolo proprio, come nessuno può procurare ristoro al cuore degli uomini a titolo proprio. La verità e il ristoro che essa procura procedono dall'alto, esprimono la compassione di Dio che raggiunge il cuore degli uomini, in Cristo. E se il discepolo non lascia intravedere chiaramente tale rimando, non è un ‘chiamato’, un ‘inviato’, lavora per la sua gloria e non potrà sanare nessuno.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

17a Domenica

(26 luglio 2009)

 

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2Re 4,42-44;  Sal 144,  Ef 4,1-6;  Gv 6,1-15

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Lo stesso miracolo della moltiplicazione dei pani è narrato anche dai sinottici (Mt 14,13-21; Mc 6,30-44; Lc 9,10-17) ma la liturgia, invece che seguire il testo di Marco, normalmente seguito nel corso dell’anno, preferisce il racconto di Giovanni. Il testo di Giovanni non solo narra il miracolo, ma ne svela il suo contenuto simbolico e lo commenta con un lungo discorso di Gesù, discorso che la liturgia riprenderà per esteso nelle domeniche successive.

La rivelazione di Gesù che l’evangelista vuole presentare è ottenuta sovrapponendo il racconto del miracolo con la trama della storia di Israele e la celebrazione liturgica dell’eucaristia della chiesa. La moltiplicazione dei pani per sfamare la gente è un gesto messianico e la folla sente giusto, anche se interpreta male. Era dovere del Messia assicurare il pane al popolo e in ciò si allude alla figura di Davide (cfr. 2Sam 6,19). Di fronte alla richiesta di carne da parte del popolo in un clima di rivolta generale, Mosè si chiede davanti a Dio: “Da dove prenderò la carne da dare a tutto questo popolo?” (Nm 11,13), espressione che Gesù stesso riprende. Il regno messianico era presentato nei libri sapienziali sotto l’immagine di un banchetto al quale la Sapienza invitava tutti: “Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei frutti ... Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete” (Sir 24,19.21); “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato” (Sap 9,5).

Luogo e tempo dell’evento rimandano alla storia dell’alleanza di Dio con il popolo. Siamo nel deserto, prossimi alla festa della Pasqua, in occasione di un pasto, con una disposizione particolare dei partecipanti (a gruppi di cento e cinquanta). Sono tutte allusioni all’organizzazione del popolo nel deserto secondo i racconti del Pentateuco, specialmente in occasione della conclusione dell’Alleanza tra Dio e il suo popolo. È lui, Gesù, come ribadirà nel suo discorso, il vero Pane disceso dal cielo che nutre e dà la vita, che ristora e dà riposo, nel quale celebrare la definitiva Alleanza tra Dio e il popolo. Gli accenni al raccogliere gli avanzi valgono a sottolineare la sovrabbondanza di grazia di questa alleanza, data a tutti, oltre la quale non c’è nulla di significativo che possa colmare i desideri degli uomini.

D’altra parte, tutto il contesto allude alla celebrazione dell’eucaristia, di cui il miracolo è simbolo. I verbi usati per descrivere il miracolo (prese, rese grazie, diede) sono i verbi caratteristici della celebrazione eucaristica. Il racconto non ha il sapore di un semplice ricordo, ma la potenza di un ‘memoriale’ che si rinnova e partecipa la grazia che racchiude, grazia che arriva fino a noi che leggiamo o ascoltiamo. Non va dimenticato che Giovanni non racconta l’istituzione dell’eucaristia che ci dà la vita del Figlio, essendo l’argomento di tutto il suo vangelo. Il suo cap. 6 ne illumina il mistero.

Vedendo il comportamento della folla, prima entusiasta, tanto da dire con il canto al vangelo: “Un grande profeta è sorto tra noi, e Dio ha visitato il suo popolo”, poi delusa e latitante, ci possiamo chiedere perché sia così difficile per l’uomo entrare nel progetto di Dio e accogliere la Sua grazia. Seguire il Signore è diverso che desiderare il Signore. Rammentando un altro passo del vangelo, potremmo rispondere che effettivamente troviamo se cerchiamo ma non troveremo quello che cerchiamo. Se la grazia è grazia, vuol dire che non è semplicemente in funzione dei nostri desideri, sebbene sia proprio la grazia a colmare davvero i nostri desideri. Riecheggiano i passi del salmo 144: “Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità. Appaga il desiderio di quelli che lo temono, ascolta il loro grido e li salva”. Come a dire: se vogliamo il pane e non la gioia di colui che ce lo dà per essere in comunione con lui, come pensare di essere esauditi? Non rivivremo lo stesso esito della folla?

Nella scena del miracolo, gli apostoli agiscono da intermediari. Sono ‘strumenti’ perché la compassione del Signore raggiunga tutti e tutti siano sfamati. C’è l’allusione al compito dei ministri della chiesa: spezzare il pane della Parola per l’intelligenza della fede.

Gesù, prima del miracolo, era salito sul monte (il vangelo di Giovanni non riporta il discorso delle beatitudini sulla montagna), poi sfama la folla moltiplicando i pani, non creandoli (potremmo pensare all’episodio della tentazione di Gesù nel deserto narrato dai sinottici, dove appunto è tentato di trasformare le pietre in pani per dimostrare a tutti che lui è il Messia) ma alla fine resta solo, è costretto a star solo per non compromettere la sua missione. Solitudine, che sarà accentuata drammaticamente dall’abbandono dei discepoli dopo il suo lungo discorso in chiave eucaristica a commento del miracolo.

L’esito sarà dunque drammatico. Tutti mangiano, tutti si entusiasmano ma nessuno in realtà sa vedere l’opera di Dio. Gesù si darà da fare per cercare di far capire, ma invano. Gli uomini potranno capire solo dopo che avranno rimirato Colui che hanno trafitto. Quel pane mangiato diventerà pane di vita solo quando parlerà di quella passione d’amore di Dio per l’uomo. L’amore di Dio per l’uomo non lavora mai secondo il registro della potenza, così caro agli uomini, i quali vorrebbero soddisfare i loro desideri servendosi di Dio, invece che aprire i loro desideri a Dio e accoglierne la grazia. In realtà, tutta la difficoltà per il cuore degli uomini nei confronti di Dio risiede qui. Gesù sa bene questo e pur cercando in ogni modo di aprire la mente degli ascoltatori, nelle varie occasioni, sa di dover andare a Gerusalemme, dove la verità del suo amore per gli uomini si farà splendente da conquistare finalmente i cuori e infiammarli dello stesso amore.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

18a Domenica

(2 agosto 2009)

 

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Es 16,2-15;  Sal 77;  Ef 4,17-24;  Gv 6,24-35

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La chiesa sosta in queste domeniche sul cap. 6 di Giovanni. Oggi inizia il dialogo serrato ed esigente di Gesù con la folla, che aveva assistito al miracolo della moltiplicazione dei pani, nel tentativo di dar conto del mistero della sua persona. É tipico di Giovanni formulare la verità su Gesù attraverso un dialogo che, mentre allude all’esperienza della storia dell’alleanza con Dio di Israele, fa emergere gli aneliti e i sogni dei cuori. Il colloquio al pozzo di Giacobbe con la donna samaritana ne è un esempio.

Ogni dettaglio della narrazione ha una densità insospettata. All’inizio troviamo una folla smarrita: non trova più Gesù, che si è ritirato in solitudine sul monte. La ragione è da ricercarsi nel fatto che i discepoli hanno abbandonato il maestro e se ne sono andati senza di lui. La gente non sa più dove trovare il Signore quando la sua comunità l’abbandona.

Ritornano allora a Cafarnao, da dove erano partiti. Cercano Gesù perché sentono che quel profeta ha qualche cosa da dire da parte di Dio, dentro quella storia di alleanza con Dio che tutti condividono. Gesù li rincalza nelle loro domande per portarli a vedere il dono di Dio che sta avvenendo e di cui essi non si avvedono. Primo passaggio: Gesù sposta l’attenzione dal cibo come alimento di vita alla vita che il cuore desidera. Dichiara subito che quella vita la darà lui sul quale il Padre ha posto il suo sigillo. Ma il ‘sigillo’ è lo Spirito Santo che su di lui riposa in pienezza e che lo rende capace di dare la sua vita perché si manifesti quanto è grande l’amore di Dio per gli uomini e perché gli uomini tornino capaci a loro volta di dare la vita nella stessa sua dinamica di amore.

Secondo passaggio: dalle opere all’unica opera. La gente capisce che Gesù si attribuisce un compito che viene da Dio e chiede di venire istruita su ciò che è gradito a Dio. La singolarità della risposta di Gesù sta nel fatto che Gesù non indica alcuna nuova legge o comandamento da attuare. Come a dire: il cuore non troverà il compimento dei suoi desideri nelle opere. Un’opera sola ricerca Dio: credere in Colui che egli ha mandato. Ma credere a Dio significa accogliere il suo amore per l’uomo, manifestato nel Figlio, al punto da non poter vivere che di quell’amore, che dentro quell’amore, che dà senso a tutte le opere che posso intraprendere. Non sono però le opere a precedere, ma l’amore di cui queste si nutrono. E senza questa esperienza le opere non porteranno gioia e non si risolveranno in conoscenza amorosa di Dio. La domanda della folla “che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” potrebbe essere resa: “Come vivere in concreto il comando dell’amore?”, tenendo presente che l’unica possibilità per l’uomo resta quella offerta da Gesù: l’unione con lui comunica la vita di Dio al mondo.

Terzo passaggio: come ci si può sincerare dell’offerta di Gesù? Dio aveva dato la manna al popolo confermandosi così il loro Dio, secondo il racconto dell’Esodo, ripreso anche dalla prima lettura. E Gesù cosa dà? La risposta di Gesù introduce al suo mistero, che è il mistero dell’amore di Dio per il mondo. Ogni dettaglio acquista qui una risonanza particolarissima: gli aggettivi, i verbi, le espressioni. Gesù sottolinea il dono attuale di Dio: “vi dà il pane dal cielo”; è il “Padre mio” che vi dà il pane; è ‘il pane di Dio’ e non più solo il ‘pane dal cielo’; è il ‘pane della vita’ perché lui è ‘colui che discende dal cielo e dà la vita del mondo’, cioè la sua, quella piena di Spirito Santo, di cui fa dono facendo dono di se stesso.

Quarto passaggio, che ho già anticipato sopra: come non volere questo pane? Ma il pane non è più qualcosa, non si riferisce più a un prodigio: riguarda la sua persona, riguarda il prodigio dell’amore di Dio che nel Figlio fa grazia di sè agli uomini perché gli uomini possano, nel Figlio, fare grazia di loro a tutti e così far splendere la signoria di Dio nel mondo, ormai trasfigurato nello Spirito. A questo punto si intravede tutta la rischiosità e la radicalità del passaggio: dare fiducia al Signore, all’amore del Signore, consegnandosi a quel Figlio che promette libertà, verità e vita. Qui i cuori comprendono di essere sull’orlo dell’abisso: o ti trattieni nelle tue sicurezze di un tempo o ti abbandoni ad una fiducia che senti nascere ma di cui non sei per nulla padrone.

L’esito non è scontato. Alcuni rinunciano, alcuni accettano; di quelli che rinunciano, alcuni accetteranno poi; di quelli che accettano, alcuni lasceranno dopo. Resta comunque sempre l’offerta del Signore che non si stanca dei suoi figli e di cui ricerca sempre l’adesione del cuore. Nel racconto di Giovanni, la folla rivela molto bene i desideri che portiamo in cuore, senza però alla fine trovare soddisfazione: l’urgenza etica per una qualità di vita accettabile, l’apertura al mistero di Dio che si manifesta, la fame del pane della vita. Gesù però si darà premura di illustrare sempre più precisamente il senso del mistero della sua persona come risposta a quei desideri.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

19a Domenica

(9 agosto 2009)

 

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1Re 19,4-8;  Sal 33;  Ef 4,30-5,2;  Gv 6,41-51

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Tutto il lungo discorso eucaristico di Gesù narrato nel cap. 6 di Giovanni può essere letto come l’illustrazione della difficoltà per l’uomo di cogliere e accogliere i segreti di Dio. Gesù si premura di spiegare, di convincere, ma pochi cuori si apriranno alla sua rivelazione. Eppure gli ascoltatori, nelle loro interrogazioni, dimostrano di cogliere nel segno, sebbene non sappiano poi tirare le giuste conclusioni. Nei versetti precedenti rispetto al brano proclamato oggi, davanti all’offerta di un pane speciale da parte di Gesù, tutti chiedono: ‘dacci allora questo pane!’. Come la samaritana al pozzo, quando Gesù le parla di un’acqua speciale, chiede di averla. Forse, la richiesta, qui come là, nasconde una punta di ironia: sarebbe bello avere l’acqua, avere il pane, in modo da non avere più sete o fame, in modo da non fare più fatica a procurarsi il nutrimento, ma evidentemente non è possibile; chi promette quelle cose è un imbonitore e basta. Tuttavia, il desiderio del cuore è pur sempre quello e resta profondamente vero: il cuore cerca davvero un’acqua e un pane speciali, che ristorino, che rigenerino, che fortifichino, che facciano gustare la vita.

