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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo di Avvento

I Domenica

(1 dicembre 2024)

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Ger 33,14-16;  Sal 24 (25);  1Ts 3,12-4,2;  Lc 21,25-28.34-36

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È caratteristico che il tempo liturgico si chiuda e si apra con il riferimento allo stesso brano evangelico. L’attesa del Signore che viene è considerata nella sua valenza escatologica (il Cristo glorioso che verrà come giudice alla fine della storia), nella sua valenza profetica (Gesù che entra nella storia con la nascita a Betlemme), nella sua valenza mistica (il Signore che nasce e cresce nei cuori). Al centro dell’Avvento sta la figura di ‘Colui che viene’, espressione che è sempre stata riferita al Messia, a Colui che avrebbe fatto vedere presente il Regno di Dio. Dire ‘colui che viene’ è riferirsi a colui che salva, al Salvatore che realizza la salvezza.

Il tema della vigilanza, tipico dell’Avvento, si innesta nella corrispondenza tra l’antifona di ingresso: “Mio Dio in te confido” e il versetto 14 del salmo responsoriale: “Il Signore si confida con chi lo teme”, versetto che il testo ebraico proclama in modo ancora più eloquente: “Il segreto (l’intimità) del Signore è per chi lo teme”. Il segreto del Signore è quello rivelato dal profeta Geremia, mentre si trovava in prigione e riceve la rivelazione: “Invocami e io ti risponderò … perdonerò tutte le iniquità … verranno giorni nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto”. E il salmo, come interpretando i bisogni del cuore dell’uomo e la difficoltà di incontrare il Signore che viene, continua a sottolineare: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”. Come a dire: le vie del Signore che chiediamo di conoscere sono la verità del suo amore, che in Gesù si è reso toccabile. Non c’è evento nella nostra vita che possa cancellarlo o soffocarlo o far desistere il Signore dal suo amore. Temere lui vuol dire non impedire al cuore di vivere di quel suo desiderio di amore per noi. Non è proprio agevole né per nulla scontato accettare che i sentieri di Dio nei nostri confronti siano amore e fedeltà. Ma il Signore Gesù, nato nella nostra storia, è lì a proclamarlo, a ricordarcelo, a far risplendere il suo amore perché ci conquisti e ci acquieti, ciascuno e tutti insieme.

La vigilanza serve a questo: a tenerci desti all’amore del Signore. E l’uomo è colui che alza il capo per essere capace di vedere le promesse di Dio, di vederle compiersi nel suo cuore. Per tutto l’avvento risuonerà l’esortazione: ‘vegliate e pregate’, come a dire: abbiate un occhio acuto e un cuore ardente. Non si tratta solo di un esercizio di intelligenza (vegliate!) ma di un processo di confidenza (pregate!). Un antico saluto degli indiani Hopi suona: sta’ attento a che la tua testa resti aperta verso l’alto! Tenere aperta la testa verso l’alto significa allora superare la paura, perché il Dio che siamo chiamati a conoscere è un Dio di amore per noi. Attende solo – anche Dio attende! – di incontrare cuori aperti alla sua promessa, fiduciosi di vedere il bene che la sua promessa ci rivela.

L’esortazione alla vigilanza allude all’attesa del cuore, mentre l’invito alla preghiera allude alla possibilità del compimento delle promesse di Dio. Attesa e promessa che sono ben espresse dalle parole di Gesù riportate in Giovanni: “Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui … Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,21.23). Costituisce il godimento dell’ultima promessa di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). E che il prefazio della liturgia di Avvento interpreta: “Ora che egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo nella fede e testimoniamo nell’amore la beata speranza del suo regno”.

Il compimento di quelle promesse si sperimenta in ciò che Paolo esorta a vivere scrivendo ai Tessalonicesi: “Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”. La lettera è il più antico documento letterario del Nuovo Testamento, scritta da Paolo verso l’anno 51, appena una ventina d’anni dopo la morte e risurrezione di Gesù. La generosità degli inizi, con la partecipazione entusiasta alla carità di Dio rivelata in Gesù che tutti coinvolge trasformando la vita, non può non riflettersi nell’attesa, avvertita imminente, del ritorno di Gesù. Ben presto però le comunità cristiane si sono rese conto che l’imminenza non riguarda i tempi, bensì la dimensione mistica, quella che corrisponde all’esperienza trasformante della rivelazione dell’amore di Dio che in Gesù si fa toccabile. È una esortazione alla speranza, che deriva dalla confidenza in Colui che è il testimone supremo della grandezza dell’amore del Padre per i suoi figli. Con lo sguardo fisso su di lui, anche noi cresciamo nella disponibilità a rendere la nostra vita, con lui, segno dell’amore del Padre che ci chiama tutti alla stessa mensa.

E ritornando al brano evangelico di oggi, potremmo comprendere l’invito ad alzare il capo in questo modo: cercate di cogliere il segreto di Dio che vi viene incontro; cercate di bucare la cronaca con uno sguardo acuto per vedere il Signore che viene, vale a dire: lasciatevi attrarre dalla potenza dell’amore del Signore che vuole liberarvi dai vostri ripiegamenti su voi stessi. Guardare in alto e guardare dall’alto significa guardare nel profondo e dal profondo vedere le cose. Se il regno di Dio non è di questo mondo, è però per questo mondo. Così, aspettare il Signore che viene, significa essere attratti nella stessa dinamica di invio del Messia al mondo perché l’amore di Dio sia conosciuto.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

(8 dicembre 2024)

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Gn 3,9-15.20;  Sal 97;  Ef 1,3-6.11-12;  Lc 1,26-38

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La solennità dell’Immacolata Concezione, già celebrata in oriente fin dal sec. VIII, si estese in occidente nel sec. XII, accolta prima dai francescani e poi iscritta nel calendario di Roma nel 1476. Pio IX, nel 1854, con la bolla Ineffabilis Deus, definì come dogma di fede l’immacolato concepimento di Maria, che la cristianità ha visto confermata con le apparizioni di Lourdes del 1858.

In un bellissimo canto composto nel 1958 da Sandu Tudor, monaco ortodosso romeno, Inno acatisto al roveto ardente della Madre di Dio, il concepimento della Vergine Maria è letto come fiore sbocciato sulla preghiera dell’umanità che l’ha preceduta:

Lungo cinquanta secoli,

attraverso Abramo e Davide,

la tua genealogia profetica

ha riempito i cieli

di lacrime e prostrazioni

predisponendo il dono dell’immacolato

tuo corpo intessuto di preghiera,

eterno Roveto inconsumabile.

Il Sacro Fuoco in Te canta

come in un fiore di gloria.

La natura attraverso di Te racconta

la sua struggente nostalgia di redenzione.

La tradizione venera la Vergine come “la madre del Creatore di tutte le cose, colei che ha divinizzato il genere umano e ha divinizzato la terra, che ha fatto di Dio il figlio dell’uomo e ha reso gli uomini figli di Dio”. L’antifona di ingresso della festa mette in bocca alla Vergine la profezia compiuta di Isaia: “Esulto e gioisco nel Signore; l’anima mia si allieta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come una sposa adornata di gioielli” (Is 61,10). Quella stessa lode i fedeli riprendono con la preghiera dell’Ave Maria, preghiera che è entrata nell’uso così come la conosciamo, con la sua adozione da parte dell’ordine dei Mercedari, nel 1514. Lei è la ‘benedetta’ perché porta il ‘Benedetto’, salutato dalla folla degli ebrei nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme con la proclamazione: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (Mc 11,9).

La benedizione ha raggiunto l’umanità della Vergine in modo così singolare da renderla tanto ‘umanamente piena’ da essere degna dimora per il Figlio, come proclama la colletta: “O Padre, che nell’Immacolata Concezione della Vergine hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio, e in previsione della morte di lui l’hai preservata da ogni macchia di peccato, concedi anche a noi, per sua intercessione, di venire incontro a te in santità e purezza di spirito”. La sua umanità, in tutte le sue fibre, fin dal concepimento, è andata incontro al Signore in santità e purezza di spirito ed è diventata degna dimora del Figlio. Della sua umanità siamo fatti anche noi, con il suo Figlio condividiamo la stessa umanità, perché anche noi possiamo tornare a far splendere e a far godere nel mondo la stessa benedizione, la dimora di Dio in mezzo a noi.

L’aspetto assolutamente straordinario del disegno divino per l’uomo, come dice s. Paolo, è il fatto che prima della creazione del mondo siamo stati scelti, che la Vergine è scelta prima della creazione del mondo, che il Figlio è destinato al mondo prima che il mondo fosse. Una visione del genere, se non è una fantasia, significa che il senso delle cose, della vita, del mondo, ha radicalmente a che fare con l’incommensurabile amore di Dio, la cui luce tutto attraversa e struttura e di cui la Vergine Maria è il sigillo insieme al suo Figlio.

A differenza di noi, la Vergine non è caduta nell’inganno che tormenta i figli degli uomini, inganno che presenta il brano della Genesi. Anche lei è stata duramente provata nella sua umanità: con l’offerta della sua umanità ha permesso all’amore di Dio, nel suo Figlio, di svelarsi al mondo; ha conosciuto la sofferenza dell’amore con il suo Figlio e ora accompagna ogni sofferenza umana perché venga aperta all’esperienza dell’amore. In lei la sofferenza non ha generato ribellione, il dramma non ha velato la fede, il desiderio non ha compromesso l’amore, l’agire non ha macchiato la coscienza. E questo perché l’unico rimedio all’inganno è “andare incontro al Signore”, così tipico dell’anima della Vergine.

Quando lei si proclama: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”, intende dire: Dio solo sia benedetto, si realizzi la sua promessa, si manifesti in me, finalmente e compiutamente, il suo Bene all’umanità! Proclamandosi serva del Signore esprime il suo desiderio della dimora di Dio in mezzo agli uomini, di cui tutto il suo essere è testimonianza e intercessione per l’umanità intera. La sua proclamazione esprime anche la preghiera di ogni discepolo del Signore: avvenga per me secondo quello che hai stabilito fin dall’eternità, si compia in me quello che dalla fondazione del mondo hai promesso all’umanità, si veda realizzato in me quel Regno che nel tuo Figlio hai fatto venire.

La Vergine Maria è proprio colei che della dimora di Dio ha fatto tutto lo scopo della sua vita, tutto il desiderio della sua umanità. L’esperienza di cui è stata gratificata può diventare, nel suo Figlio, accessibile a tutti e a ciascuno. Io collegherei la domanda di Dio ad Adamo allo stesso volere di Gesù che, prima della sua passione, svelando ai discepoli i suoi segreti, proclama loro: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,3). Dove è Gesù? Gesù è nell’amore del Padre per noi, così noi, in lui, siamo nello stesso amore per tutti. La Vergine è colei che da sempre ha abitato quel ‘luogo’, che da sempre è collocata nel ‘luogo’ dove Gesù è. Lì ci invita e ci accompagna.

Mi piace ricordare la bella spiegazione di Gregorio Palamas, nella sua Omelia 14, del titolo riferito alla Madre di Dio nostra Signora: “… signora non solo in quanto libera dalla servitù e partecipe della divina signoria, ma anche perché fonte e radice della libertà del genere umano, soprattutto dopo il parto, ineffabile e beato”. Il suo avere il Signore con lei è motivo di fiducia per noi di trovarlo, di essere accompagnati a lui, di stare in sua compagnia. Il Signore è con te diventa, nella nostra preghiera: “tu, che hai il Signore, supplicalo perché sia anche con noi, ora e sempre!”.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo di Avvento

III Domenica

(15 dicembre 2024)

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Sof 3,14-18;  Sal: Is 12,2-6;  Fil 4,4-7;  Lc 3,10-18

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“Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!”; “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi”. Così la liturgia, oggi, accoglie i fedeli: li chiama alla gioia, insistentemente. Per quale motivo? Con quali ragioni? Se non si coglie la portata di questo invito, nemmeno si può cogliere la portata delle parole e della testimonianza del Battista secondo il racconto del vangelo.

Il ritornello del salmo responsoriale definisce il nostro Dio come ‘Dio della gioia’. L’espressione va intesa in due sensi: Dio è pieno di gioia per noi (= noi siamo la sua gioia) e Dio è fonte di gioia per noi (= Dio è la nostra gioia). Se il cuore non vede mai, non percepisce mai come Dio cerchi la sua gioia in noi, come Dio non si dia pace finché non vediamo quanto è contento di poter stare con noi, come potremo fare esperienza che Dio è la nostra gioia, che i suoi comandamenti sono la gioia del nostro cuore? Il profeta Sofonia lo dice chiaramente: è Dio ad esultare di gioia per noi; è lui a revocare la nostra condanna, è lui che gioisce operando la nostra salvezza, come non potesse essere felice senza di noi. La cosa è tanto singolare che la nostra psicologia interiore non riesce a produrre una sensazione del genere. Eppure, la percezione della gioia di Dio per noi è la radice della nostra dignità. Quella percezione è frutto della ‘conversione’, vale a dire della impossibilità di negare che Dio viene a noi con gioia, gioia che è frutto del suo amore per noi che conquista il nostro cuore. È l’esperienza della fede: Dio viene incontro a noi e noi lo riconosciamo nel suo agire per noi, a nostro favore. Riconoscere la sua gioia la procura anche a noi.

Quando Giovanni Battista riconosce in Gesù l’Inviato di Dio, lo riconosce appunto come riflesso della gioia che quella visione, quell’incontro, gli procura. Fin dal grembo di sua madre, Giovanni ha esultato di gioia alla presenza di Gesù. Da adulto, ormai al termine del suo cammino, di sé dice: “Ma l’amico dello sposo sta in piedi ad udirlo e si riempie di gioia alla voce dello sposo” (Gv 3,29): godeva non tanto perché gli era dato predicare e parlare, ma perché poteva ascoltare. Così, quando Luca deve descrivere la premura di Dio per gli uomini, non ha di meglio che narrare la parabola del figlio ritrovato, della pecorella e della dramma ritrovate (Lc 15) dove la rivelazione del cuore di Dio si fa evidente proprio attraverso la sua gioia per noi. Ciò vuol dire ancora che la nostra gioia non può derivare dalla nostra innocenza, perché davanti a Dio suonerebbe solo come una pretesa di giustizia, mentre deriva dal suo amore per noi.

Così il motivo della gioia della liturgia di oggi è la proclamazione che il Signore è in mezzo a noi come un salvatore potente, dove potente significa ‘capace di dare letizia’ e salvatore ‘pieno della gioia che arriva anche a noi, capaci finalmente di condividerla’. In tal senso il brano evangelico ha un’allusione misteriosa. Giovanni chiama Gesù ‘uno che è più forte di me’ e mette in relazione quella forza allo Spirito Santo nel quale Gesù battezzerà. Come riporterà Luca più avanti, cap. 11, v. 22, il definire Gesù ‘il più forte’ significa riconoscergli la dignità di Messia. E la forza del Messia sta nel fatto che fa vedere Dio presente, che fa vedere il Regno che si compie. Ma il Regno che si compie è proprio l’amore di Dio, apertamente e fraternamente condiviso con tutti gli uomini, nello Spirito, cioè nella letizia che non viene più tolta. E la letizia che non viene più tolta (= la perfetta letizia di s. Francesco) è proprio quella che custodisce la gioia di Dio per noi perché il suo amore ormai risplende senza farsi più turbare o distrarre da altro. Secondo il detto di S. Francesco: “quando il tuo cuore è afflitto, è affare tuo e del tuo Dio; ricorda però che tutti hanno diritto alla tua gioia”. È la letizia come segno del Regno che viene, come l’opera di Dio che si fa manifesta. Per questo insieme allo Spirito Santo viene nominato il fuoco. È l’altra faccia della medaglia: condividere la gioia di Dio per l’uomo comporta evidentemente il bruciare tutto quello che a quella gioia si oppone o che quella gioia contraddice. E poi scopriamo che ciò che contraddice la gioia di Dio è la chiusura nei confronti dell’umanità, per cui l’indicazione delle varie opere che il Battista elenca come segno dell’incipiente conversione si muove nella prospettiva di una dinamica di solidarietà con gli uomini.

La colletta, declinando con lucidità i temi tipici della liturgia di oggi, con l’invito alla gioia e all’agire secondo Dio, fa pregare: “O Dio, fonte della vita e della gioia, rinnovaci con la potenza del tuo Spirito, perché corriamo sulla via dei tuoi comandamenti e portiamo a tutti gli uomini il lieto annunzio del Salvatore”. La chiesa fa pregare perché corriamo, non solo camminiamo sulla via dei comandamenti. Si corre perché la letizia ci mette le ali, come dice anche il salmo: “corro sulla via dei tuoi comandamenti perché hai dilatato il mio cuore” (Sal 118,32), che il prologo della Regola di s. Benedetto parafrasa: “Mentre invece, man mano che si avanza nella vita monastica e nella fede, si corre per la via dei precetti divini col cuore dilatato dall’indicibile sovranità dell’amore”.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo di Avvento

IV Domenica

(22 dicembre 2024)

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Mic 5,1-4a;  Sal 79 (80);  Eb 10,5-10;  Lc 1,39-45

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Due le espressioni che si richiamano a vicenda in questa celebrazione: “fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” del salmo responsoriale (Sal 79/80,4.8.20) e il canto al vangelo: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38), versetto che precede immediatamente il brano evangelico odierno.

L’invocazione del salmo responsoriale equivale a domandare al Signore: vieni a visitarci, vieni a salvarci, mostraci il tuo amore! È l’invocazione che fin dall’inizio della creazione sale a Dio perché soccorra, perché si manifesti. La liturgia bizantina, nella domenica che precede la natività di Cristo, fa memoria di tutti i padri che dall’inizio del mondo si sono resi graditi a Dio, da Adamo sino a Giuseppe, sposo della Madre di Dio. E canta così il mistero della nascita di Gesù: “Sei disceso dal seno paterno e con ineffabile annientamento hai assunto la nostra povertà, o pietoso e compassionevole; ti sei compiaciuto di nascere in una grotta, in una mangiatoia, e prendi il latte come un fanciullino, tu che nutri l’universo; perciò, guidati da una stella, i magi ti portano doni come a Sovrano del creato. Insieme ai pastori stupiscono gli angeli, acclamando: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e lode a colui che vuole sia pace sulla terra”.

L’invocazione che saliva dal mondo corrispondeva al desiderio stesso di Dio nei nostri confronti, come viene espresso nel brano della lettera agli Ebrei, che riporta il Salmo 39/40: “Allora ho detto: Ecco io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7). Sono le parole del Figlio di Dio, che non esprimono semplicemente una dichiarazione puntuale, che avviene, cioè, in un determinato momento, ma una dichiarazione eterna, frutto del colloquio eterno tra il Padre e il Figlio nell’amore che li lega tra loro per il mondo. L’apparire finalmente di Gesù nella storia umana non riguarda semplicemente la cronaca storica, ma concerne la dimensione eterna della storia umana. Lui ne è il fulcro, ne è la radice ed insieme il frutto. L’evangelista Giovanni esprimerà la stessa cosa facendo dire a Gesù nel colloquio con Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Proprio a quel ‘volere di salvezza’ si appella la Vergine con le sue parole all’angelo: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38), come proclama il canto al vangelo. È la testimonianza della sua fede e del suo amore più che della sua umiltà. Il volere di benevolenza di Dio per l’uomo, che si era espresso nel volere di intimità del Figlio con il Padre per essere il testimone del suo amore per gli uomini tra gli uomini, si rispecchia nel volere di obbedienza della Vergine che sta unita al suo Dio. Si rivela qui la santità dell’umanità della Vergine, che diventa lo spazio di realizzazione del desiderio di Dio per gli uomini, ritrovando in ciò tutta la sua dignità di creatura e tutto lo splendore nel quale era stata concepita fin dall’inizio.

Su questo si appunta l’elogio di Elisabetta: “beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. È beata perché non solo ha creduto alle parole dell’angelo, ma ne ha accettata la dinamica di compimento. Il che significa che comunque l’opera di Dio si manifesterà, lei è disponibile. Parafrasando potremmo aggiungere: beata colei che ha fatto esperienza così forte e totale dell’amore di benevolenza di Dio per l’umanità da non ricercare altro nel suo vivere se non che quell’amore di benevolenza avesse tempo e modo di riversarsi su tutto e su tutti, su di lei come sul mondo.

Accogliere la rivelazione di Dio è entrare nella dinamica di carità che l’ha promossa. Se si accoglie il Verbo di Dio, se ne accoglie anche la dinamica di amore che l’ha spinto a venire a noi, dinamica che investe il mondo e che costituisce il suo splendore. Ecco perché in quell’ “avvenga per me secondo la tua parola” c’è anche l’impeto di carità che muove la Vergine ad andare da sua cugina Elisabetta. Le parole del magnificat alludono alla carità che ha investito il suo cuore e del cui splendore il suo agire è ormai testimone, segno della presenza fatta carne del Figlio di Dio.

La carità ha a che vedere con un’annotazione singolare del salmo 39/40, ripresa dalla lettera agli Ebrei. Dove il testo ebraico riporta: “Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto”, la versione greca della LXX legge: “Sacrificio e oblazione non hai voluto ma mi hai formato un corpo” (v. 7). Se Gesù prende un corpo, lo prende non solo per compiere il volere di salvezza di Dio per l’uomo, ma per mettersi in condizioni di compiere quella salvezza in termini di splendore di amore e di nient’altro. Assumere un corpo comporta lo svelare i segreti di Dio nella nostra lingua. Non c’è ombra di ‘potenza’ nell’amore che Gesù manifesta nascendo come un bambino, vivendo da uomo e morendo sulla croce; eppure, non c’è potenza più forte di quell’amore che non si fa vincere da nulla. È l’amore che ‘magnifica’ il Signore davanti all’uomo e l’uomo davanti a Dio.

Mi piace riportare le solenni antifone dei vespri della novena di Natale, riprese nel canto al vangelo delle Messe, perché costituiscono un’invocazione ardente e una preghiera intensissima al Signore che viene. Sono sette invocazioni strettamente congiunte che danno il tono alla nostra attesa della nascita del Salvatore:

O Sapienza, di te parlano tutte le cose, tutte a te anelano: di te splenda lo sguardo e il gesto ti ripeta;

O Adonai, Signore e guida della storia, che vai alla ricerca del tuo popolo e fai risplendere il tuo volto su di lui: affascina e acquieta i nostri cuori;

O Germoglio della radice di Jesse, segno per i popoli: alla tua ombra trovino ristoro e riposo le genti;

O Chiave di Davide, che con la tua morte e risurrezione hai aperto le porte del Regno: lascia trapelare il suo splendore nel nostro agire;

O Astro che sorgi, sole di giustizia: la bellezza del tuo volto e la verità della tua bontà rapiscano i cuori;

O Re delle genti, l’atteso delle nazioni, pietra angolare dell’umanità nuova: cedano gli odi e le divisioni perché in te gli uomini si ritrovino tutti figli di Dio, operatori di pace;

O Emmanuele, Dio con noi, speranza dei popoli: la tua pace custodisca i nostri cuori ed i nostri pensieri, come in cielo così in terra.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Natale

Natale del Signore
(25 dicembre 2024)


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Messa della notte: Is 9,1-6; Sal 95 (96); Tt 2,11-14; Lc 2,1-14
Messa dell’aurora: Is 62,11-12; Sal 96 (97); Tt 3,4-7; Lc 2,15-20
Messa del giorno: Is 52,7-10; Sal 97 (98); Eb 1,1-6; Gv 1,11-18

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L’annuncio solenne, nella memoria dell’apostolo Giovanni, con la sua acutezza di sguardo e la commozione del cuore, oggi risuona festoso: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14). Ecco, quell’annuncio comincia a prendere visibilità a Betlemme e la liturgia natalizia, con i suoi tre formulari della messa nella notte, all’aurora e del giorno, ne illustra il mistero.
Come invitati dall’apostolo Giovanni a vedere con il suo stesso sguardo e la sua stessa commozione, la liturgia bizantina proclama: “Venite fedeli, eleviamoci divinamente per contemplare la divina discesa dall’alto a Betlemme, verso di noi, visibilmente. Con l’intelletto purificato, con la nostra vita offriamo virtù in luogo di unguento profumato, predisponendo con fede l’avvento del Natale, acclamando, di fronte a questi tesori spirituali: Gloria a Dio Trinità nel più alto dei cieli: per lui è apparsa tra gli uomini la benevolenza, perché egli riscatta Adamo dalla maledizione ancestrale, nel suo amore per gli uomini”.
È la testimonianza di Paolo, che nella sua lettera a Tito riassume la rivelazione del natale di Gesù con le espressioni: “è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini”, “quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini”. Appare, prende forma visibile, toccabile. È l’esperienza che risulta evidente con la persona concreta di Gesù, tanto che oramai Dio non può essere cercato che nell’umanità, perché con l’umanità si è confuso. Nel farsi bambino da parte di Dio c’è tutto l’onore e la dignità dell’umanità da riscoprire nella sua luminosità. Abbiamo dimenticato che siamo fatti di luce. E la luce non è che l’irradiamento della santità di Dio come amore per noi. Proprio questo quel Bambino, diventato grande, farà scoprire, mostrando sia Dio come amore che ci cerca sia l’uomo che a quell’amore anela. Sarà proprio la vita umana di Gesù a rivelare la bellezza di Dio; proprio la pratica di umanità, conforme alla volontà di Dio, in Gesù, racconterà la salvezza e il progetto di Dio su tutta l’umanità. Come s. Efrem canta stupendamente: “Benedetto colui che è venuto in ciò che è nostro e ci ha uniti a ciò che è suo!… Il nostro corpo è diventato il tuo vestito, il tuo Spirito è diventato il nostro abito. Benedetto colui che si è adornato e ci ha adornato”.
Gesù nasce povero, in condizioni disagiate e senza riconoscimenti, nonostante la potenza delle immagini messianiche che lo preannunciavano. La Vergine, sua madre, però, non gli ha fatto mancare, con la sua premura di mamma, la grazia dell’umanità, quell’umanità che poi lui, da grande, svelerà in tutta la sua portata divina nel suo passaggio pasquale. Gli angeli svelano tutta la preferenza di Dio per l’umanità e la loro gioia deriva dalla condivisione di questo segreto della creazione con il loro Dio. I pastori rappresentano l’umanità che non possiede titoli di gloria o di merito. Sentiamo l’emozione dei loro cuori, che passa ai loro piedi e riempie i loro occhi: quando ritornano ai loro greggi a riprendere la vita di sempre hanno la sensazione che la vita non può essere come quella di prima. Lo intuiamo dalla gioia della condivisione con altri di quanto hanno sperimentato. La liturgia bizantina si fa interprete dello stupore della creazione davanti al mistero del Dio fatto bambino: “Che cosa ti offriremo, o Cristo? Tu per noi sei apparso, uomo, sulla terra! Ciascuna delle creature da te fatte ti offre il rendimento di grazie: gli angeli, l’inno; i cieli, la stella; i magi, i doni; i pastori, lo stupore; la terra, la grotta; il deserto, la mangiatoia: ma noi ti offriamo la Madre Vergine. O Dio che sei prima dei secoli, abbi pietà di noi … Gloria alla tua condiscendenza, o solo amico degli uomini … La tua nascita, o Cristo nostro Dio, ha fatto sorgere per il mondo la luce della conoscenza”. È il calore luminoso che si sprigiona dall’amore finalmente conosciuto nella sua concretezza (“Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito” dirà Gesù a Nicodemo) che ti tocca nella forma più accattivante e, nello stesso tempo, povera, di un piccolo bambino. Sempre s. Efrem canta: “Sia benedetto Colui che ha fatto del nostro corpo una tenda per la sua Invisibilità! Sia benedetto Colui che nella nostra lingua ha tradotto i suoi segreti!”.
Se l’amore, che ha originato il dono di quel Bambino, è intravisto dai cuori, allora si possono risanare le ferite della storia, si è abilitati a costruire un altro tipo di storia, si è raggiunti così nel profondo da non volere altro per sé e per tutti. È l’esperienza che farà dire all’apostolo: se Dio ci ha dato il suo Figlio unigenito, come non ci darà anche tutti gli altri beni? Come a dire: in lui potremo trovare tutti i beni ai quali anela il nostro cuore. È il perenne annuncio profetico al mondo dei credenti in Cristo.
Buon Natale a tutti!

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Natale

Santa Famiglia
(29 dicembre 2024)


1Sam 1,20-22.24-28; Sal 83 (84); 1Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52


Celebrare la festa della santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, è un altro modo di sottolineare la verità e la veridicità dell’incarnazione del Figlio di Dio. Per porre la sua tenda tra di noi, Dio ha assunto la storia di una determinata genealogia (Gesù è ascritto alla discendenza davidica), carica delle promesse divine, ma intessuta anche di peccato e di miserie umane e ha assunto pure la struttura che ha consentito a quella storia di svolgersi, cioè la famiglia, con il suo carico di drammi e di violenze. Anche per Gesù, che è nato da una madre vergine, è stato essenziale il contesto famigliare per crescere e scoprire il senso della sua vita. Ecco, la verità dell’incarnazione riguarda il fatto che il bambino ha bisogno di crescere, cresce nella sua famiglia, sottomesso ai suoi genitori. È il periodo più lungo della vita di Gesù, circa trent’anni, che vive nel nascondimento, crescendo in età e grazia, fino al tempo della sua manifestazione con la venuta al Giordano per farsi battezzare da Giovanni Battista. Di questo periodo non sappiamo nulla, se non che l’ha vissuto a Nazaret con la sua famiglia, fedele alla legge di santità di Dio per il suo popolo.
L’unica annotazione che fa presagire il mistero della sua vita a Nazaret, riassunto dall’espressione evangelica: “E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”, riguarda sua madre: “Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. Il custodire comporta la premura di vedere l’invisibile, di accorgersi dell’azione misteriosa di Dio, di accompagnare il figlio nella scoperta del suo mondo interiore. Vale sempre, continuamente, per lei il suo “Sono la serva del Signore”, come donna, come mamma, come sposa, con tutte le premure e le angosce di ogni mamma. E tutto questo è parte integrante del disegno di Dio perché è necessario alla crescita di Gesù nella sua umanità. Potessimo leggere anche noi la nostra vita nella sua quotidianità come parte integrante del mistero di salvezza di Dio che si compie a nostro favore! Possiamo solo intuirlo, accompagnarci a percepirlo, a entrarvi come collaboratori fedeli, nell’attesa di veder compiersi la promessa di Dio. La lettura delle Scritture, l’impegno di ascesi e preghiera, l’ardore di carità per tutti, tutto esprime la tensione del cuore che custodisce il mistero di Dio nel suo lento manifestarsi. Mi sembra questa la caratteristica essenziale della venuta nella carne del Figlio di Dio. La divinità che si abitua a convivere con l’umanità fino a che l’umanità tutta splenda della divinità. Quello che i Padri hanno sempre apertamente dichiarato: Dio si fa uomo perché l’uomo diventi Dio. Sul principio: chi cerca la sua gloria si perde, chi cerca la gloria di Dio si umanizza, fa fiorire la sua umanità. Così è stato per Gesù, così è stato per sua madre, così sarà per i suoi discepoli.
Il racconto del ritrovamento al tempio di Gesù da parte dei suoi genitori allude probabilmente alla celebrazione del ‘bar mizvah’, l’età adulta per un ebreo tra i 12 e i 13 anni, quando gli veniva concesso di leggere pubblicamente la Torà in sinagoga. L’occasione permette a Gesù di ’perdersi’ nelle Scritture, interamente occupato a cogliere il volere del Padre nel suo desiderio di salvezza. È ancora troppo presto per Maria e Giuseppe di realizzare quanto sta accadendo. Perciò, annota l’evangelista, Maria si fa memoria calda delle parole e dell’agire del figlio. Lei, che si era dichiarata l’ancella del Signore all’angelo, che le annunziava la nascita misteriosa di un figlio, non sapeva ancora come si sarebbe tradotta la storia di salvezza che quel figlio avrebbe realizzato. Lei tratteneva parole ed eventi in cuore facendole rimbalzare le une sulle altre, le parole sugli eventi, il tutto con il suo cuore, fino a scoprire e vivere fino in fondo la grandezza dell’amore di Dio con tutta la sua persona. Ha accolto tutto il mistero e tutte le sue energie sono assorbite da quel mistero che impara col tempo a scoprire. Mistero, che godremo in tutta la sua profondità e bellezza secondo l’annuncio di Giovanni nella sua lettera: “ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato …”.
Ora, è un continuo andare oltre la cronaca e la materialità degli eventi, dentro la necessità e la difficoltà di un superamento continuo di tutte le contraddizioni che si incontrano. Tutti i genitori conoscono questa ambivalenza nella crescita dei figli: fanno tutto per i figli e la loro gioia sta in questo, ma sanno che i figli sono chiamati a realizzare un loro progetto, spesso senza poterlo condividere o comunque senza che siano necessariamente resi partecipi. Ma corrisponde al progetto di Dio sia la premura dei genitori che la libertà dei figli e se entrambi, genitori e figli, sono consapevoli di questa unità di progetto in Dio, tutti e due trovano la loro gioia, misteriosamente. Diventa così essenziale, per i genitori e per i figli, la consapevolezza della verità di questo rimando. La comprensione non è immediata, ma è assicurata. Come si annota per la madre di Gesù: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).
Forse non è inutile sottolineare che la prima e l’ultima parola di Gesù nel vangelo di Luca è una evocazione del Padre. Nel tempio, quando è ritrovato dai suoi genitori: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49); sulla croce, prima di morire: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46); oppure, prima dell’ascensione: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso” (Lc 24,49). Gesù fa vedere come in tutto ciò che vive, in tutto ciò che possiamo vivere noi, quello che è essenziale è scoprire e far valere la radice di vita, di senso, di sentimenti, che è il Padre dei cieli, Colui dal quale ogni bene riceviamo e verso il quale porta ogni bene vissuto. Senza questo ‘sconfinamento’, da dentro i legami degli affetti, l’uomo si insacca su se stesso e non trova più slancio e passione per un progetto grande di vita. In altre parole, non ritroverebbe più lo Spirito donato da Gesù. Perderebbe la sua umanità.


Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Solennità e feste

Maria SS. Madre di Dio
(1° gennaio 2025)


Nm 6,22-27; Sal 66 (67); Gal 4,4-7; Lc 2,16-21


Nel calendario liturgico, l’ottavo giorno dopo il Natale del Signore fu consacrato a onorare la divina maternità di Maria. A partire dal 1969, l’antica festività di “Maria Santissima Madre di Dio” venne ripristinata in tutta la sua solennità il 1° gennaio, con la chiesa che continua a sottolineare la veridicità dell’incarnazione del Figlio di Dio. Da una parte, si celebra la gloria della madre nella sua divina maternità, ‘madre del Cristo e di tutta la chiesa’, come recita la preghiera dopo la comunione espressamente voluta da papa Paolo VI e, dall’altra, si fa memoria del rito della circoncisione e dell’imposizione del nome al bambino nell’ottavo giorno. Consacrando poi la giornata all’intercessione per la pace, la chiesa annunzia al mondo che in Cristo è fatta pace tra cielo e terra e che la pace tra gli uomini ne è come il riverbero, lo splendore di benedizione.
Con la Vergine Maria, che ha dato alla luce il Salvatore, si è compiuta in tutta la sua estensione l’antica benedizione di Israele riportata dal libro dei Numeri: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6,24-26). La benedizione è per l’umanità, ma la liturgia la applica in modo eminente alla Vergine Maria. Non si può non riandare alle due ultime cantiche del Paradiso di Dante quando pone sulle labbra di s. Bernardo le sublimi parole di lode: “Riguarda omai ne la faccia che a Cristo / più si somiglia, ché la sua chiarezza / sola ti può disporre a veder Cristo … Li occhi da Dio diletti e venerati …”. Chi ha provato l’estasi di uno sguardo amoroso sa a quale intimità si allude, quale ‘benedizione’ si riceve e quale gioia ciò procura. Il mistero grande è il fatto che anche Dio è rapito dallo splendore dello sguardo della Vergine tanto è puro e sconfinato, specchio limpidissimo dell’amore di Dio per lei e per tutta l’umanità. Sì, perché la bellezza della Vergine è in funzione della bellezza, resa visibile, del Figlio Unigenito, nostro Salvatore, il cui amore per noi lo renderà disposto a perdere ogni ‘bellezza d’uomo’ per ridare a noi quella bellezza che attira il suo sguardo. In questo sguardo di Dio su di lei si concentra tutto il senso della sua intercessione allo scopo di ottenerci la suprema benedizione, che si risolve nel voler vedere Dio, vedere il volto di Dio che risplende su di noi.
L’antica colletta recitava: “Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono”. Viene ripresa la dichiarazione di Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), come pure la promessa di Gesù ai discepoli: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Preghiamo la Madre di Dio perché anche a noi si estenda quella benedizione di cui gode e che si traduca, per il nostro cuore, nella visione di Dio nel suo amore per noi.
L’aspetto più straordinario della sua intercessione è dato dall’invito a entrare nella stessa intimità di vita e di relazione che esiste tra il Padre e il Figlio, di cui lei ha goduto, perché tutta aperta al desiderio di Dio di dimorare in noi. Suonerà strano, ma soltanto da dentro quella intimità noi possiamo sperare di compiere la volontà del Padre nella nostra vita e sentirci avvolti dalla sua benedizione. Se prima non si gusta la volontà di benevolenza di Dio nei nostri confronti, che si esprime nella benedizione che è il Cristo per noi, come poter arrivare alla gioia dell’osservanza dei comandamenti? Se non percepiamo come Cristo non antepose nulla all’amore per noi, come possiamo noi non anteporre nulla all’amore per Cristo e ritrovarci amati dal Padre, che nel suo Figlio ha posto tutta la sua compiacenza? Il mistero della benedizione di Dio sull’uomo sta tutto qui e tutta la vita della Vergine, come il suo parto prodigioso, è lì a dimostrarlo.
La benedizione di Dio su di noi è proprio quel Figlio, che la Vergine Maria partorisce nel mondo; quel Figlio fatto uomo, che ha preso carne, che conosce il nostro patire, che condivide i nostri sentimenti. Quel Figlio è il Volto sorridente del Padre, quel Figlio è la benedizione invocata sull’umanità, quel Figlio è il nome pronunciato e posto sull’umanità perché l’uomo e Dio riconoscano la mutua appartenenza. È quello che la Vergine Maria proclama nella sua divina maternità, come le icone del Natale sottolineano. La Vergine non è rappresentata china sul proprio bambino, ma rivolta ai pastori e al mondo a proclamare che quel ‘figlio’ è la benedizione per loro.
Il brano evangelico la descrive come colei che “custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Evidentemente perché anche per lei la realtà non svelava il suo mistero di colpo. I due verbi significano più direttamente: teneva se stessa e queste cose insieme in cuore, facendole rimbalzare l’una sull’altra in modo da ottenerne una visione d’insieme. Sono termini che illustrano il metodo di intelligenza delle Scritture: una parola si illumina con un’altra parola e il senso che ne scaturisce si riverbera nel cuore aprendo la parola al cuore e il cuore alla parola. E non se ne tralascia nessuna: ‘tutte queste cose‘ del testo sono sia le parole udite (dall’angelo, dai profeti, dai pastori) sia gli eventi successi; non si cerca solo quella ‘adatta’ a me, ma ci si ‘adatta’ a loro tutte, insieme. Non si preferisce un tempo (il tempo della gioia, del godimento), ma si tengono insieme tutti i tempi (anche il tempo dell’angoscia, dell’afflizione). Allora, poco a poco, anche al nostro cuore si svelerà quella ‘benedizione’ che Dio ha posto sull’umanità e la vita tornerà a risplendere della presenza del nostro Dio.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo di Natale

II Domenica dopo Natale

(5 gennaio 2025)

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Sir 24,1-2.8-12;  Sal 147;  Ef 1,3-6.15-18;  Gv 1,1-18

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Continua la meditazione della Chiesa sul mistero della nascita di Gesù. Oggi l’accento è posto sulla conclusione del prologo del vangelo di Giovanni: “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). La conseguenza non può che essere quella che s. Efrem pone sulle labbra della Madre di Dio, che guarda quanti accorrono per adorare il Figlio che ha appena partorito: “Se una madre ha un bambino, questo diventa fratello del mio diletto. Se ha una figlia o una congiunta, questa diventa la sposa del mio Signore. Colui che ha un servo, gli conceda la libertà, affinché venga per servire il suo Signore”. E rivolta al suo Bambino: “A causa tua una serva diventa libera. Se una ti ama, c’è nel suo seno una invisibile liberazione”. In altre parole, l’umanità ritrova la gloria della sua dignità, anticipata da quella che rifulge sulla Madre stessa: “Maria è il giardino sul quale discese dal Padre la pioggia della benedizione; di quella effusione lei asperse il volto di Adamo”.

La bellezza della verità annunciata è tale che solo con un inno di lode si può magnificare. È quello che fa s. Paolo introducendo i credenti di Efeso al mistero della Chiesa, come pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose: “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo …. vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui” (cfr. Ef 1). Quella conoscenza è quella che deriva dall’esperienza degli apostoli che sono vissuti con il Figlio di Dio fatto uomo, ne hanno ascoltato la voce, ne hanno ammirato le azioni, sono stati introdotti nel suo segreto e alla fine hanno riassunto la loro esperienza così: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14).

La liturgia di oggi proclama che quella esperienza ci è stata comunicata perché la condividessimo, ne cogliessimo la portata rispetto alla rivelazione del mistero dell’amore di Dio per noi, ci raggiungesse nelle corde più segrete del cuore in modo da vivere della benedizione, che è il dono di Gesù alla nostra umanità. Per questo la prima lettura l’annuncia come la Sapienza, che ha ricevuto dal Padre, ancor prima della fondazione del mondo, il compito di porre la sua dimora tra i suoi figli. Compito, che costituisce tutto il volere di benevolenza del Padre e l’obbedienza in intimità del Figlio, perché il supremo desiderio di Dio è di trarre l’uomo nella comunione con lui, fonte della sua felicità.

Ecco allora l’annuncio per il mondo. Il Padre ci ha donato il suo Figlio ed il Figlio, per mezzo dello Spirito Santo, ci fa dono del potere di diventare figli a nostra volta: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13). Il dono è aperto a tutti, perché non si nasce cristiani, ma lo si diventa. È il superamento più radicale di ogni distinzione fra gli uomini basata su etnia, nazione, cultura, censo, qualità, ecc. Ricevere il potere di diventare figli di Dio significa partecipare alla vita stessa del Figlio di Dio; significa rivestirsi dei suoi sentimenti, nei quali fondare le radici di un’umanità nuova, trasfigurata, fraterna, che non si presenta più temibile in nulla per nessuno.

La letizia del Natale rimanda a tale ‘possibilità’, a tale ‘potere’ e qui si radica la speranza per il mondo: la gloria di Dio può ancora risplendere in mezzo a noi, la vita nel mondo può ancora tornare amabile, nonostante i drammi e le tragedie, le violenze e gli egoismi. Siamo sicuri – anche questo è un corollario della nostra fede nel Signore Gesù – che sempre ci sarà qualcuno che, discepolo del Signore, farà risplendere l’umanità in questo mondo. E sempre ci sarà qualcuno che, affascinato da quello splendore, riconoscerà il Signore e tornerà a far desiderare la conoscenza di lui, come si augura l’apostolo.

Se prima della creazione del mondo, l’uomo è stato pensato da Dio in funzione della capacità di portare la bellezza del Figlio di Dio, allora come non vedere nell’esperienza della conoscenza di quel Figlio, ormai diventato Figlio dell’uomo, il compimento di ogni desiderio di verità e bellezza? E se tutto il creato rimanda al Cristo Signore, a maggior ragione l’uomo, fatto ad immagine di Lui, che è l’Immagine, lo splendore del Volto stesso di Dio. Se questo è vero, allora, come dichiarano i nostri Padri, tutti i nostri pensieri rimandano a lui, tutte le nostre aspirazioni, tutti i nostri desideri, tutti i nostri ideali. La preghiera non è che il luogo di riconoscimento del Cristo come fondamento dei nostri pensieri. Tutta la bontà, tutte le virtù che possiamo ottenere non sono che partecipazione alla sua umanità, ai suoi sentimenti, alla sua vita, che è vita stessa di Dio. E se davvero i nostri occhi stanno aperti a riconoscere la venuta tra noi di Colui che è l’Atteso del cuore, perché smarrirci ancora nelle paure e nelle angosce, come se qualcosa di essenziale ci mancasse ancora?

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

Epifania del Signore

(6 gennaio 2025)

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Is 60,1-6;  Sal 71 (72);  Ef 3,2-3a.5-6;  Mt 2,1-12

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Il termine Epifania vuol dire manifestazione. La Chiesa oggi festeggia il mistero della triplice manifestazione del Figlio di Dio fatto uomo per la nostra salvezza: la sua manifestazione alle genti; l’inizio della sua vita pubblica con il battesimo al fiume Giordano quando Giovanni Battista lo rivela al popolo d’Israele; il miracolo delle nozze di Cana quando Gesù compie il suo primo miracolo. Delle tre manifestazioni, soprattutto la prima costituisce il tema della liturgia odierna.

Se ci lasciamo guidare dalla liturgia e dalle antiche icone, una annotazione balza subito agli occhi. I racconti sulla nascita e sull’infanzia di Gesù sono letti in contrappunto ai racconti della sua passione-morte-risurrezione. Nella narrazione dei Magi che arrivano a Gerusalemme in cerca del re dei Giudei è presentato il conflitto che opporrà alle autorità ufficiali il vero re e salvatore del suo popolo. Colui, che le guide della nazione si rifiutano di ricevere, è adorato dalle nazioni; Colui, che doveva essere noto a coloro che conoscevano le Scritture, perché di lui le Scritture parlano, viene rivelato a coloro ai quali, non potendo le Scritture parlare, parlano gli astri, messaggeri di Dio. Ogni cosa può agire da messaggero di Dio, se il nostro cuore sa guardare in alto. E tutto alla fine conduce a lui, il Salvatore, Colui che rivelerà definitivamente e in tutta pienezza, anche per il nostro cuore, quaggiù o di là, l’infinito amore del Padre per gli uomini, Colui che compirà in tutta la loro estensione i nostri desideri di vita, di santità, di comunione.

L’antifona di ingresso si richiama al libro del profeta Malachia, l’ultimo libro dell’Antico Testamento nella tradizione cristiana: “Ecco, viene il Signore, il nostro re: nella sua mano è il regno, la forza e la potenza” (Ml 3,1 e 1Cr 29,12). Un bambino è proclamato ‘sovrano, potente e glorioso’! La proclamazione comporta qualcosa di radicalmente nuovo per gli occhi umani o, se vogliamo, comporta la visione di una realtà con occhi radicalmente nuovi. Stessa novità che sta dietro la proclamazione nei vangeli di Gesù come re (soltanto durante la sua passione Gesù accetta il titolo di re) e particolarmente come re della gloria (titolo che fornisce, da una parte, la ragione della condanna sul patibolo della croce e, dall’altra, per la visione di fede dei credenti, la ragione dell’amore di Dio per l’uomo che proprio sulla croce risplende). È in ragione di quella novità che la manifestazione di Gesù può conquistare le genti e può convincere Israele. Quando la colletta fa pregare: “O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo Figlio unigenito, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la bellezza della tua gloria”, guida i credenti alla percezione di quella novità e li predispone a cogliere e a vivere dello splendore di quell’amore, che costituisce ormai la ragione di senso del vivere nella storia.

La visione dei popoli che si ritrovano a Gerusalemme, ripresa anche dal salmo 71 e celebrata dal salmo 87, mostra come ormai non esiste più motivo di distinzione tra gli uomini perché la loro dignità deriva da un’unica radice. La dignità degli uomini parla dell’amore di Dio che si è rivelato in quel Figlio di Dio fatto uomo e che nella liturgia odierna è adorato da tutte le genti. Se il Signore, come dice il salmo 71, interviene a favore del povero e del debole, categorie che attraversano la diversità dei popoli e si riferiscono all’umanità di tutti, significa che chi calpesta il povero e il debole ferisce la propria dignità umana e non rispetta l’immagine di quel Figlio, che si è confuso con l’umanità di tutti. Davanti a quel Figlio, bambino, adorato dalle genti, dice il salmo, eco del pensiero di Dio: chiunque tu sia, da qualunque paese provenga, qualsiasi sia stata la tua storia, a qualsiasi cultura appartenga, sappi che qui sei nato, di qui trai vita e qui conducono i tuoi desideri perché qui si compiono i miei progetti: nel mio Figlio!

I magi sono la figura della manifestazione di Dio alle genti (con l’oro riconoscono la regalità misteriosa di quel ‘bambino nato per noi’, con l’incenso riconoscono la sua divinità, con la mirra la sua umanità pronta a soffrire la passione per la nostra salvezza). Il loro far ritorno a casa per altra strada allude al fatto che chi si apre all’adorazione di Dio riscopre la casa propria in altro modo, con altro sguardo, sotto altri orizzonti. Questo mi ha sempre indotto a due osservazioni: 1) se il Messia è promesso alle genti, di che cosa noi credenti siamo debitori al mondo? Siamo debitori proprio della conoscenza del Signore. E questo debito pende sulla nostra testa: ecco la responsabilità della testimonianza dei credenti nel mondo; 2) se il Messia è promesso alle genti, vuol dire che fin tanto che tutte le genti non l’hanno conosciuto, la nostra stessa conoscenza del Messia è manchevole, resta limitata. Come in un amore: fin tanto che non sono trovato da qualcuno che voglia bene a me, io non potrò scoprire quello che sono in verità, quello che porto e di cui sono capace. Così è con Dio. Fin tanto che tutti non l’hanno conosciuto, Dio non ha ancora avuto modo di manifestarsi in tutta la sua ricchezza. Attendere questa manifestazione, nel cuore di tutti, rende umili e adoranti e risponde al comandamento dell’amore verso tutti, anche verso i nemici, finché la gloria di Dio si manifesti compiutamente.

Il mistero della trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana (cfr. Gv 2,1-10) ha a che vedere con la manifestazione della gloria di Dio nella nostra vita. L’invito è passare dall’acqua al vino. In altre parole, passare dalla volontà di osservanza del comandamento al gusto del frutto che il comandamento comporta. La promessa nascosta in ogni parola di Dio è questa: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Come a dire: ogni comandamento ha un’ispirazione; senza cogliere tale ispirazione non potremo mai gustare la promessa che è nascosta dentro ogni comandamento, la promessa della conoscenza cordiale del Signore, la promessa del soccorso della sua compagnia. Anche qui, come in un rapporto d’amore. Non basta fare delle cose, neanche farle per l’altro; se non si coglie l’ispirazione che muove il cuore ad agire, se non si coglie l’effetto che il nostro agire ha sul cuore dell’altro, se non ci viene rimandata la gioia dell’altro che coglie il movimento del nostro cuore, si resta acqua. Il vino invece, dice la Scrittura, rallegra il cuore dell’uomo. E nel gustare quel vino, il cuore si apre alla conoscenza della gloria del Signore: proprio quello che i magi hanno sperimentato, che gli apostoli hanno testimoniato, di cui i credenti in Cristo sono debitori al mondo.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Solennità e feste

Battesimo del Signore
(12 gennaio 2025)


Is 40,1-5.9-11; Sal 103 (104); Tt 2,1-14;3,4-7; Lc 3,15-16.21-22


Il fatto che la festa di oggi chiude il ciclo natalizio vuol dire che la chiesa ha vissuto il mistero del natale di Gesù nell’ottica della ‘apparizione’: sulla terra è apparso il Salvatore. Tutte le feste sono state celebrate in quest’ottica: il Natale, la santa famiglia, l’epifania. La lettera di Paolo a Tito lo rimarca due volte: “È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini … Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini” (Tt 2,11; 3,4). Ecco, la grazia coincide con la bontà di Dio nel suo portare salvezza.
L’evento del battesimo al Giordano svela la singolarità della bontà di Dio nei nostri confronti. Quando la voce proclama: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” è come fotografasse la verità dell’amore di Dio per noi. Il compiacimento si riferisce al fatto che il Figlio di Dio ha lasciato la sua gloria divina per assumere la forma di servo in modo che nel suo agire potesse risplendere in tutta infinità e assolutezza solo l’amore. Il Padre è compiaciuto del fatto che il Figlio rinuncia a qualsiasi titolo di gloria per poter essere testimone dell’amore suo per noi. Lui, l’Innocente, l’Agnello che toglie i peccati del mondo, si è messo in fila con i peccatori. Lui non ha bisogno del battesimo, eppure è venuto a farsi battezzare. È venuto per celebrare il suo sposalizio: nella sua umanità oramai è lavata tutta l’umanità, che può stare unita a lui e godere, come lui, di quello Spirito che come colomba si posa sul suo capo, capo del suo corpo che siamo noi. Un bellissimo commento di Gregorio di Nazianzo dice: “Cristo è illuminato: illuminiamoci anche noi insieme con Lui; Cristo viene battezzato: scendiamo anche noi nell’acqua insieme a Lui, per risalire con Lui” (Orazione 39,14). Parafrasando: Lui si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria. L’esortazione si riferisce all’entrare in quel ‘compiacimento’ di cui il Padre onora il Figlio. Di quell’onore, anche i discepoli diventano partecipi, se anche loro seguono Gesù nella rinuncia a qualsiasi titolo di gloria mondana per poter vivere dell’amore di Dio.
In tale ottica si sovrappongono le due immagini che la liturgia sfrutta per celebrare l’evento del battesimo di Gesù. Nel brano del profeta Isaia si proclama: “Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio” (Is 40,10). E subito dopo: “Come un pastore … porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri” (Is 40,11). Dominio e tenerezza, due qualità che non si addicono allo stesso compito, secondo il mondo. Invece, la sintesi di quelle due qualità, sono la ragione del ‘compiacimento’ del Padre per il suo Figlio. La potenza di Dio si esprime nel perdono dei peccati e la tenerezza sono le viscere di misericordia per cui perdona, per cui si fa solidale con noi, fino a subire ogni violenza senza perdere lo splendore dell’amore. Sarà la vicenda di quell’Innocente, che è venuto a farsi battezzare, per sposare in tutto la nostra umanità, eccetto il peccato, eccetto cioè la tendenza a volere gloria e dominio rinnegando l’amore.
S. Efrem canta: “Benedetto colui che ha moltiplicato la vostra bellezza con le acque del battesimo!”. E continua “Dalla porta del battesimo sono tolti cherubino e spada e vi sta il figlio di Dio, per introdurre gli uomini nella casa del padre suo, affinché siano eredi insieme a lui, senza gelosia … Grazie a queste sante acque muore l’iniquità che tutti uccide, e vive l’anima che era stata uccisa in principio con il peccato: essa ha ritrovato la sua bellezza originaria …. O battezzati che avete trovato il Regno nel ventre del battesimo scendete, rivestitevi dell’unigenito, poiché è lui il Signore del Regno”.
L’annotazione che dopo il battesimo di Gesù “il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo” mostra che il grido del profeta Isaia ha ricevuto soddisfazione: “Siamo diventati da tempo gente su cui non comandi più, su cui il tuo nome non è stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19), che segue il ricordo delle meraviglie di Dio: “Egli è grande in bontà per la casa d’Israele. Egli ci trattò secondo la sua misericordia, secondo la grandezza della sua grazia” (Is 63,7). Lo squarciarsi dei cieli è per lasciar discendere lo Spirito Santo, che abilita a far gustare e a vivere per e nell’amore sconfinato di Dio, che si manifesta in quel Figlio. La voce celeste lo conferma: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Come accennavo sopra, è l’aggiunta: “in te ho posto il mio compiacimento” a rivelare tutta la profondità del mistero. Si potrebbe tradurre: ‘in te la mia volontà si compie, perfetta’. E la volontà di Dio non è che l’amore per l’uomo e nella vita e nella persona di Gesù questo amore risplende nella sua radicalità e totalità. Se noi rimaniamo in lui, allora anche in noi la volontà del Padre si compirà perché anche in noi il suo amore risplenderà. È ciò che comporta l’essere nati dallo Spirito, il vivere mossi e guidati dallo Spirito, di cui Gesù è ricolmo e che ci ha effuso con la sua morte e risurrezione. Proprio come s. Francesco di Assisi proclamerà della nostra vita in Cristo: “ciò che devono desiderare sopra ogni cosa è di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione”.
La figura di Gesù, nel racconto dei vangeli al battesimo, è definita da tre termini: figlio/servo/agnello. Il compiacimento del Padre si risolve nel fatto che Gesù viene a fare la sua volontà, vale a dire fa riferimento all’obbedienza del servo che accetta fino in fondo il compito affidatogli, ma allude contemporaneamente all’intimità ed alla libertà del figlio che condivide intensamente con il Padre la sua passione d’amore per gli uomini. Per noi accogliere insieme i due riferimenti è proprio difficile! Per noi la volontà di Dio non suona subito come una volontà di Bene, come un Bene che vuole condividere con noi, come una gioia di Bene che riposa i cuori e di Dio e degli uomini. Ma se riconosciamo lo splendore dell’amore di Dio che rifulge dal volto di quel figlio/servo/agnello, potremo anche noi, come lui e in lui, cogliere e compiere il volere di bene di Dio in favore degli uomini e godere della sua gioia che consiste nell’unire ‘i figli di Dio dispersi’. Quando il cuore dell’uomo non si lascia guidare da alcun’altra ragione nel suo agire, saprà che la fraternità con gli uomini è il supremo desiderio di Dio e il luogo di manifestazione del suo splendore. Così si compiono i misteri di Dio, così l’uomo torna alle radici della sua gioia, nel suo Dio. Cose misteriose, certo, ma veritiere e fondanti il senso stesso del nostro vivere e del nostro desiderare.
Avviene ciò che poeticamente canta s. Efrem mettendo le parole in bocca alla madre di Gesù: “Colei che è nata libera, figlio mio, è tua ancella, se ti serve. E la schiava in te è libera, in te è consolata poiché è stata affrancata. Un’emancipazione invisibile è posta nel suo grembo, se è te che ama”. E in un altro passo: “Nelle acque ha trovato il modo di scendere e dimorare in noi, come il modo della misericordia quando scese e dimorò nell’utero. Oh, misericordia di Dio, che si cerca tutti i modi per prendere dimora in noi!”.


Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo Ordinario

II Domenica
(19 gennaio 2025)


Is 62,1-5; Sal 95 (96); 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11


Il brano evangelico di oggi termina con l’annotazione: “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. Se ci rifacciamo a Gv 1,14: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”, ci possiamo domandare: che cosa hanno visto i discepoli, a Cana, di questa gloria? Quando Giovanni usa il termine segno, non intende riferirsi al miracolo come se si trattasse di vedere la potenza straordinaria di Gesù in atto; allude a un’altra cosa, a qualcosa che sia in relazione con la gloria.
Possiamo afferrare meglio la rivelazione di Cana se incastoniamo l’episodio nella narrazione di Giovanni. Gli eventi che intercorrono dal riconoscimento di Gesù da parte di Giovanni Battista al Giordano fino alle nozze di Cana sono racchiusi nello spazio di una settimana, la settimana della nuova creazione, in riferimento alla settimana della creazione narrata dalla Genesi. L’episodio di Cana segue il riconoscimento di Gesù da parte di Natanaele, il quale segue quello da parte di Andrea e Giovanni, i quali seguono quello di Giovanni Battista. Per cogliere la portata del miracolo di Cana, bisogna percepire la densità di quel ‘andarono e videro’ di Andrea e Giovanni, i quali svelando a Pietro tutta l’emozione che li abitava riferiscono la loro scoperta in questi termini: ‘abbiamo trovato il Messia’. E ancora, bisogna intuire la sorpresa di Natanaele, che risiedeva proprio a Cana, quando Gesù gli si rivolge con quelle parole: ‘vedrai cose più grandi di queste!’. Tutti i segni che Gesù compie sono collocati nella scia di questo vedere cose più grandi fino alla rivelazione suprema, con la morte e risurrezione di Gesù, allorquando le cose più grandi sono ormai le cose ultime, definitive, supreme, a partire dalle quali tutto prende senso e splendore. La sua gloria finalmente è svelata in tutto il suo splendore, la gloria del suo amore per gli uomini.
I segni sono dunque in relazione con la gloria dentro un movimento di rivelazione di cose sempre più grandi fino alla rivelazione suprema, la morte/risurrezione di Gesù. I segni sono allora gesti simbolici che hanno la funzione di indicare che in Gesù si realizza l’evento escatologico (“In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo”, compiendo il sogno di Giacobbe di Gen 28,17); invitano tutti gli uomini a percepire la filiazione divina di Gesù, come dirà Giovanni alla fine del suo vangelo, riferendosi ai segni che ha descritto nella sua narrazione: “Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. Il mistero di Gesù allude al mistero della Trinità, la quale si rivela nel suo amore agli uomini tramite Gesù e nel dono dello Spirito Santo che ci rende atti a vivere di e dentro quell’amore.
A Cana Gesù viene invitato alle nozze, simbolo dell’antica alleanza. Ma manca il vino, quello che solo il Messia avrebbe portato, il vino simbolo dell’amore e della gioia, compimento delle promesse di Dio al suo popolo. Se ne accorge sua madre, capace di vedere in Gesù il Messia, per cui si rivolge fiduciosa ai servi: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Gesù, che fa riempire d’acqua le giare e fa attingere e portare in tavola, realizza il passaggio dall’antica alla nuova alleanza con il dono del vino che simboleggia l’esperienza diretta e personale, nella gioia e nell’amore, della relazione tra Dio e l’uomo: “Perché la legge fu data per mezzo di Mosé, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17). Non per nulla, l’episodio che segue alle nozze di Cana è la purificazione del Tempio a Gerusalemme da parte di Gesù, che scaccia venditori e cambiamonete. Quello che la legge prometteva, Gesù lo rende possibile in sovrabbondanza; quello a cui anelava il cuore dell’uomo ora diventa vivibile, gustosamente esperibile: l’uomo vive finalmente la pace con il suo Dio, in un amore ritrovato e condivisibile. E questo si vedrà proprio nella sua ora quando dalla croce risplenderà il suo amore infinito, amore che con il dono dello Spirito Santo diventa radice di vita e di azione nel suo discepolo e segno di Dio per il mondo intero.
Il miracolo di Cana con la trasformazione dell’acqua in vino, mentre allude al passaggio dalla Legge alla Grazia, allude anche al mistero dell’intelligenza delle Scritture. Tutte le Scritture parlano di lui (‘Voi scrutate le Scritture pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me’, Gv 5,39): tutte le parole alludono alla Parola fatta carne. E quando si incomincia a intravedere questa tensione profonda che percorre tutta la Scrittura, allora si passa dal bere l’acqua al gustare il vino. Così come nel compiere i comandamenti di Dio: un conto è praticarli materialmente, un conto è praticarli cogliendo l’ispirazione e la rivelazione di vita che comportano.
L’immagine di fondo è quella delle nozze, a illustrare il mistero della comunione di Dio con l’uomo. Le nozze alludono al compimento dei desideri del cuore ormai abitati dal desiderio di Dio che ci è venuto incontro, che ci ha guadagnati al suo amore e che ci ha conquistati al suo splendore.
Quest’ultimo aspetto è ben delineato nel brano di Isaia che descrive Dio come lo Sposo che gioisce della sua sposa, la quale passa da una percezione di angosciosa solitudine, di abbandonata, all’emozione di essere svelata a se stessa in una dolcezza di riposo perché sposata (forse, meglio: ‘abitata in dolcezza’). La percezione di quella nuova realtà, di cui è indegna, ma di cui gode nell’intimo, grata e consegnata, costituisce il contenuto del nome nuovo con la quale è chiamata.
Così anche noi possiamo pregare con l’antica colletta: “… la santa chiesa sperimenti la forza trasformante del suo amore e pregusti nella speranza la gioia delle nozze eterne” allorquando tutti ci relazioneremo come figli di Dio nell’esperienza assoluta e sovrana dell’amore di Dio per noi.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo Ordinario

III Domenica
(26 gennaio 2025)


Ne 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18 (19); 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4;4,14-21


