Secondo ciclo

Anno liturgico C (2006-2007)

Tempo Ordinario

 

13a Domenica

(1 luglio 2007)

 

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 1 Re 19,16-21;  sal 15;  Gal 5,13-18;  Lc 9,51-62

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Con il brano evangelico di oggi inizia la lunga sezione della salita di Gesù a Gerusalemme (9,51-19,28). Nella descrizione di Luca il momento è così rivelativo del mistero della persona di Gesù che la narrazione assume toni solenni e del tutto speciali anche nel linguaggio. Noi leggiamo: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri … non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme”. Letteralmente invece suona: “Mentre si compivano i giorni della sua assunzione (termine che può indicare sia la morte che l’ascensione di Gesù), indurì il suo volto per incamminarsi verso Gerusalemme e mandò davanti al suo volto degli angeli … non vollero riceverlo, perché il suo volto stava seguendo il cammino verso Gerusalemme”.

Per Gesù è arrivato il momento di salire a Gerusalemme per dare compimento alla sua missione. Aveva già preannunciato ai discepoli la sua passione; li aveva come consolati con l’evento della trasfigurazione, sapendo che non avrebbero retto allo scandalo della sua condanna; aveva cercato di istruirli sui misteri di Dio che con lui si compivano. Ora è venuto il momento di portare a compimento il disegno di Dio, come non sopportasse più alcuna dilazione. Il racconto di Luca fa risuonare le parole del profeta Isaia: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso” (Is 50,7) e quelle del profeta Malachia: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l' angelo dell' alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti” (Ml 3,1).

È singolare che, nel cammino di Gesù verso Gerusalemme, il primo rifiuto venga dai samaritani, proprio loro che avevano accolto e creduto a quel profeta (cfr Gv 4,39-42), proprio loro che, nelle parabole di Gesù, sono sempre considerati con un occhio di riguardo. Evidentemente i discepoli, che avevano preso la decisione di Gesù di andare a Gerusalemme come l’inizio di una marcia di ‘conquista’ per l’instaurazione del regno di Dio, mal sopportano che il loro Maestro venga trattato in quel modo e vorrebbero dar loro una lezione. La risposta di Gesù a Giovanni e Giacomo è la medesima che a Pietro (cfr. Mt 16,23), netta e tagliente: non capite nulla, venitemi dietro e basta, altrimenti non vi troverete dalla parte di Dio. Chi cerca di cambiare la via di Dio assomiglia a Satana, fa il gioco di Satana. Il ‘rimprovero’ che Gesù rivolge ai discepoli è dello stesso tono del rimprovero che indirizza ai demoni (cfr. Lc 9,42). Quello che Luca più avanti dirà del Figlio dell’Uomo che è venuto per salvare (cfr. 19,10) equivale a quello che Matteo dice di Gesù definendolo mite e umile di cuore (Mt 11,29). Se questa è la via di Dio, allora scegliere altre vie significa allontanarsi da Dio. Dire che Gesù ‘indurì la sua faccia’ significa sottolineare la totale fedeltà di Gesù al volere del Padre, che così, con quel che avverrà a Gerusalemme, con la passione e la croce, ha voluto mostrare tutto il suo amore agli uomini. Fedeltà così ‘dura’, cioè incrollabile, da non lasciarsene distogliere da nulla e da nessuno.

Se le cose stanno così per Gesù, possono stare diversamente per i discepoli? Quando Gesù esige dai discepoli certe condizioni per seguirlo, non fa che trasmettere loro il principio della sua stessa fedeltà che si fa urgenza di annunciare il regno di Dio ormai giunto, cioè urgenza di svelare il suo segreto, il segreto stesso di Dio (perché in questo consiste la missione degli apostoli). Di fronte alla scoperta di tale segreto, non c’è bene o valore umano che possa prevalere.  La condizione prima è accettare il modello di Gesù che si definisce come Figlio dell’uomo che non ha dove posare il capo. Una bellissima espressione di s. Chiara di Assisi commenta: “Cristo non ha dove posare il capo e quando lo reclinò sul suo petto, fu per rendere l’ultimo respiro” (FF 2864). Come a dire: chi cerca il suo riposo altrove, non segue Cristo; chi cerca il suo riposo prima di dare la sua anima, non segue Cristo; chi cerca invece il suo riposo nel vivere di quell’annuncio del segreto di Dio è beato, perché partecipa alla stessa fedeltà di Gesù. L’unico luogo di riposo del capo di Cristo è il volere del Padre e il volere del Padre è l’amore sconfinato agli uomini. Dello splendore che deriva da quell’amore manifestato da Gesù parla l’urgenza che attraversa il brano di oggi, che la liturgia richiama con il canto al vangelo: “Io sono la luce del mondo, dice il Signore; chi segue me avrà la luce della vita”. Non si tratta semplicemente della luce della verità, ma della verità che è vita e della vita che è splendore di amore.

Così, l’espressione del salmo: ‘sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene’, va letta come dichiarazione di un amore: posso avere tante cose, ma se non ho te, che vale la vita? L’antica versione latina cantava: ‘bonum mihi non est sine te’. È il senso profondo della vita come relazione, come amore, amore che costituisce il valore di riferimento e di criterio per tutti i beni della vita, il segreto condiviso tra Dio e l’uomo. Se l’amore è esigente, lo è in proporzione della potenza e della qualità di vita che dischiude, nella fedeltà di un agire che non si lascia più distogliere dal perseguirlo sempre e comunque perché tutti ne godano e finalmente ci si possa riposare.