Come sempre nel vangelo di Giovanni, ma in particolare in questo dialogo, le espressioni hanno un valore intensivo. Tutto può suonare in una certa ovvietà, materiale o religiosa, eppure tutto può avere sfumature insospettate. I verbi usati: discendere, mangiare, vedere, credere, imparare, hanno tutti risonanze, scritturistiche e interiori, impensabili. Gesù cerca di illustrare il mistero che costituisce la sua persona come il segreto di Dio svelato agli uomini che, pur immensamente desiderabile, non è facilmente ricevibile. Perché? La reazione della gente al fatto che Gesù si presenti come il pane della vita è rivelatrice. Di per sé la gente non rifiuta l’equiparazione di Gesù al pane di vita; rifiuta l’affermazione che lui discenda dal cielo. Loro ne conoscono la sua origine: conoscono la famiglia, la provenienza (cf. Mt 13,55; Mc 6,3; Lc 4,22; Gv 7,15). Come può dire di venire dal cielo? Forse c’è l’allusione alla credenza che del Messia non si potesse sapere l’origine oppure, velatamente, potrebbe esserci un’allusione alla nascita verginale di Gesù. Il fatto comunque è che la rivelazione definitiva di Dio è ormai l’umanità di Gesù, tanto che mangiare la carne del Figlio dell’uomo significa assimilare il Figlio di Dio fino a vivere di lui. Non è possibile che l’uomo non desideri la presenza del Signore e il suo amore e proprio quando gli viene rivelato che quel desiderio può essere soddisfatto fa resistenza. Perché i cuori non riescono a vedere?

Gesù aveva notato che la gente l’aveva visto ma non aveva creduto; ricorda poi che chi lo vede e crede ha la vita. C’è un modo di vedere senza arrivare a credere come un modo di credere senza arrivare a vedere. Il vedere santo, potremmo chiamarlo così, è quello che impegna il cuore ad aderire a Dio accogliendo il suo segreto per noi, tanto da vivere della potenza di vita e di amore che quel segreto comporta. Quel segreto si svela con il Figlio dell’uomo, dato per noi, che consegna il suo Spirito a noi perché anche noi possiamo vivere nella stessa dinamica di rivelazione dell’amore di Dio per gli uomini. Tra l’altro, quando Gesù dichiara che, essendo il pane della vita, risusciterà nell’ultimo giorno chi a lui viene, non allude tanto alla risurrezione finale, ma al dono del suo Spirito dalla croce. L’ultimo giorno, quello in cui termina la creazione dell’uomo, è il sesto giorno della morte di Gesù in croce allorquando, completata la sua opera, dona lo Spirito (cf. Gv 19,30) e la vita definitiva comincerà ad essere realtà goduta (cf. Gv 7,37-38). Il paragone tra gli israeliti che hanno mangiato la manna e sono morti e i credenti in Cristo che non gusteranno la morte verte non sul fatto della morte in sé, che tocca tutti, ma sul fatto che, pur avendo mangiato la manna, sono morti nel deserto, senza arrivare alla terra promessa, mentre coloro che credono in Cristo gusteranno la promessa di Dio.  Ci possiamo allora chiedere: perché, pur desiderando la vita, i cuori non l’accolgono?

Forse la risposta va cercata proprio in quel movimento di discesa che caratterizza l’agire di Dio. Il ‘discendere dal cielo’ non indica semplicemente la provenienza di Gesù; indica piuttosto il movimento dell’abbassarsi di Dio per comunicare il suo amore e far vivere. Gli uomini non amano abbassarsi, benché vogliano la vita e desiderino l’amore e quindi pensano sempre in termini di grandezza mondana, dove il potente prevale sul debole, dove l’alto la spunta sul basso, dove l’affermazione di sé presuppone l’innalzamento. Gesù, quando parla di innalzamento, allude sempre al suo essere innalzato sulla croce, là dove risplende l’amore di Dio per l’uomo.

Il brano della lettera agli Efesini, che leggiamo tutte le settimane nell’ora di compieta, al mercoledì, lo illustra meravigliosamente: “Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore”. Quello che qui è reso “perdonandovi a vicenda”, in greco è un verbo altamente significativo. Non si tratta dell’usuale ‘perdonarsi’, ma di un verbo che alla lettera si dovrebbe rendere “facendovi grazia gli uni gli altri come Dio ha fatto grazia di sé in Cristo a voi. Diventate quindi imitatori di Dio”. Come lui ha fatto dono di sé agli uomini in Cristo, così noi siamo chiamati a fare dono di noi agli altri in Cristo. Ora, tutta la difficoltà per l’uomo deriva proprio dal fatto che invece di accogliere la grazia ne cerca una a sua misura. Ma non esiste altra grazia se non quella, da parte di Dio, del  suo ‘far grazia di Sé’ a noi, in benevolenza e misericordia, nel Cristo. Qui è racchiusa tutta l’abbondanza di vita che una rivelazione siffatta promette. La frase di Paolo in effetti continua: “se anche voi perdonerete”, cioè farete grazia di voi a tutti in Cristo, per indicare che, se il segreto di Dio è racchiuso in quella rivelazione, pure il nostro cuore trova in quel segreto le radici dei suoi sogni per sé e per il mondo. Aprire il cuore al credere significa approdare alla percezione di quella grazia, grazia che apre alla bellezza di un amore gustato e condiviso, nell’accondiscendere a quel movimento di abbassamento perché risplenda in questo mondo l’amore di Dio. La fede è proprio a servizio dello splendore di quell’amore che ‘discende dall’alto’ e di cui il pane eucaristico è simbolo perfetto.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Solennità

 

Assunzione della Beata Vergine Maria

 (15 agosto 2009)

 

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Ap 12,1-10;  Sal 44;  1Cor 15,20-26;  Lc 1,39-56

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La Chiesa celebra il mistero della festa di oggi con le parole che proclama solennemente nel  prefazio della Messa: "Oggi la Vergine Maria, madre di Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, è stata assunta nella gloria del cielo. In lei, primizia e immagine della Chiesa, hai rivelato il compimento del mistero di salvezza e hai fatto risplendere per il tuo popolo, pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza. Tu non hai voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita".

Per introdurci alla visione della gloria della Vergine Maria, possiamo collegare i vangeli della vigilia e del giorno della festa. Nella Messa della vigilia si legge il brano di Lc 11,27-28 dove una donna che ascoltava ammirata Gesù alza la voce per gridare: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. Al che Gesù risponde: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Il vangelo della festa riporta la lode di Elisabetta che aggiunge una nota all’elogio dello stesso Gesù: “Benedetta tu fra le donne … beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

Dalla donna che esaltava sua madre Gesù sembra spostare l'attenzione sui discepoli, ma in realtà definisce esattamente in che cosa consiste la beatitudine di sua madre. Come i Padri sottolineano spesso: prima di essere madre fisicamente di Gesù, Maria lo è spiritualmente, nel cuore, perché il suo cuore ascolta e osserva la Parola, l'ha sempre ascoltata e osservata. La grazia di questa 'maternità' spirituale è estesa a tutti i credenti: tutti possono ereditare la beatitudine che deriva dall'ascoltare e osservare la Parola. E la beatitudine deriva proprio dal fatto che nell'ascoltare e osservare la Parola si stabilisce un legame con il Signore, che quella Parola ci rivolge, tanto intimo e forte quanto quello che deriva da una maternità fisica. Se poi colleghiamo il commento di Gesù con l'espressione pronunciata da Elisabetta, ci viene svelato un altro aspetto fondamentale. Ascoltare e osservare la Parola non è semplicemente un mettere in pratica quello che Dio dice. E' assai di più. Significa permettere alla promessa di Dio, racchiusa nella sua parola, di compiersi, di rivelarsi finalmente al cuore e al mondo. Significa acconsentire al desiderio di Dio di compiersi, significa fare in modo che il desiderio che Dio ha di incontrare l'uomo finalmente trovi compimento. Ora, da dove deriva la vita all'uomo se non da un incontro d'amore? Sia in senso fisico, un figlio, sia nel senso di procurare vitalità, gioia di vivere, visione di speranza, forza ed energia. Più questo consenso da parte dell'uomo è totale, più la vita che deriva da Dio è fluente e incontenibile. Vince la morte. Per sempre.

La gloria di Maria scaturisce dall’immensa generosità di Dio per gli uomini, ma rivela anche la dinamica del procedere dei doni di Dio. La Vergine è colei che ascolta e che osserva la parola di Dio e per questo è beata. Ma in realtà che cosa comporta per l’anima ascoltare e osservare la parola di Dio? Comporta il fatto di generare il Verbo di Dio, di configurarsi su quello che in noi è stato generato, di vivere della felicità di Dio di farsi uno di noi perché noi si possa essere tutti di Dio. Ascoltare la Parola significa ritrovare quella ‘identità’ interiore che ci costituisce nell’intimo perché siamo stati creati nel Figlio e sul Figlio di Dio. La beatitudine risiede proprio nel fatto che si compie il desiderio del cuore: diventare quello che siamo. La Vergine costituisce l’esempio vivente dell’esito di questa dinamica in tutto il suo splendore, a gloria dell’amore di Dio per noi. Quando lei canta: “L’anima mia magnifica il Signore”, nelle sue parole risuona il canto degli eletti in paradiso come descritto da Ap 7,10: “La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello”. Come a dire: ora sappiamo per esperienza che il Dio che conosciamo è un Dio pieno di amore per noi! Ora ammiriamo la sua gloria nel vedere che Lui è tutto in tutti. La Vergine è colei che sa nel suo stesso corpo tutta la grandezza di questo amore, riservato a noi tutti.

Perché anche noi possiamo compiere la nostra vocazione in umanità secondo quella grandezza di amore, la chiesa prega oggi la Vergine gloriosa dicendo con l’orazione alle offerte: “... per sua intercessione i nostri cuori, ardenti del tuo amore, aspirino continuamente a te”. Convinti, come canta un tropario della liturgia bizantina: “Nella tua maternità hai conservato la verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio; hai raggiunto la sorgente della Vita, tu che hai concepito il Dio vivente e che con le tue preghiere libererai le nostre anime dalla morte”.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

20a Domenica

(16 agosto 2009)

 

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Prov 9,1-6;  Sal 33;  Ef 5,15-20;  Gv 6, 51-58

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Continua la proclamazione del cap. 6 di Giovanni. Ma oggi la liturgia ci addita una particolare finestra di luce per cogliere il senso del discorso-rivelazione di Gesù. ‘Non siate stupidi!’, ci ripetono la prima e la seconda lettura: “abbandonate l’inesperienza” (Pro 9,6); “non siate sconsiderati” (Ef 5,17). L’intelligenza della vita! Appare desiderabile, chi non la vuole? Non è segreta, non è inaccessibile, non è complicata, non richiede studi particolari. Eppure, non è proprio a portata di mano. E nonostante tutto, il cuore la gradirebbe sempre.

Se la gente era rimasta perplessa davanti alla proclamata provenienza celeste di Gesù, ora la domanda si fa veramente drammatica: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. È  evidentemente necessario un forte supplemento di intelligenza! Il discorso di Gesù è impostato su due verbi: mangiare e dimorare. Il mangiare è in funzione del dimorare. Lo stesso modo di parlare Gesù lo userà nell’Ultima Cena insistendo però assai di più, allora, sul dimorare: “Se uno mi ama ... prenderemo dimora presso di lui”; “Rimanete in me e io in voi.”; “Rimanete nel mio amore.” (cf. Gv capp. 14-16). Come rimanere in Gesù senza assumere Gesù? E dove più concretamente, più realmente, più intimamente assumiamo Gesù se non nell’Eucaristia? É appunto questo il mistero che vuole illustrare Gesù: se non assumete me, non potrete essere in me e se non sarete trovati in me, non potrete riuscire graditi a Dio. Quando mangiamo il pane eucaristico, in realtà non siamo noi a mangiare il Corpo di Gesù, ma è Lui ad assimilarci al suo Corpo, ad assumerci in Sé. Come fa dire a Gesù una bella preghiera di Lorenzo Scupoli (1530-1610): “Io voglio da te, che niente vogli, niente intenda, niente veda fuori di me e della mia volontà, acciocché io in te tutto voglia, pensi, intenda e veda in modo che il tuo niente assorto nell’abisso della mia infinità, in quella si converta, così tu sarai in me pienamente felice e beata, e io in te tutto contento”. È la consumazione di quella ‘vita in Cristo’ in cui consiste lo scopo della comunione eucaristica e a cui tende ogni sforzo ascetico e l’anelito di ogni preghiera.