Se consideriamo l’episodio della predicazione a Nazaret da parte di Gesù nella narrazione di Luca, in sinossi con quella di Matteo, cogliamo meglio il suo mistero. Luca colloca l’episodio all’inizio del ministero di Gesù, con l’intento di anticipare quello che avverrà alla fine: Gesù sarà rifiutato e la salvezza raggiungerà anche i pagani. In Matteo l’episodio fa da contrasto tra i familiari di Gesù e i suoi discepoli. È collocato a conclusione delle sette parabole del regno, introdotte a loro volta dall’indicare i discepoli come i nuovi familiari di Gesù: “Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50). L’episodio di Nazaret sancisce la ‘nuova famiglia’ di Gesù, la comunità di vita con i suoi discepoli, definiti con la beatitudine di non trovare in lui motivo di scandalo (cfr. Mt 13,57).
Il brano è introdotto con l’annotazione che Gesù ritorna in Galilea con la potenza dello Spirito. È lo stesso Spirito che l’aveva riempito al battesimo, lo stesso che l’ha sospinto nel deserto per essere tentato. Così, avendo accettato di condursi come Messia secondo i segreti di Dio, quando si presenta in sinagoga a Nazaret, può applicarsi la profezia messianica di Isaia 61,1-2: “Lo Spirito del Signore è sopra di me … Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Gesù si presenta come l’Inviato, capace di dare compimento alle promesse di Dio. Quello che forse non cogliamo più della manifestazione di tale autocoscienza di Gesù è il fatto che l’invio non rimanda semplicemente all’opera per la quale è inviato, ma all’intimità che vive con il Padre nel mostrare, con le parole e l’agire, il suo grande amore agli uomini. In effetti, l’aspetto più suggestivo del racconto di Luca sta nel fatto di collegare questo annuncio al rifiuto che il Messia subirà, ma perché venga esaltata la bontà di Dio per gli uomini. In quel rifiuto si potrà scoprire tutta la ‘potenza’ dello Spirito che lo abita nel senso di tenere unita la sua intimità con il Padre e l’amore verso i suoi figli, ai quali si presenta come il Testimone del suo amore per loro.
La profezia messianica di Isaia 61, che si riferisce alla grazia speciale dell’anno giubilare, parla di poveri, di prigionieri/oppressi, di ciechi. Allude alle ‘deficienze’ del nostro vivere nella storia, che Gesù è venuto a redimere. Sotto tre aspetti l’azione del Messia sarà efficace. Se la nostra vita è mancante, soffre di limiti; se viviamo sotto l’oppressione di una schiavitù imposta o procurata, subita o provocata; se camminiamo nell’oscurità, Gesù si presenta, dalla parte di Dio, capace di rinnovare la letizia, di offrire la libertà e di suggerire un senso. Sono le coordinate di un vivere felicemente la propria vocazione umana, in comunione con Dio. La felicità, come la vita stessa di Gesù mostrerà, è ‘dire bene Dio’ con la premura della cura dell’uomo fino a dare la vita perché la vita dell’altro cresca. Ma come vivere questa felicità senza la rivelazione del volto di Dio che si fa conoscere come ‘cura per l’uomo’? Per questo Origene annota come sia da invidiarsi l’assemblea che tutta intera, alla lettura della parola di Dio, tiene gli sguardi fissi su Gesù! Come accogliere – Gesù lo rivelerà in molte parabole – la felicità di Dio per il pentimento del peccatore, senza accusarlo di ingiustizia e senza sentire la gioia dell’altro come un’offesa alla mia di uomo giusto?
S. Paolo descrive i frutti dello Spirito come “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Sono espressione della cura per l’uomo e chi più li possiede, più si prende cura. E più ci si prende cura, più il volto di Dio è rivelato nella sua verità e la letizia riempie il cuore dell’uomo. Sarebbe il senso dell’invito di Neemia al popolo dopo la lettura della Legge: “Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”. Gli ebrei erano appena ritornati dall’esilio di Babilonia, avevano ricominciato a costruire il tempio e le mura di Gerusalemme, ma la vita si prospettava piena di insidie sia sociali che religiose. Il popolo viene ricompattato con la proclamazione del libro della legge, la lettura del quale suscita un’emozione grandissima. Il popolo piange, si rattrista, si accorge di quanto sia stato infedele al suo Dio. Era successa la stessa cosa al re Giosia: “Udite le parole del libro della legge, il re si stracciò le vesti” (2Re 22,11). Succederà alla gente che aveva ascoltato il discorso di Pietro a Pentecoste: “all’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore” (At 2,37). Espressiva la traduzione di Chouraqui, sul calco ebraico. Noi leggiamo: “I leviti leggevano il libro della legge di Dio” (Ne 8,8) e Chouraqui traduce: ‘gridano l’atto della tora’, dove il termine ‘libro’ è reso con ‘atto’, ad indicare l’attualità, la realtà, la contemporaneità di quella parola che da sempre è pronunciata e da sempre porta salvezza.
Per questo, l’oggi del compimento è questo, qui, adesso, mentre ascoltiamo. Gesù lo proclama ai suoi concittadini. Potessimo anche noi, in ogni circostanza, in ogni luogo, e non solo nell’assemblea liturgica, ripetere in verità quello che Gesù ha proclamato: “Oggi si è compiuta questa Scrittura” (Lc 4,21). Intendendo: accogliendo lui, con la sua parola di verità e di vita, ogni circostanza si apre al compimento della sua volontà di benevolenza e in qualche maniera, per noi e tramite noi, possa compiersi nella nostra vita la profezia di Isaia: essere segno di speranza per i nostri fratelli. Per questo Esdra e Neemia invitano alla gioia perché la parola di Dio proclamata, spiegata, vissuta e condivisa nella sua potenza di letizia, pur nel dramma della vita, rende solidali gli uomini, non avendo più nulla da rivendicare in senso egoistico.
La gioia cela un’energia potente, diventa la forza che il salmo 18 descrive e che potremmo interpretare sinteticamente: la giustizia del Signore, il contenuto, cioè, della parola di Dio, è quella di portare gioia al cuore e questa gioia è quella che consente al nostro cuore di vivere secondo la sua giustizia, cioè di manifestare la sua presenza con il prenderci cura di ognuno fino a dare la vita perché l’altro possa averla abbondante. Solo il Messia poteva rivelare che consistesse in questo la manifestazione del Signore e che in questo risiedesse il compimento del desiderio dell’uomo e la felicità di Dio.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Solennità e feste

Presentazione del Signore
(2 febbraio 2025)


Ml 3,1-4; Sal 23 (24); Eb 2,14-18; Lc 2,22-40


La festa di oggi richiama il Natale di Gesù nella logica del compimento messianico che caratterizza quel bambino nato per noi. È il quarantesimo giorno dalla sua nascita e, secondo gli usi ebraici, si doveva presentare l’offerta per il riscatto del primogenito. Non c’è però nessuna legge che prescrive di portare il bambino al tempio. Luca, riportando l’episodio della presentazione di Gesù al tempio, interpreta la legge in modo originale. Parla della loro purificazione, ma solo la mamma era tenuta a purificarsi dopo il parto (cfr. Lev 12,1-8). La Legge di Mosè prescrive di consacrare e riscattare ogni primogenito (cfr Es 13). Luca ne modifica l’espressione dicendo che ‘ogni maschio primogenito sarà chiamato santo’ e usa le stesse parole dell’angelo Gabriele quando reca l’annunzio a Maria. Come a sottolineare: Gesù non ha bisogno di essere consacrato al Signore e non deve essere riscattato; anzi, Lui è il Consacrato, il Cristo del Signore, Lui sarà il riscatto per il suo popolo, per l’intera umanità. In Lui si concentra tutto il senso della storia sacra perché compie in verità quello che nella Legge veniva descritto in simbolo: Gesù è il primogenito diletto che compie il sacrificio di Isacco, come è il vero pane celeste che era prefigurato nella manna.
Si conclude la dinamica del riconoscimento. Appena nato a Betlemme, è riconosciuto dai pastori, gente povera, ai margini della società che conta; poi è riconosciuto dai magi, stranieri, pagani, invece che dalla città di Gerusalemme; ora è riconosciuto dai santi di Israele, Simeone e Anna, a sottolineare il compimento dell’attesa del popolo eletto. Dopo questo episodio Gesù ritorna con i suoi genitori a Nazaret perdendosi nel nascondimento della vita quotidiana fino al giorno della sua manifestazione a Israele. Tra l’altro, risalta l’affinità con il brano della trasfigurazione sul Tabor quando, dopo la visione, il testo annota: “e videro Gesù solo”. La luminosità della visione, come qui la luce vista in quel bambino, lascia il posto alla quotidianità dove visione e luce non compaiono più all’esterno, ma solo intraviste nei cuori.
Il riferimento del ritorno a Nazaret, dove il bambino cresce in sapienza e grazia, è perciò allusivo del mistero di Dio che si compie nell’ordinarietà della vita. È la fede che permette agli occhi del cuore di leggere la vita quotidiana nella sua trasparenza divina. In effetti, la realizzazione di sé, come diremmo oggi, passa per l’assunzione di un compito di grazia che fa dell’obbedienza a Dio, nel cammino di fedeltà all’assolvimento di tutto ciò che un tal compito comporta nel concreto delle situazioni, la porta dell’amore. Porta, che può essere intravista solo se gli occhi del cuore ‘vedono’ quanto basta per non tirarsi indietro, come è stato per Maria e Giuseppe, come è stato per Abramo, per Simeone e per Anna.
Il brano della lettera agli Ebrei, invece, dice tutta l’importanza e il significato della presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme con l’annotare una cosa straordinaria. Se i fratelli hanno in comune sangue e carne, Gesù allora è proprio nostro fratello perché è quel sangue e quella carne che assume e questo in vista della redenzione. Ma come viene esposto il mistero della redenzione? Avere in comune sangue e carne è la condizione propria dei fratelli in una famiglia, dove la difesa dell’uno si gioca fino al dono della propria vita per l’altro. Gesù ha assunto radicalmente questa disposizione dell’amore fraterno nella sua autenticità e l’autore della lettera agli Ebrei la definisce come la capacità di soffrire personalmente. La cosa strana è che Gesù soffre personalmente nel suo essere sangue e carne per ridurre all’impotenza colui che è alla radice di ogni sofferenza, colui che è la causa della sofferenza per i propri fratelli. Non viene detto che Gesù distrugge il diavolo, ma che lo rende impotente, che lo svuota della sua capacità di schiavizzare.
Ora – e questo è il mistero che la liturgia fa intravedere – il ridurre a impotenza il diavolo non sarà ottenuto con le stesse armi del diavolo, cioè con il potere, la gloria, il prestigio, così espressivi del suo essere principe di questo mondo. Al contrario, verrà ottenuto nella debolezza e nella stoltezza, perché l’amore di Dio prevalga su tutto e tutti conquisti. La croce sarà il sigillo di quel ‘soffrire personalmente’ perché l’amore di Dio si riversi su tutto. Il salmo responsoriale lo rimarca con il commentare l’entrata nel tempio di quel bambino come l’entrata trionfale in cielo del Signore risorto con il vessillo della croce, accompagnato da tutti i redenti. Il titolo di re della gloria non ha nulla di questo mondo. Gesù lo accetta solo sulla croce perché la gloria di Dio ha a che fare con lo splendore dell’amore e con nient’altro.
Di qui il significato profondo della festa di oggi. Il sacerdote introduce la liturgia con le parole: “Anche noi qui riuniti dallo Spirito Santo andiamo incontro al Cristo nella casa di Dio, dove lo troveremo e lo riconosceremo nello spezzare il pane nell’attesa che egli venga e si manifesti nella sua gloria”. E nella benedizione dei ceri prega: “… illuminati dalla luce di questi ceri, infondi nel nostro spirito lo splendore della tua santità, perché possiamo giungere felicemente alla pienezza della tua gloria”. Di quale gloria si tratta se non dello splendore dell’amore di Dio che, in Gesù e con Gesù, condividiamo con tutti i fratelli? D’altra parte, non è questo il significato profetico della vita consacrata, che vede nella festa di oggi la sua celebrazione tipica: risplendere della santità di Dio?
Non si tratta certo di un cammino placido, come non si tratta di un’attesa beata. Il brano del profeta Malachia lo proclama chiaramente: “… entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate … Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai”. Nel testo del profeta Malachia Dio rimprovera all’uomo le sue richieste fasulle, le sue lamentele, che provengono dalla menzogna del suo cuore: quando abbiamo disprezzato il tuo Nome? Come ti abbiamo stancato? Che vantaggio abbiamo ottenuto dall’osservanza dei comandamenti? In una parola: ce l’abbiamo con Dio, perché non fa quello che vogliamo noi! Come non dover essere purificati da questa lamentosità menzognera, che indurisce il cuore e lo rende insensibile sia all’incontro con Dio sia all’incontro con i fratelli?
La Chiesa perciò prega: “… infondi nel nostro spirito lo splendore della tua santità …” perché riconosciamo il bisogno di Te e del tuo amore!

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo Ordinario

V Domenica
(9 febbraio 2025)


Is 6,1-2a.3-8; Sal 137 (138); 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11


Secondo il racconto dei vangeli sinottici, Gesù chiama gli apostoli a seguirlo fin dall’inizio della sua predicazione. Matteo e Marco non specificano la circostanza in cui sono chiamati, mentre Luca la descrive con precisione. In realtà, i primi apostoli conoscevano Gesù da tempo, fin dal battesimo di Gesù al Giordano, quando Giovanni Battista li indirizza verso il nuovo maestro. Dopo la carcerazione del Battista, Gesù torna in Galilea e pure Pietro, Andrea, Giovanni, vi tornano, a casa loro. Luca si premura di descrivere la circostanza in cui scatta qualcosa nei loro cuori da indurli a lasciare tutto e a seguire quel maestro. Del resto, Luca è l’unico a sottolineare che i discepoli lasciano tutto per seguire Gesù, come dirà allo stesso modo per la chiamata di Levi il pubblicano (Lc 5,28).
Il ‘lasciare tutto’ comporta non semplicemente la rinuncia alla propria vita quotidiana con i suoi affari e le sue preoccupazioni, ma la condivisione di un altro stile di vita quotidiana, un partecipare a un segreto di vita, di cui si subisce il fascino, senza però ancora sapere dove porterà. La narrazione del vangelo, dal punto di vista degli apostoli, non sarà che la scoperta sempre più coinvolgente di quel segreto, la scoperta del fino a che punto quel segreto agirà nel loro cuore imparando a conoscere e ad incollarsi al loro Maestro. Il punto culminante, almeno per Pietro, di questo ‘lasciare tutto’ per seguire il Maestro, è descritto da Giovanni alla fine del suo vangelo quando, dopo che Gesù gli ha fatto confessare il suo amore per lui per tre volte, Gesù gli comanda: “Seguimi” (Gv 21,19.22). Pietro imiterà il suo Maestro, che ha dato la vita per i suoi amici, affidandosi generosamente all’amore del Signore che lo attira a sé nell’annunciare a tutti la compassione di Dio.
La liturgia di oggi abbina la vocazione dei primi apostoli alla vocazione del profeta Isaia. Le corrispondenze sono specialissime, se i brani si leggono nel loro contesto. Il profeta aveva già avuto visioni, ma non aveva ancora raccontato in quale visione è scattato qualcosa nel suo cuore da immaginare tutta la sua vita in funzione di un compito ricevuto da Dio stesso. In particolare, nel capitolo precedente, aveva composto un cantico d’amore del Diletto per la sua vigna. In quel contesto di scoperta dell’amore immenso di Dio per il suo popolo, avviene la visione della gloria di Dio che lascia il profeta esterrefatto, come annichilito, tanta è la coscienza della sua miseria. Ma sopraggiunge un serafino con il carbone ardente prelevato dal braciere dell’atrio del tempio per poggiarlo sulle sue labbra e purificarlo, vale a dire per farlo sentire in corrispondenza con la santità di Dio, che è tutto amore di misericordia per i suoi figli. A quel punto, di fronte al desiderio impetuoso di Dio di salvare il suo popolo, il profeta non può che proferire sommessamente: “Eccomi, manda me!”. Sarà la stessa parola pronunciata dal Figlio, inviato a mostrare la grandezza dell’amore del Padre, nel suo desiderio di attrarre a sé il suo popolo. È la stessa parola a risuonare, per ora nell’invito di Gesù, poi assunta in tutta coscienza dagli apostoli: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.
La percezione del cuore del profeta, come degli apostoli, risulta intessuta da tre dimensioni concatenate. La prima. È il volere del Signore, vale a dire il movimento di salvezza per il suo popolo, scaturito dalla immensità e intensità del suo amore. Il ‘chiamato’ deve essere purificato, vale a dire non potrà più parlare a titolo proprio (nel brano evangelico, il prostrarsi di Pietro alle ginocchia di Gesù, proclamandosi peccatore, ha lo stesso valore dell’angoscia del profeta davanti alla santità di Dio). La missione ha come unico scopo di svelare a tutti quella volontà di salvezza da parte di Dio.
La seconda. La reazione di Pietro davanti all’esito della pesca, dopo che aveva faticato vanamente tutta la notte, è particolarmente significativa: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore” (Lc 5,8). Coglie la manifestazione della potenza di Gesù rivolta al suo cuore. Nemmeno sa cosa significhi diventare pescatore di uomini, ma sa fin da ora che seguirà il suo Maestro che gli ha parlato così. La verità dei suoi sentimenti è espressa proprio dalla profonda indegnità da cui è travolto. Le sue parole suonano ancora più potenti se ci si immagina la scena. Lui cade ai piedi di Gesù, sulla barca e, mentre gli stringe le ginocchia, gli dice: allontànati da me! Proprio quando l’uomo si sente totalmente indegno vuol dire che è stato toccato dalla potenza di salvezza di Dio.
La terza. La vocazione comporta la missione. E siccome la missione riguarderà la chiamata di tutti gli uomini all’amore di Dio, occorre che l’annuncio provenga da cuori purificati, cioè dove l’amore di Dio ha tolto ogni sapore di contesa o prevaricazione o superiorità. La coscienza della propria miseria, della propria fragilità, dei propri peccati, non solo non insidia la verità della chiamata, ma la esalta, perché solo così se ne può conoscere la gratuità e la potenza in quanto viene esaltato l’amore del Signore. Il Signore non convive con la nostra iniquità ma cerca i nostri cuori, cerca di mostrarsi ai nostri cuori. Vedere Lui comporta così vedere la nostra iniquità nell’attimo stesso che viene bruciata dal suo amore. E se davanti a Lui vale l’esperienza della gratuità del suo amore, davanti al prossimo vale la memoria della nostra iniquità, per non ritenersi sopra nessuno, per non rinnegare di nuovo la potenza della sua misericordia, che vale per me come per tutti.
È per questo che il segnale della fedeltà all’opera di Dio, tra gli uomini, non sarà costituito dal fatto che i cuori si convertono, ma dal fatto che un uomo non si allontana dalla carità anche quando viene oltraggiato e messo a morte. La missione comporta la condivisione di un compito di intimità col proprio Signore finché la sua gloria risplenda e si manifesti.
La tradizione ha applicato al mistero dell’eucarestia l’esperienza del carbone ardente poggiato sulle labbra del profeta. Perché, ricevendo il corpo del Signore, non ne veniamo bruciati? Non è forse la stessa immagine che vale per l’amore? L’amore brucia; brucia tutto ciò che lo ostacola, tutto ciò che lo impedisce. Se non brucia, è perché si tratta di un amore pallido, più sognato che vissuto, più immaginato che reale. Se l’eucaristia non brucia è perché non abbiamo incontrato nessuno, non abbiamo sentito, non abbiamo corrisposto all’amore di nessuno. Ma se è così, quale potenza ravvisare nella nostra missione, nella nostra testimonianza in mezzo ai nostri fratelli, testimonianza che di quell’amore solo è espressione?

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo Ordinario

VI Domenica
(16 febbraio 2025)


Ger 17,5-8, Sal 1; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26


La liturgia dà un’interpretazione particolare delle beatitudini che Gesù proclama ai suoi discepoli. L’abbina all’annuncio del profeta Geremia, commentato con il salmo 1, la porta del salterio. Il salterio inizia con “beato l’uomo …”. In ebraico ’ašre-ha’îš. È il nome di Adamo davanti a Eva quando si ritrova percorso da una gioia indicibile, gioia che non aveva trovato di fronte al mondo e agli animali. Il salmo 2, l’altro battente della porta del salterio, interpreta l’uomo giusto come il re messia, il Figlio eterno che raduna le genti. Il termine ebraico ‘beato’ si potrebbe rendere letteralmente: ‘in cammino’, ‘su, avanti’, ‘progredisci’. La felicità non è designata come una cosa, ma come un processo, un cammino che ha una meta, il cui raggiungimento produce quella felicità a cui il cuore anela. Se pensiamo che Gesù si è definito ‘via, verità e vita’, allora possiamo afferrare il senso della felicità per l’uomo quando cammina nella via tracciata da Gesù, nella verità d’amore da lui testimoniata, per la vita che si fa splendore di amore. Il senso profondo di questo invito/promessa di felicità è reso dall’antica colletta di questa domenica: “O Dio, che hai promesso di abitare in coloro che ti amano con cuore retto e sincero, donaci la grazia di diventare tua degna dimora”, vale a dire: la grazia di essere felici.
Ecco, la felicità è stare nella via, come dice il salmo 1. E se il profeta Geremia proclama: “Maledetto l’uomo che confida nella carne … Benedetto l’uomo che confida nel Signore”, vuol dire che maledizione e benedizione si riferiscono allo stare nella via, secondo l’invito del Signore. In termini amorosi, come i cuori avvertono quando vivono una relazione appagante: il tuo abitarmi è il mio vivere! Quel ‘vivere’ diventa l’espressione di uno splendore di umanità, come Gesù promette nel suo annuncio. Il definirsi di Gesù via-verità-vita corrisponde alle dimensioni della ‘dimora’ di Dio nel cuore. Per quella dimora, come dice l’antifona di ingresso, noi preghiamo: “Sii per me una roccia di rifugio, un luogo fortificato che mi salva. Tu sei mia rupe e mia fortezza; guidami per amore del tuo nome”. Come si vede, ‘roccia’ e ‘via’ sono abbinate, nell’esperienza dell’amore del nostro Dio.
Un pensiero di Gregorio di Nissa commenta molto opportunamente le beatitudini: “Siccome tutti gli uomini sono abitati dalla superbia, il Signore comincia le beatitudini, eliminando il male iniziale dell’orgoglio e invitando a imitare il vero Povero volontario che è beato in verità, in modo da rassomigliargli, secondo quanto sta nelle nostre possibilità, attraverso una povertà volontaria per aver parte alla sua beatitudine. … Mi sembra che ogni oggetto della nostra speranza non è nient’altro che il Signore stesso … è lui l’eredità ed è lui che ti dona la tua parte; è lui che arricchisce ed è lui la ricchezza; è lui che ti mostra il tesoro e che è il tuo tesoro …”. La beatitudine allora è vivere quella comunione con colui che è l’Amato del tuo cuore. E tale amore risalterà in tutto il suo splendore proprio quando cercheranno di rapirtelo e tu non cederai a niente e a nessuno. La cosa strana sarà che ti accorgerai che non te lo farai rapire perché lo custodisci per tutti, senza separarti da nessuno proprio a causa di quell’Amore. È quanto di più paradossale possa succedere a un uomo, ma è proprio questa la verità di Dio per il cuore dell’uomo.
La prima beatitudine comporta il verbo al presente, le altre al futuro: “perché vostro è il regno di Dio”, “perché sarete saziati”. Il presente sottolinea che il dono è reale, ci appartiene; il futuro sottolinea che siamo chiamati a viverne la dinamica in tutta la sua estensione, a realizzarne i frutti, con la pazienza di chi sa di non essere lasciato solo e confuso ma felicemente accompagnato. Così voler essere felici per poi vivere bene è un’assurdità, come voler prima vedere il Signore per poi seguirlo. L’unica possibilità è quella della promessa: accetto di vivere per essere felice, perché la felicità è la promessa della vita. E questa suona veritiera nella parola di Gesù perché è venuto a dare la vita e a darla in abbondanza. É l’abbondanza di un amore non più soggetto a oppressioni, invincibile davanti ad ogni tormento o afflizione o ingiustizia perché il nome del Signore sia rivelato ad ogni cuore, al mondo intero. É lo spazio di tensione della promessa che riempie la nostra vita di discepoli di Cristo.
In effetti, è la promessa di Gesù ai discepoli, non parla in generale. Il testo evangelico annota che Gesù parla alzando gli occhi sui suoi discepoli. Come a dire: ciò che vi sto annunciando vale in ragione del fatto che avete accolto in me l’Inviato di Dio, colui che dalla parte di Dio non solo vi richiama al mistero del Regno, ma vi concede di gustarlo e di condividerlo. Nei termini delle beatitudini, la parola di Gesù si può intendere: chi cerca la sua felicità senza che la Mia gioia lambisca il suo cuore, resterà nella fame e nel pianto; chi vuole a tutti i costi la sua felicità, solo calcolando come una eventuale aggiunta il dono della Mia gioia, finirà per trovarla traditrice, si troverà ingannato e perderà la sua integrità. Perché la felicità di cui parla Gesù, quella alla quale il nostro cuore anela profondamente, sebbene con mille contraddizioni, ha a che fare con la scoperta della prossimità di Dio che in Gesù rivela tutto il suo mistero di amore e accondiscendenza per noi e che sana i nostri cuori. Ricollegandomi a quello che dicevo all’inizio a proposito di Adamo, la felicità ha a che fare con una pienezza di umanità, che solo il Figlio di Dio fatto uomo ha potuto rivelare nella sua luminosità.
Se le beatitudini sono costruite nel contrasto tra prospettiva mondana e prospettiva spirituale, è perché Gesù rivela che, se gli uomini pensano in prospettiva mondana, non potranno vedere i segreti di Dio che sono per l’uomo. Il contrasto è tra una logica mondana e una logica divina, secondo l’espressione di Paolo ai Galati: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). Rispetto all’amore, rivelato dall’alto e colto nel seguire il Signore Gesù, non c’è nulla nel mondo che meriti la preferenza e non c’è nulla in me che può trovare adeguato compimento a partire dal mondo. È la paradossalità del parlare di Gesù, che costituisce però la punta di verità dei desideri del cuore dell’uomo.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo Ordinario

VII Domenica
(23 febbraio 2025)


1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; Sal 102 (103); 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38


Il brano evangelico di oggi è la traduzione pratica dello splendore delle beatitudini. Come le beatitudini sono espresse per paradossi, così le ammonizioni suonano paradossali. Nel fondo, si tratta di maturare un’umanità luminosa, calda, modellata su quella di Gesù, come verremo a conoscere dal seguito della narrazione evangelica. Due sono gli aspetti che si possono considerare. Dal punto di vista della pratica, è chiesto di non stare attaccati a niente, se si vuole godere di una benevolenza che riempie il cuore. Gli esempi dello schiaffo, del mantello e del prestito, dicono appunto questo: non trattenere nulla e sarai libero nel cuore. Libero per che cosa? E questo è il secondo aspetto: se non si cercano beni, affetti, gloria, a partire dal mondo e per riempire la scena del mondo, allora il cuore resta invaso dall’amore di Dio che lo attrae nella sua stessa dinamica di amore. Come esemplifica Gesù: può amare i nemici, fare il bene comunque, benedire sempre, restare solidali con tutti e con tutto il cuore.
Il movimento sotterraneo, di cui il cuore diventerà capace, sarà quello di custodire la dignità di ogni uomo davanti a Dio, di onorare in ogni uomo la sua dignità di figlio di Dio. È quanto Gesù dice alla fine: siate figli dell’Altissimo, cioè misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso. A tale profonda dignità rimandano le parole di Gesù. Nella traduzione italiana delle parole di Gesù mi sembra ci sia qualcosa che sfugge. Vorrei provare a mettere in risalto alcune sfumature.
‘Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro’. Gesù non invita semplicemente al fare, ma al sentire benevolo. Non si tratta solo di fare del bene, ma di sentire intimamente il bene per il prossimo, secondo le corde segrete che ci costituiscono in un ben-essere. Non si tratta di fare cose buone, ma di essere buoni. E questo sarà possibile nell’esperienza che Dio è buono nell’accoglierci nel suo perdono.
‘Fate del bene a coloro che vi odiano’ suonerebbe piuttosto ‘agite in modo che risplenda il bene per coloro che vi odiano’, dove ‘bene’ non è complemento oggetto ma avverbio.
‘Benedite coloro che vi maledicono’ andrebbe più semplicemente resa con ‘dite bene di quanti imprecano contro di voi’, per non perdere questa sfumatura di senso: portate in pace la maledizione che vi viene dagli uomini senza scadere nella vendetta delle parole; mantenete il cuore nella pace senza corromperlo con la rabbia di parole insolenti; non ricambiate con parole amare chi vi amareggia, con parole irose chi vi ferisce, né in voi stessi né in presenza d’altri, custodendo l’onore per la persona che l’ha calpestato. Ma c’è ancora un’altra sfumatura: sappiate vedere bene la persona che vi maledice oltre la cosa cattiva che sta facendo contro di voi; sappiate custodire il bene anche in chi vi viene contro, perché la sua realtà non si esaurisce nel male che sta compiendo; sappiate scorgere e lodare il bene ovunque.
‘Pregate per coloro che vi maltrattano’ andrebbe reso: ‘pregate per coloro che vi calunniano’ (come l’antica versione latina riportava: orate pro calumniantibus vos) ad indicare la risposta al male più subdolo che produce tristezza. È l’ultima tentazione contro la carità, come dicono molto realisticamente i padri. Si può sopportare l’attacco diretto del nemico, si può tacere di fronte a chi ti insulta, ma resistere alla tristezza che ti invade quando sei calunniato per malevolenza e invidia (questo è infatti il significato del verbo greco usato da Luca) e proprio da chi ha ricevuto il tuo bene, sembra sovrumano; allora, solo la preghiera confidente in Dio può custodire il tuo cuore.
Gesù declina il grande comandamento, quello di amare ‘senza confini’, nelle azioni, nelle parole, nel cuore. L’espressione più caratteristica dell’intero brano, che stabilisce il criterio di discernimento per il discepolo di Gesù, suona: ‘quale gratitudine vi è dovuta?’ (La versione precedente portava: che merito ne avrete?). Si potrebbe rendere: ‘quale grazia avete?’ oppure ‘qual è la vostra grazia?’ (come sottolinea l’antica versione latina, fedele al testo greco: ‘quae vobis est gratia?’). L’espressione è ripetuta tre volte nel testo e costituisce la discriminante tra il discepolo di Cristo e il pagano. Ma la discriminante di che cosa? Questo è il punto. Ed è l’interrogativo di fondo di tutto il brano: quale grazia risplende nel vostro agire? ‘Grazia’ rivela un tipo di esperienza, quella che procede dalla beatitudine promessa da Gesù e che il discepolo condivide con Lui. Quella di chi, incontrando l’Inviato di Dio, riconoscendo in lui la prossimità di Dio per l’uomo, ne è rimasto folgorato, come dirà Giovanni: “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio … il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,12.14).
È l’esperienza, in Gesù Salvatore, della benevolenza di Dio per l’uomo, della gratuità del perdono ricevuto, della dignità ritrovata per l’amore che ci ha rifatti da dentro. È da dentro quell’esperienza che scaturisce l’energia di un amore che non si lascia limitare o soffocare da niente e da nessuno. E quando quell’amore risplende non si può non domandare: “quale grazia rivela? Di quale grazia è l’espressione?”. Le situazioni limite addotte da Gesù (amare i nemici, benedire chi ti maledice, pregare per chi ti calunnia…) rivelano la ‘normalità’ di un cuore ormai conquistato alla dinamica divina e per questo significative del discepolo di Cristo.
E per dare il senso della estensione del suo invito conclude: “con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”. Gli aggettivi ‘pigiata, colma e traboccante’ alludono alla misura di capacità delle granaglie quando il recipiente, riempito fino all’orlo, è schiacciato e scosso per farcene stare ancora un po’ e aggiungerne fino a ottenere un piccolo colmo in superficie. Il bene non sia misurato da nulla se non dall’infinità di Dio che dà gratuitamente senza condizioni previe.
Il collegamento con la prima lettura lo deduco da un passo che è stato omesso dalla proclamazione di oggi e che Davide porta a giustificazione del suo comportamento: “Ed ecco, come è stata preziosa [nell’antica versione greca: ‘come è stata resa grande’] oggi la tua vita ai miei occhi, così sia preziosa [sia resa grande] la mia vita agli occhi del Signore ed egli [mi protegga] e mi liberi da ogni angustia” (1Sam 26,24). Potremmo spiegare: nessuna cosa, oggetto o affetto, sia motivo di offesa del fratello perché su tutto prevalga l’amore che il Signore ci ha fatto conoscere in Cristo Gesù. Allora la richiesta insistente a Dio, nella preghiera della chiesa, non è tanto quella di avere un cuore generoso, di avere un amore per tutti, ma piuttosto quella che il Suo Volto si riveli al nostro cuore per essere attratti a vivere nello splendore di quell’amore, che ci ha toccati e che non ha misura.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo Ordinario

VIII Domenica
(2 marzo 2025)