Diventa vero anche per noi quello che Gesù dice: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Vale a dire: vivrà della stessa vita di cui io vivo, opererà secondo lo stesso amore per il quale io opero. La preghiera dopo la comunione della messa di oggi lo ricorda molto bene: “O Dio, che in questo sacramento ci hai fatti partecipi della vita del Cristo, trasformaci a immagine del tuo Figlio, perché diventiamo coeredi della sua gloria nel cielo”. Diventare partecipi della vita del Cristo significa somigliargli, farsi immagine sua, rivestirsi dei suoi sentimenti, vivere della sua stessa umanità sulla quale risplende, imperitura, la gloria dell’amore di Dio per gli uomini. Significa incarnare la Presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Perché, per la nostra stoltezza, non ritenerci ‘degni’ dell’offerta di Dio, del suo mistero?

Le condizioni ce le elenca la lettera agli Efesini. Purtroppo le Bibbie moderne come anche la lettura proclamata nella liturgia di oggi suddividono l’unico pensiero del passo in due distinte sezioni. Il passo, invece, andrebbe letto unitariamente, come si trova espresso in greco, per non perderne la potenza. Paolo elenca le cinque condizioni che aprono al mistero di Dio e che io riassumerei in cinque aggettivi: intelligenti, spirituali, oranti, riconoscenti, sottomessi (aggiungendo al passo letto il versetto successivo: “sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”). Non si può pretendere di essere intelligenti senza essere spirituali, né spirituali senza essere oranti, né oranti senza essere riconoscenti, né riconoscenti senza essere sottomessi. Si tratta di avere la intelligenza di Dio, la intelligenza della sua volontà. Non pensiamo però che si tratti di scoprire cosa Dio vuole da noi; piuttosto, di scoprire quanto bene Dio ci vuole, tutto il Bene che sta nascosto nelle sue parole, nelle sue iniziative, nel suo Figlio che per noi si fa cibo e bevanda di vita. Per questo Paolo parla di imparare a essere ‘pieni di Spirito Santo’ e indica tre vie: la preghiera, il rendimento di grazie, lo stare sottomessi gli uni agli altri. Il dono dello Spirito è il contenuto della preghiera nel senso di imparare a percepire la volontà di Bene di Dio per noi; il rendere grazie esprime l’esperienza della percezione di quel Bene per noi e lo stare sottomessi indica il radicamento di quel Bene nel cuore da risultare il tesoro più prezioso. Ma tra il rendere grazie e lo stare sottomessi c'è tutto il tragitto del cammino da fare. Se si rende grazie senza stare sottomessi si è boriosi; se si è sottomessi senza rendere grazie si è servili. Invece, il segno di un cuore che adora sinceramente il suo Dio è proprio il fatto di rendere continuamente (= sempre, in ogni circostanza, comunque) grazie e di stare sottomessi (ai propri fratelli, ma anche alla vita in generale) portando dolce pazienza con il tempo, le cose, le circostanze, il nostro cuore e i nostri difetti.

Ancora un’ultima osservazione. Dimorare allude alla dinamica di un amore che diventa radice di vita, che si fa vita di amore partecipando alla stessa potenza di amore che qualifica la vita del Figlio dell’uomo, splendore dell’amore di Dio. E così, se l’uomo vuole la vita e dimora nella vita, non può non viverla che in forza e per estendere a tutti quell’amore che gli si è rivelato in quel Gesù, che ha accolto nel suo cuore come la parola definitiva di Dio per l’uomo, sigillo di Bene e di Verità, principio di vita vera che riempie il suo desiderio.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

21a Domenica

(23 agosto 2009)

 

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Gs 24,1-18;  Sal 33;  Ef 5,21-32;  Gv 6,60-69

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Siamo giunti alla stretta finale. La moltitudine dei discepoli è sul punto di abbandonare Gesù, tanto da indurlo a rivolgersi anche ai Dodici, ai suoi più fidati: “Volete andarvene anche voi?”. Come renderci conto di cosa comporta questa accorata domanda? Nella colletta preghiamo: “O Dio nostra salvezza, che in Cristo tua parola eterna ci dai la rivelazione piena del tuo amore ...”. É la verità che usualmente noi credenti in Cristo confessiamo, ma siamo disposti ad accoglierla in tutta la sua densità?

La celebrazione di oggi ci fa sapere che una confessione del genere è vincolata a due domande specifiche. Prima di tutto alla domanda di Giosuè: “Chi volete servire?”. Il popolo d’Israele era ormai penetrato nella Terra promessa, dopo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e la tortuosa peregrinazione nel deserto. Nessuno di coloro che in età adulta avevano lasciato l’Egitto, nemmeno Mosè, la loro guida, ad eccezione di Giosuè, era entrato nella Terra promessa. Si tratta ora di impostare la vita nella nuova condizione di libertà. Chi si deve servire? Nel linguaggio della Scrittura servire Dio allude a un rapporto gioioso e liberatorio che esalta le energie dell’anima sottraendola alle schiavitù quotidiane e all’oppressione del male. Quale dio servire? É la scelta del cuore dell’uomo, sebbene spesso la scelta risulti come obbligata dall’inerzia stessa della vita: prendi quello che risulta più comodo o più facile o più conveniente o più interessato. Ma il servizio funziona in ragione della continuamente reiterata libertà di scelta per la verità. E di quale verità ci si vuol nutrire?  Prima che il popolo accetti di servire il Signore suo Dio, Giosuè ricorda: “Voi non potete servire il Signore perché è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. Se abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi annienterà”. I tradimenti si consumano nella beata incoscienza. La provocazione di Giosuè tende a impedire la stolta, beata incoscienza. Servire Dio significa aprirsi alla sua grazia e non piegare la sua grazia ai nostri interessi, cosa facile a pensarsi, ma non altrettanto a farsi.

E poi alla domanda di Gesù: “Volete andarvene anche voi?”. Non c’è nessun esito scontato nella vita. Di fronte all’incomprensione dei suoi discepoli Gesù non riduce il Dono di Dio, non banalizza il suo mistero. Svela i vari aspetti del suo mistero, ma il mistero resta. Questo significa che la rivelazione di Dio non comporta una semplificazione del suo mistero, ma più semplicemente la sua maggiore prossimità. La tensione del cuore non va puntata sul contenuto del mistero, spesso inafferrabile, ma sul dinamismo che lo caratterizza: ‘Dio ha tanto amato gli uomini da dare il suo Figlio unigenito…”. Ciò che è da cogliere è questa intenzione di Dio, che va diritta al cuore. E quando spunta l’incomprensione tra Dio e i suoi figli, nel dramma della vita, vale unicamente la risposta di Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. Pietro non si esprime in merito al discorso che Gesù ha fatto, ostico anche per lui, ma si esprime in merito al senso della Sua persona per il suo cuore perché intuisce che da qui viene la vita.

Un particolare misterioso ne illustra tutto il dramma. Il brano finisce con l’allusione al tradimento di Giuda, nonostante che la scelta di Giuda sia stata fatta dallo stesso Gesù. Ecco la questione: se è Dio ad attirare gli uomini, allora in che cosa gli uomini sono responsabili del loro rifiuto? È Dio a scegliere, sì, ma la sua scelta non comporta automatismi, perché fidarsi di Dio significa fidarsi dello spazio di libertà in cui ci pone. Lo spazio di libertà è in funzione della possibilità dell’incontro, gioia di Dio e dell’uomo insieme. Così la fede esprime l’umano nella sua radicalità quando, per compiersi, si scopre fondato e attratto da un oltre che lo sorpassa, benché gli appartenga. La scelta di Dio non comporta perciò l’esito scontato. È il dramma che segna tanto Dio (che resta solo, se abbandonato da noi) come pure noi, che restiamo soli senza di Lui, incapaci come siamo a realizzare la nostra stessa vocazione umana. L’amore di Dio però non viene meno tanto che quei discepoli, che ora abbandonano Gesù perché il suo discorso è troppo duro, saranno gli stessi che, guardando a Colui che hanno trafitto, potranno ricredersi e convertirsi e finalmente avere la vita, cosa sempre possibile per tutti noi. Perché l’uomo non si condanni alla solitudine, restando in balia delle sue ossessioni, è invitato a vivere nell’alleanza offertaci da Dio, in Cristo, e non a condizionare l’alleanza ai suoi scopi, che comportano il rifiuto di quelli di Dio. Ma negli scopi di Dio sta appunto l’offerta di vita eterna, che non può provenire da noi stessi. È lo stesso spazio del dramma che si trasforma nello spazio di una vita piena, intrisa di gioia inattaccabile, allorché Dio e l’uomo si incontrano, esperienza sempre misteriosa e imprevedibile.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

22a Domenica

(30 agosto 2009)

 

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Deut 4,1-8;  Sal 14;  Gc 1,17-27;  Mc 7,1-23

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Si riprende la narrazione del vangelo di Marco là dove era stata interrotta per far posto al lungo cap. 6 di Giovanni delle domeniche precedenti. Se, con la moltiplicazione dei pani, il soggetto interessato era la folla, ora torna in scena il gruppo dei farisei. L’oggetto del contendere riguarda la tradizione degli antichi, cioè quel complesso di norme che garantivano la ‘santità’ della vita che ad ogni pio ebreo stava a cuore. Se confrontiamo il passo di Marco con il corrispondente passo di Matteo 15,1-20, notiamo che la risposta di Gesù non riguarda né l’approvazione o meno di quelle norme né la loro abolizione, ma la radice di senso che comportano e che spesso gli uomini stravolgono.

Nel libro del Deuteronomio Mosè avverte: “Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo”. Come Gesù fa ben risaltare nel brano evangelico di oggi, il guaio proviene dal fatto che la nostra pratica proviene spesso, non dal comandamento di Dio, ma da tradizioni, atteggiamenti, pensieri, imposizioni, obblighi, impegni, esclusivamente ‘umani’, che comunque non hanno a che vedere con il vero e proprio comandamento di Dio. Così, la promessa di trovare la vita ed entrare in possesso della terra del cuore, cioè gustare il mistero del regno dei cieli svelato dal Signore Gesù Cristo, non si compie mai. Quella promessa è abbinata solo alla pratica del comandamento di Dio, non ad altro. Ben a proposito, rispetto al comandamento di Dio, la Scrittura dice: non aggiungere, né togliere. Siamo accusati di non mettere in pratica il comandamento non solo quando ci rifiutiamo di eseguirlo, ma anche quando preferiamo un nostro ‘comandamento’ a quello di Dio. Se è abbastanza facile capire quando ci rifiutiamo di compiere un comandamento, non lo è quando in qualche modo ci imponiamo un ‘comandamento’, quando cioè crediamo di fare qualcosa di bene, ma non secondo Dio. La tradizione midrashica ebraica incastona in questo contesto l’occasione del peccato di Adamo ed Eva. Se si leggono attentamente i primi capitoli della Genesi si noterà l’aggiunta di Eva al comandamento di Dio. Dio dice: “…dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire”. Ma Eva al serpente risponde: “…del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Eva aveva provato a toccare il frutto proibito, ma non era successo niente. Quindi conclude: allora Dio non ha detto il vero, ha ragione il serpente. Allora posso mangiare per avere la conoscenza…! Ed incontra la morte. Basta pensare alla trama dei ricatti affettivi che facciamo valere vicendevolmente per capire quanto sia pernicioso aggiungere al comandamento di Dio!

L’aspetto misterioso del comandamento di Dio deriva dal fatto che la parola di Dio cela la rivelazione del Suo volto al nostro cuore abilitandolo a vivere in pienezza la sua vocazione all’umanità. Ogni comandamento ha quel contesto di applicazione e se o quando la vocazione all’umanità non si compie, allora vuol dire che l’abbiamo stravolto. Per questo la logica dell’intelligenza della parola di Dio capovolge la logica normale della comprensione. L’atteggiamento, davanti al comandamento, è quello invocato nella colletta: “O Dio, nostro Padre, ... suscita in noi l’amore per te e ravviva la nostra fede”, per cui, davanti alla parola di Dio, siamo invitati subito a metterla in pratica al fine di cogliere la rivelazione di Dio che si svela al nostro cuore. Il primo moto è affettivo, non intellettivo, nel senso che prima devo poter cogliere l’intenzione segreta di Dio che a me si rivolge fidandomi del suo amore. È per questo che, continuando la lettura del brano del Deuteronomio, al v. 9, si proclama: “Ma bada a te e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita”. L’accento è così posto sul fatto di ‘far memoria delle parole che si sono viste’ (il testo dovrebbe essere tradotto infatti più letteralmente: ‘guardati bene dal dimenticare le parole che i tuoi occhi hanno visto’). L’accento cade sulla sincerità del cuore che si trova dentro una storia d’amore che lo precede e l’accompagna e a cui risponde e non sulla sua generosità. Cosa significa ‘vedere’ le parole? Significa aver accolto la parola ed essere avanzati in quella realizzazione di umanità che fa risplendere la prossimità di Dio.

La liturgia ha ben collocato, a commento del brano del Deuteronomio, il salmo 14, il quale riassume la sincerità del cuore davanti a Dio nell’agire con giustizia e nel parlare lealmente, cioè nel non danneggiare il prossimo, noi stessi compresi, né coi fatti né con la lingua (quello che i nostri Padri chiamavano: non ferire mai la coscienza del prossimo, né coi fatti né con le parole né con i pensieri né con i sentimenti). Questo vale assai di più di qualsiasi pratica umana, pur grandiosa, perché in questo risplende la vicinanza di Dio.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

23a Domenica

(6 settembre 2009)

 

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Is 35,4-7;  Sal 145;  Gc 2,1-5;  Mc 7,31-37

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Gesù non ha mai predicato ai pagani, ma ha attraversato le loro terre ed ha compiuto alcuni miracoli a favore di persone pagane. Il brano di vangelo di oggi riporta appunto il secondo di questi miracoli in terra pagana, la guarigione di un sordomuto. I gesti e le parole di Gesù assumono un’alta valenza simbolica: toccare gli orecchi e la lingua sono diventati gesti battesimali perché il neobattezzando impari ad ascoltare e proclamare le meraviglie di Dio.

Gesù aveva appena guarito la figlia della donna sirofenicia, quella che aveva saputo, nella sua disperazione e nella sua fede, tenergli testa. Gesù le aveva detto: “Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. E lei, fiduciosa: “Ma lei gli replicò:Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”. Se con questa donna Gesù aveva agito con la potenza della sola parola, nel miracolo del sordomuto agisce con la potenza dei suoi gesti: mette le dita negli orecchi, tocca con la sua saliva la lingua del malato, gesti che la Chiesa ha conservato nella celebrazione del sacramento del battesimo. La sua parola è potente, ma anche i suoi gesti sono potenti, e perfino le sue vesti sono potenti (pensiamo all’emorroissa, alla trasfigurazione).

È singolare che questo, come altri miracoli, non facciano risaltare tanto la guarigione, quanto la dinamica che la guarigione comporta. Si tratta di miracoli di apertura. Gesù non è un mago, sebbene taumaturgo; non pronuncia parole magiche, ma semplicemente la parola effata, cioè apriti. La sordità comporta spesso anche il disturbo della parola. In effetti, il vangelo fa riferimento a un sordo che farfugliava, che parlava confusamente, in modo incomprensibile. Guarire comporta allora l’apertura degli orecchi insieme allo scioglimento della lingua, come per i ciechi l’apertura degli occhi. Non si tratta però solo di rivelare la potenza di guarigione di Gesù, ma di far convergere il cuore, nella fede, verso la rivelazione del mistero della Persona di Gesù in rapporto alla grandezza dell’amore di Dio per gli uomini. Il miracolo è segno dei tempi messianici ormai compiuti in Gesù. Ciò verso cui il sordomuto o il cieco guariti saranno invitati a volgersi sarà proprio la figura di Gesù che mostra loro come possano di nuovo vivere la loro vita nell’alleanza con Dio che si è fatto loro prossimo. La lode delle persone guarite allude a questo tipo di apertura del cuore.

Due particolari soprattutto fanno convergere lo sguardo verso quel punto. La lode finale in bocca alla gente che aveva visto il miracolo suona: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”. Quando Dio, alla fine della creazione secondo il racconto della Genesi, contempla ciò che ha fatto, esclama: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31). L’espressione della gente rivela che siamo in presenza ormai della nuova creazione, quella dei tempi messianici, quando Dio rinnova ogni cosa ridando a ciascuna cosa il suo splendore eterno perché tutto torni a proclamare la gloria del suo amore. Il secondo particolare è data dalla particolare espressione con cui viene designato il sordomuto: un sordo che parlava confusamente. E quando viene guarito si dice che parlava correttamente, distintamente. Ora la confusione del linguaggio è la conseguenza della stoltezza degli uomini che vogliono competere con Dio per il dominio della terra, come ben si vede nell’episodio della torre di Babele. Rinunciando alla gloria di Dio gli uomini si troveranno estranei tra di loro tanto da non capirsi più. La guarigione avviene il giorno di Pentecoste quando la comprensione è data nonostante la diversità delle lingue e la comprensione si baserà proprio sul fatto che tutti riconosceranno le meraviglie di Dio, ciascuno nella sua lingua. Una volta che gli orecchi possono ascoltare la Parola, la lingua sarà libera di glorificare Dio perché in quella parola, sanante, è riconosciuta la Presenza del Signore, presenza che non ci sarà mai più tolta e che unifica tutti.

Il salmo 45 che viene proclamato oggi può essere letto come la descrizione dell’umanità che attende la salvezza, il compimento cioè della promessa di vita, di bene, di felicità, inscritta nel suo intimo e la cui nostalgia è acuita dalle ferite e dalle oppressioni del peccato simboleggiato dalle varie malattie elencate. E la salvezza riguarda tutti, perché in Gesù, che ha tolto il muro di separazione (cf Ef 2,13-18), non c’è più giudeo e pagano, trovando tutti la stessa consolazione e stessa lode nello stesso amore di Dio.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

24a Domenica

(13 settembre 2009)

 

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Is 50,59;  Sal 114-115;  Gc 2,14-18;  Mc 8,27-35

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Con il brano di vangelo proclamato oggi siamo al centro della narrazione di Marco. L’evangelista presenta Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme. Aveva operato segni straordinari e il suo dire, il suo raccontare in parabole, aveva catturato il cuore di tanti. Era giunto il momento di traghettare i discepoli ad una comprensione più profonda e veritiera della sua persona. La domanda a proposito della sua identità sottende la stessa problematica di Giovanni Battista: è lui o dobbiamo aspettare un altro? “La gente, chi dice che io sia?”; “Ma voi, chi dite che io sia?”. La gente pensa che lui sia stato mandato a preparare la via al Messia (Erode pensava che Gesù fosse il Battista redivivo, i discepoli in generale pensavano che fosse l’Elia che doveva venire o uno dei profeti, come Geremia, il modello profetico più consono alla figura di Gesù) mentre Pietro confessa invece che proprio lui è il Messia.  Gesù prende così sul serio la risposta di Pietro che apertamente svela il suo futuro di passione, annunciato dal terzo canto del Servo del Signore secondo il testo di Isaia della prima lettura.

Marco per tre volte riporta l’annuncio della passione di Gesù: 8,31/9,31/10,33. Tutte e tre le volte Gesù si trova per strada (qui per Cesarea, la seconda volta per Cafarnao e la terza per Gerusalemme) e sempre l’annuncio è accompagnato da una sua istruzione ai discepoli, tanto che l’annuncio va colto proprio a partire dalla rivelazione che comporta quell’istruzione.

Da notare subito: il testo sottolinea che Gesù insegnava che doveva soffrire molto. I due termini indicano che l’uomo non avrebbe mai potuto arrivare al mistero della persona di Gesù dal basso; vi si giunge per rivelazione, dall’alto. Non solo, ma che “dall’alto” corrisponde allo “star dietro” a Gesù. In effetti, il rimprovero di Gesù a Pietro che, rifiutando la sua rivelazione, vuole mettersi davanti a lui, collega i due movimenti: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Gesù riprende la testimonianza di Es 33,20-23, là dove Dio dice a Mosè che potrà vederlo solo di spalle. Il che significa: solo accettando di camminare per dove Dio indica lo si potrà vedere in verità. E ancora: solo disponendoci a praticare la sua parola si può scoprire la verità della promessa di vita che la sua parola comporta. Solo stando dietro il Maestro si potrà scoprire il Volto di Dio in verità nel suo amore per gli uomini.

Quando Gesù invita i discepoli a rinnegare se stessi, prendere la croce e seguirlo, non fa che estendere a tutti il rimprovero rivolto a Pietro. Potremmo intendere le cose così. Pietro, nel rimproverare Gesù, aveva probabilmente temuto per sé. Se Gesù, il Messia, avesse dovuto subire tutti quei tormenti, certamente sarebbe svanito il prestigio dell’essere ‘compagno’ del Messia. E allora che ne sarebbe stato di lui? Il ‘rinnegare se stessi’ vale in rapporto al mistero di Dio che in Gesù si fa prossimo agli uomini per la potenza del suo amore tanto da far scaturire la vita proprio là dove gli uomini mai la cercherebbero. Se gli uomini pensano in prospettiva mondana come potranno vedere i segreti di Dio? La rinuncia a ogni prospettiva mondana è la condizione per accogliere il mistero di Gesù che sulla croce rivela lo splendore dell’amore, motivo di ogni rinuncia a qualsiasi cosa che non sia collegabile o derivante da quell’amore. D’altronde qui risiede tutta la dignità della vita. Ma, per quanto desiderabile, come resta velata ai nostri occhi! Siamo sempre nella condizione di dover essere istruiti dall’alto per afferrare la verità dell’umanità di Gesù consegnata agli uomini e scoprire vero per noi e per tutti lo splendore dell’amore. Così il portare la croce non si riferisce primariamente alla fatica del vivere, ma alla condizione perché la fatica del vivere risulti fruttuosa: la rinuncia ad ogni prospettiva mondana ci apre alla rivelazione dell’amore di Dio nella nostra vita, amore che possiamo cogliere in tutto il suo splendore proprio nella croce di Gesù. Seguire Gesù significa essere partecipi di questa rivelazione fino a viverla nel concreto della propria vita per dare spazio alla stessa dinamica di amore.

Come sottolinea la preghiera dopo la comunione: ‘La potenza di questo sacramento, o Padre, ci pervada corpo e anima, perché non prevalga in noi il nostro sentimento, ma l’azione del tuo santo Spirito’. Nella consapevolezza che l’azione dello Spirito induce a vivere in pienezza quella vocazione all’umanità che resta inscritta nei nostri cuori. E sarà proprio la potenza della visione del Signore trafitto che diventerà fonte di vita perché apre alla conoscenza dell’amore.

È per quella visione e dentro quella potenza che san Paolo, nella sua lettera ai Galati, ripresa dal canto al vangelo, proclama: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). Come a dire: rispetto a quell’amore, rivelato dall’alto e colto nel seguire il Signore Gesù, di cui ho avuto la visione nel guardarlo trafitto in croce, non c’è nulla nel mondo che meriti la preferenza e non c’è nulla in me che può trovare adeguato compimento a partire dal mondo. La preghiera della chiesa tende a rendere vivace per il nostro cuore tale verità.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

25a Domenica

(20 settembre 2009)

 

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Sap 2,17-20;  Sal 53;  Gc 3,16-4,3;  Mc 9,30-37

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Questa è la seconda volta che Gesù annuncia la sua passione e, come per la prima volta, accompagna la sua predizione con un’istruzione particolare. La liturgia ci introduce nei sentimenti di Gesù e dei discepoli con la lettura del libro della Sapienza. Il brano non va letto solo come un annuncio profetico della passione di Gesù, ma per la prospettiva nella quale la profezia dona la sua luce. Il brano riporta il discorso degli empi introducendolo con le parole: “Dicono fra loro sragionando…” e concludendolo: “Non conoscono i segreti di Dio”. Ecco, la rivelazione di Gesù consiste nell’essere messi a parte dei segreti di Dio, che sono appunto i misteri del regno dei cieli. E l’annuncio della passione rivela quanto i segreti di Dio siano lontani dalla mente degli uomini, eppur così essenziali alla vita dei loro cuori.