Sir 27,4-7; Sal 91 (92); 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45


Il brano di oggi illustra lo splendore del cuore del discepolo, in cui le beatitudini hanno fatto presa, attraverso un segno preciso: la parola. Il frutto di cui si parla è la parola, la parola rivela il cuore. Gesù prima racconta la parabola dei due ciechi che cadono nel fosso se non saranno guidati. E formula il principio: “Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro” (Lc 6,40). Poi aggiunge l’invito a non guardare al difetto, piccolo, del fratello senza aver prima considerato il difetto, grande, di noi stessi, se non si vuole essere ipocriti. Sul principio: “L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda” (Lc 7,45).
Di quale bontà parla Gesù? Quella che deriva dall’imitazione di Dio: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo” (Lc 18,19). Gesù è il testimone per eccellenza della bontà di Dio per l’uomo; quindi, chi si muove come lui otterrà un cuore buono. Ma per muoversi come lui, occorre prima accoglierlo, riconoscerlo, dimorare in lui, riconoscersi in lui. Il buon tesoro del cuore è proprio lui, accolto, custodito. Ecco allora la prima deduzione: avere le parole di Gesù in cuore. Di sé Gesù dice: “Le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita” (Gv 6,63). Le parole di spirito e vita sono le parole di misericordia e perdono; le parole di giudizio e condanna sono carne e morte.
Quando, invece, il cuore non si riconosce in colui che è il suo salvatore e il suo riposo, allora pesca in un falso tesoro, un tesoro illusorio, cattivo. Il primo segnale di questo pescaggio illusorio è l’ipocrisia, pretendere cioè di giudicare il fratello dall’alto, con la presunzione di ammantare di vesti splendide ciò che intrinsecamente è sgradito a Dio: voler correggere il fratello per il suo bene senza sincerarsi che quel bene faccia conoscere il Signore nella sua bontà.
L’ipocrisia è appunto l’atteggiamento di chi giudica in proprio senza rifarsi al suo maestro, senza voler seguire il suo maestro. Nel racconto di Giovanni della lavanda dei piedi nell’ultima cena, Gesù così spiega il suo gesto: “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica” (Gv 13,15-17).
L’aspetto caratteristico del brano evangelico di oggi sta proprio nel collegare il frutto alla parola. Lo esprime anche il libro del Siracide: “Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore” (Sir 27,6). Da notare la precisione del collegamento, che fa memoria del racconto della creazione: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2,15). Non si fa riferimento solo alla natura dell’albero, ma anche al fatto della sua coltivazione. Così per il cuore. Un cuore coltivato nell’adorazione di Dio e nella gratitudine produce frutti buoni. Spiegherei così la natura del collegamento. In Gal 5,22 sono elencati i frutti buoni: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. La parola buona è quella che interpreta e comunica qualcosa di quei frutti.
Il salmo responsoriale, se interpretato nella luce della tradizione ebraica, fornisce un ulteriore significato alle parole di Gesù. Il salmo 91/92 è l’unico salmo in cui si annota che deve essere cantato in un certo giorno, cioè di sabato. Il Targum interpreta questo salmo come il canto del primo Adamo. E noi possiamo interpretarlo come il canto dell’ultimo Adamo, del nuovo Adamo, di Gesù, lui che è il vero albero buono che produce frutti buoni. Così, l’immagine dell’albero buono che produce frutti buoni e di quello cattivo che produce frutti cattivi, non è semplicemente una massima, un proverbio. È l’indicazione di un percorso, è rivelazione di una verità: se starete saldi in colui che ha avuto misericordia per voi, anche voi potrete usare misericordia ai vostri fratelli. E in questo, essere come il vostro Maestro, nulla di più. Esiste però titolo maggiore di gloria per il discepolo di Gesù? Avviene finalmente quello che il canto al vangelo proclama citando un passo della lettera ai Filippesi: “Risplendete come astri nel mondo, tenendo salda la parola di vita” (Fil 2,15d-16a). La luce di cui si parla non è luce propria, ma la luce della vita del Signore nostro Gesù Cristo, accolto nel cuore, capace di dare libertà, pace e gioia al cuore, generando le sue stesse parole di vita.
L’invito del salmo al rendimento di grazie indica l’atteggiamento che segnala la sincerità del cuore nei confronti di Dio e la libertà del cuore nei confronti dei fratelli: “È bello rendere grazie al Signore … annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità” (Sal 91,2.16). Prima ancora che una certa parola, a rivelare i pensieri del cuore sarà il tono con cui la parola è rivolta ai fratelli, sarà la disposizione interiore profonda nella quale quella parola pesca. E se la disposizione interiore è quella che Gesù fa sentire con il lavare i piedi ai discepoli, allora vuol dire che il cuore ha accolto in dolcezza la misericordia di Dio per noi e tutte le parole che formulerà porteranno il profumo di quella misericordia. Non ci sarà più ombra di ipocrisia.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Quaresima

Mercoledì delle Ceneri
(5 marzo 2025)


Gl 2,12-18; Sal 50 (51); 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18


Dice il libro del Siracide: “A chi si pente Dio offre il ritorno” (Sir 17,24). Il Talmud riporta, nel trattato Nedarim: «Sette fenomeni furono creati prima che il mondo fosse creato, e sono: la Torah, e il pentimento, il Giardino dell’Eden, e la Geenna, il Trono di Gloria, e il Tempio, e il nome del Messia… Il pentimento fu creato prima che il mondo fosse creato, come è scritto: “Prima che i monti fossero nati e che tu avessi formato la terra e il mondo, anzi, da eternità in eternità, tu sei Dio” (Sal 90,2), e subito dopo è scritto: “Tu fai tornare l’uomo alla contrizione, e dici: Ravvedetevi, figli degli uomini” (Sal 90,3)». Il che significa che Dio è Dio perché chiama al pentimento. In ebraico il pentimento è detto ‘ritorno’ perché la realtà del mondo è la realtà dell’amore di Dio che splende nel mondo. Se l’uomo non vede più quella realtà, allora pecca e siccome peccando, non prevale più la luce, allora il pentimento è ritornare alla luce dell’amore di Dio.
L’esortazione forte della quaresima alla conversione comporta un triplice movimento del cuore: “ritornate a me” (Gioele), “lasciatevi riconciliare con Dio” (s. Paolo), sulla base della condizione “imparate a rimanere nel segreto del cuore” (vangelo), dove splende la luce dell’amore di Dio.
Se si ritorna al racconto della creazione di Adamo, si comprende il senso profondo del rito delle ceneri. Quando Dio prese della polvere della terra, la plasmò e con il suo soffio la rese essere vivente. Nel salmo 50 si dice che Dio gradisce un cuore contrito. Il termine contrito, dal latino conterere, allude proprio a questo rendere polvere il cuore (la cenere dell’umiliazione). Quando il cuore non accampa più diritti, non rivendica più, allora, come polvere della terra, si presenta a Dio che lo plasma di nuovo e il nostro cuore rinasce capace di sentimenti nuovi, più umani e divini allo stesso tempo.
Il profeta Gioele ci fa sapere che non è possibile convertirsi al Signore senza spogliarsi delle vanità e illusioni del vivere quotidiano. Cercheremmo il Signore se potessimo soddisfarci con le nostre vanità e con i nostri soprusi? Ricordarci allora della nostra finitudine significa intravedere la possibile dignità della vita che scaturisce dall’incontro con il Dio vivente. In effetti, se impariamo a percepire il senso del mistero che viviamo, il cuore scoprirà nuove energie per viverlo fino in fondo e troverà finalmente quella gioia che cerca, nonostante non manchino i tormenti.
La prima parola della liturgia quaresimale suona: “Tu ami tutte le tue creature, Signore, e nulla disprezzi di ciò che hai creato; tu dimentichi i peccati di quanti si convertono e li perdoni, perché tu sei il Signore nostro Dio” (cfr. Sap 11,23-26, antifona d’ingresso). In questa professione di fede e di amore si innesta l’invito alla penitenza, tipica del tempo quaresimale. Salta agli occhi il contrasto tra l’austerità del cammino penitenziale quaresimale e la levità a cui la Chiesa esorta, sulla base delle parole di Gesù ai suoi discepoli: “E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta … Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e lavati il volto” (Mt 6,16.17). È il contrasto tra esteriorità e intimità. La conversione è il ritorno a un’intimità, a un percepire sempre più intensamente la presenza di quel Dio che ci ha amati e che ci chiama al Suo amore; è un imparare a vedere le cose a partire da questa intimità con Dio. Dove non c’è intimità, c’è soltanto scena, giocata all’interno e all’esterno. Se c’è scena, vuol dire che non si è ancora entrati nella camera segreta, dove lo splendore della presenza di Dio illumina e scalda. La penitenza ha lo scopo appunto di toglierci dalla scena.
Il brano evangelico descrive l’atteggiamento penitenziale in tre ambiti: elemosina, preghiera e digiuno. La dimensione negativa è stigmatizzata nell’ipocrisia, mentre la dimensione positiva risulta sottolineata dalla capacità di intimità e nel relazionarsi con il prossimo (l’elemosina, oltre che una sorta di restituzione, è un atto fraterno, una condivisione, un riconoscimento del prossimo come nostro fratello) e nel relazionarsi con Dio (la preghiera è abolizione del teatro, cioè del fare le cose per essere visti sia dagli altri che da se stessi; il digiuno serve come sostegno alla preghiera, all’agire interiore pulito e retto, contrassegnato dalla gioia del cuore che va incontro al proprio Dio e di conseguenza è libero di incontrare i suoi fratelli).
L’elemento che suggerisce meglio la corrispondenza dell’azione esteriore con l’intimità che concerne la conversione interiore del cuore è appunto la gioia, quel senso di levità, di non seriosità con cui si compiono le buone opere, lontani da quel dannato senso di importanza che ci diamo o da quell’ottuso bisogno di affermazione presso gli altri che ci divora. La ricompensa promessa non ha nulla a che fare con la paga dovuta al lavoro fatto; riguarda solo la rivelazione e la pienezza che gusta il cuore quando viene incontrato da Qualcuno, di cui porta il desiderio, quando si apre alla vita di una relazione che trasforma totalmente il suo modo di vedere e di sentire. Questo significa entrare nella camera segreta, dove abita il Padre e dove il Padre, che vede nel segreto, ricompensa.
Un altro aspetto della penitenza risulta dall’esortazione di Paolo ad essere collaboratori di Dio, collaboratori al mistero della riconciliazione, perché gli uomini possano fare esperienza dell’amore di Dio. Fare le opere davanti agli uomini significa privare gli uomini dell’occasione di porsi davanti a Dio. Fare le opere davanti a Dio significa porsi dentro questo mistero di riconciliazione con tutto il bisogno dei nostri cuori di essere perdonati e di scambiarsi il perdono vicendevolmente, come segno dell’amore di Dio arrivato fino a noi. Ogni tipo di penitenza gradita a Dio ci ottiene l’inserimento in questo mistero di riconciliazione, dove, per la verità dell’amore provato, non c’è più spazio per la scena, nemmeno in noi stessi.
Come suggerimento di preghiera quaresimale, riporto la preghiera di s. Efrem, che nella tradizione bizantina si ripete nove volte al giorno in quaresima. Da sottolineare la finale: la preghiera non finisce con la richiesta della carità, ma della coscienza del proprio peccato e con l’impegno a non ferire il prossimo, condizioni essenziali per non perdere la carità mai:
“Signore e Sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di pigrizia, di dissipazione, di predominio e di loquacità. Dona invece al tuo servo uno spirito di purità, di umiltà, di pazienza e di carità. Sì, Re e Signore, fa’ che io riconosca i miei peccati e non giudichi mio fratello, poiché tu sei benedetto nei secoli. Amen”.
Buon cammino quaresimale a tutti.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Quaresima

I Domenica di Quaresima
(9 marzo 2025)


Dt 26,4-10; Sal 90 (91); Rm 10,8-13; Lc 4,1-13


Il vangelo di Luca introduce le tentazioni di Gesù nel deserto con l’annotazione: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo” (Lc 4,1-2). Il collegamento tra tentazioni e azione dello Spirito Santo è misterioso. Come misteriosa risulta l’affermazione del Siracide: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione” (Sir 2,1) o l’affermazione di Paolo: “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (At 14,22) o ancora: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove” (Gc 1,2). Non che non si riconosca la fondatezza di simili costatazioni, ma risulta misterioso per noi che c’entri lo Spirito Santo nel fatto di trovarci nelle tentazioni. Noi solitamente colleghiamo tentazioni a peccato, non all’azione dello Spirito Santo.
La questione di fondo potrebbe essere riassunta così: essere figli di Dio comporta forse qualche titolo di pretesa? La drammaticità di tale questione risalta in tutta la sua intensità proprio nelle tentazioni di Gesù: “Se tu sei Figlio di Dio …”. La prima e la terza tentazione sono dirette. Gesù ha fame e può risolvere il suo bisogno con il trasformare una pietra in pane. Gesù può buttarsi dal pinnacolo del tempio e planare placidamente a terra perché ne ha il potere. Il diavolo ragiona nei termini a lui connaturali: la grandezza è nell’ordine della potenza, più sei potente più sei grande. Se lui è Figlio di Dio ha tutto il potere, può dunque usarlo. Se no, vorrebbe dire che non è effettivamente il Messia. Così ragiona. La seconda tentazione, invece, svela il senso delle sue avances. Promette la gloria dei regni della terra, ne è il detentore, cerca di conquistare con l’illusione del potere e della gloria e questo è ciò che mostra. Ma le parole che aggiunge sono segrete, vale a dire si manifesteranno solo dopo che l’uomo ha accettato di essere abbagliato dalla gloria del mondo, quando si accorgerà di trovarsi non dalla parte di Dio ma dalla parte del diavolo. Quell’invito “se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me” non è espresso, non appare, lavora nel segreto. Semplicemente, noi nemmeno ci accorgiamo che, accettando la gloria, entriamo nell’orbita del maligno. Anche la gloria a fin di bene! Anche mossa dalle più nobili intenzioni! Gesù, che è pieno di Spirito Santo e conosce i segreti di Dio, vede l’insidia, la smonta e ne resta indenne. Perché essere figli non comporta titolo alcuno di pretesa; significa solo condividere con Dio il suo amore per gli uomini. Quando con l’antica colletta preghiamo: “O Dio, nostro Padre … concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”, è come domandassimo: concedici di entrare in quella intimità di sentire e volere con il tuo Figlio, pieno del tuo amore per noi, da trovarvi le radici del nostro vivere, senza illusioni.
Se l’equivoco si fonda sul preferire il potere all’amore, allora capiamo perché nella vita la dinamica essenziale in gioco sia questa: se tu vuoi assoggettare qualcuno a te, vuol dire che tu sei assoggettato a qualcun altro. Se hai bisogno di dominare, è perché già sei dominato da qualcosa. Se vuoi esercitare un potere, è perché tu sei schiacciato da un altro potere. Vale a dire: non è buono il potere, ma l’obbedienza; non vale il potere, ma l’amore. Nell’obbedienza (Gesù non aveva altro nutrimento che quello di fare la volontà del Padre; non aveva altra libertà se non quella di godere dell’intimità col Padre al punto da preferire sempre il suo amore per noi) e nell’amore (Gesù non aveva altro potere sull’uomo se non quello dell’amore assoluto e non si illude mai di sostituirlo con qualcosa che soltanto gli possa assomigliare senza esserlo) si trova la libertà di non aver bisogno di dimostrare mai nulla né di esercitare dominio mai su nessuno. Per Gesù, il suo essere Figlio di Dio ed il suo compito di Messia inviato da Dio, sono un tutt’uno. Nel compimento umano del compito ricevuto mantiene la modalità divina, rifiutando ogni illusione di potere.
Tanto che, per comprendere a fondo dove vadano a parare le tentazioni, possiamo collegare le risposte di Gesù a due brani evangelici particolari:
1) Poco prima della sua passione, prevedendo gli eventi, Gesù dice: “… viene il principe del mondo; contro di me non può nulla [in me non ha nulla (di suo)], ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco” (Gv 14,30-31). Di tutta quella gloria, prestigio, potere, di cui il diavolo si proclama detentore, in Gesù non c’è nulla, perché lui è tutto e totalmente occupato solo dall’amore del Padre per noi.
2) Quando Gesù è appeso in croce, si sente apostrofare: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: ‘Sono Figlio di Dio’!” (Mt 27, 42-43). Nella logica del maligno, di cui gli uomini fanno le spese nella loro vita, veramente Gesù non può salvare se stesso (non si sfama con un miracolo), non viene liberato dalla morte (adora davvero Dio solo), non può dimostrare nulla (non si butta dal pinnacolo). Eppure, proprio quel non salvare se stesso, non essere liberato dalla morte, non voler dimostrare nulla, comporta la rivelazione dell’amore di Dio che riempie la sua vita e che riverbererà sul cuore degli uomini che non vorranno più illudersi. La cosa strana è che noi, pur rifiutando l’azione del male, non riusciamo a vincere la sua seduzione perché non rinunciamo alla visione mondana sottostante, alla visione del maligno, vale a dire: immaginiamo che Dio debba servire ai nostri scopi o interessi. La vittoria di Gesù sul maligno dice altro, dice che stare dalla parte di Dio significa servire l’uomo nella verità del suo amore per lui.
Vale la pena di ricordare che il diavolo, nel rivolgersi a Gesù, usa le parole del salmo 90 (91) per conquistarlo. Nella tradizione ebraica il salmo 90 è proclamato come chiusura del sabato allorquando, ritornando alla vita quotidiana settimanale, si teme di perdere la santità di Dio goduta. Quel salmo è proclamato proprio per essere difesi dalla santità di Dio contro gli assalti del maligno.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Quaresima

II Domenica di Quaresima
(16 marzo 2025)


Gen 15,5-12.17-18; Sal 26 (27); Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36


Il racconto della trasfigurazione prende senso per chi può dire con il salmo: “Il mio cuore ripete il tuo invito: ‘Cercate il mio volto!’. Il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 26/27,8). Reso nella versione latina con il trasporto dell’emozione: “Tibi dixit cor meum: exquisivit te facies mea; faciem tuam, Domine, requiram”. Dopo l’esortazione a seguirlo rinnegando se stessi e prendendo la croce, Gesù si mostra nella sua gloria estasiante, come a confermare che la fede in lui è ben riposta. Lo sguardo dei discepoli è rapito, come introdotto nel segreto della persona di Gesù, come già partecipi della gloria del mondo futuro.
La persona di Gesù è vista nella compagnia di Mosè ed Elia. I due sono percepiti come partecipi della gloria del Messia perché tutti e due sono stati assunti in cielo in modo misterioso. La tradizione ebraica conosce il racconto dell’assunzione di Mosè e di Elia si narra che è stato rapito in cielo su un carro di fuoco. Le risonanze per il cuore sono sconfinate. Al di là del fatto che Gesù non può essere accolto se non a partire dalle Scritture e che le Scritture si aprono proprio con lui, è sottolineata la tipica dinamica del cuore: si vede se si ascolta e si ascolta per vedere. L’ascoltare commosso del cuore produce la visione, non viceversa. D’altra parte, se si ascolta è per vedere colui che ci introduce nell’amore, vedere il volto di colui al quale il nostro cuore anela. Quello che proclama la voce dalla nube: “Ascoltatelo!”. Lui, l’eletto, l’Amato, ha ascoltato il Padre nel suo essere inviato al mondo come testimone dell’amore del Padre per i suoi figli. Noi siamo invitati ad ascoltare il Figlio nel nostro essere inviati al mondo per testimoniare la grandezza del suo amore. Cercare di ascoltare Gesù, di seguirlo mettendo in pratica le sue parole, è come entrare anche noi nella stessa compiacenza che gode da parte del Padre, compiacenza che in altro non consiste se non nel godimento di una vita che è diventata tutta espressione di amore, tanto che non si vuole altra vita se non quella che provenga e conduca a quell’amore, capace di far risplendere anche il volto degli uomini. Qui si comprende perché il cammino quaresimale sia lotta per oltrepassare ogni forma di egoismo e far vivere il cuore del desiderio del Cristo. Egoismo è tutto ciò che ci impedisce di essere toccati dall’amore di Dio, tutto ciò che si sovrappone al desiderio del Cristo rinnegandolo e, di conseguenza, rinnegando il nostro stesso cuore nel suo anelito profondo e dividendoci dai fratelli.
Due dettagli del racconto di Luca sono significativi. Gesù sale sul monte per pregare. Nei vangeli si parla di tre montagne particolari: quella della visione dall’alto monte nella tentazione del deserto, quella dell’ascensione quando Gesù si sottrae alla vista dei discepoli e questa della trasfigurazione. Il momento è di preghiera. La cosa sottolinea che si tratta della rivelazione di Dio al cuore dell’uomo. Di per sé, la rivelazione non riguarda la visione della gloria, ma il senso, ancora misterioso, di quella gloria: “e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”. Quello che Pietro non può ancora comprendere, nel trasporto meraviglioso che vive tanto da descriverlo come ‘fuori’ di sé, è il fatto che non può eternizzare quel momento di rivelazione (“Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosé, una per Elia”). Sarà chiamato invece a contemplarlo segretamente in quel ‘Gesù solo’, proprio quello che vedeva in carne e ossa, nella quotidianità, come viene annotato alla fine dell’evento: “Appena la voce cessò, restò Gesù solo”.
È questo l’altro dettaglio prezioso. Tutto si concentra in quel ‘restò Gesù solo’. Non è la conclusione dell’evento, ma l’indicazione della prospettiva che accompagnerà i discepoli fino alla Pasqua. Non vedranno più di Gesù la sua gloria estasiante, ma saranno chiamati a vedere la sua gloria proprio nel suo essere vilipeso e crocifisso appunto come il ‘re della gloria’. È proprio quel maestro, è proprio lui il Figlio di Dio che annuncia agli uomini la volontà del Padre e l’evangelo del Regno. I discepoli non possono ancora comprendere che fin dalla creazione del mondo il colloquio tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo verte sull’immolazione dell’agnello, figura dell’amore che Dio riversa sul mondo e di cui la gloria della trasfigurazione è l’allusione misteriosa. Sanno solo che quel Figlio, l’Eletto, è degno di Dio, custodisce il segreto di Dio per l’uomo e attendono di conoscerlo per davvero imparando ad ascoltarlo, ad ascoltarlo per seguirlo e a seguirlo per ascoltarlo finché si manifesti finalmente al cuore. Il senso della paura che prende i discepoli è appunto il segno del desiderio e del rischio insieme che caratterizza l’avventura dell’uomo toccato dall’incontro con Dio.
Da notare che il brano della trasfigurazione è incastonato tra due annunci della passione, a sottolineare che il Figlio di Dio risorto e il Figlio dell’uomo che soffre devono stare insieme nella fede dei discepoli. La consegna del silenzio riguarda proprio la natura della gloria di Gesù. Non si tratta di parlare di Gesù in termini di divinità gloriosa e potente, ma in termini pasquali: colui che ha sofferto la passione è colui che viene esaltato con la risurrezione. E questo non poteva essere colto che alla conclusione della storia di Gesù. La cosa ha un risvolto potente, che non è mai assimilato una volta per tutte dai credenti. La profezia di Daniele sul figlio dell’uomo: “Gli furono dati potere, gloria e regno: tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto” (Dn 7,14) risponde all’essenza di quel silenzio perché l’unico potere di vittoria che Gesù si arroga è quello dell’amore crocifisso. Tanto da far dire al papa Leone Magno: “è più importante pregare per la pazienza che per la gloria”.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Quaresima

III Domenica di Quaresima
(23 marzo 2025)


Es 3,1-8a.13-15; Sal 102 (103); 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9


Il racconto evangelico di Luca, a parte i primi due capitoli sull’infanzia di Gesù e l’ultimo capitolo sui racconti della risurrezione, si era aperto con il forte richiamo alla conversione di Giovanni Battista e si concluderà con il racconto di due conversioni, quella del buon ladrone (“Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”, Lc 23,42) e del centurione (“Veramente quest’uomo era giusto”), alla quale si unisce la folla che se ne torna a casa ‘battendosi il petto’ (cfr. Lc 23,47-48).
Nel brano evangelico odierno risuona pressante l’esortazione di Gesù: convertitevi! Non si tratta solo di immaginare di tirarsi fuori dalle crudeltà della storia (vedi l’esempio dei Galilei uccisi da Pilato e degli altri periti in un incidente di vita quotidiana). Come se l’uomo potesse avere potere su Dio e cercasse di tirarlo dalla sua parte. È perciò assurdo pensare che, se io sono risparmiato dal dolore, significa che ho Dio dalla mia parte! Dio è già comunque dalla nostra parte, ma in un modo che non è scontato vedere e vivere. Ecco, la conversione ha a che fare con il segreto che Gesù è venuto a svelare, il segreto di Dio per noi. Quel segreto Gesù l’aveva adombrato, invitando i discepoli a fuggire l’ipocrisia, a confidare in Dio, a cercare il suo regno e a stare vigilanti indicandone, con un’immagine potente, la ragione di fondo. In Lc 12,37 Gesù rivela che sarà lui stesso che si metterà a servire i suoi discepoli quando li trovasse vigilanti. La domanda allora in vista della conversione è la seguente: perché il nostro cuore non coglie quasi mai questo servizio suo, questo suo accudire a noi, questa sua premura nei nostri confronti? L’urgenza e l’impegno della conversione derivano dalla percezione di questo suo servirci.
La liturgia risponde a questa domanda con l’abbinare il passo del vangelo al brano della rivelazione di Dio a Mosè nell’episodio del roveto ardente. Il brano dell’Esodo è introdotto dalla risposta di Dio al grido di lamento del suo popolo sotto la schiavitù: “Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero”. L’espressione, nella versione della LXX, suona: “Dio si fece conoscere da loro” e nel testo ebraico: “Dio guardò e conobbe”. Tre sono i passaggi: Dio ha visto, Dio ha sentito, Dio conosce. Quindi interviene. Quando gli antichi commentatori ebraici hanno meditato su questi passi, si sono dati questa spiegazione rispetto alla compassione di Dio per il suo popolo: Dio aveva previsto che il suo popolo l’avrebbe rigettato, ma lo volle liberare lo stesso per amore del suo nome; Dio aveva previsto la ribellione del suo popolo, ma anche visto che il suo popolo avrebbe proclamato: “Dio è il mio Dio” (Es 15,2) e “Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto” (Es 24,7) commuovendosi davanti al popolo che avrebbe professato l’impegno incondizionato di obbedienza al proprio Dio prima ancora di udire i comandamenti che avrebbe ricevuto.
Il Nome di Dio, che viene rivelato a Mosè, è disarmante nella sua semplicità: ‘Io sono colui che sono’. È però il nome da scoprire, che emergerà dall’esperienza del fedele che lo invoca. Può voler dire: ‘Io sono colui che sarò’; ‘Io sono là con voi come voi vedrete’; ‘io sono colui che tu vedrai quando invocandomi io ci sarò’; ‘chi io sia voi lo saprete da quello che farò per voi’. Il nome di Dio non rinvia semplicemente all’essere di Dio, ma al suo essere per noi. Tanto che Dio è sempre Dio di: Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, Dio di Israele, Dio di Gesù Cristo, Dio di ciascuno di noi. Tanto che, secondo la bellissima espressione di Origene, possiamo interpretare: “Magari venisse concessa anche a me l’eredità di Abramo, Isacco, Giacobbe e divenisse mio il mio Dio allo stesso modo che è diventato Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, in Cristo Gesù, Signore nostro”.
Ora, la compassione che il nome di Dio rivela, è la medesima del contadino della parabola del fico sterile. L’allusione della parabola è proprio alla premura eterna di Dio, di cui Gesù si fa testimone diretto. Dante, nel canto XXVI del Paradiso, chiama Dio Padre ‘l’ortolano etterno’ che ha cura di tutte le sue piante, che sono i suoi figli. [Le fronde onde s’infronda tutto l’orto // de l’ortolano etterno, am’io cotanto // quanto da lui a lor di bene è porto]. Se la pianta di fico non dà il frutto sperato, il padrone prega il contadino di tagliarla. Questo dice la parabola, ma per svelare la volontà del contadino di curare ancora un anno la pianta. Secondo l’interpretazione antica possiamo intendere la parabola così: Gesù ha predicato tre anni, ma non si sono convertiti; intercede per un anno di grazia supplementare, che è il tempo della storia che durerà fino alla fine del mondo, nell’attesa che si manifestino i frutti della morte e risurrezione del Figlio. Per noi, sarà possibile convertirci proprio sulla base del buon volere del contadino (=Gesù) che lavora la terra del nostro cuore perché la pianta (=discepoli) fruttifichi per il Padre. Il buon volere corrisponde ai sentimenti di compassione e di amore che Dio svela a Mosè dal roveto ardente.
Se l’inno di rendimento di grazie del salmo responsoriale, il salmo 102, lo immaginiamo proferito da Mosè, quante sfumature di senso emergerebbero! Quando proclamiamo: “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie… Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore”, noi intendiamo esprimere la scoperta del Nome di Dio rivelato a Mosè sul Sinai. Il contenuto del salmo 102 corrisponde alla preghiera dopo la comunione: “O Dio, che ci nutri in questa vita con il pane del cielo, pegno della tua gloria”. Vale a dire: quando ci attrai alla comunione con te e con i fratelli e noi gustiamo il tuo perdono nella capacità di condividerlo con tutti, allora scopriamo la dolcezza del tuo Nome, allora portiamo frutti degni di conversione e tutta la nostra vita risplende di un’altra luce. Proprio alla scoperta del Nome di Dio, che si rivela in Gesù, ci rimanda l’invito evangelico: “Convertitevi!”.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Quaresima

IV Domenica di Quaresima
(30 marzo 2025)


Gs 5,9a.10-12; Sal 33 (34); 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32


La parabola del figlio prodigo sarebbe meglio chiamarla del padre misericordioso. In risalto non è tanto la vicenda dei due fratelli, ma la tenerezza invincibile del padre che li invita a far festa. L’insegnamento della parabola è per il cuore, che ritrova gioia se sta solidale con i sentimenti del padre. Di per sé, nessuno rifiuta la gioia, ma la si cerca in modo sbagliato. I due fratelli vogliono godere la vita, ma si ritrovano tutti e due a mani vuote, in vergogna o arrabbiati. La parabola va accolta nel contesto che l’ha generata: “I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. In gioco è l’immagine di Dio che i cuori coltivano. Se l’uomo preferisce nascondersi nella sua pretesa di giustizia, come scoprirà la bontà di Dio? Se l’uomo cerca di distinguersi dai suoi fratelli esibendo una parvenza di giustizia, come potrà condividere i sentimenti di Dio, ragione della sua felicità?
L’antifona di ingresso della liturgia parafrasa un passo del profeta Isaia: “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate. Sfavillate con essa di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria” (Is 66,10-11). L’immagine è di un bambino ingordo che succhia al seno della mamma e se ne sazia beato. È l’immagine dell’uomo peccatore che, pentito, torna al suo Dio e ne scopre la tenerezza. Non è però un’immagine usuale per la fantasia religiosa dell’uomo, tanto si è distanti dalla rivelazione evangelica nel proprio sentire interiore.
È chiaro che la comunione con il padre resta il segreto della felicità dei due figli. Ora, cosa sarebbe successo se il figlio minore, ritornato pentito, si fosse stizzito per l’atteggiamento del fratello maggiore che non poteva accettare quel trattamento di riguardo del padre a suo favore? Se avesse preteso comprensione anche dal fratello maggiore, sarebbe stato sincero nel suo pentimento verso il padre? E se il figlio maggiore si fosse sentito solidale con il padre nella sua gioia, avrebbe potuto rivendicare qualcosa per sé? Evidentemente non si è mai trovato, insieme al padre, durante tutto il tempo dell’assenza del fratello, a dire: “speriamo ritorni … speriamo non gli capiti qualcosa di irreparabile…”. Il punto è esattamente questo allora: stare solidali con il padre, con la sua premura e la sua angoscia, per poter godere della sua gioia. È lo stesso Gesù a rivelare a quale livello di intimità si situi il segreto della felicità nella comunione con il Padre: “Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie” (Gv 17,10), come esattamente il padre della parabola dice al figlio maggiore.

La gioia traboccherà quando il cuore potrà dire di Dio: “Chi avrò per me in cielo? Con te non desidero nulla sulla terra” (Sal 72/73,25-26). Allora i due figli saranno nella pace e godranno la fraternità. Nel testo ebraico del salmo: “Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. Se vengono meno la mia carne e il mio cuore, rupe del mio cuore e mia porzione è Dio per sempre”. Come dice un’antica orazione salmica: “Per noi il bene è aderire a te, Signore, ma tu accresci in noi il desiderio del bene, così che la speranza che ci unisce a te non vacilli per nessuna indecisione della fede ma perseveri nella saldezza della carità”.
Non per nulla il pentimento del figlio minore si risolve nel tornare dal padre. Non affoga in sentimenti di indegnità e disperazione, ma: “ritornò in sé e disse …. Si alzò e tornò da suo padre”. Tornare non significa semplicemente riprenderci, come se si trattasse di una questione tra me e me, tornando eventualmente agli ideali abbandonati. In termini psicologici, il nostro super-io non alimenta mai la vita del cuore. Significa invece tornare a fidarci dell’amore benevolente di Dio. Tutti i segni di premura del padre verso il figlio che è tornato (il vestito, l’anello, i sandali) alludono alla benevolenza del suo amore che non aspetta altro se non di riversarsi. Alla fin fine, il pentimento ha a che fare con il ritrovare le energie del cuore per vivere la vita nella gioia.
La figura del padre, pieno di bontà per i figli, vale come modello per la chiesa, dal momento che la gioia, che ci è partecipata, è la gioia della riconciliazione goduta, dell’amore perdonante e festoso di Dio che si riversa sui suoi figli, instancabilmente. Se s. Paolo proclama che il ministero della chiesa è la riconciliazione, come riporta la seconda lettura, vuol dire che l’esperienza fondamentale dell’uomo è l’accoglienza del perdono di Dio, in Cristo, esperienza così fondante della nuova umanità a noi donata in Cristo, che tutta la vita umana assume la tensione di estendere a tutto e a tutti il perdono ricevuto, nella condivisione comune. E se, come si legge nella stessa lettera: “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione”, 2Cor 5,18), Dio affida all’uomo il ministero della riconciliazione, vuol dire che ritiene l’uomo suo compagno. “Siamo infatti collaboratori di Dio” (1Cor 3,9).
Parlare nella chiesa di redenzione, di salvezza, di grazia, significa alludere a questa opera di riconciliazione in atto nella storia, come dice Gesù: “Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco” (Gv 5,17). Opera appunto la riconciliazione in Gesù, nostra pace (“Egli infatti è la nostra pace”, Ef 2,14). Noi tutti siamo chiamati a concorrere alla realizzazione di questa ‘opera’. In questo senso dobbiamo imparare a giudicare ogni cosa in base alla convergenza verso questo supremo scopo divino. Così si fa esperienza di essere solidali con i sentimenti di Dio, perché in questo consiste la letizia dell’uomo, la cui porta di accesso è il pentimento, come per il figlio che rientra in se stesso e pensa a suo padre decidendo di ritornare a casa, nonostante la sua vergogna.
Nella parabola il padre non parla mai direttamente ai figli, se non alla fine, quando si rivolge al figlio maggiore ricordandogli che è necessario far festa, in ciò rivelando tutto il suo intimo sentire. Se, nell’interpretazione tradizionale, i due figli costituiscono il popolo d’Israele e il popolo dei pagani, allora il rivolgersi al figlio maggiore allude alla rivelazione di Dio a Israele, che Gesù richiama e che mostra compiuta nella sua premura per i pubblicani e i peccatori. Tutti e due sono chiamati alla mensa dell’amore di Dio, che fonda la loro fraternità, nell’unico Padre di tutti.