Se guardiamo all’annuncio in se stesso, notiamo subito la differenza con la precedente predizione. A differenza del primo, qui l’annuncio non rivela chi causerà le sofferenze a Gesù. Dice semplicemente: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini ...”. Mentre Marco sottolinea che i discepoli non capivano e avevano timore a porre domande, Matteo 17,22-23 invece rimarca che furono molto rattristati. Matteo fa balenare la situazione che si ripeterà nell’ultima cena quando Gesù svela che uno di loro lo tradirà e resteranno profondamente rattristati perché tutti si sentiranno tirati in ballo. L’annuncio della passione non riguarda lo svelamento delle responsabilità, ma il coinvolgimento nella responsabilità.

Se guardiamo all’istruzione che segue l’annuncio, l’incomprensione dei discepoli è svelata proprio dall’oggetto del loro discutere (non semplicemente del loro parlarsi, ma della contesa della discussione): “Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande”. Gesù non rimprovera direttamente il loro desiderio di grandezza; si limita ad indicare la via di grandezza gradita a Dio: “Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E poi, prendendo un bambino, aggiunge: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

Anche rispetto all’istruzione, il confronto tra Marco e Matteo segnala profondità insospettate. In Marco Gesù risponde direttamente sul contenzioso tra i discepoli. Volete essere grandi? Rinunciate a ogni senso di importanza, di potere, di prestigio, valevole in questo mondo. Tutto si gioca sulla contrapposizione primo/ultimo: primo in questo mondo, ultimo nel regno dei cieli e viceversa. Ma Marco specifica la natura di quell’ultimo, cioè servitore di tutti. Voler essere il primo significa allora voler essere come colui che è il Primo (cf Lc 7,28), il quale si è fatto servo di tutti fino a morire sulla croce, perché tutti potessero conoscere quanto è grande l’amore di Dio per gli uomini. Gesù parla della grandezza per il regno dei cieli, che è grandezza di rivelazione dell’amore di Dio per gli uomini. Essere ultimo non significa essere dietro a tutti gli altri, ma solo servo di  tutti perché l’amore di Dio risplenda e questo comporta che non ci sia cosa o persona più significative per il nostro cuore da indurlo a preferirle contro l’amore di Dio. Con l’esempio dei bambini dà la ragione della grandezza per il regno dei cieli. Servitore di tutti, perciò dei bambini, vale a dire, in questo contesto, di quanti, discepoli del Signore, sono senza alcuna importanza, deboli, peccatori, proprio quelli che Gesù ha cercato e coi quali si identifica, tanto che chi accoglie uno di loro, accoglie lui. Aver coscienza di questa identificazione significa condividere i segreti di Dio, cioè conoscere il suo amore per gli uomini tanto da non vivere d’altro.

In Matteo 18,1-5 i discepoli espongono una questione generale a Gesù e lui risponde spostando il centro di attenzione. Non serve domandarsi chi sia il più grande nel regno dei cieli, se nemmeno sapete se potete entrarvi. Gesù rivela a quale condizione si può entrare nel regno dei cieli. L’esempio dei bambini assume così un altro significato: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli”. Purtroppo la traduzione ‘si farà piccolo’ è inconsistente rispetto al contesto di rivelazione dell’annuncio della passione. In effetti, il testo comporta il verbo ‘umiliare’ e la traduzione sarebbe: ‘chi umilierà se stesso come un bambino’. Il significato è più diretto rispetto all’annuncio della passione, perché Gesù è proprio colui che ha umiliato se stesso, facendo risplendere, nella sua umiliazione, tutta la potenza dell’amore di Dio per gli uomini e questo è motivo della sua grandezza. Così sarà per i discepoli. Solo chi si umilia, cioè chi diventa come i bambini che non ripongono speranza in alcun statuto sociale, chi perde ogni importanza che sappia di questo mondo, può accedere alla rivelazione di Gesù. Gesù ha posto tutta la sua grandezza nell’amore del Padre, i discepoli nell’amore di Gesù e in nient’altro. E se questo comporta ‘debolezza’ secondo gli uomini, secondo Dio invece  comporta ‘potenza’, tanto che i segreti di Dio fanno vivere della loro potenza il cuore degli uomini.

Quando Giacomo, nella sua lettera, parla di una sapienza che viene dall’alto, allude proprio a quella rivelazione che ha conquistato il cuore e che lo muove con la potenza del suo dinamismo. E quando, nella preghiera dopo la comunione, domandiamo che ‘la redenzione operata da questi misteri trasformi tutta la nostra vita’, in realtà preghiamo perché il nostro cuore si apra a quella rivelazione e ne sia conquistato.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

26a Domenica

(27 settembre 2009)

 

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Nm 11,25-29;  Sal 18;  Gc 5,1-6;  Mc 9,38-48

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Il tema della liturgia è sempre lo stesso: scoprire i misteri del Regno. Dopo l’annuncio della passione risulta chiaro che il destino del Maestro sarà il destino dei discepoli, l’eredità del Maestro costituirà l’eredità dei discepoli. Ma destino e eredità non sono facilmente accoglibili dall’uomo; occorre il dono dello Spirito, che sarà effuso proprio dalla croce con la testimonianza dell’amore di Dio per gli uomini da parte del Signore Gesù. In questa ottica la prima lettura, con l’episodio del dono dello Spirito ai settanta anziani, compresi i due rimasti nell’accampamento, Eldad e Medad, comporta due significati: 1) l’azione di Dio, dovunque si manifesti, non va impedita e Gesù lo conferma: “Chi non è contro di noi è per noi”; 2) è necessaria l’effusione dello Spirito per accedere ai misteri del Regno. Il che significa: non si conosce la strada per arrivarci, ci deve essere indicata.

Il brano di Marco, al di là del contenuto specifico delle parole di Gesù, sottolinea due realtà: l’estrema preziosità della fede nel Signore Gesù e la tensione per il Regno, segreto della vita. Ambedue le realtà sono suggerite dal canto al vangelo: “La tua parola, Signore, è verità; consacraci nella verità” (cf Gv 17,17). Come se, davanti alla proclamazione del vangelo, pregassimo: fa’ che viviamo della verità delle tue parole, aderendovi intimamente, in tutta evidenza per il nostro cuore. In questo brano, Gesù proclama la verità sotto forma di promessa e sotto forma di minaccia. La promessa è rivolta a chi non ha ancora aderito a lui e la minaccia a chi ha già aderito, ma il contenuto della promessa e della minaccia è il medesimo: quanto è preziosa per la nostra vita la conoscenza dei misteri del Regno!

Rispetto a chi non ha ancora fede in lui dice: “Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità, io vi dico, non perderà la sua ricompensa”. La sottolineatura risulta: chi accoglie voi, accoglie me. Gesù ritiene fatto a sé ogni attenzione o cortesia rivolta ai suoi discepoli. É la benedizione di Gesù su coloro che non lo conoscono, ma ne rispettano l’insegnamento con la gentilezza nei confronti dei suoi discepoli.

Rispetto invece a coloro che già hanno fede in lui minaccia: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me ...”. Si rivolge prima a quanti hanno responsabilità nella sua chiesa: la fede in lui è così preziosa che chi, con il suo comportamento altero o litigioso oppure con la sua eccessiva severità verso i fratelli più deboli, la rende impraticabile o impossibile a tenersi, perderà ogni frutto e non avrà senso il suo vivere. Con l’aggiunta del paragone che sarebbe meglio che fosse gettato in mare con appesa al collo una macina da mulino si allude al tradimento di Giuda (cf Mt 26,24) per sottolineare questa equazione: ricevere un discepolo di Cristo equivale a ricevere il Cristo, ma scandalizzare un discepolo di Cristo equivale a tradire il Cristo.

Ma se la fede in Gesù è così preziosa per la nostra vita, allora – e qui il discorso si rivolge a tutti i discepoli, indistintamente, senza alcuna differenza rispetto ai ruoli che ricoprono – che tragedia sarebbe vivere la vita rinnegando ciò che ha di più prezioso, la fede nel Signore Gesù: “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala … Se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo ... Se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via ...”! Se l’amore del Regno non prevarrà, sarà inevitabile vivere e far vivere nella sofferenza. La fede in Gesù o ti fa vivere nella tensione per il Regno o perde la sua preziosità. L’avvertimento di Gesù è chiaro: rinuncia a qualsiasi cosa che contrasti o rinneghi la via della vita. Il che equivale a dire: 1) rinuncia a tutto ciò che ti impedisce di accogliere la dinamica di vita che porta il Signore Gesù con il suo far conoscere lo splendore dell’amore di Dio per l’uomo; 2) non puoi però riuscire in tale rinuncia se non è mai apparsa al tuo cuore nella sua bellezza la testimonianza del Signore Gesù rispetto all’amore di Dio per l’uomo, amore che colma ogni desiderio.

I misteri del Regno sono i misteri della conoscenza del Signore Gesù, fuoco e sale della vita. Non per nulla il capitolo 9 di Marco termina con queste parole misteriose: “Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale ... Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri”. Potremmo interpretare: se vi lascerete convincere a percepire i misteri del Regno come tesoro del vostro cuore (ecco il fuoco) e rinuncerete sia a ogni forma di ambizione e rivalità che di impoverimento di desideri e di tensione spirituale (ecco il sale) , vivrete custoditi e lieti, potrete godere la pace tra voi come sigillo dell’opera di Dio in voi, come frutto del dono dello Spirito Santo e godimento dell’esperienza della conoscenza del vostro Maestro che per voi è venuto, ha patito, è morto ed è risuscitato.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

27a Domenica

(4 ottobre 2009)

 

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Gen 2,18-24;  Sal 127;  Eb 2,9-11;  Mc 10,2-16

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Per comprendere la richiesta dei farisei a Gesù è necessaria qualche precisazione esegetica. La domanda non verteva tanto sul carattere lecito del divorzio, che anche la Legge consentiva (Dt 24,1: “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa”), ma a quale condizione lo fosse. Nella controversia tra le due scuole di Hillel e Shammai, ai tempi di Gesù prevaleva la prima, più rigorista: il divorzio è lecito solo a una condizione, in caso cioè di unione illegittima (che anche Mt 5,32 contempla) o di adulterio, mentre più tardi prevalse la seconda, più lassista: il divorzio è lecito per qualsiasi motivo. La legge sul divorzio proteggeva la donna dall’accusa di adulterio, perché le permetteva un nuovo matrimonio.

La risposta di Gesù si colloca dunque nell’interpretazione più rigorista della legge mosaica, ma in una prospettiva completamente diversa. La lettura del passo in parallelo con Mt 19 ne fa scaturire tutta la portata. La legislazione sul divorzio non è un comandamento ma una concessione.

Gesù, contrapponendo comandamento a concessione, arriva al cuore del problema. In gioco non c’è l’interpretazione restrittiva o estesa di una norma e neppure la norma stessa, ma il fondamento su cui la norma prende valore. Il valore di riferimento non è la consuetudine, per quanto avvalorata, sebbene in semplice concessione, dalla stessa Legge, bensì l’agire di Dio che esprime il suo volere quanto all’uomo. E Gesù richiama l’atto della creazione: “Dio li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola” (cf. Gen 1,27; 2,24). Quella benedizione di Dio non è mai venuta meno, nonostante i peccati e le fragilità umane. E quella benedizione costituisce l’asse di riferimento perenne del valore del matrimonio.

Lo sottolinea anche la liturgia con il canto al vangelo: “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi”. Come a suggerire: l’amore, che ha le sue origini in Dio, rende uomini e donne di pari dignità perché solo attraverso l’amore possiamo fare esperienza di Dio. E quando un uomo e una donna sono consacrati nel loro amore, in gioco è proprio la consumazione dell’amore di Dio che si rivela in essi. Solo la tensione al Regno dei cieli, però, può motivare fino in fondo la decisione di quell’amore.

In effetti, la posizione di Gesù è vincolata all’accoglienza del Regno, al fatto di vederlo come colui che compie il volere di Dio per l’uomo. Il brano è inserito in un contesto preciso, quello della sua sequela, che si chiude con il suo ingresso a Gerusalemme. I suoi discepoli sono come storditi, perché subito dopo Gesù proclama il valore del celibato volontario per il regno dei cieli, l’inciampo delle ricchezze per il sincero servizio del cuore e, per la terza volta, annuncia la sua prossima passione.

Così, l’indissolubilità del matrimonio diventa una esigenza del regime messianico insieme a tutto il resto. Proprio in questo trova senso il paragone dei bambini che leggiamo subito dopo: “a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio”. Vi è l’allusione alle beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli ...”. I bambini, da interpretare come ragazzi di 10-12 anni, prima del bar mitzvah, quando cioè a pieno titolo entrano nella società degli adulti con il poter leggere pubblicamente la Bibbia e contribuendo al numero legale per un’assemblea, sono l’immagine dei discepoli che non hanno titolo di importanza o prestigio, che non si aspettano nulla, che non esercitano alcun potere, che possono confidare solo in chi vuole bene loro. Di questi è il regno dei cieli, di quanti cioè hanno posto in esso tutta la loro confidenza e in nient’altro, non cercando quindi ricchezze o prestigio o finendo di servirsi di Dio invece che essere suoi servi. L’insegnamento di Gesù è chiaro e i discepoli restano pensierosi. Dovranno fare ancora tanta strada insieme al loro Maestro per accogliere queste sue parole e viverne la potenza.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

28a Domenica

(11 ottobre 2009)

 

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Sap 7,7-11;  Sal 89;  Eb 4,12-13;  Mc 10,17-30

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Se paragoniamo le figure di Salomone, a cui si ascrive la paternità del libro della Sapienza, da cui è tratta la prima lettura di oggi e quella del giovane ricco che chiede a Gesù come poter avere la vita eterna, comprenderemmo meglio la risposta di Gesù e lo sbigottimento dei discepoli.

Se Salomone prega per ottenere la sapienza vuol dire che la sapienza non è una conquista umana. La sapienza viene dall’alto, procede da una rivelazione accolta come partecipazione alla vita di Dio e diventata energia di vita, radice di comportamento. Il salmo responsoriale lo mostra chiaramente. Parla di ‘saziarsi di grazia’, di ‘manifestazione della gloria di Dio’, di consistenza dell’agire dell’uomo. Grazia, gloria e consistenza, che esprimono la rivelazione dell’amore di Dio per l’uomo, rivelazione che in Gesù si manifesta in tutto il suo splendore. Accogliere Gesù significa accogliere la sapienza di Dio che è splendore di amore per l’uomo. Tutto ciò che ha a che fare con quello splendore nella vita degli uomini parla della sapienza che ha lambito il cuore dell’uomo e lo rende splendente. A paragone con questa sapienza, le ricchezze e ogni altro bene di cui godere nella vita non costituiscono nulla di davvero significativo per il cuore. Salomone lo sa e prega ardentemente per partecipare a quella sapienza.

E se l’antifona di ingresso proclama, eco del salmo 129: “Se consideri le colpe, Signore, Signore chi ti può resistere? Ma con te è il perdono ...” vuol dire che l’uomo non può accedere alla sapienza sulla base dei suoi meriti, non può conoscere la sapienza a partire dal suo buon comportamento; vuol dire che si accede alla sapienza con il riconoscere il bisogno del perdono, che non equivale semplicemente a riconoscere la colpa, ma a riconoscerla davanti a Qualcuno che ci vuol far dono di Sé.

Quando si presenta il giovane ricco, sembra che l’orizzonte della sua richiesta sia molto più limitato. Non è soddisfatto delle sue ricchezze e della sua vita, e per questo corre da Gesù, ma non riesce a distinguere tra i beni il Bene. La vita eterna che mostra di volere è assai diversa da quello che Gesù chiama l’entrare nel regno di Dio. È come se non riuscisse a distinguere il comandamento dalla ispirazione che l’ha dettato. In effetti, un conto è eseguire i comandamenti, un conto è cogliere l’ispirazione segreta dei comandamenti; un conto è praticare il bene, un conto è cogliere il frutto della pratica del bene.

Il dramma dei credenti viene proprio dal fatto che si può praticare il bene e non arrivare mai a gustarne il frutto. La messa in guardia risuona nell’affermazione di Gesù: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo”. Si possono fare i comandamenti senza partecipare alle segrete intenzioni per cui Dio ci ha dato quei comandamenti e così non veniamo messi a parte del suo segreto e del desiderio del suo cuore, non diventiamo mai intimi suoi. È per questo motivo che Gesù, desideroso di avere amici che condividono quei segreti, invita il giovane. Non si tratta tanto di lasciare tutto, quanto di venire dietro a Gesù, l’Inviato sul quale riposa tutta la compiacenza del Padre e nel quale anche gli uomini possono gustare la benedizione di quella compiacenza. L’uomo non arriva direttamente al frutto se non stando con il Signore Gesù: è Lui che ci introduce nel Regno, in quella intimità con Dio che sazia il desiderio del nostro cuore.

Il senso della nostra vita si gioca non nel voler fare il bene, ma nel farlo per entrare nel segreto di Dio ed il segreto di Dio che ci rivela il suo amore per noi è proprio quel Figlio che è stato dato per noi. Se entrare nel segreto di Dio è impossibile all’uomo, non lo è per Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio perché anche noi, in Lui, possiamo godere della sua gioia. In questo senso si capisce bene la tristezza di Gesù davanti al giovane ricco: egli rifiuta l’ingresso ad una gioia che aveva intravisto e di cui si rassegna a non godere più. La conseguenza sarà che i comandamenti eseguiti non saranno mai per lui motivo di intimità e di gioia del cuore. E per questo non può ancora entrare nel Regno, che gli è balenato davanti.

Dalla reazione dei discepoli si deduce che la distanza tra loro e quel giovane non è poi così marcata. Anche i discepoli condividono con quel giovane il suo modo di pensare. La differenza risiede nel fatto che i discepoli sono ‘capaci’ di provare a credere a Gesù, capacità che permetterà al loro cuore, a tempo debito, di condividere i segreti di Dio che in Gesù si manifestano e si compiono lasciandosi conquistare totalmente. Pietro non pretende qualcosa se sottolinea cosa ci guadagneranno nell’aver abbandonato tutto per seguire il loro Maestro; dichiara semplicemente che a loro non è ancora dato di godere il frutto della loro rinuncia. E Gesù gli risponde con la ‘promessa’ che ciò avverrà sicuramente e in abbondanza, a patto che seguano il Maestro fino in fondo, fino a conoscere nell’esperienza del loro cuore, come esprime il canto al vangelo, ‘qual è la speranza della nostra chiamata’.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

29a Domenica

(18 ottobre 2009)

 

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Is 53,2-11;  Sal 32;  Eb 4,14-16;  Mc 10,35-45

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Il brano di vangelo di oggi fa seguito al terzo annuncio della passione, il più circostanziato. La richiesta dei figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, acquista tutto il suo significato dentro quella circostanza. E tutta la liturgia di oggi si premura di incastonare la figura del Figlio dell’uomo che “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. La prima lettura di Isaia consacra la sofferenza del Figlio dell’uomo nel progetto di Dio per gli uomini che non vuole lasciare lontani da sé. Il salmo responsoriale, il salmo 32, legge la profezia di Isaia in questo modo: se su di noi è l’amore del Signore, non ci saranno più contese e divisioni tra noi, perché i cuori saranno conquistati alla sua gloria, cioè allo splendore del suo amore, che si rivela nel Cristo che patisce e muore per noi. E se questo è il progetto di Dio, non c’è ‘pensiero ostile’ o forza contraria che potrà prevalere. È lo stesso salmo che viene proclamato nella festa del S. Cuore.

La lettura più appropriata del brano evangelico la formula Luca 22,27 quando, dopo l’annuncio del tradimento del Maestro nell’ultima cena, viene riportata la discussione degli apostoli su chi fosse tra loro da considerare più grande. La risposta di Gesù ricalca la risposta ai figli di Zebedeo. Il contesto della cena pasquale, nell’imminenza ormai prossima della passione, è dunque il contesto più appropriato per la comprensione delle parole di Gesù, unitamente al passo di Mt 26,28 con il riferimento al sangue dell’alleanza versato per il perdono dei peccati.

Riprendiamo ora il passo di Marco. La richiesta dei due discepoli è seria, non proviene da cuori vanesi o boriosi. È in gioco il senso stesso della loro vita, il senso della loro sequela, il senso di quell’evangelo che li ha toccati profondamente e che nella persona del Maestro ha concentrato le tensioni dei loro cuori. I due discepoli, insieme a Pietro, sono i prescelti per ogni circostanza speciale, dal Tabor al Getsemani. E Gesù riconosce la loro lealtà. Sa che sono disposti a seguirlo fin nella sua passione [di fatto Giacomo morì martire verso l’anno 44 a Gerusalemme, secondo At 12,2, mentre la tradizione che fondandosi su questo passo fa martire Giovanni è chiaramente posteriore. Anche in questo risalta la ‘misteriosità’ della parola di Dio: in che senso Giovanni ha bevuto il calice della passione, se non è morto martire?]. Eppure, la loro richiesta è inaccoglibile e non certo per evitare la gelosia degli altri. A cosa mirano dunque le parole di Gesù?

Gesù rifiuta ogni collegamento tra il desiderio di gloria e la sua sequela. Quel nesso è custodito da Dio solo. Non che non esista, ma guai a volerlo perseguire, perché ne scaturirebbe un fraintendimento colossale per i nostri cuori. La ragione profonda credo risieda nel fatto che ad attirare a Gesù è il Padre: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44). Essere mossi dal Padre significa condividere l’amore di benevolenza che in quel Figlio ci raggiunge e ci fa riposare. Non si può desiderare altro. Volere altro significa uscire da quella dinamica e fallire il compimento dei desideri del cuore. A questa ‘assolutezza’ Gesù richiama e rimanda.

Del resto si concatena bene a questa anche l’altra risposta di Gesù all’irritazione dei discepoli contro i due figli di Zebedeo: “…chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Perché voler essere grandi comporta dover servire? Di nuovo si è rimandati al mistero del Padre che attira al Figlio. Servire significa compiere quella ‘volontà di benevolenza’ del Padre nei confronti degli uomini che in Gesù si realizza perfettamente. Compiere la volontà di benevolenza significa far risplendere, comunque, in qualsiasi condizione, quell’amore di Dio per gli uomini in cui si radica la loro dignità e la loro libertà. Si tratta di realizzare una grandezza che sa liberare la dignità degli uomini rivelando loro di essere non soltanto oggetto di amore, ma soggetti di amore. Il servire procura questo riscatto: libera la dignità degli uomini e fa risplendere la presenza del Signore.

E se non porta lì, allora vuol dire che il servire messo in atto è ancora un servire troppo umano, sentimentale generosità o semplice incapacità di affermazione. Quando Gesù chiede ai figli di Zebedeo: ‘potete bere il calice che io bevo?’ è come se chiedesse: potete stare solidali con il desiderio di Dio verso gli uomini e contemporaneamente stare solidali con l’umanità di modo che il suo amore risplenda liberatore per voi stessi come per loro? Questa è la posta in gioco del servire. E questa è la posta in gioco della grandezza secondo Dio, che compie, per noi e per tutti, insieme, le attese dei cuori.

Non so se è corretto far rimarcare un certo dettaglio nel brano di Marco. Rispetto alla grandezza vale il servizio ‘vicendevole’ (nel testo: sarà vostro servitore), rispetto al primato vale l’essere ultimi nel senso di essere schiavi di tutti (nel testo: sarà schiavo di tutti). Nell’ultima cena, Gesù si muove non solo come servitore, ma come schiavo e in questo rivela il segreto di Dio per l’uomo. Se l’uomo potesse condividere quel segreto, si troverebbe a muoversi come Gesù e vivrebbe la sua vita nella dinamica di liberare la dignità degli uomini in modo che sia esaltato l’amore di Dio per loro.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

30a Domenica

(25 ottobre 2009)

 

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Ger 31,7-9;  Sal 125;  Eb 5,1-6;  Mc 10,46-52

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Il brano del vangelo di oggi ha degli accenti assolutamente particolari. I verbi, anzitutto. Tutti i verbi del brano sono intensivi: Bartimeo, il cieco alle porte di Gerico, grida, non semplicemente chiama; ripetutamente grida (tra l’altro, il grido del cieco è diventato il paradigma dell’invocazione della preghiera di Gesù, della preghiera del cuore!); getta via il mantello, non semplicemente se lo toglie; balza in piedi, non semplicemente si alza; si rivolge a Gesù da dentro una conoscenza che aveva già lavorato il suo cuore, sebbene non avesse ancora mai potuto vederlo in faccia e, appena lo vede, si mette a seguirlo. Tutto il racconto assume una valenza simbolica precisa, che la liturgia fa risaltare.