Da una poesia di maica Teodosia sulla parabola:

TRAVIATO [RĂTĂCIT]

Io, Padre, so di aver peccato molto contro di te:
In diversi paesi, lontano ho vagato.
In paesi con lunghi tramonti violacei,
Con notti solcate da raggi argentati,
Con giornate chiare, dense di profumi,
E con miraggi a ogni svolta di strada.
Vedere donne tentatrici sulle strade,
Con occhi di cielo, con capelli pieni di sole,
Con corpi floridi, cotti per l’amore,
Sotto un velo di seta fine.
Ci sono, in quella terra lontana,
Feste come nelle favole. In tutto il mondo,
il cibo non è così scelto,
né i vini così ben serviti,
né le coppe così preziose,
né serve così ben agghindate.
Ho goduto di tutto. Sono passato
Per la strada impolverata di oro.
All’ombra scura di vecchi mirti,
Fiori nei capelli, altri fiori nelle mani.
E so che in questo non facevo peccato,
perché tutte queste cose mi hai dato,
E fiori e ombre dai dolci profumi;
E io magnificavo la bontà del cielo.
Ho passato spesso la notte intera,
bevendo vino dalla coppa che mi era cara,
E ho ascoltato con voce armoniosa,
Canticchiando una canzone o una melodia deliziosa,
E neanche in questo ho commesso peccato,
perché tutto, tutto, a me hai donato.
Spesso quando alzavo la coppa,
Piegavo le ginocchia del mio cuore,
Per ringraziare Te, Padre Santo,
Per la tua incommensurabile generosità.
Quando più tardi, come sai, mi innamorai
Di Fatma dal corpo dorato,
con occhi di miele e un comportamento assennato,
Anche allora non ho peccato, Padre;
Perché la sera mi inginocchiavo al suo fianco,
e alla tua bontà rendevamo culto.
Ma una sera ci fu un ricco banchetto
con vino in onde rosse profuso.
Allora, avvampato dal fuoco della sbornia,
Io, Padre, non ho più pensato a nulla,
Alla tua bontà indicibile,
Alla tua misericordia impareggiabile.
Eccitato da una cieca passione,
Io il tuo santo nome ho dimenticato
E allora in quella notte di ubriachezza,
Ho peccato, Padre, rovinosamente.
Di male in male sempre più grande sono sprofondato
E ogni peccato, Padre, ho commesso.
E il pensiero, che mi portava alla mente
La tua bontà paterna,
l’ho annegato nel fondo dei bicchieri
e l’ho soffocato con pensieri amari.
E tutte le volte che in sogno mi rimproverava,
Padre, il pensiero buono io l’ho ucciso.
Avevo dimenticato la indicibile bontà …
Tu, però, Padre, vegliavi dall’alto.
Perché non morissi straniero, in terre straniere,
Con la fame, ecco, mi hai chiamato a Te.
Sono venuto. Ma non oso più
Chiedere alla tua grazia paterna,
Se non questo: sappia che mi hai perdonato,
che mi accogli nella tua casa come un servitore.
So, Padre, che molto ho peccato
E non sono più degno di essere chiamato
Tuo figlio. Padre, lo so troppo bene.
Ma che fai? …. Tu, mi abbracci! …

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Quaresima

V Domenica di Quaresima
(6 aprile 2025)


Is 43,16-21; Sal 125 (126); Fil 3,8-14; Gv 8,1-11


La liturgia incastona la figura della donna adultera, perdonata, dentro una rete di allusioni della Scrittura che aiutano a comprendere cosa è avvenuto nel suo cuore. S. Agostino, commentando la finale di questo passo, che non viene riportato dalla maggioranza degli antichi codici e che non sembra conosciuto dalla tradizione patristica greca, riassume plasticamente la scena: “rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia”. La figura dell’adultera perdonata esprime bene la realtà dell’uomo, spesso sommerso dai suoi peccati, ma sempre desideroso di cielo, combattuto tra il bisogno della misericordia e la pretesa giustizia a salvaguardia di una presunta nobiltà da difendere contro i suoi fratelli. Il cuore di questa donna, nello spazio di una ritrovata dignità, percepita dal tono dolce con cui le viene rivolta la parola: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”, può ormai avvertire quello che il profeta Isaia proclama: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia. Non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa” (Is 43,19). È da dentro l’intimità di benevolenza, con cui si è accolti, che si viene guariti dentro.
E sicuramente lei avrà sentito arrivare al cuore quello che Gesù aveva detto alla samaritana al pozzo di Giacobbe: “L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Si realizzava la profezia di Zaccaria: “In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità” (Zc 13,1).
Dal punto di vista di Gesù, si realizza invece la profezia di Isaia: “Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi” (Is 43,1). Gesù si presenta come il Signore che con il suo amore perdonante plasma il suo popolo, salva e attira a sé il suo popolo, lo fa vivere nella comunione con il suo Dio. Quello che generalmente non riusciamo più a percepire in tale comportamento è l’aspetto nuziale dell’amore di Dio. Dio si presenta come lo Sposo che ama la sua sposa, che cerca la sua sposa, adultera, di cui non ricorda più i tradimenti, per ricrearla come una vergine sposa. La frase di Isaia va interpretata: il popolo al quale Dio ha perdonato le colpe (=plasmato) gioirà come la sposa, amata dal suo sposo (=celebra le lodi). Così è l’anima perdonata, che torna alla dignità dell’amore come una vergine sposata dal suo amato. Tale è la potenza, toccante, dell’amore di Dio.
Lo mostra l’antica colletta: “… perdona ogni nostra colpa e fa’ che rifiorisca nel nostro cuore il canto della gratitudine e della gioia”. Il segno dell’esperienza della benevolenza di Dio è dato dalla gratitudine e dalla gioia che costituiscono l’humus interiore del cuore, che si riconosce peccatore perdonato, perdonato davanti a Dio, peccatore davanti al prossimo. Non può esserci alcun titolo di pretesa nei confronti dei fratelli; anzi, come un’altra antica colletta domandava: “possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi”.
Il canto al vangelo “Ritornate a me con tutto il cuore, perché io sono misericordioso e pietoso” definisce splendidamente la scena dell’adultera perdonata. L’espressione è del profeta Gioiele 2,12-13, ma riprende la rivelazione del nome di Dio a Mosè sul Sinai raccontata in Es 34, dopo il peccato del vitello d’oro. “Ritornate a me” comporta il ritornare a Colui, di cui Paolo riporta l’esperienza di incontro: “ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. … So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro …” (Fil 3,8.13.14). Quando l’uomo si ritrova, caduti i giudizi umani, solo davanti al suo Signore, si sente rivolgere con voce dolce le stesse parole che risanano il cuore dell’adultera: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? … Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Il racconto evangelico sembra fatto apposta perché quella donna spiata, scoperta, strattonata, minacciata, giudicata, sia poi lasciata sola davanti a Gesù, per essere perdonata.
La logica interiore di quella esperienza la descrive bene Paolo nel passo che ho appena riportato. Non puoi più stare riverso sul tuo passato, ormai abbandonato alla polvere: non puoi che guardare al futuro di Dio che viene a te nella condivisione del suo progetto di bene e di salvezza. In questo senso, il particolare dello scrivere per terra di Gesù è spiegato in un codice del IX secolo: “scriveva per terra i peccati di ciascuno di loro”. Già s. Girolamo aveva commentato: “Naturalmente parla dei peccati degli accusatori e di tutti i mortali, secondo quanto sta scritto nel profeta: ‘Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere’ (Ger 17,13)”. Sembra che il verbo greco abbia il senso di tracciare una serie di trattini, come fare una lista. Gesù rimane chino a lungo nell’attesa che gli accusatori si rendano conto della impossibile posizione in cui si sono arroccati. Di fronte all’insistenza nella loro durezza di cuore, si alza e rivolge loro la parola: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”.
Così, tutto ciò che di male abbiamo commesso, se lo mettiamo davanti al Signore Gesù, resta scritto nella polvere. Soltanto però il male riconosciuto; il male che non viene nascosto o giustificato resta scritto sulla polvere! Il male non riconosciuto, che si annida nelle rivendicazioni irose o latenti, resta in cuore e impedisce la scoperta della benevolenza di Dio. Tutti gli accusatori della donna se ne devono andare perché, effettivamente, non sono così stupidi da immaginare di essere senza peccato. Ma essi non hanno potuto fare esperienza della benevolenza di Dio.
Alla fin fine, Gesù ridà senso al dramma del peccato. Il peccato non è una semplice trasgressione della legge né una questione personale di inclinazioni o scelte. Con il peccato non è in gioco semplicemente la nostra vera o supposta rettitudine, bensì la nostra fiducia nella promessa di Dio per noi. Se l’uomo viene condannato per il suo peccato, gli si impedisce di credere alla promessa di Dio per lui; e lo stesso avviene se il peccato è banalizzato. Invece, il peccato, riconosciuto da dentro una relazione col proprio Dio, diventa la porta della grazia, la scoperta del suo amore perdonante.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Quaresima

Domenica delle Palme e della Passione del Signore
(13 aprile 2025)


Commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, Lc 19,28-40
Is 50,4-7; Sal 21 (22); Fil 2,6-11; Lc 22,14-23.56


La liturgia di oggi è dominata da un’acclamazione che la percorre tutta: viene il re della gloria!
Se la celebrazione è suddivisa in due momenti, la commemorazione dell’entrata festosa di Gesù a Gerusalemme e subito dopo della passione di Gesù, ciò che unisce i due tempi è appunto questo grido, prima esultante, festoso, poi sommesso, drammatico: Gesù accetta la proclamazione della sua regalità proprio sapendo che finirà sulla croce. Da lì si mostrerà in verità quale re di gloria sia e di quale gloria si tratti.
I salmi che scandiscono la processione solenne di accompagnamento alla sua entrata nella città santa sono i salmi 23 (24) e 46 (47). Sono percorsi dall’acclamazione: chi è questo re della gloria? È il re di tutta la terra. La prima acclamazione è voce degli angeli, la seconda voce delle genti. Il significato di fondo, nell’attribuire a Gesù la profezia dei salmi, è dato dal fatto di equiparare l’ingresso del Messia di pace in Gerusalemme alla sua entrata in cielo con l’ascensione dopo la risurrezione. I due eventi si sovrappongono per illustrare il mistero di quel Messia che entra trionfante in Gerusalemme per subire la passione e svelare la grandezza dell’amore di Dio per gli uomini, ma per suggerire che oramai il cielo è aperto e non ci sono più barriere (le porte nel linguaggio del salmo) che impediscono la comunione con il Dio della pace e della misericordia. Un’antica interpretazione di s. Ambrogio che spiegava la morte ignominiosa di Gesù nell’ottica della redenzione degli uomini: “non ha perso nulla annientandosi!”. Ha guadagnato tutti al cielo.
È caratteristico che nel vangelo di Luca il canto degli angeli all’entrata nel mondo del Salvatore (Lc 2,14) e il canto dei discepoli all’entrata del Salvatore in Gerusalemme (Lc 19,38) si ripetano: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli”. È il canto della pace messianica, che viene dal cielo e conquista al cielo e Gesù mostrerà in cosa consista quella pace proprio con la sua passione e morte e risurrezione. La stessa antifona di ingresso della messa, che viene anticipata nella processione con i rami di ulivo, lo sottolinea: “Gloria a te che vieni, pieno di bontà e di misericordia”.
Con la colletta della messa: “Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce …” non c’è più ombra dell’esultanza di prima. Viene letto il terzo canto del Servo del Signore del profeta Isaia: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori … non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Si canta il salmo 21 (22): “hanno scavato [forato] le mie mani e i miei piedi… Si dividono le mie vesti”, salmo che inizia con il grido del crocifisso: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Potrebbe però essere letto con questa sfumatura: Dio mio, in vista di che cosa, per quale scopo mi hai abbandonato? Il crocifisso esprime la sua angoscia con le parole di fede del salmo, che poi assicura: “Tu mi hai risposto” (Sal 21,22). Il dramma è che l’uomo rinuncia radicalmente alla volontà di salvare se stesso, ma proprio per questa rinuncia si affida totalmente al suo Dio. Le stesse beffarde espressioni di coloro che sfidano Gesù sulla croce si riferiscono a questo intimo dramma: ha salvato altri, salvi ora se stesso, se è figlio di Dio! Ma Gesù, rinunciando a salvare se stesso, diventa appunto il testimone più assoluto dell’amore del Padre per i suoi figli svelando la grandezza e la potenza del suo amore. Amore che s. Paolo canta come passione d’amore per gli uomini: “… svuotò se stesso assumendo una condizione di servo … umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. E viene proclamato solennemente il racconto della passione di Gesù.
Proprio su questo Gesù la chiesa invita a fissare gli sguardi, in tutta la potenza della sua rivelazione quanto all’amore di Dio per gli uomini. Quanto sono preziosi gli uomini per lui! Quanto può essere rivoluzionata la vita se vissuta dentro e a partire dal suo amore! Come stupendamente ci ricorda la lettera agli Ebrei: “tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo” (Eb 12,2-3). E quando la colletta ci propone l’immagine di Gesù umiliato non è per suggerirci un modello di umanità sofferente. Gesù resta modello perché, per realizzare la nostra vocazione all’umanità, non possiamo non rifarci a lui che di questa umanità ha svelato tutta la bellezza nel suo stare fedele in comunione con Dio, dalla parte degli uomini ed in comunione con gli uomini, dalla parte di Dio. E la sua bellezza traspare proprio nel momento in cui, sfigurato dal dolore e calpestato, non rinnega l’alleanza di Dio ed apre, per lui e per tutti, la promessa di una vita inattaccabile dalla morte. Ed è la sua bellezza a generare speranza, quella di cui il mondo oggi, come sempre, ha tremendamente ed urgentemente bisogno.
Come dice una bella orazione salmica a conclusione del salmo 23 (24): “Eleva, Signore le porte del tempio che è in noi, affinché siano porte eterne. Il Cristo, Re della gloria, entri attraverso di esse come nel cielo e plachi le battaglie contro gli spiriti malvagi, affinché tutta la nostra terra ti appartenga, insieme a tutti coloro che la abitano”.

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Pasqua

Pasqua di Risurrezione del Signore
(20 aprile 2025)


At 10,34a.37-43; Sal 117 (118); Col 3,1-4; Gv 20,1-9


Aveva introdotto le celebrazioni del triduo sacro la messa del crisma, che sottolinea l’unità della chiesa attorno al suo vescovo che consacra il sacro crisma con cui i candidati al battesimo e alla cresima verranno unti, per essere testimoni nel mondo dello splendore del nome di Cristo. La cena del Signore del Giovedì Santo, incastonando l’istituzione dell’eucaristia e del sacerdozio nel sacramento del servizio attraverso il rito della lavanda dei piedi, aveva celebrato il mistero della comunione con Dio e tra gli uomini, scopo supremo dell’agire del cuore, profumo della conoscenza del Cristo. La proclamazione della passione del Signore e l’adorazione della croce il Venerdì Santo aveva rivelato l’intimità e la tenacia dell’amore di Gesù per gli uomini, colte nel mistero della sua obbedienza fino alla morte di croce. Con la conseguenza per noi: se il Figlio di Dio non ha preferito nulla a noi, come possiamo noi preferire qualcosa a Lui?
Il Venerdì e Sabato Santo, come risposta all’annuncio della passione e morte di Gesù proclamato nella liturgia delle ore, la chiesa rispondeva sempre con questa antifona: “Cristo per noi si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha innalzato e gli ha dato un nome che è sopra ogni altro nome”. Eco dell’annuncio di Paolo ai Filippesi: “svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte…” (Fil 2,7-8) e la straordinaria proclamazione dell’autore della lettera agli ebrei: “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,8-9).
Nel racconto evangelico la morte di croce ha questo di particolare: era la morte più ignominiosa, non semplicemente la più crudele. Così il sacrificio di Cristo non consistette tanto nella morte, ma nella trasformazione della morte in una sorgente di vita nuova, proprio perché Gesù ha accettato l’ignominia di quella morte. È stato reso perfetto nella sua obbedienza perché ha accettato di stare dalla parte di Dio, nel suo amore per gli uomini, proprio dentro gli affetti di una umanità calpestata e vilipesa senza cedere ad alcuna rivendicazione di sorta, nemmeno ricercando la giustizia presso il Padre contro i suoi accusatori e uccisori e ha accettato di stare dalla parte degli uomini senza minimamente accusarli e richiedere la sua difesa presso Dio. Per questo, come ripete l’antifona, “Dio lo ha innalzato e gli ha dato un nome che è sopra ogni altro nome”.
E la gioia della chiesa prorompe, prima sommessa e poi esultante, alla notizia della risurrezione del Signore. La notizia è certa, ma non evidente. La notizia è vera, ma non apodittica. Quella notizia ha bisogno di tempo per apparire in tutta la sua potenza, per convincere i nostri cuori e scoprir loro la sorgente di gioia inesauribile che costituisce. Ha bisogno di spazi per espandersi, ha bisogno di condivisione per rafforzarsi, ha bisogno di testimonianze per risplendere. Sono i tempi della chiesa, gli spazi dell’umanità, la condivisione e le testimonianze dei credenti, perché i nostri cuori finalmente si convincano a vedere e a riconoscere il Signore Gesù in tutta la sua bellezza, morto e risorto per noi.
Gioia, che per noi si risolve nell’esperienza del dolce perdono che Gesù ci riversa e il cui calore ci accompagna nelle vicende della vita, come questa preghiera fa intuire: “Tu, o Cristo, sei il nostro dolce perdono. Fa’ che di Te in ogni istante io mi sappia rivestire e non abbia potere su di me la miseria con cui mi vedo e mi sento. Con le tue ferite risanami, che io respiri e viva del tuo sguardo verso il Padre. Nelle tue piaghe nascondimi, che il sentimento della mia malinconia non si erga a obiezione della tua grandezza. Lasciami entrare nel tuo cuore, che io mi avvolga della sua benevolenza e mi faccia rinascere, finiti i terrori della notte, al mattino della tua presenza”. Come interpreta la chiesa nel rito bizantino: noi preghiamo il Signore risorto perché ci faccia divenire risplendenti nella gloria della sua santa risurrezione, radiosi in lui. Interpretando l’esperienza della Maddalena nel giardino: “Oh, la tua divina, la tua dolcissima voce amica! Con verità hai promesso, o Cristo, che saresti rimasto con noi fino alla fine dei secoli. E noi fedeli esultiamo, possedendo questa àncora di speranza: Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte, e ai morti nei sepolcri ha elargito la vita”.
Giovanni parla della pietra tolta via dal sepolcro. Viene tolto l’ultimo impedimento alla vista, alla visione, come poi il brano dirà a proposito del discepolo entrato nel sepolcro. L’episodio dei due discepoli che corrono al sepolcro lo conferma in una tensione crescente per giungere, alla fine, alle straordinarie parole: “Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette”. È come una richiesta che viene sussurrata al cuore dei possibili lettori del vangelo, la richiesta di avanzare nella conoscenza del mistero, di salire fino all’intelligenza della risurrezione che viene svelata poco a poco: “Vide e credette”. La tensione del racconto punta qui.
Comunque sia spiegato l’evento, è chiaro che la risurrezione di Gesù era completamente fuori portata per i suoi discepoli. L’esperienza della tomba vuota situa ormai l’intelligenza del mistero di Dio in una luce assolutamente particolare e apre all’uomo l’accesso di un tempo eterno in cui situare la storia e gli eventi, attraversati così dallo splendore del corpo glorioso di Cristo, in attesa che quello splendore riempia gli occhi e investa il cuore.
L’augurio della gioia pasquale allude proprio al dono di quella luce amica che inonda gli occhi e il cuore per farci vivere nella presenza del Signore, che ci trascina al regno del Padre suo, custoditi e accompagnati dalla tenacia dell’amore del Signore per noi, che ha promesso: “ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Signore è risorto! È davvero risorto!

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Ottavo ciclo
Anno liturgico C (2024-2025)
Tempo di Pasqua

II Domenica di Pasqua
(27 aprile 2025)


At 5,12-16; Sal 117 (118); Ap 1,9-19; Gv 20,19-31


Sono molti i passaggi significativi della liturgia dell’ottava di Pasqua, incentrata sulla testimonianza di Tommaso e consacrata al mistero della misericordia di Dio per l’uomo. La liturgia bizantina commenta con immagini singolari l’evento per trasmettercene tutta la potenza. Una domanda vi risuona insistente a proposito dell’audacia di Tommaso: come poté toccare e non restare bruciato? “O straordinario prodigio! Il fieno ha toccato il fuoco ed è rimasto indenne. Tommaso ha infatti messo la mano nel costato igneo di Gesù Cristo Dio e non è stato bruciato da questo contatto…”; “Chi impedì che la mano del discepolo si fondesse quando l’accostò al fianco infuocato del Signore? Chi le diede l’ardire e la forza di tastare ossa fiammeggianti? Fu il costato stesso che egli toccò. Se quel costato non avesse trasmesso il potere a una destra di fango, come avrebbe potuto toccare il segno dei patimenti che avevano scosso le regioni superiori e inferiori?”. La liturgia drammatizza l’evento per mostrarcene il mistero. Da parte di Tommaso non si tratta di un semplice ‘riconoscimento’, come da parte nostra non si tratta di un semplice riconoscere vera la risurrezione di Gesù. Il coinvolgimento è molto più profondo e misterioso.
La valenza simbolica del suo mettere la mano nel costato di Gesù è la medesima del reclinarsi di Giovanni sul petto di Gesù nell’ultima cena: “O straordinario prodigio! Giovanni ha riposato sul petto del Verbo, Tommaso ha ottenuto di toccare il suo costato: e l’uno ne ha tremendamente tratto l’abisso della teologia, mentre l’altro è stato reso degno di iniziarci all’economia, perché chiaramente ci presenta le prove della sua risurrezione … Attingendo ricchezza dal tesoro inesauribile, o Benefattore, del tuo divino fianco trafitto dalla lancia, Didimo ha riempito il mondo di sapienza e conoscenza”.
Il rifiuto di accettare la testimonianza dei compagni non procede da una chiusura, ma da un cuore che ha preso molto sul serio la vicenda di Gesù e vuole esserne coinvolto direttamente. Quando Gesù, ricomparendo, gli dice di mettere la mano nel costato e nelle cicatrici, non ha bisogno di ricredersi, di scusarsi: è tutto teso a quel Signore, che ha sempre voluto seguire e che ora riconosce per davvero “mio Signore e mio Dio”, la più solenne professione di fede del vangelo di Giovanni e, nello stesso tempo, la più intima delle professioni. In quel mio c’è tutto l’anelito del suo cuore, la sua appassionata esperienza di Lui; in quel Signore e Dio, c’è tutta la rivelazione di Gesù al suo cuore, l’intelligenza di tutte le Scritture, come tutti i racconti di risurrezione annotano: ‘aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture’. Se da parte di Gesù, il suo rivolgersi ai discepoli e poi a Tommaso con il mostrare le sue cicatrici significa: ‘sono proprio io, colui che per voi, per te, ha patito’, il riconoscimento da parte dei discepoli significa: ‘Dio ha proprio amato il mondo, le nostre vite hanno solo senso come risposta a quell’amore, che in Gesù ha svelato il vero volto di Dio pieno di accondiscendenza per gli uomini; solo l’amore che da Lui deriva e a Lui si volge sazia il cuore fino alla letizia di vedere che tutti i cuori si possano di Lui saziare’.
Ancora commenta la liturgia bizantina: “Non invano Tommaso dubitò e non accolse la tua risurrezione, o Cristo, ma si affrettò a renderla indiscutibile per tutte le genti. Così, dando certezza a tutti con la sua incredulità, insegnò a dire: Tu sei il Signore, il sovraesaltato Dio dei padri e Dio nostro, benedetto sei tu”. Il racconto si conclude annotando che i segni riportati nel vangelo “sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. L’affermazione richiama l’inizio del vangelo: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”, sulla base proprio della testimonianza di Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”.
Per tutta l’ottava la liturgia aveva introdotto la proclamazione del vangelo con i racconti delle apparizioni del Risorto: “Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo”. Ora si aggiunge: “eterna è la sua misericordia”. Ciò significa che con la risurrezione di Gesù, non soltanto si dichiara che Dio sarà eternamente fedele alla sua misericordia, che la sua misericordia durerà per sempre, ma soprattutto che, essendo la sua misericordia dall’eternità, si trova alle origini del nostro mondo, ne racchiude il senso e il mistero fino alla fine, finché il mondo sussisterà. Gesù rivela la verità di questa realtà e Tommaso si situa in quella verità con la sua sussurrata e potentissima confessione di fede: mio Signore e mio Dio.
Da questo punto di vista, collegare la testimonianza di Tommaso al giorno ottavo comporta un altro mistero. Lo spiega Basilio Magno: “Inoltre, la si può chiamare ‘ottava’, in quanto ‘icona’ di quel giorno eterno del secolo futuro, che sarà primo e uno, mai interrotto dalla notte …. La Scrittura conosce infatti quel giorno senza sera, senza successione e senza fine, giorno che il salmista ha chiamato ottavo, perché si trova al di fuori di questo tempo settenario… È per ricondurre il pensiero alla vita futura che ha chiamato ‘uno’ il giorno immagine dell’eternità, primizia dei giorni, coetaneo della luce, il santo giorno del Signore, glorificato dalla sua risurrezione”.
Tenendo conto di queste allusioni, il dono della pace e dello Spirito Santo in vista della missione dei discepoli nel mondo assume contorni assai più luminosi. La pace è collegata al vedere il Maestro con tutti i segni della passione, segni di quell’amore che fa riposare il nostro cuore, gli fa trovare casa. Non si tratta di un dono supplementare; è semplicemente la conseguenza dell’esperienza dello stare di Gesù con noi in atto di mostrarsi a noi, dello schiudersi del nostro cuore alla visione di Lui. È quanto ogni amore desidera e da qui, da questa profonda intimità che ne deriva, proviene tutta la forza ai discepoli. I discepoli sono arrivati gradualmente alla conoscenza di questa verità. All’inizio li hanno aiutati dei segni: la tomba vuota, il racconto delle donne, dei compagni; poi hanno potuto vedere loro stessi Gesù il quale si è fermato con loro, ha mangiato con loro, li ha istruiti, ma senza ancora poter avere la forza di testimoniare con la loro vita questa sconvolgente verità. Per ultimo, con l’invio dello Spirito Santo, hanno sentito che la verità di tutta la loro vita e la verità della vita degli uomini fosse tutta in quel Figlio di Dio, morto e risorto, ‘nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza’ (Col 2,3) per il quale solo valeva la pena di buttare la propria vita, nel desiderio che tutti finalmente potessero godere di quei tesori di sapienza e di scienza, fino alla fine del mondo. Sarà l’esito della missione: che il mondo intero risplenda dell’amore di Dio, rivelato in Cristo, in tutti i cuori. Come Gesù amorevolmente rimprovera Tommaso: “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Che io intendo: beati coloro i cui orecchi hanno guidato i loro occhi, beati coloro che ascoltano la parola di Dio fino a veder realizzato il segreto che essa cela, nella solidarietà con l’umanità di tutti perché per tutti il Signore è morto e risorto.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo di Pasqua

III Domenica di Pasqua

(4 maggio 2025)

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At 5,27b-32.40b-41;  Sal 29 (30);  Ap 5,11-14;  Gv 21,1-19

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Il brano di vangelo di oggi chiude il vangelo di Giovanni. Sembra quasi un’appendice. Se domenica scorsa la figura di riferimento era Tommaso, oggi è Pietro. Il racconto ha un alto valore simbolico. C’è un dettaglio estremamente significativo. Nel vangelo di Giovanni, il primo incontro di Gesù con Pietro viene narrato in 1,42 quando Gesù gli dice: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro”. Nel corso della narrazione evangelica viene sempre denominato Simon Pietro o Pietro. Alla fine, di nuovo, Gesù lo chiama: “Simone, figlio di Giovanni…” per tre volte. Perché? Sembra che Pietro, con tutto l’amore che porta al suo Maestro, abbia ancora bisogno di qualcosa di essenziale, di decisivo, per realizzare quello che il nome, Pietro, impostogli da Gesù, significa per lui e per la comunità dei suoi fratelli.

Gesù lo chiama con il vecchio nome rammentandogli l’amore che gli ha sempre protestato senza però essere stato capace di viverlo fino in fondo. Nell’ultima cena aveva protestato: “Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!” (13,37) e poi, nella stessa notte, l’aveva rinnegato tre volte. Ma Giovanni non dice nulla del suo pentimento, come gli altri evangelisti hanno annotato: “E, uscito fuori, pianse amaramente” (Lc 22,62). Sembra che Pietro conservi ancora qualcosa dell’antico discepolo del Battista, almeno nella sua visione messianica su Gesù, il Messia che avrebbe stabilito il regno di Dio, come d’altronde fa fede la sua prontezza nel difendere Gesù con la spada nell’orto degli ulivi e nella volontà di seguirlo fin dentro il cortile del sommo sacerdote. Pietro ha sempre preteso giocare un ruolo di primo piano per la sua generosità nella sequela del Maestro – cosa che Gesù e gli altri compagni gli riconoscono. Quando vuole uscire a pescare, e gli altri compagni lo seguono, lavora invano. Invece, quando si presenta Gesù sulla spiaggia e gli dice di gettare le reti alla destra della barca, la pesca è oltremodo sovrabbondante. Ma lui non capirà se non dopo il colloquio con Gesù: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Era chiaro a tutti che Pietro amava il Signore più di tutti per la sua impetuosità, ma ora Pietro non lo può più affermare perché era stato l’unico a rinnegarlo. E quando, la terza volta, Gesù gli dice: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?” Pietro non può che restare addolorato perché evidentemente si rendeva conto della sua posizione e, finalmente conquistato alla nuova modalità di sequela che Gesù esigeva, risponde affidandosi: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”.

Solo ora la sua sequela diventa quella voluta da Gesù. Qui avviene la trasformazione definitiva di Pietro. In effetti, per l’apostolo, non si tratta semplicemente di dare la vita per Gesù – cosa che può avvenire anche per una scelta mondana o ideologica! – ma di darla condividendo i suoi segreti, il suo sentire, la sua modalità di azione nel mondo perché tutti abbiano la vita. Potremmo anche interpretare: “Signore, non sono degno del tuo amore, e del mio non posso fare gran conto, ma tu conosci il mio cuore, tu sai che ti vuole bene”. Quando un uomo professa il suo amore come balbettando, appena sussurrando, vuol dire che il suo amore va oltre ogni forma di orgoglio o di pretesa e sarà immune dal tarlo del predominio, sotto qualsiasi forma si cerchi: in quell’amore c’è tutto il suo cuore perché si fida totalmente dell’accoglienza dell’altro. E non ha da esibire altro di sé. E quando l’amore è di tal fatta, allora può assumere il compito pastorale in nome del Signore: “Pasci le mie pecore”. A tutti verrà inviato, di tutti si prenderà cura, e di gran cuore, perché tutti e ciascuno appartengono a quel Signore, il cui amore l’ha conquistato e l’amore per il quale costituisce il vero obiettivo del suo interessamento per tutti, perché tutti lo riconoscano e trovino riposo. Gesù può predirgli tranquillamente il suo martirio: l’intimità goduta, finalmente, non sarà più insidiata; il discepolo sarà come il maestro.

Allora avverrà, nelle afflizioni o nelle persecuzioni, come riporta la prima lettura, di essere “lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”, con l’allusione al fatto che la letizia nella persecuzione rivela la dignità ottenuta dall’anima, dignità che si esprime nel suo splendore quando gli altri la calpestano e non viene meno. E non è un fatto personale, ma ecclesiale. Vale a dire: non è in gioco la virtù di una persona, ma la fede, una fede condivisa dentro uno stesso progetto di vita e di missione evangelica per il mondo. L’obbedienza è così dovuta a Dio prima che agli uomini e comporta appunto la condivisione del segreto di Dio per gli uomini nell’amore che ha mosso Gesù e che perdura nei suoi discepoli. Nel brano evangelico il pasto comune dopo la pesca miracolosa comporta due ‘offertori’ di sapore eucaristico: c’è il pesce preparato prima da Gesù e il pesce portato dai discepoli. Vi si può ravvisare il dono di Gesù ai suoi e il dono degli uni agli altri nell’amore che risponde a quello di Gesù.