La prima lettura, tratta dal cap. 31 di Geremia, il capitolo dove è profetizzata la nuova alleanza di Dio con il suo popolo, scritta sul loro cuore, descrive il ritorno del Signore con i suoi figli a Gerusalemme dopo il periodo amaro della schiavitù. Il salmo responsoriale celebra l’esperienza di quel ritorno e la riconsegna del popolo al suo destino di bene e di felicità, come il Signore aveva promesso. Il racconto evangelico mostra di che cosa era foriera quella profezia, anzitutto dalla parte di Dio e poi dalla parte dell’uomo. Gesù e Bartimeo sono i personaggi chiave che svelano la natura del segreto di Dio per l’uomo, noto a Gesù, ma avvertito potentemente anche da Bartimeo, sebbene confusamente. Troppo a lungo Bartimeo ha dovuto soffrire, troppo a lungo ha dovuto aspettare, troppo a lungo aveva sperato per indugiare ancora: tutto scoppia, prorompe, perdendo ogni ritegno. E Gesù, che anche lui vive con impazienza ormai la dinamica di rivelazione dell’amore di Dio per gli uomini da non vedere l’ora di arrivare a Gerusalemme, riconosce il suo desiderio, lo risana e lo rende suo compagno di viaggio, partecipe ‘vedente’ del suo segreto da parte di Dio.

I particolari che illustrano la tensione interiore di Bartimeo sono due: il grido, ‘Figlio di Davide’ e l’epiteto con il quale si rivolge a Gesù, ‘Rabbunì’. Nei vangeli sinottici, se non vado errato, soltanto nel caso del o dei ciechi di Gerico ci si rivolge a Gesù con ‘Figlio di Davide’ (in Matteo, anche la donna cananea usa quel titolo, lei, pagana!). L’espressione è da collegare all’esclamazione che subito dopo, entrando Gesù in Gerusalemme, la folla proclama festante. Allude al mistero di Gesù che si sta svelando e che nessuno coglie. Bartimeo sembra presagirlo. Lo conferma il titolo con il quale si rivolge a Gesù quando gli arriva davanti: “Rabbunì”, evidentemente pronunciato con un tono accorato, a differenza delle grida che gli avevano ottenuto l’attenzione dello stesso Gesù. Quella espressione nasconde un mondo. Solo in un altro passo evangelico risuona quel titolo, sulla bocca di Maria Maddalena quando, nel giardino, si sente chiamare per nome da Gesù subito dopo la sua resurrezione (cfr. Gv 20,16). Immaginiamo il trasporto, l’emozione con cui viene pronunciato! Rivela la natura di un rapporto personale, intimo, con Gesù di cui ormai ha condiviso vita e sentimenti, verso cui tende con tutta la sua anima. Anche per Bartimeo quell’appellativo nasconde una tensione fortissima dell’anima. E non solo in funzione della guarigione che invoca, ma in funzione dell’orientamento di tutta la sua vita, come poi il brano testimonia annotando che Bartimeo va dietro a Gesù. Quel suo ‘andar dietro’ a Gesù porta l’eco del comando di Gesù: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. In effetti ogni guarigione procurata dalla fede si traduce sempre in un andare, un andare appunto dietro a Colui che si è mostrato e che ci ha rapito il cuore.

È l’esito della nostra preghiera: tornare ad avere il cuore che vede compiersi, svelarsi nella nostra vita il segreto di Dio. In questa prospettiva ha senso l’esultanza del credente come ripete l’antifona d’ingresso di oggi: “Gioisca il cuore di chi cerca il Signore. Cercate il Signore e la sua potenza, cercate sempre il suo volto”, perché vi renda complici del suo segreto per l’uomo. La preghiera è appunto la condivisione della ‘fretta’ che muove Gesù di veder compiersi il segreto di Dio in favore degli uomini, fretta che trascina i discepoli e muove il mondo. Soltanto l’invocazione ‘gridata’ con tutto il cuore, senza alcun ritegno, come è avvenuto per la donna Cananea (Mc 7, 26) e Bartimeo: “Figlio di Davide, abbi pietà di me” farà vedere la fretta che muove il Signore nel suo appressarsi all’uomo aprendoci il suo segreto e sanando così il nostro cuore, tanto da trascinarci nella sua stessa dinamica perché tutti ne siano lambiti.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Solennità e feste

 

Tutti i Santi

(1 novembre 2009)

 

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Ap 7,2-14;  Sal 23;  1 Gv 3,1-3;  Mt 5,1-12

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L’immagine di fondo che caratterizza la liturgia di oggi è quella della comunità umana unita come famiglia di Dio, nella lode e nell’adorazione dell’unico Dio e Salvatore, in una gioia perfettamente condivisa tra gli uomini, gli angeli e Dio stesso. Lo sguardo della Chiesa non è però attirato come da un punto di fuga situato oltre la storia, come si trattasse di riempirsi gli occhi con una visione consolatoria. La sua visione parla di un’esperienza quotidiana; parla di realtà ultima ma vicina, più ‘reale’ delle cose di tutti i giorni: un mondo che interpella e invita con soave insistenza. Parla al cuore degli aneliti che lo assillano, delle radici che lo costituiscono, delle tensioni che lo lavorano, dei desideri che l’abitano.

Mi piace riandare all’esperienza esaltante degli abitanti di Siena nel 1311 quando l’enorme pala (tre metri per cinque) della Maestà di Duccio da Buoninsegna fu scortata dalla bottega dell’artista alla cattedrale in trionfo, tra gli applausi della cittadinanza e posta sull’altare. La visione di tutti quei santi schierati a destra e a sinistra del trono dove, in Maria, la natura umana viene rivelata come degna dimora dello Spirito, portatrice del Figlio dell’Altissimo, doveva suscitare l’impressione di trovarsi già partecipi della loro compagnia e del loro tripudio. Oggi, forse, non avvertiamo più l’attrazione del cielo allo stesso modo, ma la speranza, di cui era portatrice quell’attrazione, è ancora necessaria per vivere e cogliere il senso della nostra vita.

Per noi, oggi, la comunità dei santi attorno all’Altissimo, riuniti nella stessa lode e nella stessa gioia, fornisce come le coordinate di senso alla responsabilità della vita terrena. Non abbiamo altro modo di sconfinare nell’eterno se non quello di giocare la nostra vita terrena, secondo tutto lo spessore di dignità che comporta. L’immagine chiave di tale dignità è la realtà degli uomini come ‘figli di Dio’: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro”. Quello che siamo, siamo chiamati a diventarlo: è tutto il senso della vocazione umana. La stessa Eucaristia non è che la celebrazione di questo mistero.

Chi sono i figli di Dio? Sono coloro che lo Spirito di Dio guida - risponde tutta la tradizione della chiesa. E le beatitudini sono le vie che lo Spirito di Dio fa percorrere per essere trovati in quel Figlio, che è la rivelazione dell’amore di Dio per gli uomini. Così, la ‘purificazione’, necessaria perché oggi non vediamo ancora Dio com’è, vale a dire in tutto il suo immenso amore per l’uomo, riguarda l’accesso alla condivisione dell’intimità di Gesù con il Padre nello Spirito Santo. Come suggerisce il versetto dell’alleluia, l’amore di Dio si traduce in un Volto, quello di Gesù che rivela il mistero del Padre: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28). Il vangelo delle beatitudini esprime le modalità concrete per l’uomo di condividere il far grazia di Sé da parte di Dio all’umanità in Gesù. Quando Gesù proclama: ‘beati i poveri … beati  i miti … beati i perseguitati per causa della giustizia’ allude alla sua beatitudine, quella che scaturisce dall’intimità con il Padre, di cui condivide la passione e la gioia di stare con gli uomini. E sarà quella beatitudine condivisa, anche se appena percettibile ai nostri cuori induriti e ribelli, a risanarli in profondità, a rimetterli in grado di vivere secondo tutte le loro potenzialità, in totale fraternità e trasparenza, secondo la dignità di figli di Dio.

Una doppia corrispondenza risalta dalle preghiere della liturgia: 1) quella di terra/cielo, come è espressa nella preghiera del Padre Nostro: sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Da intendere: possiamo sperimentare, tutti insieme, qui sulla terra, la potenza dell’amore di Dio che salva, come è goduta in cielo (cfr. la lettura dell’Apocalisse), fin tanto che la nostra terra diventi tutta cielo; 2) mensa eucaristica/banchetto celeste: l’una richiama l’altro e il secondo non può essere espresso che con il riferimento alla prima. Da intendere: l’uomo nutrito di Cristo può godere tutto l’amore di Dio fino a che esso si traduca nella tensione suprema del cuore e nella visione degli occhi, sulla terra come in cielo.

La fatica terrena della ‘purificazione’ è tesa a permettere al cuore di godere del ristoro promesso da Gesù:

- beati i poveri: beati coloro che non fanno consistere la loro ricchezza che nell'essere figli di Dio, che non hanno nulla di più caro al mondo se non quel Figlio che ha loro manifestato l'amore grande di Dio per l'umanità

- beati gli afflitti: beati coloro che non hanno lacrime più amare di quelle versate quando dovessero allontanarsi dall'agire come figli di Dio e, pentiti, ritornano al loro Signore, ritrovando la consolazione della solidarietà con Dio e con gli uomini

- beati i miti: beati coloro che con pazienza sopporteranno ogni prova per non venir meno al loro essere ed agire come figli di Dio, fin tanto che la terra del loro cuore sarà tutta diventata cielo

- beati quelli che hanno fame e sete della giustizia: beati coloro il cui unico tormento è quello di perseverare nella fedeltà all'essere figli di Dio, fin tanto che il volto di Dio si manifesti al loro cuore e li consoli

- beati i misericordiosi: beati coloro che, avendo sperimentato quanto è grande l'amore di Dio che li ha resi figli suoi, per sua sola misericordia, saranno capaci di estendere a tutti la possibilità di tale esperienza aprendo il loro cuore al perdono

- beati i puri di cuore: beati coloro che avranno sperimentato la luce dell'amore di Dio in modo da collocare i loro cuori nella luce e poter vedere tutto in questa luce.

- beati gli operatori di pace: beati coloro che, come figli di Dio, vivono nella dinamica dell'amore di Dio per gli uomini che vuole tutti riconciliati; beati coloro che non hanno altro scopo nel loro vivere se non di perseguire questa pace ottenutaci dal Figlio di Dio

- beati i perseguitati per causa della giustizia: è l'ottava beatitudine, quella che ingloba le altre nel senso che di tutte rappresenta la condizione suprema: qualsiasi cosa abbiate a soffrire , non vi turbi e non vi distolga dalla volontà di vivere da figli di Dio, fiduciosi nella promessa del Signore, nella sua parola che è potente, cioè capace di far vivere quello che indica.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

32a Domenica

(8 novembre 2009)

 

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1Re 17,10-16;  Sal 145;  Eb 9,24-28;  Mc 12,38-44

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La liturgia di oggi può essere letta come il commento della chiesa all’elogio che Gesù tributa ad una povera vedova a sua insaputa. La preghiera della vedova è proprio giunta al Signore, come canta l’antifona di ingresso: “La mia preghiera giunga fino a te; tendi, o Signore, l’orecchio alla mia preghiera”. Perché è a pieno titolo ‘familiare’ di Dio, come proclama il canto al vangelo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. L’antifona alla comunione ne svela la ragione: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla ...” Di questa ‘certezza’ era colmo il suo cuore, certezza che fa dire a Gesù: “In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei, invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.

Gesù non vuole stabilire una preminenza; solo gli uomini pensano sempre a riconoscersi in termini di importanza (sia essa personale, di merito, di censo, di doti, ecc.). Gesù vuol esaltare un tipo di legame, di attaccamento, di comportamento dei cuori tra Dio e i suoi servi. La vedova, nel dare tutto quello che aveva per vivere, fa affidamento alla promessa di Dio che, nella sua grandezza e generosità, non lascerà mancare il necessario ai suoi servi. Quella donna si fida del suo Dio, con tutto il suo cuore. E come sempre, la promessa di Dio, per rivelarsi nella sua gratuità, non ha bisogno di sfruttare nulla che appartenga all’uomo. Dio in effetti ha soltanto bisogno dello spazio di un cuore che si faccia semplicemente e totalmente accogliente, anche quando le apparenze giocano a sfavore.

Ma qui, dove si esprime la promessa di Dio? La traduzione inganna. Letteralmente si dovrebbe rendere: “dalla sua mancanza gettò tutto quanto aveva, tutta la sua vita”. Il nostro Dio è un Signore strano: non chiede né poco né tanto né tutto; chiede quello che non hai. Il gesto della vedova, che trae dalla sua mancanza quello che costituiva la sua vita, assume una valenza spirituale paradigmatica. Basta pensare ai comandamenti. Dio ci comanda: “siate miti  … portatori di pace … misericordiosi …”. Uno dà quello che ha, questa è la norma dell’agire tra gli uomini. Con Dio non vale: uno deve dare quello che non ha per averlo anche lui. Così, io, che non sono affatto mite, che non sono affatto in pace, sono richiesto di usare mitezza, di portare pace. Ma come è possibile? Sulla promessa della fedeltà di Dio al suo comandamento. Dare mitezza in nome di Dio a un fratello vuol dire fidarsi totalmente della promessa che farà gustare anche al mio cuore quella mitezza. Ed in questo gusto trovare finalmente la compagnia di colui che il mio cuore ama. Perché se già non lo amassi, come farei a fidarmi? Per questo la vedova è tanto elogiata da Gesù. Il fidarsi del suo Dio rivela il suo amore per lui, per tutte le sue cose, vale a dire il tempio e il suo popolo per cui si portavano le monete al tesoro. Ed in cambio tutta la sua vita resta assicurata, in modo inspiegabile, sulla fedeltà di Dio.

Gregorio Magno, commentando la prontezza dei pescatori a seguire la chiamata di Gesù, riflette sul fatto che a dire il vero quegli uomini avevano ben poco da lasciare essendo poveri. Ma – aggiunge – “ha molto lasciato chi non ha tenuto nulla per sé”. È il senso della fede genuina. Non importa lasciare poco o tanto; l’importante è non conservare nulla per sé, vale a dire fidarsi fino in fondo, lungo tutto il cammino, con tutte le fatiche che comporta, in modo che la grazia dell’incontro possa rivelare tutti i suoi frutti, nel tempo.

La vicenda del profeta Elia e della vedova di Sarepta allude alla medesima realtà. Se la vedova si fida della parola del profeta, il quale si era fidato della parola di Dio, non solo non muore nella sua indigenza, ma con la sua indigenza, offerta, ricostituirà la vita sua e del profeta e del popolo dei credenti in generale. Nessuna offerta di questo tipo ha un valore meramente individuale. Riguarda sempre l’insieme, coinvolgendo insieme Dio ed il suo popolo, per cui la vita in questo mondo risulterà più vivibile e la presenza di Dio più tangibile, per tutti. Il canto al vangelo: ‘beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli’, se letto in rapporto alla vedova, acquista una risonanza più profonda. Lei è di quei poveri nei quali prevale la beatitudine promessa perché la fedeltà di Dio per lei è cosa saputa, vera, tanto da scavare nella sua indigenza la gioia del vivere, proprio perché con il suo Dio. Ma la beatitudine va letta non solo in rapporto al fatto che i poveri in spirito avranno parte al regno dei cieli, ma anche in rapporto al fatto che, se incontreremo questi poveri, avremo toccato il regno dei cieli, il regno dei cieli sarà reso visibile a noi. Così in effetti prega la chiesa dopo la comunione: “La forza dello Spirito Santo, che ci hai comunicato in questi sacramenti, rimanga in noi e trasformi tutta la nostra vita”. Come a dire: lo Spirito del Signore radichi i nostri cuori nello stesso atteggiamento di fede della vedova che ha strappato a Gesù quell’elogio pieno di ammirazione.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

33a Domenica

(15 novembre 2009)

 

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Dn 12,1-3;  Sal 15;  Eb 10,11-18;  Mc 13,24-32

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Il ciclo dell’anno liturgico volge al termine e la chiesa si trova proiettata nella tensione escatologica, nella ‘attesa della fine’. Le letture di oggi ricordano gli eventi ultimi, misteriosi, quelli che precedono l’avvento del Figlio dell’uomo sulle nubi quando verrà nella gloria a giudicarci e ad aprirci le porte del Regno. In un’unica sequenza vengono mescolati gli avvenimenti della morte-risurrezione di Gesù, della distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani, delle tragedie della storia umana, delle prove e del martirio dei credenti, dei segni cosmici alla fine dei tempi, del giudizio finale imminente. Come disporre il cuore ad ascoltare la parola di vita che risuona in tutte queste parole?

La finestra di luce è data dall’antifona di ingresso che riprende alcuni versetti del cap. 29 del profeta Geremia: “Dice il Signore: «Io ho progetti di pace e non di sventura; voi mi invocherete e io vi esaudirò, e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi»”. È la testimonianza del profeta fatta recapitare per lettera agli esiliati in Babilonia invitati ad accettare la prova nell’attesa dell’intervento liberatore del Signore, senza cedere a false promesse di falsi profeti per false e presunte liberazioni che non ci saranno. Anche la colletta si esprime nella stessa ottica: “… donaci il tuo Spirito, perché operosi nella carità attendiamo ogni giorno la manifestazione gloriosa del tuo Figlio, che verrà per riunire tutti gli eletti nel suo regno”. Come a dire: donaci lo Spirito di Gesù che fa risplendere il tuo amore tra gli uomini perché anche noi, mossi dallo stesso amore, possiamo vedere fin da ora l’avvento del tuo regno che compone in unità i figli di Dio dispersi. Se per questo lui è venuto, in questo possiamo vedere i progetti di pace di Dio realizzarsi. L’insistenza sulle prove, sui dolori, sulle tribolazioni, sul martirio, che il linguaggio apocalittico esalta con immagini penetranti, non fa che acuire la vista sull’unicum necessario, mantenere cioè il cuore in quell’amore che da lui discende e che a lui riporta perché tutti possa conquistare, finalmente. Al di fuori di lui, progetto di pace di Dio per l’uomo, quell’amore non si attinge e la tragedia della storia resta solo tragedia, la dispersione resta solo un sogno irrimediabilmente infranto che acuisce la rabbia e la separazione tra gli uomini e appressa semplicemente la fine senza far raggiungere il fine. Per questo, quando la prova incombe, la tentazione assale, lo sconvolgimento irrompe, l’avvertimento che risuona è sempre il medesimo: badate bene, state attenti, vegliate! Non ingannate il vostro cuore, non lasciatevi ingannare!

Lo ripete il canto al vangelo: “Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di comparire davanti al Figlio dell’uomo”. La frase completa suona: “ ... perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire [stare in piedi] davanti al Figlio dell’uomo”. L’avvertimento riguarda la verità della vita che sempre ci sfugge, la realtà di un incontro che farà emergere la verità della vita, come ci ricorda il seguito del passo parallelo di Matteo con la parabola del giudizio finale. Qui si insiste sul fatto che non ci sarà tempo per prepararsi come noi vorremmo, non varranno giustificazioni di sorta, non ci sarà possibilità di sottrarsi al giudizio e perciò tanto vale vivere oggi nell’ottica della verità che comporta quel giudizio. Perché, ci ricorda Gesù: “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Proprio perché crediamo che l’esito finale sarà la manifestazione gloriosa del regno di Dio, per cui tutti vedranno quanto è grande l’amore di Dio per gli uomini sia che se ne partecipi nella gioia sia che ce ne si senta dolorosamente privati, ci diamo premura perché anche il nostro agire, nell’oggi che ci è dato, sia teso a rivelare quella manifestazione, a far sì che appaia al nostro cuore, oggi, nel suo splendore, quell’amore che ci è stato riversato nella persona del Figlio dell’uomo. Così, ogni evento della fine non può che ricollegarsi all’evento della morte-risurrezione del Figlio dell’uomo il quale davvero consuma la storia aprendola al suo fine, alla rivelazione di quel progetto di pace. La domanda angosciosa che ci accompagna resta sempre la medesima: ma perché la storia deve contemplare nel suo seno tanto dolore? Perché il Figlio dell’uomo è anche l’uomo dei dolori? Si convince un cuore dell’amore che gli porti se non vede che puoi anche soffrire per lui? E la risposta resta segreta nel cuore di Dio, segreto a cui il cuore attinge quando non si premura d’altro che di condividere il progetto di pace di Dio. Proprio come canta l’antifona alla comunione: “Il mio bene è stare vicino a Dio, nel Signore Dio riporre la mia speranza”. Oppure, come nel ritornello del salmo responsoriale: “Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio”. Da intendere: veniamo custoditi proprio dalla manifestazione dell’amore del Signore al nostro cuore, che così ne resta conquistato, in modo tale che quell’amore risulta il segreto vero della nostra umanità, la nostra radice di vita.

 

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Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Solennità e feste

 

N.S. Gesù Cristo Re dell’universo

34a Domenica del Tempo Ordinario

(22 novembre 2009)

 

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Dn 7,13-14;  Sal 92;  Ap 1,5-8;  Gv 18,33-37

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Nella colletta della festa di oggi, ultima domenica dell’anno liturgico, chiediamo di comprendere che servire è regnare. Lo chiediamo perché toccati dallo splendore della regalità di Gesù. Quanti misteri però restano celati in questo riconoscimento! Gesù si proclama re solo davanti a Pilato quando ormai è chiaro l’esito del processo intentato contro di lui: sarà condannato alla crocifissione. L’aveva più volte annunciato e Giovanni, che non parla mai nel suo vangelo della predicazione del regno a differenza dei sinottici, si era fatto premura di punteggiare il suo racconto con quella predizione: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,14-16); “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato” (Gv 8,28); “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

Entrando trionfalmente a Gerusalemme, la folla lo acclama come il re, il regno che viene, ma nessuno sospetta quale realtà quelle acclamazioni comportino. Gesù collega il suo innalzamento alla sua regalità e sulla croce, a condanna eseguita, diventerà il re della gloria, come gli antichi crocifissi riportavano sopra la sua testa. Così apparirà la verità per testimoniare la quale è appunto venuto a noi quel ‘re, crocifisso’.

Gesù abbina il titolo di re alla verità: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. La regalità di Gesù ha a che fare con la verità. E propriamente, la verità ha a che fare con l’amore. È la proclamazione ferma, sovrana, del brano dell’Apocalisse: “A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre…”. A Lui, all’Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo, a colui che costituisce l’inizio e la fine, a lui tutti volgeranno gli sguardi perché tutti vanno in cerca della verità che acquieta solo quando si rivela come amore, amore per noi.

Così l’espressione ‘chiunque è dalla verità ascolta la mia voce’ acquista il significato: chiunque vuol compiere in verità i desideri del suo cuore ascolta la mia voce, vale a dire regna con me, serve come me. Servire e regnare si richiamano a vicenda perché ambedue sono in funzione dell’amore che risplende in verità: nel servire è allusa la fedeltà all’alleanza con Dio, mentre nel regnare è allusa la libertà dei cuori liberata da odio e tristezza e perciò sovrana. L’alleanza si traduce in desiderio di fraternità, dove ormai non si tratta più di attirare a me le simpatie del Re, che è già tutto dalla mia parte, ma di condividere con lui i suoi sentimenti verso l’umanità intera. Posso così chiamare mio il mio Re, quando rispetto a tutti sono soltanto servo perché condivido ormai il suo segreto, che è il suo desiderio di comunione con gli uomini che diventa lo scopo supremo dell’agire umano.

C’è però anche un altro aspetto che merita attenzione. La realtà del servire/regnare partecipa delle stesse caratteristiche del regno di cui parla Gesù: “il mio regno non è di questo mondo”. Ciò significa che quell’amore che risplende in verità è destinato a trasfigurare il mondo, ma non proviene da questo mondo né ha qualcosa da rivendicare a questo mondo. Perciò non può modellare su questo mondo la sua realizzazione, non può trovare in questo mondo la giustificazione evidente. Eppure quell’amore esprime la verità del mondo nel senso che lo apre e lo porta al compimento agognato. Così tutti gli amori di questo mondo non sono che ombra di quella carità divina a cui in ultima analisi rimandano, come tutti i poteri di questo mondo sono ombra del potere in verità di Dio sul quale sono misurati. Quando i vari poteri ed i vari amori distolgono da quella carità divina rinnegano le fonti stesse della loro legittimità e diventano causa di tormento, sebbene i cuori non cessino segretamente di anelare sempre, nonostante tutto, a quella carità divina che sola rende ragione dei loro desideri.

Quando, nell’orazione dopo la comunione, preghiamo: “Fa’ che obbediamo con gioia a Cristo, Re dell’universo, per vivere senza fine con lui, nel suo regno glorioso”, domandiamo di imparare ad assumere il servizio all’umanità come condivisione del segreto di Dio perché si manifesti lo splendore di verità del suo amore per noi, in mezzo a noi. E come viverlo senza che i nostri sguardi si volgano con tenerezza a quel ‘re, crocifisso’ per tutti?