Nella tradizione la scena del pesce sulla brace con il pane è stata spiegata in riferimento alla umanità di Gesù che si cuoce al fuoco della carità e la presenza del pane in riferimento alla sua divinità. Ma ciò che risuona potente e che percorre la storia dei discepoli di tutti i tempi è l’invito: “Venite e prendete! Il cibo che vi attende è lo stesso Signore Gesù Cristo, Dio e uomo; uomo per amor nostro, divorato dal fuoco della carità, Dio eterno, pane degli angeli. Venite tutti e saziatevi: venite e prendete” (Ludolfo di Sassonia). S. Agostino spiega: Piscis assus, Christus passus, vale a dire: il pesce arrostito rappresenta Cristo nella sua passione, e proprio in quanto rinnegato e ucciso, è cibo per tutti, a tutti porta vita. Il fuoco di carità che ha cotto l’umanità di Gesù per farsi cibo è lo stesso fuoco che cuoce l’umanità dei discepoli perché a tutti appaia l’amore del Signore. Quel fuoco è descritto nei primi capitoli degli Atti come la forza e la franchezza con cui gli apostoli danno testimonianza della risurrezione di Gesù. Non si tratta però semplicemente di una testimonianza di convalida (sì, è proprio vero che Gesù, il crocifisso, è risorto!) ma di una testimonianza di dinamismo. Se Gesù è risorto, allora l’amore suo ha trasformato la vita dei suoi discepoli tanto da farli vivere in e di quell’amore. Il segno? La gioia nelle persecuzioni. La gioia non è più pescata negli eventi, ma nella libertà dell’amore.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo di Pasqua

IV Domenica di Pasqua

(11 maggio 2025)

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At 13,14.43-52;  Sal 99 (100);  Ap 7,9.14-17;  Gv 10,27-30

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Le ultime domeniche del tempo pasquale sono tutte incentrate sulla comunità dei discepoli, unita attorno al suo Signore, testimone del suo amore, pervasa dalla gioia dello Spirito Santo, in missione apostolica nel mondo fino alla fine dei tempi. La liturgia di oggi ruota attorno all’immagine del gregge e del suo pastore, tema del cap. 10 di Giovanni, insistendo sul fatto che la comunità è unita saldamente al suo pastore, che non può essere dispersa, che possiede ormai la vita dal suo Signore, per cui vive.

Gli ascoltatori sono divisi nei riguardi di Gesù: è vero, le sue parole suonano piuttosto strane, ma sono proferite da uno che ha guarito un cieco dalla nascita (cap. 9) e che è capace di ridare la vita a un morto (cap. 11, a Lazzaro). Cosa pensare di lui? Quale mistero divino sta svelando?

Gli uomini sono sempre in ricerca e si accorgono della stranezza di Gesù. Non potrebbe parlare più chiaramente? – pensa il gruppo dei Giudei che lo attornia. Ma appena Gesù risponde, l’incertezza si trasforma in avversione e rifiuto. È vicino il dramma finale. Il punto centrale può essere espresso in questi termini: voi non mi potete capire perché non volete essere dalla mia parte; voi vi appellate a Dio per respingermi, ma è proprio lui che mi ha inviato a voi e se non accogliete me, non potete nemmeno capire quanto è grande il suo amore per voi. Invece, chi mi ascolta, è perché mi appartiene, conosce in verità la grandezza dell’amore di Dio e nessuno potrà privarlo di questa certezza, nessuno potrà dividerlo da me. Come nessuno ha potuto rapire Gesù dalle mani del Padre, nonostante tutto congiurasse contro questa fedeltà del Figlio al Padre suo, soprattutto nel dramma della passione e della morte in croce, così nessuno potrà rapire i discepoli di Gesù dalle sue mani, per quanto si scateni la violenza degli avversari. Non si fa parte del gregge per pregi o meriti, ma per accoglienza. Tanto che Gesù non dice: “Le mie pecore ascoltano la mia parola”, ma “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. Si ascolta la voce, prima ancora di quello che questa voce proferisce, quando si è accolta l’intimità amichevole di una persona e il cuore, a partire dal dono di quell’intimità, si dispone ad accogliere anche quello che la voce dice (=mi seguono).

In effetti, l’unico impedimento risulta essere quello di giudicarsi non degni della vita eterna, come dicono Paolo e Barnaba ai convenuti in sinagoga ad Antiochia: “… poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna …” (At 13), come se la vita eterna scaturisse da qualche nostro merito o pregio. Il dramma dell’uomo consiste proprio in un giudizio cattivo su di sé, che nasconde un cattivo giudizio su Dio: non ci si ritiene degni dei misteri di Dio! Quando l’uomo non accoglie umilmente questa dignità si fa violenza e la eserciterà su tutti: sarà preda del tormento della morte. E il mondo è prostrato dagli effetti di questo tormento. I discepoli invece sono “pieni di gioia e di Spirito Santo” perché partecipano all’opera dello Spirito Santo che è l’edificazione di un’umanità con un cuor solo e un’anima sola. La partecipazione al mistero stesso della vita di Dio e in Dio non dipende minimamente da quello che fa il mondo o da quello che ci fa il mondo.

Quando cantiamo con il salmo responsoriale: “noi siamo suo popolo, gregge che egli guida”, non vogliamo dire che siamo semplicemente quelli che lui guida individualmente, ma che siamo coloro che hanno in lui una stessa vita e fanno risplendere la fraternità nel mondo come espressione della rivelazione del Padre ai loro cuori.  Riconoscere, con il salmo: “egli ci ha fatti”, significa proclamare tutta la dignità dell’uomo: noi siamo coloro che hanno la responsabilità di far splendere nel mondo la bellezza dell’appartenenza al Signore, che sigilla la dignità dell’uomo. Dignità, che è riservata a tutti e che tutti condivideranno nel regno dei cieli, ma che qui, nel mondo, i discepoli del Signore custodiscono per sé e difendono in tutti. La dignità dell’uomo non è basata sull’uomo, ma chi ne ha conosciuto per esperienza di fede il segreto, in Gesù, è chiamato a custodirla per tutti finché a tutti venga svelata.

In questa luce le parole di Gesù risuonano in tutta la loro densità. Gesù è amato dal Padre perché dà la sua vita per le pecore (Gv 10,17) e questo comporta il suo dare la vita eterna (10,28), vale a dire la vita come espressione di un amore che non cede davanti a nulla e che diventa la radice di vita di coloro che da lui l’accolgono. Se aggiunge che nessuno strapperà le pecore a lui affidate vuol dire che per quanto si scateni il male contro di loro, all’interno e all’esterno, non verrà meno la percezione di quello che Gesù dirà nell’ultima cena: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Anche per noi, uniti a Gesù, varrà quello che lui dice di sé a conferma delle sue parole: “Io e il Padre siamo una cosa sola”, perché: “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. Da intendere secondo questi tre passaggi:

1) ‘le mie pecore ascoltano la mia voce’: non semplicemente ascoltano quello che dice, ma riconoscono che quello che dice viene da Dio. Sentono che la sua parola e la sua vita confermano tutte le parole della Scrittura e ne svelano il mistero;

2) ‘io le conosco’: vedendo l’intimità tra lui e il Padre, le pecore si sentono conosciute, cioè amate e cercate da lui. Il movimento di amore di Dio per l’uomo riguarda tutti e perciò dire ‘io le conosco’ comporta la sfumatura di senso: io conosco tutti, ma di quella conoscenza che fa godere l’intimità con lui sono capaci solo le pecore che si lasciano raggiungere, portare in spalla, come la parabola della pecorella perduta dirà. Ne consegue che chi non accetta questo, si trova come escluso dalla sua conoscenza e proprio perché escluso non può sentirsi amato;

3) ‘esse mi seguono’: solo lui può mostrare il segreto di Dio in tutta la sua estensione e bellezza. In gioco è sempre la disponibilità alla fede e la fede si gioca nell’accogliere il mistero di accondiscendenza di Dio, per l’uomo, in Gesù, rivelatore del Volto del Padre.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo di Pasqua

V Domenica di Pasqua

(18 maggio 2025)

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At 14,21b-27;  Sal 144 (145);  Ap 21,1-5a;  Gv 13,31-33a.34-35

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Tutta la liturgia di oggi ruota attorno all’aggettivo nuovo. L’ingresso segnala il canto nuovo, la colletta il fatto che Dio, nel suo Figlio, rinnova gli uomini e le cose, l’Apocalisse rivela: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, il canto al vangelo e il vangelo: “Vi do un comandamento nuovo”, l’antifona dopo la comunione parla di vita nuova. Il ‘nuovo’ è in rapporto alla vita ‘eterna’, che Gesù definirà subito dopo nella sua preghiera sacerdotale: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).

È strano però come il brano evangelico di oggi non riporti nella sua interezza il versetto 33, che suona: “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire”. Quel ‘dove vado io’ è essenziale per la comprensione del comandamento nuovo: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 14,34). Non solo, ma anche per intendere il ‘nuovo’ in rapporto alla ‘gloria’, perché la gloria di Gesù corrisponde all’amore del Padre che ‘fa nuove tutte le cose’ nel suo Figlio.

Gesù abbina il comandamento dell’amore alla menzione della sua gloria. Perché? Gesù aveva appena lavato i piedi ai suoi apostoli, Giuda compreso e tutti avevano sentito la spiegazione che ne dava: “Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,15). Gesù ha chiara la percezione dell’imminente tradimento e sa quel che fa, a differenza dei discepoli che non possono ancora comprendere. Solo quando Giuda se ne è andato e Gesù sa dove va, può aggiungere: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Gesù poco dopo dirà che dove è lui vuole che anche i suoi discepoli siano. Da intendere: Io sono nell’amore del Padre per voi e se voi restate in me, anche voi partecipate all’intimità e al dinamismo di quello stesso amore. Quell’amore è l’energia dello Spirito che conduce Gesù alla croce nella piena intimità con il Padre e nella piena solidarietà con l’umanità, tanto da trasfigurare la sua morte in radice di vita e di vita eterna, come apparirà nella sua evidenza agli apostoli con il vedere il crocifisso risorto. Il comandamento nuovo si riferisce all’energia dello Spirito che muove i discepoli come ha mosso Gesù.

            La novità del comandamento dell’amore è posta tra la gloria che rifulge in Gesù nel suo farsi dono agli uomini da parte di Dio e il segno che rivela al mondo l’appartenenza dei discepoli al loro Signore. Se si contempla il crocifisso come il re della gloria non si può non cogliere quella gloria come lo splendore dell’amore che si è riversato sugli uomini e che farà dire agli apostoli: “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni”. Sono le tribolazioni come fatica di fedeltà all’amore, come pazienza dell’amore che non viene meno nelle avversità e nelle afflizioni, come vestito di umiltà che segnala la forza dell’intimità con quel Signore che si è conosciuto e che ci ha conquistati. Di fronte al mondo, invece, quella gloria diventa segno di appartenenza, segno rivelatore e segno attirante: rivelazione di un’esperienza forte di fede nel Cristo, capace di farci vivere e di far desiderare ad altri di vivere secondo quella novità di amore, che rinnova alle radici la nostra umanità.

Accogliere Gesù significa allora anche accogliere che in noi si esprima la dinamica di rivelazione che lo caratterizza: mostrare quanto è grande l’amore del Padre per i suoi figli e riunire i figli di Dio dispersi. È singolare che Gesù non faccia mai comando ai discepoli di amare lui, mentre il comando di amare Dio e amare il prossimo è diretto. Quando allude all’amore per lui, lo suggerisce attraverso le espressioni: ‘se mi amate, osserverete i miei comandamenti’; ‘rimanete nel mio amore’. Verso di lui invece il comando diretto è: ‘credete in me’. Perché? Qui si può comprendere il nocciolo dell’amore di cui Gesù ci fa comando. L’amore vicendevole non rivela la generosità dei cuori, ma l’esperienza dell’incontro con Gesù; l’amore vicendevole parla di Dio che ha toccato il cuore dell’uomo e non dell’uomo che è diventato buono e perciò è in rapporto diretto all’esperienza della fede, quella fede di cui Gesù ci fa comando nei suoi confronti.

Così, se potessi illustrare con mie parole la novità del comandamento dell’amore annunciata da Gesù, direi che la si può cogliere in rapporto a tre cose. Anzitutto, accogliere il comandamento in rapporto alla radice che lo origina. L’amore di Gesù deriva dalla intimità della vita, del volere e dei sentimenti con il Padre. Quell’amore di cui ci fa comando deriva dalla partecipazione a quella stessa intimità. Il suo sigillo sta nel fatto di lavare i piedi ai discepoli per renderli partecipi del suo segreto con il Padre, segreto che a nessuno è dato di cogliere se non a coloro che credono nel Figlio. Circondarsi la vita con l’asciugamano è l’immagine dell’umiltà come vestito della divinità, mistero di quell’accondiscendenza di Dio che raggiunge l’uomo nel suo cuore più segreto, là dove l’uomo può imparare la lingua stessa di Dio. In secondo luogo, è in rapporto alla potenza che lo sottende, la potenza, cioè, dello Spirito Santo che da Gesù ci verrà effuso sulla croce. Quell’amore non è che l’accoglimento dell’azione dello Spirito Santo nei nostri cuori, esito di tutto l’impegno ad agire bene che ad altro non conduce se non a poter essere degni dei misteri di Dio. Perché l’opera specifica dello Spirito Santo è la costruzione della fraternità, come stupendamente dice la terza preghiera del canone eucaristico: “e a noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”. Ed infine è in rapporto alla dinamica che lo anima e che lo muove verso un unico punto di convergenza, contemporaneamente termine e scopo della storia stessa: che il regno di Dio si sveli in tutta la sua bellezza e in tutto il suo splendore, per tutti i cuori, per tutto il mondo, per tutti i tempi, regno che altro non è se non la condivisione dell’amore di Dio, in Cristo, fino a che sia partecipato a tutti.

Il proclamare da parte di Dio: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, allude al suo amore per noi che si è manifestato nella debolezza e che ora rifulge in tutto il suo splendore potente, tanto da far dire a Isacco Siro: “L’amore di Dio non è qualcosa che si diffonde senza che se ne abbia coscienza o senza che ce se ne renda conto, perché non può sgorgare a partire dalla sola conoscenza delle Scritture, come nessuno può amare Dio facendo sforzi per farlo… E non è nemmeno possibile amare Dio a partire dalla Legge o dai comandamenti, che pur tuttavia lui stesso ha dato e non senza rapporto con l’amore, poiché la Legge produce il timore e non l’amore… E fin tanto che uno non abbia conosciuto la grandezza di Dio in un’esperienza personale, non potrà avvicinarsi a quel glorioso sapore dell’amore. Chi non ha bevuto il vino, non diventa ubriaco a forza di parlare sul vino e chi non è stato giudicato degno di ricevere in sé la conoscenza della grandezza di Dio, non può diventare ebbro del suo amore”.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo di Pasqua

VI Domenica di Pasqua

(25 maggio 2025)

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At 15,1-2.22-29;  Sal 66 (67);  Ap 21,10-14.22-23;  Gv 14,23-29

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La liturgia di oggi predispone due piste di ricerca per accedere alla rivelazione della parola di Dio. Se partiamo dall’antica colletta, comprendiamo che la liberazione pasquale, che celebriamo nell’eucaristia per testimoniarla nella vita, è caratterizzata dalla letizia: “Dio onnipotente, fa’ che viviamo con rinnovato impegno questi giorni di letizia in onore del Cristo risorto, per testimoniare nelle opere il memoriale della Pasqua che celebriamo nella fede”. La letizia, però, è per la comunione. Una letizia che non si traduca in ansia di comunione non risponde alla liberazione pasquale. La prima lettura mostra quella letizia in ansia di comunione alle prese con gli imprevisti della storia. I credenti provenienti dalla tradizione mosaica, pur accogliendo la fede in Gesù, temono di mancare alla santità di Dio non obbligando anche i fratelli provenienti dal paganesimo alle stesse leggi. La decisione apostolica ribadisce la fede di tutti: oramai c’è un unico popolo di salvati, circoncisi e incirconcisi e l’invito ai pagani sembra soltanto quello di non essere fonte di disagio per i fratelli circoncisi trovandosi alla stessa mensa. La liberazione è per la gioia e la gioia è per la comunione: questa è la dinamica pasquale.

Se partiamo dal canto al vangelo (‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui’), ci appare un altro scenario. Le parole di Gesù sono incentrate attorno alla questione della rivelazione del Messia. Rispondono alla domanda di Giuda, non l’Iscariota: “Come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?” (Gv 14,22). Giuda pensava che la manifestazione del regno si sarebbe dovuta imporre al mondo nel senso che la potenza di Dio avrebbe stabilito il suo regno vincendo tutti i nemici che fino a quel momento l’avevano avversato. Capisce però che Gesù dice altra cosa e per questo fa la domanda, che è la domanda messianica per eccellenza: come si rivelerà il regno di Dio? Come lo vedremo?

Noi potremmo domandarci: perché la manifestazione del Risorto non sarà ‘evidente’ a tutti? Perché la sua parola è una parola di amore e chi non accoglie quell’amore non può capire la sua parola. La sua parola cela la potenza di amore del Padre per gli uomini e soltanto quando gli uomini si decideranno ad ascoltarla (come un bambino ascolta sua mamma facendo quel che lei gli dice), la parola rilascerà la potenza che essa racchiude, potenza che costituisce la radice della comunione con tutti, perché a tutti quella parola è diretta.

La sottolineatura nelle parole di Gesù, però, è data dal fatto che, accogliendo la sua parola, si partecipa ad una intimità di vita; meglio, si condivide l’intimità di vita che corre tra il Padre e il Figlio nello Spirito, che proprio da Gesù ci è stato effuso e che proprio di Gesù ci fa vedere la verità di testimone dell’amore del Padre per gli uomini. Così la crescita spirituale sottende sempre un radicamento nell’intimità di un rapporto che permette ai cuori di schiudersi, di percepirsi nell’amore. In effetti, quando Gesù dice ‘mi manifesterò’, in realtà vuol dire, non solo che lo riconosceremo, ma che in lui l’umanità fiorisce nei suoi aneliti più profondi.

La condizione di possibilità perché ciò avvenga è svelata alla fine del brano, che nella versione CEI suona: “Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco” (Gv 14,30-31). L’espressione ‘contro di me non può nulla’, tradotta più letteralmente sarebbe: ‘in me non ha nulla’. Siccome in Gesù c’è solo l’amore del Padre e nulla della gloria del mondo, di cui il diavolo è detentore, per cui su di lui il diavolo non può esibire nulla, non ha dove far leva; potrà rovesciargli addosso tutto il male che vuole, ma non lo potrà deviare dal suo scopo, cioè non gli sottrarrà quell’amore che lo occupa tutto. Al contrario, suo malgrado, farà risplendere davanti a tutti quell’amore affascinando i cuori. Ecco la condizione per i discepoli: avere nel cuore solo il comandamento, vale a dire la parola d’amore del Padre che si riversa su tutto il mondo.

L’espressione è costruita allo stesso modo dell’altra che la richiama: ‘chi ha i miei comandamenti’ (v. 21), che noi traduciamo: ‘chi accoglie i miei comandamenti’. Quando un cuore è conquistato all’amore di Gesù, non facendo valere altro che i suoi ‘comandamenti’, ne conoscerà la potenza di vita e il demonio nulla potrà contro quell’amore.

Quello che risulta forse strano ai nostri occhi, proprio perché noi non abbiamo nel cuore solo i comandamenti di Gesù, è il fatto che la veridicità di quella esperienza in intimità non sia data nella relazione diretta con Gesù, ma nella relazione con il prossimo. In altre parole, la verità dell’amore per Gesù è data dall’osservanza del suo comandamento, che non riguarda lui direttamente, ma i nostri fratelli: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). Come ci dicesse: giocate la vostra umanità come me, la vostra umanità sia piena come la mia perché nella nostra umanità una cosa sola è in gioco: la manifestazione della grandezza dell’amore del Padre per i suoi figli. Ecco di cosa deve parlare l’amore vicendevole: dell’eterno, sconfinato, immenso, luminoso, amore di Dio.

Così, la letizia pasquale, che è per la comunione, si radica appunto nell’azione dello Spirito Santo nei nostri cuori per renderci, con Gesù, testimoni dell’amore del Padre per tutti. Lo proclama il salmo responsoriale: “Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti. Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra” (Sal 66/67,6.8). L’ansia di comunione non si placa finché tutti i confini della terra avranno veduto la salvezza del nostro Dio: così è la chiesa, che vive della dinamica pasquale. Ma così è anche il nostro cuore, che attende di essere conquistato dall’amore in tutte le sue pieghe.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo di Pasqua

Ascensione del Signore

(1 giugno 2025)

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At 1,1-11;  Sal 46 (47);  Eb 9,24-28; 10,19-23;  Lc 24,46-53

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Il punto di volta per l’intelligenza del mistero dell’ascensione al cielo di Gesù è dato dal passo di Gv 3,13: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo”, passo che la liturgia riprende come antifona dei vespri. Lo esprime anche san Paolo nella sua lettera agli Efesini: “Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose” (Ef 4,9-10).

Il brano del vangelo di Luca proclamato oggi è introdotto dalla frase: “Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture”. Aprire le Scritture al cuore e aprire il cuore alle Scritture è far entrare nel regno di Dio, argomento tipico del sostare del Risorto con i suoi discepoli prima di ascendere al cielo. Solo quando il Risorto è riconosciuto sulla base delle Scritture ormai aperte, si può aprire lo spazio della missione e della testimonianza, perché quell’esperienza sia offerta a tutti.

Gesù non ascende a un luogo. Gli angeli non sarebbero venuti a ricordare: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”. Se si fosse trattato semplicemente della sparizione dalla loro vista, non sarebbe stato ragionevole annotare: “poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. Spiega Agostino: “Disparve agli occhi mortali perché noi ritornassimo al cuore e trovassimo il Cristo”. In effetti i discepoli hanno visto il fenomeno fisico dell’ascendere al cielo di Gesù, ma ne hanno anche percepita la portata mistica. Il che significa che lo sparire di Gesù dalla vista dei loro occhi permetteva di coglierlo presente nei loro cuori, come lui stesso aveva promesso: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, versetto con il quale si chiude il vangelo di Matteo.

L’affermazione della nostra fede è chiara: in cielo è entrato l’uomo, nella sua corporeità; non solo, ma ci è entrato con i segni indelebili della sua passione, non più visti come richiamo alla cattiveria degli uomini, ma come prova dell’immensità dell’amore di Dio per gli uomini. Tanto che gli angeli, se vogliono conoscere il loro Signore nella sua immensità, hanno dovuto aspettare il suo ingresso nei cieli con i segni della passione nella sua carne. Commentando il salmo 46 (47), letto in rapporto al mistero dell’ascensione, i Padri spiegano che agli angeli viene rivelata la sapienza di Dio che si è compiuta nel Cristo, in favore degli uomini. E s. Ambrogio, immaginando le porte del cielo che accolgono il Cristo che vi ascende, come sono descritte nel salmo 23 (24), ha queste stupende parole: “… era come se le porte del cielo, che l’avevano visto uscire, non fossero più abbastanza grandi per riaccoglierlo. Non erano mai state a misura della sua grandezza, ma per il suo ingresso di vincitore occorreva una via più trionfale: davvero non aveva perso nulla ad annientarsi! Le porte eterne rimangono, ma si alzano: non è un uomo che entra, è il mondo intero, nella persona del Redentore di tutti” (De vera fide, 4,1).

Due sono gli elementi che la liturgia di oggi mette in rilievo per avere intelligenza di questo mistero. Il primo elemento riguarda il tempo della testimonianza. Serpeggia nel fondo la perenne domanda messianica: quando si vedrà questo regno di Dio? Quando potremo goderlo finalmente? Preciso l’avvertimento di Gesù: non serve indagare sul tempo; occorre stare nel tempo, starci con la forza dello Spirito per essere testimoni di lui in questo mondo (cfr. At 1). Ora è il tempo della conoscenza del Figlio dell’uomo, il tempo della fraternità ricostituita nella potenza dall’alto, nella potenza dello Spirito Santo. Perché essere testimoni del Signore Gesù nel mondo vuol dire partecipare alla testimonianza dello stesso Signore, che ha fatto risplendere nel mondo il volto di Dio nel suo amore per gli uomini; vuol dire godere di quella gioia, pace e libertà che il mondo desidera ma non conosce e di cui invece il Risorto fa dono ai suoi senza che nessuno possa rapirle dai loro cuori.

Il secondo elemento riguarda la gioia.  In effetti, l’aspetto singolare dell’ascensione al cielo è costituito dall’esperienza di una gioia speciale, abbinata alla promessa dello Spirito Santo che di lì a poco gli apostoli avrebbero ricevuto: “Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (Lc 24,52). Per questo, anche se gli apostoli non vedono più con i loro occhi il loro Signore, non possono che essere pieni di gioia, perché in lui e con lui continuano la rivelazione dell’alleanza di Dio con gli uomini.

La forza dello Spirito, che è uno spirito di letizia, agisce nel nostro cuore rispetto a tre contesti ben precisi e interdipendenti: 1) il riconoscimento della realtà e dell’identità del Risorto, lo stesso che ha patito per noi; 2) l’intelligenza delle Scritture di cui il Risorto mostra il compimento (cfr. Lc 24,46-48); 3) la missione nel mondo. Quando i discepoli di Emmaus si comunicano la sensazione interiore che li aveva accompagnati nel colloquio con il pellegrino dicono: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava [in greco, letteralmente: ci apriva] le Scritture?”. Così l’evento dell’ascensione al cielo di Gesù acquista tutto il suo senso. Il cielo non è il cielo fisico, ma il luogo dove lui abita nella sua santità. E dove può essere percepita la santità se non nel vivere fraterno? Così, la predicazione alle genti non riguarda semplicemente l’annuncio di ciò che Dio ha operato per gli uomini, ma comprende anche il mostrare da parte dei discepoli che tale annuncio si è tradotto per loro in splendore di vita.

Il vangelo di Luca termina con l’immagine di Gesù benedicente. Se gli occhi non vedranno più la mano benedicente, il cuore sentirà però la potenza di quella benedizione perenne che lui costituisce, sigillo ultimativo della volontà di bene di Dio per l’uomo. Volontà, nella quale si radica tutta la dignità dell’uomo e il suo impegno di responsabilità di fronte al mondo. Per questo, l’autore della lettera agli Ebrei, richiamando i fedeli alla fede in Gesù, asceso al cielo, esorta: “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso” (Eb 10,23), colui che ora porta nella gloria i segni della sua passione perché ognuno di noi si possa avvicinare con fiducia al suo trono di grazia.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo di Pasqua

Pentecoste

(8 giugno 2025)

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At 2, 1-11;  Sal 103 (104);  Rm 8, 8-17;  Gv 14, 15-16. 23-26

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L’antifona di ingresso della messa vigiliare di Pentecoste definisce la fede in Gesù come un’esperienza di amore nello Spirito: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi” (cfr. Rm 5,5; 8,11). E sempre riferendoci al capitolo 8 della lettera ai Romani, Paolo descrive la liberazione della creazione dalla schiavitù della corruzione in questi termini: ‘… per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio’ (Rm 8,21). Ciò significa che l’effetto caratteristico della fede in Gesù per coloro che si lasciano guidare dal suo Spirito è il ritrovare la libertà della dignità dei figli di Dio, come è Gesù.

Nella settimana che precede la festa, la chiesa aveva fatto pregare: “Venga su di noi, o Padre la potenza dello Spirito Santo perché aderiamo pienamente alla tua volontà e la possiamo testimoniare con una degna condotta di vita” (colletta lunedì) e “Il tuo Spirito, o Signore, infonda con potenza i suoi doni, crei in noi un cuore a te gradito e ci renda conformi alla tua volontà” (colletta giovedì). Si tratta di ritornare alla dignità dei figli di Dio, dignità che vediamo splendere nel Figlio di Dio fatto uomo, la cui testimonianza si risolve nel mostrare la grandezza dell’amore del Padre per noi. Ebbene, Colui che si fa promotore in noi di questa ‘conoscenza del Figlio di Dio fatto uomo’ è proprio lo Spirito Santo. Evidentemente, non si tratta di semplice conoscenza, di venire a sapere, ma di restarne inglobati, di restarne incendiati.

È caratteristico che rispetto all’azione dello Spirito Santo Gesù sottolinei la ‘totalità’. Gesù confida ai discepoli che lo Spirito insegnerà ogni cosa, che ricorderà tutto ciò che lui ha detto, che guiderà a tutta la verità. Il ‘tutto’ è in rapporto alla comunione che realizzerà tra il credente e il suo Signore, tra i credenti e con tutti gli uomini, perché tutti conoscano la grandezza dell’amore del Padre. Il sottinteso della promessa di Gesù è che nulla e nessuno potrà privare i discepoli di quell’amore. La testimonianza, di cui è fatto comando ai discepoli, ha appunto come contenuto la comunione che si allarga a tutto e a tutti. Qui risalta quello per cui Gesù ha pregato: perché la sua gioia sia in loro piena, in quanto lui ha vinto il mondo. Se i discepoli sono inviati al mondo, come lui è stato inviato nel mondo, i discepoli, come lui, non sono del mondo. Non sono del mondo in quanto discepoli di Gesù, in quanto hanno come fonte di senso la parola di Dio che Gesù ha loro aperto, in quanto sono guidati dallo Spirito che li riempie di gioia per lo splendore della presenza di Gesù nei cuori.

Quell’essere inviati e quel non essere del mondo accompagneranno i discepoli secondo la disponibilità all’azione dello Spirito che è stato effuso su di loro. Delle due immagini caratteristiche della Pentecoste, le lingue che compaiono sul capo degli apostoli e il fuoco di cui si prega “Vieni, santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore”, il fuoco esprime la cifra del colloquio eterno tra il Padre e il Figlio nel loro amore per noi.  Si tratta della condivisione di un segreto capace di far ardere il cuore. Collegare l’invio dello Spirito alla memoria di Gesù, che compie la volontà di bene di Dio per noi, significa ridare al cuore dell’uomo la percezione della verità del fuoco dell’amore di Dio e della sua dignità di figlio. Se tale è la percezione del cuore, allora il cuore non potrà che vivere nell’onda di quell’amore che si estende a tutti, fino ai confini della terra. Qui va collegata la responsabilità della testimonianza, che non sarà più vissuta come impegno o dovere ma come sovrabbondanza: lo Spirito riempirà di Gesù i cuori fino a che tutta la sua verità risplenda e conquisti, me come tutti. La testimonianza è in funzione di uno splendore, non di un impegno!

La comparsa delle lingue a Pentecoste proclama: l’opera di Dio unisce tutti gli uomini. E l’opera di Dio è la verità del suo amore per gli uomini che in Gesù si è fatto visibile e accessibile. Il miracolo che a Pentecoste acquista una rilevanza fisica tanto che ognuno sente proclamare l’opera di Dio nella sua lingua nativa (= ogni lingua, ogni uomo, nella sua diversità, è chiamato a proclamare la stessa ed unica cosa), è lo stesso miracolo che è operato nei cuori dallo Spirito quando li convince a muoversi nella carità, aprendo la diversità alla comunione e facendo esperienza che così viene proclamato l’amore di Dio che riempie i cuori. Riconoscere, assecondare, favorire tale dinamica, significa aver ricevuto e agire nella potenza dello Spirito Santo.

L’aspetto singolare per i credenti è dato dal fatto che l’impegno della testimonianza consiste proprio in questa lingua di comunione. La verità che lo Spirito fa conoscere è prima di tutto la verità dello splendore dell’amore di Dio per gli uomini che in Gesù rifulge, ragione per la quale l’unione dei discepoli con il Cristo precede e fonda la carità che sono chiamati a usarsi vicendevolmente. Anzi, quella carità sarà segnale per il mondo perché testimonia la potenza della presenza del Signore nel mondo.

Mi piace sottolineare che nella messa del giorno di Pentecoste l’azione dello Spirito viene espressa con tre verbi: guida, insegna, ricorda. E si può interpretare:

Guida = fa scaturire quel principio di libertà di figli, non più asservito a nulla se non all’amore del Padre che in Gesù si manifesta e che è rivolto a tutti. La caratteristica di fondo di tale guida è che non avviene su imposizione o costrizione, ma secondo un’intimità di volere e di comunione, come Gesù descrive dicendo che “verremo a lui, e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

Insegna = allude alla dinamica della fede. Non semplicemente istruisce, ma fa scaturire la vita dalla parola che viene accolta nel cuore. Come Gesù dice: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva” (Gv 7,37-38). Ogni parola di Gesù, essendo parola di verità, è anche parola di vita. Lo Spirito Santo è colui che apre per il nostro cuore la verità e la vita di ogni parola di Gesù, inesauribile nel suo mistero, facendo sì che la nostra parola diventi a sua volta segno di quella verità e di quella vita.

Ricorda = allude al mistero della rivelazione di Gesù, che non si riferisce semplicemente al contenuto delle sue parole, ma all’esperienza della vita trinitaria di cui sono rivelative. In effetti, lo Spirito, ottenutoci dalla passione gloriosa di Gesù, svela al nostro cuore il colloquio eterno tra il Padre e il Figlio a proposito della salvezza dell’uomo, il colloquio tra il Padre e il Figlio che vive la sua umanità nell’amore per gli uomini. Tutto questo ‘colloquio’ lo Spirito ha udito e ce ne rende partecipi. Così conosceremo la verità, vale a dire la grandezza dell’amore di Dio per l’uomo, che in Gesù si è fatto evidente, a noi accessibile, per la fede in lui. Ci farà gustare la promessa di Gesù: “Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15).

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

SS. Trinità

(15 giugno 2025)

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Pr 8,22-31;  Sal 8;  Rm 5,1-5;  Gv 16,12-15

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Nel rito bizantino, la liturgia delle ore comincia con questa preghiera alla SS. Trinità: “Re celeste, Consolatore, Spirito di verità, tu che sei presente in ogni luogo e ogni cosa riempi, tesoro di beni e datore di vita, vieni e abita in noi, purificaci da ogni macchia, o Buono, le nostre anime. Santissima Trinità, abbi pietà di noi. Signore, purificaci dai nostri peccati. Sovrano, perdona le nostre colpe. Santo, visita e guarisci le nostre infermità a motivo del tuo Nome”. È la confessione di Dio nel suo amore per noi, che Gesù ci ha rivelato e di cui lo Spirito ci rende intimi e testimoni.

Gesù, che pur rappresenta per noi l’espressione stessa dell’amore (“li amò sino alla fine”, Gv 13,1), non si definisce mai come amore, termine che invece è riservato al Padre, come il saluto iniziale della liturgia eucaristica proclama: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi”.

Se lo Spirito è detto ‘Consolatore, Spirito di verità’, lo è in rapporto alla verità che è Gesù, cioè, farà vedere il vero volto di Dio nella persona di Gesù, rivelatore del Padre, pieno di amore per gli uomini. Non per nulla Gesù emise lo Spirito dalla croce rivelando quanto è grande l’amore di Dio per l’uomo e abilitando l’uomo a vivere del suo stesso Spirito. Lo splendore di quell’amore manifestato da Gesù diventa così, per la potenza del suo Spirito, radice di vita in coloro che ne accolgono la testimonianza. Come dice Giovanni nel prologo del suo vangelo: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13). E quando Gesù dice che lo Spirito guiderà alla verità tutta intera non allude tanto alla comprensione dei vari aspetti del mistero di Dio ma piuttosto al fatto che quella verità di rivelazione del vero volto di Dio, di cui Lui è il Testimone per eccellenza, risplenda in tutto il suo splendore, che quella verità conquisti i cuori interamente, che quella verità convinca i cuori della grandezza dell’amore di Dio, che l’esperienza di quell’amore ci sveli i suoi segreti.

Segreti, che attingono all’origine stessa della creazione, di cui costituiscono il fondamento e lo scopo, come il capitolo 8 del libro dei Proverbi suggerisce. Un’espressione è particolarmente suggestiva: “… io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”. Il Padre trovava delizia nel Figlio e il Figlio trovava delizia nei figli dell’uomo. Come a dire che il colloquio eterno tra il Padre e il Figlio verte sulla salvezza dell’uomo, per il quale il mondo è creato, colloquio che lo Spirito svelerà al nostro cuore rendendocene partecipi. E la partecipazione avverrà stando sottomessi a tutti nel nome di Cristo, che rivela l’amore di Dio, perché la sottomissione ha a che fare con la delizia della Sapienza che presiede alla creazione per amore dell’uomo.

Se è Gesù che rivela compiutamente il desiderio di comunione con gli uomini da parte di Dio e compie il desiderio di comunione con Dio da parte degli uomini, allora ne deriva che la fonte della nostra dignità procede proprio dal fatto che Dio ha reso l’uomo degno dei suoi misteri. Il salmo 8 proclama: “Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?”. In cosa consiste la cura di Dio per l’uomo? Nel passo parallelo del salmo 144, v. 3, le antiche versioni greca e latina riportano: ‘Signore, che cos’è l’uomo, perché ti sia a lui fatto conoscere?’ (Domine, quid est homo, quoniam innotuisti ei?). La tradizione ha colto bene in cosa consiste la cura di Dio per l’uomo: Dio l’ha elevato alla sua conoscenza. Lo ricorda l’antifona alla comunione: “Voi siete figli di Dio: egli ha mandato nei vostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: ‘Abbà, Padre!’”. Non viene detto in generale: siamo tutti figli di Dio. Lo si proclama in senso ‘speciale’, secondo il significato del vangelo di Giovanni: A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio. Allude all’essere trovati in Cristo; allude a coloro che sono stati resi partecipi della delizia della Sapienza. E se tutti gli uomini sono figli di Dio lo sono in quanto tutti sono chiamati alla stessa esperienza, tutti sono destinatari della stessa offerta, tutti portano la ‘vocazione all’umanità’ secondo quel Figlio di Dio, che riceve tutte le compiacenze del Padre perché in Lui tutti siano riuniti nella stessa delizia.

L’immagine più suggestiva dell’amore del Padre, che Gesù testimonia e che lo Spirito ci riversa in seno, la ravviso in un dipinto di Nicoletto Semitecolo, un autore greco attivo in Italia nella seconda metà XIV secolo. Si tratta della Trinità che si trova nella Cattedrale di Padova, che mostra il Cristo crocifisso, senza la croce lignea, inchiodato alle mani del Padre. Cristo, ‘una cosa sola’ con il Padre (Gv 10,30), si lascia crocifiggere alla volontà di Dio di offrire un segno materiale e inequivocabile del suo amore per gli uomini. La sua sottomissione viene espressa come crocifissa sintonia di voleri personali e lo Spirito è proprio questa sintonia d’amore di cui ci fa partecipi.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

Corpus Domini

(22 giugno 2025)

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Gn 14,18-20;  Sal 109 (110);  1Cor 11,23-26;  Lc 9, 11-17

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Finestra di luce sul mistero celebrato oggi è il canto al vangelo, tratto da Gv 6,51: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. La liturgia collega il mistero dell’eucaristia all’affermazione di Gesù che è ‘pane disceso dal cielo’. Ora, quando Gesù si definisce pane vivo disceso dal cielo, non allude solo alla sua provenienza, ma alla dinamica di rivelazione che ha inaugurato. Il suo discendere rivela l’abbassamento di Dio per convincere l’uomo del suo amore, abbassamento che lo porterà alla morte e alla morte di croce. L’uomo però non ama abbassarsi, per quanto aspiri all’amore. E quando si sente dire, senza mezzi termini, che quell’abbassamento è l’unica via di Dio, allora non solo non comprende, ma non accetta e si separa dalla via della vita, come mostra la conclusione del cap. 6 del vangelo di Giovanni. Invece è proprio quel mistero di abbassamento di Dio, proprio quel morire in croce per risorgere nella potenza di Dio, di cui l’Eucaristia è il memoriale, che ci ottiene la vita con il dono del suo Spirito. Tanto che, quando i credenti celebrano il memoriale della morte del Signore finché egli venga, non intendono solo ricordare, sia pure nell’attualizzazione specifica della liturgia, ma si dispongono a diventare essi stessi memoria vivente di Gesù. Si ritrovano inseriti nella sua stessa dinamica di rivelazione per cui ‘discendono’ nell’umanità lasciando ogni forma di gloria mondana, sociale e personale, per non compromettere mai la grandezza dell’amore, per non venir meno all’amore; in altre parole, per vivere di vita eterna, quella che Gesù ci condivide.

Nella formulazione evangelica, ‘vita eterna’ non allude solo alla perennità della vita, ma alla sua qualità, perché Dio è Amore. Ciò significa che celebrando l’eucaristia, mangiando l’eucaristia, si diventa ‘Corpo di Cristo’, chiamati cioè a partecipare al mistero del Cristo che vuole passare tramite noi per manifestarsi al mondo. Gesù Cristo, pane spezzato per un mondo nuovo: ecco la dinamica eucaristica. La comunione al Cristo non è un semplice atto che si compie nella chiesa, ma si iscrive dentro la nostra umanità per manifestarsi al mondo. In effetti, a partire dal Cristo e attraverso la chiesa che è il suo Corpo vivente, l’eucaristia diventa fermento di vita dentro il nostro mondo. Passa attraverso noi per essere offerta a tutta l’umanità. Ci chiama a desiderare vivamente quel ‘mondo nuovo’ in cui non ci si rassegna più alla potenza del male ma in cui si crede che la fraternità universale sia più forte di tutte le ingiustizie e divisioni.

Spiegherei così in termini eucaristici quello che s. Paolo descrive come la dinamica caratteristica della storia dal punto di vista del credente: “Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita… E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché [finché] Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,22.28). Quel ‘finché Dio sia tutto in tutti’ viene declinato, sempre da Paolo, secondo una dinamica di sottomissione all’amore, come si legge nella sua lettera agli Efesini 5,17-21. Percorso, che si snoda in cinque dimensioni, a caratterizzare la dinamica dell’amore nella concretezza della vita quotidiana, dimensioni che potremmo definire con cinque aggettivi: intelligenti, spirituali, oranti, grati, sottomessi. Sottomissione all’amore, per entrare nella dinamica dell’amore secondo il principio di abbassamento di Dio che così rivela il suo volto di misericordia.

Nel Corpo e nel Sangue del Cristo, dato per noi, tutte le cose acquistano il sapore di segni di un’alleanza con Dio, di cui non esiste una migliore, per cui è inutile sognarne altre di nuove: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue…”. All’uomo non resta che far memoria, nel senso di entrarne a far parte, di condividerne la potenza, di celebrarla nella vita, così come recita la colletta: “Dio, Padre buono, che ci raduni in festosa assemblea per celebrare il sacramento pasquale del Corpo e Sangue del tuo Figlio, donaci il tuo Spirito, perché nella partecipazione al sommo bene di tutta la Chiesa, la nostra vita diventi un continuo rendimento di grazie, espressione perfetta della lode che sale a te da tutto il creato”.

Due aspetti mi sembrano importanti: 1) Se l’alleanza nuova ci è offerta, vuol dire che dipende dall’iniziativa di Dio e non dal merito nostro. Questo acquieta l’ansia del cuore che teme sempre di non essere raggiunto, per la sua indegnità, dall’amore al quale anela e di cui avverte acutamente il bisogno; 2) L’alleanza nel Corpo e nel Sangue di Cristo, è un ‘memoriale perenne’: non c’è altro evento così significativo nella storia delle persone e del mondo da desiderarne il compimento, in cui far risiedere tutte le tensioni del cuore per aver riposo e pienezza. Il problema, caso mai, è portare la nostra coscienza a percepire questa realtà, a sentirla, a viverne la potenza: è tutto il cammino di crescita nella fede sia come singoli che come comunità.

Nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, segno dei tempi messianici (siamo nel deserto, luogo di incontro con Dio; è imbandita la mensa del Signore, dove il cibo offerto da Dio assume il sapore più gradito al palato di ciascuno; la sovrabbondanza è tale da avanzarne dodici ceste, perché a tutte le nazioni è destinato quel pane), possiamo cogliere il ruolo della chiesa: “Voi stessi date loro da mangiare … e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla”. La Tradizione ha visto in questa distribuzione ad opera dei discepoli il ruolo dei ministri nella chiesa, invitati a spiegare le Scritture come pane spezzato per nutrire l’intelligenza dei fedeli. Ma la cosa può essere allargata. Ci può essere intelligenza della Parola di vita solo in questo vicendevole servirsi comandato dal Signore Gesù. È la dimensione della fraternità che diventa il luogo dell’intelligenza della fede. E ciò che si partecipa nella condivisione, come ciò che si impara del mistero, è sempre la stessa cosa: un entrare nella comunione con il Figlio di Dio dato per noi, un renderci con il Cristo espressione di lode di tutto il creato senza più divisioni. In realtà è proprio questo l’aspetto più significativo del mistero dell’Eucaristia: l’Eucaristia fa l’unità, rende corpo unico, rende un cuor solo e un’anima sola. L’Amen che il fedele risponde al ‘Corpo di Cristo’ detto dal sacerdote al momento della comunione ha proprio questo significato: sì, credo di far parte di quel Corpo e mi impegno a vivere in modo che quel Corpo non sia mai diviso, in modo da non separarmi mai da quel Corpo, in modo da non impedire a nessuno di vedere la bellezza di quel Corpo, in modo da favorire in ogni modo la fraternità in Cristo, perché a Dio sia riconosciuta la sua gloria. La celebrazione dell’Eucaristia allude esattamente a questo.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

Sacratissimo Cuore di Gesù

(27 giugno 2025)

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Ez 34,11-16;  Sal 22 (23);  Rm 5,5b-11;  Lc 15,3-7

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Se teniamo insieme la proclamazione del vangelo di questa festa in tutti e tre i cicli possiamo cogliere meglio il mistero dell’amore di Dio svelato in Gesù. Le tre frasi centrali dei rispettivi brani sono le seguenti: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29); “uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19,34); “Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle” (Lc 15,5). Così fedele all’amore del Padre per noi (questo significa il suo essere mite e umile di cuore) da lasciarsi trafiggere (come squadernandoci la profondità del suo amore) per riportarci tutto gioioso al Padre (portare la pecorella smarrita sulle spalle allude al suo essere crocifisso).

Per la liturgia di oggi, l’immagine del pastore illustra il mistero dell’amore eterno di Dio: un pastore che raccoglie le sue pecore, che le conduce in ottime pasture, che le fa riposare, che riconduce la pecora smarrita, che cura quella malata, che non trascura quella forte. Così il profeta Ezechiele descrive Dio alla guida del suo gregge. E anche il vangelo di Luca, nella parabola della pecora smarrita, descrive Gesù come il pastore che lascia le novantanove pecore al sicuro per andare in cerca di quella che si era persa e del cui ritrovamento si rallegra tanto da rendere tutti partecipi della sua gioia.

Il mistero della parabola evangelica riguarda non semplicemente l’amore di Dio, ma l’esperienza che fa il nostro cuore dell’amore di Dio. Con le sue parabole Gesù vuol rispondere alle mormorazioni del cuore dell’uomo che non è più capace di onorare i suoi fratelli perché non sa più riconoscere il mistero di Dio; non riesce più a percepire il cuore di Dio. Per noi, in effetti, si tratta solo di riconoscere e credere all’amore di un Dio che viene a cercarci, a usarci premura, a fare dono di Sé a noi, a perdonarci, noi, la sua gioia! Ma il nostro cuore, irretito nelle illusioni del peccato, è più aspro di quello di Dio; crede di salvare una specie di nobiltà teorica condannandosi, rinchiudendosi in una condanna sfiduciata. La vita non è avara di motivi di sfiducia, ma si può giocare proprio nella fiducia a Qualcuno, che è riconosciuto come Colui che ‘si perde’ per noi e ci ridà dignità. È vero che Dio può far nascere altri figli perfino dalle pietre, ma è ancora più vero che, per quanto indegni e ribelli, i figli che Dio preferisce sono quelli in carne ed ossa, quelli che siamo, che rimprovera ma di cui continua ad avere premura. Gesù, morto e risorto per noi, è il sigillo ultimativo di quella Volontà e il suo Cuore trafitto è l’emblema più suggestivo di quella Volontà di Bene per noi.

Solitamente spieghiamo la parabola nella contrapposizione tra il peccatore, che si perde e i 99 giusti, che se ne stanno ben custoditi e interpretiamo la gioia di Dio per la conversione del peccatore come lo preferisse ai giusti che non hanno bisogno di conversione. La distinzione però non è operata a livello degli uomini, ma tra gli uomini e gli angeli. Chi si perde è l’uomo, non gli angeli; Dio va alla ricerca dell’uomo, non degli angeli che già lo adorano e che sono gli invitati alla sua festa quando un uomo si converte e torna a godere dell’amore di Dio. Così non esiste un uomo che sia giusto perché tutti sono peccatori e tutti, ciascuno singolarmente, è cercato e portato in spalla dal Signore, che per salvarlo si è messo sulle sue tracce. Il mistero a cui si allude con questa parabola è l’eterno amore di Dio per l’uomo, amore che non può non essere amore di misericordia, proprio perché l’uomo si è perso, si perde e se Dio non venisse alla sua ricerca non troverebbe più la via di casa. Su quell’amore è costruito l’universo e tutto il creato parla di quell’amore. In quell’amore consiste la gioia di Dio e non in altro. Ora, il simbolo più eloquente di quell’amore è proprio quel ‘sacratissimo cuore di Gesù’ che la lancia del soldato, che gli trafigge il costato, apre sul mondo spalancando sull’universo il segreto di Dio. Come dice il prefazio della liturgia di oggi: “Innalzato sulla croce, nel suo amore senza limiti donò la vita per noi e dalla ferita del suo fianco effuse sangue e acqua, simbolo dei sacramenti della Chiesa, perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del Salvatore, attingessero con gioia alla fonte perenne della salvezza”.

L’antifona d’ingresso cantava: “Di generazione in generazione durano i pensieri del suo Cuore, per salvare dalla morte i suoi figli e nutrirli in tempo di fame”, eco del salmo 32/33, 10-11: “Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il disegno del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni”. Il disegno del Signore è la determinazione all’amore per l’uomo senza lasciarsi vincere dalla sua diffidenza e dalla sua cattiveria. Il Cuore di Gesù svela questo ‘disegno’ e lo rende noto a tutti i cuori, perché è da sempre, ancor prima della fondazione del mondo, anzi, motivo della stessa fondazione del mondo, perché è perenne, definitivo, sempre nuovo, perché risponde al desiderio e alla gioia di Dio e perché risponde al desiderio e al riposo dell’uomo. Se questa è la verità di Dio per l’uomo, come non proferire insieme al salmista: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla” (Sal 22/23,1)? E di che cosa potrei mancare quando si affoga in quella tenerezza che risana le radici del cuore?

Si comprendono allora le espressioni di certi santi che così descrivono l’amore di Dio: “Un grano di sabbia non fa peso davanti a una grande quantità d’oro. L’uso che Dio fa della sua giustizia non fa peso davanti alla sua misericordia. I peccati della carne sono come un pugno di sabbia gettato nell’oceano dello Spirito di Dio e come una sorgente che sgorga impetuosa non può essere ostacolata da una manciata di polvere, così la misericordia del Creatore non è arrestata dai vizi delle sue creature” (Isacco Siro). E come non bere la speranza dall’esperienza di quell’amore che ti dischiude il senso delle cose, e come non custodirla per tutti se tutti aneliamo al riposo di quell’amore, sebbene l’arrivare alla coscienza di questo sia così differente l’uno dall’altro!

Recitando il Padre Nostro, preghiamo proprio perché quel ‘disegno’ eterno di Dio per l’uomo, in ciascuno e in tutti, si renda evidente, vero, diventi nostra vera esperienza di vita.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

Ss. Pietro e Paolo

(29 giugno 2025)

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At 12,1-11;  Sal 33 (34);  2Tm 4,6-8.17-18;  Mt 16,13-19

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Nella festa dei santi apostoli Pietro e Paolo, la liturgia mette in risalto la fedeltà e la potenza di Dio nel mantenere fede alle sue promesse. Sia Pietro che Paolo sono ricordati nella loro storia personale, fatta di tensioni, di problemi, di peccati, di rinnegamenti, ma contemporaneamente di fedeltà, di lealtà, di amore al loro Signore tanto da ricevere il dono di poter dare la vita per Lui. E non solo a titolo personale, ma a titolo ecclesiale, come a dire: quel dono della vita da parte loro non suggerisce prima di tutto la loro generosità, ma la fedeltà di Dio al suo piano di salvezza che ha conquistato i loro cuori a tal punto da farne il fondamento di ogni altra simile esperienza. La chiesa è fondata sugli apostoli, su Pietro e su Paolo, nel senso che la loro confessione del Signore costituisce il paradigma di ogni confessione del Signore nella chiesa. E proprio dal fatto che la loro confessione del Signore ingloba anche tutta la loro storia personale, peccati compresi, deriva la consolazione di una fede che sa di dipendere dalla potenza di Dio, capace di conquistare e trasfigurare i cuori e l’umanità intera.

Così li esalta la liturgia bizantina: “Essi sono le ali della conoscenza di Dio che hanno percorso a volo i confini della terra e si sono innalzate sino al cielo, sono le mani del vangelo della grazia, i piedi della verità dell’annuncio, i fiumi della sapienza, le braccia della croce; tramite essi il Cristo ha abbattuto la boria dei demoni, lui che possiede la grande misericordia”. Per questo supplica: “Tu che dichiarasti a Pietro che le genti erano state purificate dallo splendore dello Spirito, o Cristo, purifica anche la mia mente, mentre acclamo: benedite, opere del Signore, il Signore”. E ancora: “Elargisci, grazie alle tue preghiere, il condono delle colpe, l’illuminazione del cuore e la letizia dello spirito, o apostolo, a quanti celebrano la tua memoria”.

A cosa guardi la chiesa, nella celebrazione degli apostoli Pietro e Paolo, lo rivela la preghiera dopo la comunione: “Concedi, Signore, ai membri della tua Chiesa, che hai nutriti alla mensa eucaristica, di perseverare nella frazione del pane e nella dottrina degli Apostoli, per formare nel vincolo della tua carità un cuor solo e un’anima sola”. La preghiera riecheggia la descrizione di At 2,42: “Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”. Come a dire: l’esperienza di Gesù si fonda sulla testimonianza degli apostoli, che ci danno la verità del Cristo, come parola e come Corpo, perché possiamo formare un cuor solo e un’anima sola nella potenza del suo Spirito, riconciliati con Dio e con il prossimo.

L’aspetto singolare della loro testimonianza è costituito dal fatto che soltanto tramite loro siamo garantiti nell’accesso alla rivelazione di Dio, in Gesù. Il brano evangelico della confessione di Pietro a Cesarea lo conferma: “Disse loro: ‘Ma voi, chi dite che io sia?’. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. La confessione della verità del Signore Gesù comporta la partecipazione alla rivelazione di Dio. Quando ci si appressa al mistero della persona di Gesù si comincia a godere di un dinamismo di rivelazione che proviene da Dio e che ci precede. Non si tratta in effetti di cogliere una verità su Gesù, ma di percepire che Dio ci si fa incontro nella sua accondiscendenza di amore per noi. Accondiscendenza, che ci riguarda a doppio titolo: implica il movimento che viene direttamente da Dio nel suo amore anche per me e il movimento che viene dai suoi servi che già hanno goduto di quell’amore e di cui si fanno garanti per me. Ambedue gli aspetti sono essenziali per il nostro cuore, perché questa è la provvidenza di Dio per gli uomini.

La ragione profonda di questo doppio dinamismo è svelata da Gesù quando prorompe in un inno di lode al Padre dopo che gli apostoli, inviati in missione evangelizzatrice, tornano a lui: “In quel tempo Gesù disse: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza” (Mt 11,25-26). ‘Così hai deciso nella tua benevolenza’: l’espressione non si riferisce semplicemente al fatto che Dio ha voluto così, ma al fatto che in quel volere di Dio sta tutta l’accondiscendenza di amore per l’uomo. Il compiacimento del Padre sta tutto sul Figlio, come viene rivelato al Giordano e al Tabor e noi siamo chiamati – è il valore della confessione di Pietro! – ad accogliere il Figlio per godere di quella stessa compiacenza, fonte per noi di bene e di santità.

Pietro confessa in tutta sincerità la verità di Gesù, ma non è ancora consapevole di ciò che quella verità comporta. Basta leggere il seguito del brano e il resto del racconto evangelico per sincerarsene. Eppure, Gesù proprio sulla verità confessata da Pietro (il nome Pietro, traduzione greca del nome aramaico Kepha, roccia, non era usato come nome proprio di persona nell’ambiente di allora) edifica la sua chiesa. Il che significa che quella verità non sarà mai più ritoccata; risuonerà eterna e salvatrice a dispetto di ogni prova. Tuttavia – possiamo domandarci – la confessione di Pietro, pur veritiera, a quale profondità di risonanza si situa nel suo cuore? Se rileggiamo la sua confessione dopo il brano evangelico della messa vigiliare, Gv 21,15-19, possiamo comprendere più da vicino l’arco di sviluppo della fede di Pietro. Quando Gesù gli domanda per tre volte: ‘Simone di Giovanni, mi vuoi bene?’, Pietro sa bene che non ha mai rinunciato al suo Gesù, ma sa altrettanto bene che l’aver saputo la verità su Gesù non gli ha impedito il tradimento. Ha dovuto rendersi conto direttamente di quanto l’uomo possa misconoscere il dono e le vie di Dio, sebbene non sia mai venuto meno al fascino di Gesù che l’ha segnato nell’intimo. “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”: il suo amore non è più proclamato, è solo sussurrato; non si fonda più sul suo slancio, ma sulla confidenza nella compiacenza di Gesù che lo vuole suo intimo e testimone; ha ormai accettato che le vie di Dio sono diverse da quelle degli uomini. È pronto ormai, come gli profetizza Gesù, a vivere la verità del suo Maestro dovunque la testimonianza del suo amore lo porterà. In quel momento, la sua antica confessione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” acquista tutta un’altra risonanza. E anche la rivelazione di Dio per lui acquista tutta un’altra densità e potenza. In quella confessione, scavata nella sua densità e potenza, noi tutti siamo fondati.

È caratteristico che la liturgia accomuni a Pietro Paolo nella sua testimonianza di apostolo che ha combattuto la buona battaglia, che ha terminato la corsa conservando la fede: la verità confessata di Gesù, acquisita per rivelazione, ha impegnato tutta la sua vita perché risplendesse al di sopra di tutto l’amore del Signore che conquista tutti. La corona che si aspetta è quella che definisce con l’attesa della manifestazione del Signore: “Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno, non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione”. Manifestazione, che costituisce la tensione del cuore nell’adesione al Signore Gesù che condivide con i suoi fedeli i suoi segreti, fonte di dignità per il mondo intero.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XIV Domenica

(6 luglio 2025)

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Is 66,10-14c;  Sal 65 (66);  Gal 6,14-18;  Lc 10,1-12.17-20

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La pace, che i discepoli sono mandati ad annunciare, è declinata dai due passi delle lettere di s. Paolo che oggi sono proclamati. Il canto al vangelo sintetizza Col 3,15-16: “E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza”. In questo capitolo Paolo descrive la natura della pace che abita il cuore dei discepoli. Parla dell’uomo nuovo che il discepolo è diventato, secondo le caratteristiche di un’umanità, tipica del Signore Gesù. L’uomo nuovo è un uomo dalle viscere di misericordia, con un sentire buono e benevolo, umile e mite, di pazienza dolce e larga con tutti, facendosi spalla l’uno all’altro, facendo grazia di sé a tutti come il Signore ha fatto grazia di sé a noi, ricco in amore. Di queste caratteristiche è fatta la pace di Cristo, di cui Paolo dice che la vince in ogni cosa perché non acconsente mai a separarsi dai propri fratelli: “E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo”. Il segnale per il cuore che quella pace lo abita è il continuo rendimento di grazie, il vivere grati per ogni cosa. E questo perché la parola di Cristo è stata accolta come la parola di verità del cuore.

L’altro passo paolino è quello della lettera ai Galati là dove Paolo dice come sia arrivato a godere della pace di Cristo: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). L’espressione è potente perché dice che non c’è nulla nel mondo che sia preferibile all’amore di Gesù, di cui è stato investito e che in se stesso non c’è anelito che possa trovare soddisfazione al di fuori di quell’amore. In pratica dice che lui non dipende più da alcun bisogno e che resta comunque solidale con l’umanità di tutti.

Ebbene, di questo tipo è la pace che Gesù affida ai suoi discepoli perché l’annuncino e la portino al mondo. I particolari del brano evangelico sono inequivocabili. Gesù li invia due a due. Come possono annunciare la pace del Regno se non la fanno vedere come compiuta nella loro relazione fraterna? Come possono invitare a condividere insieme a loro la pace del Signore, che si fa nostro prossimo, se quella pace non è diventata radice di benevolenza tra loro, segno dello splendore di Dio in mezzo a loro?

Gesù li invita a pregare perché Dio non si stanchi di far grazia di sé attraverso coloro che hanno trovato nella pace del vangelo il riposo del loro cuore. Vuol dire che nell’annuncio del vangelo è Dio stesso che si approssima all’uomo e questo è il mistero che, se ha conquistato il cuore degli annunciatori, conquisterà anche quello degli ascoltatori. I discepoli diventano collaboratori di Dio (1Cor 3,9) all’opera di riconciliazione in atto nella storia, come dice Gesù: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv 5,17). Opera appunto la riconciliazione in Gesù, nostra pace: “Egli infatti è la nostra pace” (Ef 2,14). In questo senso dobbiamo imparare a giudicare ogni cosa in base alla convergenza verso questo supremo scopo divino. Tra l’altro, imparare a diventare coscienti di questa realtà significa passare dal livello psicologico a quello spirituale, diventare compagni di Dio.

A missione compiuta, i discepoli tornano pieni di gioia. Gesù commenta la letizia dei discepoli a due livelli. Anzitutto, il demonio non ha più un potere superiore all’uomo. Cessa la sudditanza, anche se inizia la lotta, che si può vincere nel nome di colui che l’ha ormai detronizzato con l’annuncio evangelico: “è vicino a voi il regno di Dio”. La forza del nemico sta nell’intimorire, ma a chi non gli presta orecchio, perché ha la parola di Gesù ben piantata nel cuore, non fa alcun danno. Quindi formula la ragione vera della letizia: “i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Come a dire: non rallegratevi se avete potuto fare cose straordinarie, ma solo del fatto che potete stare nel sentire di Dio, benevolo verso tutti.

I discepoli impareranno col tempo l’estensione e la natura di quella letizia nel seguire il loro Maestro, che sta andando a Gerusalemme dove subirà la passione. E se ne faranno una ragione con quello che Gesù proclama subito dopo, anche se questi versetti sono stati omessi nella proclamazione evangelica odierna: “Ti rendo lode, o Padre … perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza” (Lc 10,21). È all’intimità di quella rivelazione che il discepolo attinge per fondare le ragioni di un vivere che si strutturano come radici di umanità nuova. E la sua forza sta tutta nella fiducia delle parole di Gesù: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32)! Non è conquista nostra, non attiva meccanismi di rivendicazioni o esibizioni, non comporta grandezze umane che dividono; solo una gratitudine immensa, uno stare solidali con i sentimenti di benevolenza di Dio per tutta l’umanità.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XV Domenica

(13 luglio 2025)

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Dt 30,10-14;  Sal 18;  Col 1,15-20;  Lc 10,25-37

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È interessante osservare la collocazione di questo brano nel racconto evangelico. Matteo e Marco lo collocano negli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme e lo introducono secondo una formulazione propria all’ambiente ebraico a proposito della questione di quale sia il comandamento più grande. Luca invece, scrivendo per lettori di ambiente greco, colloca il brano all’inizio del viaggio di Gesù a Gerusalemme e pone la questione in rapporto allo scopo della vita. Ed è caratteristico che tale questione si ponga dopo che Gesù si era rallegrato del successo della predicazione dei 72 e aveva commentato: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono” (Lc 10,23-24). Partendo da questa prospettiva, cioè della straordinarietà del tempo messianico oramai squadernato, la parabola di Gesù, che rintuzza lo scriba nel suo tentativo di giustificazione, acquista una valenza nuova.

Gesù e lo scriba sono d’accordo nella solenne affermazione biblica che amare Dio con tutto il cuore e amare il prossimo fa accedere alla vita eterna. Non pensano però allo stesso modo. Affermano la stessa cosa, ma non pensano allo stesso modo. La cosa si vede dalla domanda dello scriba e dalla risposta di Gesù. Sull’evidenza del comandamento più grande, lo scriba puntualizza: ma chi è il mio prossimo? Per la mentalità comune di allora, per un ebreo il prossimo è chi appartiene alla sua gente. Gesù la pensa diversamente e, rovesciando l’impostazione dello scriba, dirà alla fine della parabola: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti? Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così” (Lc 10,36-37).

Non si tratta di sapere chi sia il mio prossimo (il che equivarrebbe a fissare dei confini per l’esercizio del comandamento, come nel caso, ad esempio, del perdono: ‘quante volte devo perdonare…?). Si tratta di fare da prossimo e questo non tiene conto di alcun confine.

Non solo, ma in questa risposta di Gesù si vede come il raccordo del secondo comandamento al primo non sia scontato. Gesù pone il primo comandamento in assoluto, ma il secondo allo stesso livello del primo. Gesù vuole eliminare ogni idea di confine, limitazione, condizione, nell’esercizio dell’amore di Dio, che è Padre di tutti. Così la parabola è definita sulla sua rivelazione di Figlio dell’uomo che si appressa all’uomo per svelargli la grandezza dell’amore del Padre e non si ritrae di fronte a nessuno perché tutti sono chiamati a godere di questo amore. In effetti, Gesù, con la sua parabola, restituisce al dottore della legge l’ottica giusta, quella di Dio: si tratta di agire da prossimo con chiunque, anche con i nemici o gli avversari, come il buon samaritano che si è mosso a compassione vedendo un uomo ferito sulla strada. Ogni parabola è un’illustrazione dell’agire di Dio, una raffigurazione dei sentimenti e dell’agire di Gesù, venuto a rivelare l’amore di Dio agli uomini. Il buon samaritano è Lui stesso, che ha lasciato le 99 pecore (gli angeli) al sicuro ed è venuto a cercare la pecora (l’uomo) perduta. Così, l’agire in compassione fa ereditare la vita eterna perché assimila a Dio, rende simili al Cristo e ne svela al nostro cuore la bellezza. L’esito del comandamento dell’amore al prossimo non è semplicemente di far star bene il prossimo, se possibile, ma di ottenerci la rivelazione del volto di Dio, compimento dei desideri del nostro cuore.

A questo rimando fa riferimento l’espressione messa in bocca allo scriba e che noi traduciamo: “Chi ha avuto compassione di lui”. La stessa espressione ricorre nel cantico di Zaccaria, in Lc 1,72, resa con “così egli ha concesso misericordia ai nostri padri”. Commentando la parabola, lo scriba non può che riconoscere che il farsi prossimo comporta il far prova di bontà verso chi è nel bisogno, imitando in questo Dio stesso. Ci si accorge subito che l’accento non è sul sapere, ma sul fare e che l’orizzonte è largo, senza sorta di restrizioni. Non si tratta di un semplice fare atti di bontà, ma di radicare gli atti di bontà in un cuore che si muove a compassione, in un cuore che solidarizza e vive l’umanità dell’altro come la propria. Questo è l’intendimento evangelico e Gesù lo illustra all’inizio del suo salire a Gerusalemme insieme ai suoi discepoli perché possano intuire il suo segreto di intimità con Dio e con gli uomini.

Il brano di vangelo è confermato dall’affermazione del Deuteronomio: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te…Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. L’insegnamento di Gesù, specificamente spiegato con la parabola del buon samaritano, è ‘vicino’ a noi. Vuol dire due cose: è accessibile a noi, non è qualcosa di complicato o assurdo o inarrivabile; nello stesso tempo, è adatto a noi, corrisponde al nostro cuore, nel senso che fa vivere il cuore, ne compie gli aneliti profondi. E il libro del Deuteronomio sottolinea: la parola del Signore ti è vicina, “perché tu la metta in pratica”. Vale a dire: il comandamento non rivela il suo segreto se non praticandolo. Non lo puoi praticare se non lo accogli da dentro un’alleanza col tuo Dio, ma non lo puoi comprendere se non praticandolo e così cogliere il gusto di quell’alleanza con Dio che si era prima appena percepita.

Del resto, qui sta anche racchiusa la legge dell’intelligenza spirituale delle Scritture. La parola di Dio non è pronunciata perché la si capisca, ma perché la si metta in pratica. Sarà la pratica a portare quella conoscenza che il cuore desidera. La parola suggerisce una possibilità di pratica che porterà alla comprensione, la quale poi farà ritornare con più desiderio alla parola per vedervi nuove possibilità di pratica e così via. Così, davanti alla parola, al comandamento, è mal posta la domanda: cosa vuol dire? Dovremmo dire: qual è il mistero che nasconde di cui diventare partecipi mettendola in pratica?

Lo rivela anche il salmo 18 con il proclamare: “La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi”. Come dicessimo: ho scoperto che la legge del Signore è perfetta perché rende noi perfetti rendendoci pieni di vigore; che è salda perché rende noi veri e saggi; che è retta perché ci fa giusti in letizia; che è limpida perché rende puro il cuore e gli occhi luminosi, ecc. La parola del Signore ristora l’anima, dà gusto all’intelligenza, gioia al cuore e luminosità agli occhi. Come a dire: è la parola del Signore, cioè la vita che deriva da lui, a costituire la fonte del ristoro (pace), del gusto (sapienza, senso), della gioia e della luminosità per i nostri cuori. E tutto questo si sperimenta accettando di condividere l’agire di Dio per gli uomini: farsi prossimo a tutti.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XVI Domenica

(20 luglio 2025)

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Gn 18,1-10a;  Sal 14 (15);  Col 1,24-28;  Lc 10,38-42

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L’antica colletta della liturgia di oggi coglie bene la natura della sollecitudine che fa da radice sia all’agire che all’ascoltare: “Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che risuona ancora nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli”. Poter avere un cuore umile e mite significa poter partecipare all’umanità di quel Figlio nella sua intimità con il Padre e poter esprimere nel proprio agire tutta l’accondiscendenza di Dio per l’uomo, radice della nostra sollecitudine per i fratelli. Così, quando nella preghiera sulle offerte, diciamo: “…e ciò che ognuno di noi presenta in tuo onore giovi alla salvezza di tutti” si sottolinea lo stesso mistero: ciò che è gradito a Dio è solo ciò che porta alla salvezza di tutti. Il che equivale a dire: quando sono rapito nell’ascolto, incontro il Dio che vuole la salvezza di tutti, non solo mia; quando sono indaffarato nel servizio, incontro il Dio che si fa accondiscendente a tutti, perché da tutti Lui sia conosciuto e benedetto. Marta e Maria costituiscono così le due facce della stessa sollecitudine per la conoscenza del Signore, supremo Bene del cuore dell’uomo.

La prima lettura e il vangelo sono accomunati dallo stesso atteggiamento di fondo: la sollecitudine. Abramo corre per onorare i suoi ospiti; Marta, presa dalla stessa sollecitudine, è tutta indaffarata nei molti servizi per un’ospitalità degna dell’illustre Ospite, mentre Maria, con lo stesso atteggiamento di sollecitudine, anche se in modalità differente dalla sorella, è tutta presa dall’Ospite dal quale non stacca occhi e orecchi. S. Agostino annota di Maria: ‘mangiava Gesù ascoltandolo’!

Gesù elogia forse Maria per rimproverare Marta? Leggiamo: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,42). Il testo dice semplicemente: ‘Maria ha scelto la parte buona’. S. Efrem dice che l’amore di Marta era più fervente di quello di Maria.

Il fulcro dell’episodio sta appunto in quel non le sarà tolta. L’allusione è al desiderio profondo del cuore dell’uomo che è fatto per Dio. L’elogio di Gesù si riferisce ad un tempo in cui sarà Lui stesso a servire i suoi discepoli (cfr. Lc 12,37). Ciò che non verrà mai meno e di cui si potrà godere in assoluto, quello è la parte buona, l’unica cosa necessaria, quello di cui c’è bisogno. In primo piano c’è Dio che viene incontro all’uomo, Dio che ristora l’uomo. La figura di Maria ai piedi di Gesù apre alla stessa visione. Ma quella visione è percepibile se il cuore avverte la natura del suo ascoltare, tutto teso a godere la verità dell’amore del suo Dio che la nutre e la ristora. Così, la sua figura è figura di ogni discepolo, la figura di ogni lettore/ascoltatore della Parola di Dio.

Quando Gesù fa l’elogio di Maria, rivela la natura vera del servizio di Marta. In effetti, due sono gli aspetti dell’ospitalità: la sollecitudine nel servizio e l’intimità con l’ospite. Dei due, la parte migliore è l’intimità, nel senso che è l’intimità la forza e la finalità della sollecitudine, la quale serve a dare concretezza all’intimità. Tutto converge verso l’intimità. Ma la domanda vera per noi può suonare così: posso godere l’intimità senza esser preso dalla sollecitudine? Nel rapporto tra le due sorelle, che simboleggiano tutta la chiesa considerata unitariamente nelle sue molteplici manifestazioni di doni e carismi, Maria deve ringraziare Marta: può stare con il Signore senza che il Signore sia privato del dovuto onore; e Marta può ringraziare Maria: può onorare il suo Signore senza che il Signore sia lasciato solo.

L’esempio testimoniale dell’unica cosa necessaria è dato da Stefano, incaricato del servizio delle mense, che aveva il cuore rapito nella visione del suo Signore. L’unica cosa necessaria non è l’opera migliore fra altre; è di altra natura: il possesso di quell’unica cosa necessaria rende fruttuosa ogni opera di servizio. Fruttuosa, vale a dire capace di far sbocciare l’opera eseguita in frutto di intimità. Come a dire, ancora, che il frutto dell’agire bene non è semplicemente la virtù, ma la visione: aprire gli occhi del cuore alla conoscenza del Signore, all’unione con il Signore che davvero ristora il nostro cuore. E se il cuore è ristorato, allora, nel suo servizio ai fratelli, lascerà intravedere ‘quanto è buono il Signore’, quanto è desiderabile il suo possesso. In realtà, il senso stesso della sollecitudine del servizio consiste nel permettere agli altri di desiderare l’intimità col Signore, che di quel servizio è motivo e scopo.

Quando di Abramo si descrive la sua sollecitudine per gli ospiti, quello che il testo vuol far vedere è l’accondiscendenza di Dio per il suo servo, capace di tener fede alle sue promesse e di garantire al suo servo la verità della sua conoscenza, per lui e per i suoi discendenti. Le antiche leggende ebraiche non fanno che sottolineare questo aspetto nella fantasia dei particolari del racconto. Abramo è visitato da Dio il terzo giorno dopo la sua circoncisione, quando è ancora sofferente. Il caldo era insopportabile perché nessun viandante passasse a disturbare Abramo. Ma la cosa aveva reso Abramo triste perché se non capitava nessuno non avrebbe potuto esercitare alcuna ospitalità. Dio stesso decide allora di fargli visita e non vuole che nemmeno si alzi per venirgli incontro perché era sofferente, dicendogli, anzi, che i suoi discendenti, già all’età di quattro o cinque anni, staranno seduti nelle scuole e nelle sinagoghe dove Lui dimorerà. Ma quando arrivano gli angeli in veste di uomini, Abramo supplica il Signore di permettergli di andare loro incontro per offrire ospitalità, preferendola alla compagnia stessa della Sua Presenza. Tutti particolari che rivelano l’estrema accondiscendenza di Dio, percepita come la benedizione perenne sul popolo. E l’invito a Sara di impastare tre sea di farina (circa mezzo quintale, con la quale si sarebbe potuto sfamare un centinaio di persone!) allude all’altra donna del vangelo che impasta tre misure di farina con un po’ di lievito (cfr. Lc 13,21), simbolo appunto di Abramo che per la sua fede ha fatto regnare Dio in questo mondo.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XVII Domenica

(27 luglio 2025)

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Gn 18,20-32;  Sal 137 (138);  Col 2,12-14;  Lc 11,1-13

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La liturgia ci introduce oggi al mistero della preghiera. Quando Gesù risponde alla domanda dei discepoli apre come una finestra sul suo mondo interiore e contemporaneamente la apre sul nostro mondo interiore. Interessante osservare la collocazione dell’insegnamento del Padre nostro nella narrazione evangelica. Nel passo parallelo di Matteo, l’insegnamento è come l’illustrazione delle beatitudini appena proclamate, declinate in forma di preghiera. Prima di invitare a chiedere, Gesù aveva parlato del non giudicare. Per chiedere, occorre che il cuore non sia disperso nel rivendicare o nella millantata giustizia che fa guardare i fratelli dall’alto in basso. Quando non si esige più nulla presso o contro i fratelli, il cuore sta tutto unito nel chiedere. Presso Dio vale il nostro bisogno, non la nostra esibizione. Anzi, proprio quando solo il bisogno spinge a parlare, allora il grido è ascoltato. È il bisogno che arriva al cuore di Dio, che costringe Dio a manifestarsi per quello che è, cioè amore compassionevole.

Penso alla supplica della cananea, alla supplica del pubblicano al tempio, all’audacia della emorroissa, al tocco della peccatrice tutta assorta nella sua supplica. Tutti costoro hanno chiesto e sono stati esauditi. Chiedete e vi sarà dato. Quando il cuore non fa più affidamento altrove, quando non si aspetta più da altrove soddisfazione, quando si trova tutto compreso nel suo bisogno senza rivendicazioni di sorta, allora, Dio viene in soccorso. È come se Dio, nella richiesta del cuore, fosse confessato come l’unico, al quale niente e nessuno va accostato. L’uomo nel bisogno confessa che Dio è Dio e non ce n’è un altro. È anche quello che la tradizione mistica musulmana esprime: “Vieni in nostro aiuto, perché non abbiamo altro rifugio che Te! Alle nostre domande, solo Tu puoi dare la risposta. Alle nostre sofferenze, solo Tu puoi portare rimedio. Ai nostri tormenti, solo Tu puoi portare riposo” (Ansari, mistico persiano, 1006-1088). Ecco, quando vale quel ‘solo Tu’, allora l’anima viene esaudita.

Insieme al chiedere, Gesù invita a cercare e a bussare. Il chiedere è espressione di tutto un processo interiore che dura nel tempo, che acquisisce intensità col tempo, che convoglia tutti gli aneliti del cuore in un punto solo: Dio. Così, l’espressione evangelica va letta: se cerchi, trovi; se bussi, ti sarà aperto. Non si trova quello che si cerca, ma se si cerca. La potenza di questa rivelazione può essere spiegata con la proclamazione del salmo: la tua promessa supera la tua fama. Dio sopravanza la nostra richiesta perché ascolta, non le nostre parole, e nemmeno semplicemente il nostro cuore, ma l’anelito segreto che muove il cuore a chiedere: il tuo volto, Signore, io cerco! Ogni richiesta è nostalgia di Dio. E quando la richiesta si confonde con l’urgenza di quella nostalgia, allora Dio si manifesta.

È quanto sottolinea Luca nella spiegazione della parabola che fa seguire all’insegnamento del Padre nostro. Se Gesù insegna il Padre nostro, vuol dire che ciò che rendeva singolare la sua preghiera, e che i discepoli avevano colto, era l’intensità di intimità con quel Padre di cui custodiva i comandamenti, di cui annunciava la prossimità, di cui svelava il volto, di cui mostrava la verità nell’amore all’uomo e di cui suscitava la nostalgia in questo mondo. In questo senso, è assai significativa l’esplicitazione che fa Luca a proposito della bontà di Dio che dona a chi chiede: “quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”. Riassume il chiedere nel domandare lo Spirito Santo. È come se dicesse: se chiediamo qualcosa è perché ci disponiamo al dono dello Spirito, il quale ci conduce alla verità del cuore nel suo bisogno di Dio. Si tratta della richiesta di fare esperienza in ogni cosa dell’amore di Dio per noi in modo che il cuore, come è stato tutto unito nel chiedere, rimane tutto unito nella comunione con il proprio Dio. E quando questo avviene, allora l’uomo non cerca il bene dagli uomini, ma lo offre loro, precedendoli. Vale in tutta la sua potenza, per il cuore, quel ‘Tu solo!’, come una sorgente in espansione. E commenterei: l’uomo non è più in adorazione di sé, ma sa ormai che la vita è conoscenza di Dio, adorazione di Lui solo.

Nella liturgia di oggi la profondità dell’insegnamento di Gesù è svelata dalla preghiera di intercessione di Abramo. La tradizione ebraica è unanime nel riconoscere ad Abramo la condivisione dei sentimenti di Dio tanto che sembra che il servo custodisca il senso dell’alleanza in favore di tutti i popoli in modo più sollecito dell’Altissimo. E in questo piace all’Altissimo. Negli antichi racconti su Abramo si fa notare che, quando un uomo prega con devozione, può star sicuro che la sua preghiera sarà esaudita, perché è detto: “Tu accogli, Signore, il desiderio dei poveri, rafforzi i loro cuori, porgi l’orecchio” (Sal 10,17). Nessuno ha pregato con tale fervore come Abramo: “Lontano da te agire in questo modo, il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te!”. Quando l’Altissimo vide come intercedeva perché non distruggesse il mondo, lo lodò: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia” (Sal 45,3).

Nella tradizione cristiana si sottolinea costantemente che ogni nostra richiesta a Dio, se non può essere ricondotta ad una domanda del Padre Nostro, non sarà esaudita. E tutte le richieste confluiscono in una sola, come la conclusione della spiegazione di Gesù mostra chiaramente: “… quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”. Raramente abbiamo coscienza nella nostra preghiera che questa sia la domanda essenziale. Probabilmente, perché non abbiamo coscienza né dell’urgenza che ci agita dentro né della confidenza di cui ci è dato accesso.

La drammaticità della logica della preghiera (ottieni se chiedi, non necessariamente ciò che chiedi) è la drammaticità di una relazione d’amore, espressa proprio dalla preghiera di quel Giusto di cui viene detto: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì” (Eb 5,7-8). Quell’ esaudito non ha comportato il fatto di essere salvato dalla morte, ma il fatto di non essere vincolato dalla morte, per cui ha trovato vita nella morte e ha potuto farci dono della vita che non è più mortificabile.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XVIII Domenica

(3 agosto 2025)

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Qo 1,2; 2,21-23;  Sal 89 (90);  Col 3,1-5.9-11;  Lc 12,13-21

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Il brano evangelico di oggi assomma la precarietà dei beni e la fugacità del tempo, a sottolineare la condizione dell’uomo su questa terra. Come comportarsi? Sembra questa la domanda di fondo rispetto a quelle evidenze. Ma il cap. 12 di Luca incastona la domanda su un’altra evidenza, non però così evidente: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32). Quell’evidenza è racchiusa, all’inizio e alla fine del capitolo, da due messe in guardia contro l’ipocrisia: “Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia” (v. 1) e “Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?” (v.56).

L’ipocrisia, che insidia segretamente il nostro sentire e agire, viene svelata dalla risposta di Gesù all’uomo che gli chiedeva di usare la sua autorità per ottenere giustizia in una questione di eredità. L’ipocrisia nasce dall’avidità che corrode i cuori impedendo di cogliere proprio il dono del Regno. Si vorrebbe aderire all’insegnamento di Gesù perseguendo il proprio interesse, pur lecito, ma senza distogliere il cuore da quella ricerca dei beni che alla fine distoglie da una vera adesione. Così la richiesta di giustizia è ambigua se è intaccata da quella che il vangelo chiama ‘avidità, cupidigia, bramosia’, senza che nemmeno il cuore se ne accorga. Il ragionamento di Gesù, con la sua parabola, è affidato, non all’idea della precarietà dei beni, che oggi ci sono e domani si perdono, ma alla inesorabilità del tempo che ti sorprende men che te l’aspetti.

Il salmo responsoriale fa ben intendere che l’illusione non deriva tanto dalla inconsistenza dei beni ma dalla fugacità del tempo: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sal 89/90, 11). Potremmo spiegare: chi confida nelle cose si percepisce come eterno e l’ansietà rispetto ai beni della vita, con l’affanno per il cuore che porta, deriva dalla illusione per questa supposta eternità. Gesù lo rimarca chiaramente e la risposta a quell’ansietà che divora e prostra il mondo si trova nelle parole riportate poco dopo il brano di oggi: “Cercate piuttosto il suo regno e queste cose vi saranno date in aggiunta” (Lc 12,31). Gesù l’aveva apertamente dichiarato: “quanto più degli uccelli valete voi” (v. 24), che pure Dio nutre; “quanto più farà per voi, gente di poca fede” (v. 28), se Dio si premura di vestire così splendidamente l’erba nel campo! L’illusione deriva dallo spostare la confidenza da Dio alle cose, con l’aggravante che l’affanno per le cose impedisce la solidarietà con i fratelli.

Non viene chiesto all’uomo di contentarsi della povertà, ma di arricchire davanti a Dio: i beni, così necessari al nostro vivere e al vivere bene, non ingolfano se vissuti in solidarietà. L’eterno non è la dimensione dell’al di là, ma il valore permanente del tempo, la qualità permanente del tempo.

In sostanza, qual è il giudizio che Gesù formula? Il suo giudizio non riguarda questo mondo, ma il mondo futuro, che però si gioca in questo mondo, come illustra anche la seconda lettura. L’uomo cerca i beni di questo mondo per vivere bene, ma – ricorda Gesù – il vivere bene non dipende dai beni di questo mondo. La parabola dell’uomo ricco che aveva accumulato molti beni, nel suo significato più immediato, è chiara. Corrisponde al senso di molti altri passi evangelici: che giova all’uomo guadagnare il mondo se poi rovina se stesso o muore? (cfr Lc 9,25). Non si tratta però di scegliere tra la povertà evangelica e la ricchezza, ma tra l’avidità e la solidarietà: “Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”. Ecco la domanda meglio posta: come arricchire davanti a Dio? I beni di questo mondo, di cui abbiamo assoluto bisogno per vivere, portano vita se ci fanno arricchire presso Dio, ci rimandano cioè alla confidenza in Lui e alla solidarietà in umanità perché Lui sia benedetto come Padre di tutti.

Sembra che l’uomo non possa evitare questa contraddizione: i beni affascinano, ma non soddisfano; il regno di Dio è proclamato soddisfarci, ma non ci affascina più di tanto, almeno come noi ci immaginiamo o vorremmo! Contrapposto ai beni sta il Regno; dentro i beni, è il Regno che va cercato. Ma noi – ecco la domanda angosciante – siamo ancora nella condizione di percepire la natura dell’offerta di Gesù con il suo parlare della benevolenza del Padre che in lui ci fa gustare il suo Regno? Riusciamo ancora a sognare cosa possa comportare l’invito: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Mt 25, 34)?

La rivelazione di Gesù procede per due passaggi: prima risponde alla folla, poi ai discepoli. Rispondendo alla folla indica come la discriminante per la giustizia in questo mondo risulti dal fatto di stare solidali con l’umanità. Alla domanda: come ci si arricchisce davanti a Dio, la Scrittura dà una risposta univoca: dando al povero (Pr 3,27; Is 58,7). La solidarietà con chi è nel bisogno rende la vita degna di essere vissuta. Allora chi è il ricco? È colui che assomiglia a Gesù: “egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo…” (Fil 2,6-7). Dietro l’ammonizione di Gesù, si nasconde anche questa rivelazione.

Gesù continua poi a spiegarsi con i discepoli e risponde alla domanda: qual è la radice della confidenza nella vita? Sta forse nei beni di questo mondo? No! Sta nell’alleanza con Dio, la cui fruizione permette quel vivere bene che il nostro cuore cerca, a volte troppo affannosamente, solo nei beni di questo mondo. Se prima si sottolineava che i beni vanno condivisi, adesso si sottolinea che il bene vero è l’accoglienza del desiderio di prossimità all’uomo da parte di Dio, che in Gesù si fa manifesta: al Padre è piaciuto dare a voi il regno. Tutte le parole di Gesù sono l’eco di questa rivelazione. Qui si radica quella confidenza capace di aprire la vita, capace di aprirci alla vita, attraversando l’usura del tempo e l’inconsistenza dei beni. Qui si radica l’opposto di quella avidità che scardina il cuore dell’uomo e che rende la vita una battaglia persa per la felicità. Il segreto? La possibilità di imparare a percepire, nelle parole della voce che dice: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”, la tenerezza con cui quella voce risuona. Come a dire: il cuore dell’uomo cerca una pienezza che nessuna delle ragioni del mondo soddisfa. Le ragioni del mondo non riescono a dare ragione delle ragioni del cuore. Solo in quella voce quelle ragioni trovano quiete.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XIX Domenica

(10 agosto 2025)

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Sap 18,3.6-9;  Sal 32 (33);  Eb 11,1-2.8-19;  Lc 12,32-48

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La liturgia di oggi unisce due atteggiamenti che suonano come contrapposti: invita a vegliare, a stare desti e suggerisce la ragione di una fiducia che conquista il cuore. Potremmo dire che ci invita a tenere la testa aperta verso l’alto per godere di qualcosa che abita il cuore nel profondo.

La lettura dal libro della Sapienza è una meditazione sulla notte della liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto: “I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri” (Sap 18,9). Quel ‘condividere’ non è in funzione di un progetto di potenza (la conquista di un paese), ma in ragione di una promessa, radice di speranza: Dio li avrebbe liberati e accompagnati.  La conferma di quella promessa si radica in quello che il salmo responsoriale canta: “Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il disegno del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni” (Sal 33,10-11). Quei progetti hanno a che fare con l’affermazione di Gesù: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32). E proprio perché il regno di Dio non consiste in questo o in quello, non ha un dove vederlo, essendo una dimensione di luminosità che tutto invade e permea, allora vale l’ammonizione: vigilate, state desti. Per questa vigilanza valgono le parole del salmo: “Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore … Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo” (Sal 33, 18.22).

Questi sono i collegamenti che danno significato al contesto delle parole di Gesù. Ma l’aspetto più misterioso è ancora più profondo. Gesù sta illustrando il mistero della grandezza divina del servizio, rivelazione tipicamente evangelica: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli”. Ecco l’immagine di fondo che l’uomo non avrebbe potuto inventarsi e che riassume invece il senso della persona e dell’agire di Gesù: Dio si mette a servizio e in servizio degli uomini! Quando gli uomini fanno il bene diventano attori di questo servizio divino all’umanità, di cui Gesù porta testimonianza.

Non si tratta però di riferire la parabola a un tempo finale, allorquando il padrone arriverà e non ci saranno più scuse che tengano. In realtà non si tratta di un tempo (il tempo eterno dopo il tempo storico) ma di una dimensione (il tempo eterno che attraversa il tempo storico). Come a dire: il padrone che arriva è l’immagine della rivelazione che si compie quando la vita quotidiana si apre al mistero del regno dei cieli. Non si tratta di un vivere oggi in un certo modo quaggiù per meritarsi di andare domani lassù. Si tratta piuttosto di un’imminenza del Regno che si può rivelare in ogni punto della nostra vita. A questo tende il servizio del padrone riguardo ai suoi servi: lui si rivela al cuore nella sua volontà assoluta di benevolenza per noi, visione che cambia radicalmente l’orizzonte della nostra vita.

A ricordarci che non si tratta, però, di una beatitudine beata, ma angosciosa, lavorata, paziente, sta l’esempio di Abramo riportato nella seconda lettura. È vero che, se Abramo ha potuto vedere solo di lontano i beni promessi, noi possiamo dire di averli conseguiti, avendoli visti realizzati in Gesù. Ma per noi, come per lui, se la promessa è certa, l’attuazione è incerta. Professare che in Gesù le promesse si compiono non significa ancora che si compiono in verità in noi. Non per nulla le parabole sulla vigilanza parlano della responsabilità dell’agire dei discepoli, con l’insidia dell’illusione sempre alle porte, con l’insidia della durezza di cuore rispetto all’attesa del padrone e al trattamento dei fratelli. L’accento però, nell’esperienza evangelica, non è più posto sulla funzionalità dell’agire (faccio bene per avere una ricompensa) ma sulla qualità della vigilanza (un ardore di veglia più che una fatica di veglia, in rapporto a condividere con i fratelli la speranza che ha conquistato il cuore).

Se al Padre è piaciuto darci il suo regno nel Figlio che lo rivela, allora tutto va giudicato in funzione di quella verità. E tanto più quella verità parla al cuore, tanto più il cuore vivrà di quella verità. Come a dire: tanto più il cuore vedrà la bellezza del Figlio di Dio, tanto più la vedrà nei figli degli uomini per cui si metterà a servirli. Le parabole alludono più direttamente al mistero della rivelazione del Figlio di Dio che si compie nella storia, alludono al Signore che viene a preparare tavola ai suoi, a condividere i suoi segreti quanto all’amore di Dio per l’uomo, motivo di beatitudine per il cuore dell’uomo.

L’esperienza è qualificata dalla fede, ma nell’alleanza di Dio che non viene meno mai, come invoca l’antifona di ingresso: “Sii fedele, Signore alla tua alleanza, non dimenticare mai la vita dei tuoi poveri. Sorgi, Signore, difendi la tua causa, non dimenticare le suppliche di coloro che t’invocano”. Si tratta di un vegliare in funzione della percezione del regno di Dio arrivato a noi, in funzione della sua promessa di prossimità all’uomo che si è compiuta e che continuamente si va compiendo. La forza dell’esortazione del vegliare sta tutta nel riportare il cuore a sentire l’alleanza di Dio, a vederla realizzata nel Signore Gesù che diventa il tesoro del cuore, perché in lui si concentrano le promesse di Dio e i nostri aneliti. Come accennavo sopra, prima ancora che tradursi in fatica di veglia perché il nostro cuore non si allontani dalla verità percepita, diventa ardore di veglia perché il Signore non dimentichi, perché non abbia timore delle nostre miserie, perché non ci abbandoni, perché si costringa alla fedeltà a quell’amore che ha così fortemente voluto per noi.

La fede, che diventa ‘una colonna di fuoco, come guida di un viaggio sconosciuto’, nel viaggio cioè della nostra vita, sta tutta nella percezione di quel “al Padre vostro è piaciuto”. In quella volontà assoluta di benevolenza per l’uomo, volontà manifestata in Gesù, sta il segreto della vigilanza evangelica, come anche della fatica apostolica. Come potremo liberarci dagli affanni e dalle preoccupazioni per i beni di cui abbiamo bisogno per vivere, come potremo vivere in sicurezza una vita assolutamente precaria, come non doverci servire dei fratelli per colmare il vuoto della precarietà che ci attanaglia, se non abbiamo mai percepito quella volontà di benevolenza nei nostri confronti? L’insistenza delle Scritture e della Tradizione quanto al non dimenticatestate attentivegliate, trova qui la sua ragion d’essere.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

Assunzione della Beata Vergine Maria

(15 agosto 2025)

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Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab;  Sal 44 (45);  1Cor 15,20-27a;  Lc 1,39-56

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Ho trovato un’espressione singolare in bocca agli angeli in un inno anonimo del VII secolo: “Ave, nutrimento della gioia degli uomini”. Espressione che leggo come gioia della speranza degli uomini. Nella Madre di Dio i fedeli vedono il compimento dell’amore di Dio per i suoi figli, compimento al quale noi tutti aneliamo. È la stessa intuizione che permea le straordinarie parole che Dante mette in bocca a s. Bernardo nella lode alla Vergine, la cui lode per Dio è piena, dal momento che l’esultanza del cuore è piena e perciò irresistibile l’intercessione, motivo di speranza per noi:

Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate (Paradiso, canto XXXIII).

La liturgia bizantina sottolinea la stessa cosa mettendo in parallelo il parto verginale e l’assunzione gloriosa: “Nel parto, hai conservato la verginità, con la tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio. Sei passata alla vita, tu che sei Madre della vita e con la tua intercessione riscatti dalla morte le anime nostre”. Gli antichi testi agiografici parlano della Vergine in rapporto ai fedeli come della Madre del Signore, della Regina, della loro sorella.

La festa di oggi modula la devozione alla Vergine su due registri: la gioia come radice di speranza per l’umanità e la sua intercessione universale. È interessante notare come Paolo, nella sua lettera ai Corinzi, tratteggi tutto il corso della storia fino alla fine del mondo nel senso di una signoria di Cristo che riduce a nulla ogni potere della morte. La cosa va vista nel suo succedersi temporale in ciascuno di noi oltre che nella storia. Tutta l’ascesi e la lotta interiore non sono altro che l’espressione di questo potere di Cristo che riduce a nulla il potere della morte che ci assilla e ci opprime. Ora, nella Vergine Maria, nostra sorella, tutto questo non ha più spazi o dinamiche da conquistare. È compiuto. E siccome è compiuto, può essere consegnata a Dio Padre, fulgida di tutto lo splendore che la salvezza operata da Dio comporta. Il disegno di Dio in tutto il suo amore per l’uomo, dalla creazione alla glorificazione finale nel suo Regno, solo questa nostra sorella, la Vergine, l’ha potuto godere compiutamente.

Oggi, festa dell’assunzione, ella lo sa e può dichiarare: ora so per esperienza tutto l’amore che Dio ha portato all’umanità e quindi posso glorificarlo compiutamente, nell’intercessione potente che tutti arrivino a glorificarlo compiutamente, con la mia stessa gioia. Quando i credenti guardano alla Vergine gloriosa, assunta in cielo, non possono non considerarla, come canta il prefazio: “primizia e immagine della Chiesa … un segno di consolazione e di sicura speranza”. In lei possono magnificare l’amore di Dio per l’uomo, la grandezza della salvezza operata da Dio che anche in noi si dispiegherà a suo tempo, come in lei, che per noi intercede. E a lei rivolti, fiduciosi possiamo pregarla, come le antiche comunità cristiane: “Sotto la tua protezione troviamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”.

Possiamo domandarci: da dove deriva alla Vergine tutta la sua gloria? L’elogio alla madre da parte della donna che ascoltava affascinata Gesù: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!” è trasformato da Gesù nell’elogio ai discepoli: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,27-28). La sua gloria risiede nel suo essere serva, compiutamente serva, perché ha sempre ascoltato e osservato la sua Parola. Se poi colleghiamo il commento di Gesù all’espressione pronunciata da Elisabetta nel saluto alla Vergine: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”, ne cogliamo il segreto. Ascoltare e osservare la Parola non è semplicemente un mettere in pratica quello che Dio dice. È assai di più. Significa permettere alla promessa di Dio racchiusa nella sua parola di compiersi, di rivelarsi finalmente al cuore e al mondo. Significa acconsentire al desiderio di Dio di compiersi, significa fare in modo che il desiderio, che Dio ha di incontrare l’uomo, finalmente trovi compimento. Ora, da dove deriva la vita all’uomo se non da un incontro d’amore? Sia in senso fisico, un figlio, sia nel senso di procurare vitalità, gioia di vivere, visione di speranza, forza ed energia. Più questo consenso da parte dell’uomo è totale, più vince la morte. Per sempre. È proprio il caso della Vergine Maria.

In quel “ha creduto” è indicata tutta la disponibilità della Vergine all’azione di Dio dove il proprio essere è vissuto come risposta al desiderio di Dio, come spazio di compimento all’agire di Dio. Nell’“adempimento” è adombrata la generazione del Verbo che in lei prende forma. Accogliere il Verbo nella propria umanità significa ritrovarsi nel mistero di Dio Trinità, che è amore comunicato; significa far risplendere l’amore di Dio nel mondo e compiere la propria umanità permettendole di far trasparire la divina Presenza. La grazia di questa ‘maternità’ spirituale è estesa a tutti i credenti: tutti possono ereditare la beatitudine che deriva dall’ascoltare e osservare la Parola. Nella dinamica dell’obbedienza della fede, l’ascolto della Parola equivale alla fin fine ad accogliere e generare in noi il Verbo, di cui risplendono tutte le parole della Scrittura. Come è stato per la Vergine Maria.

Se la vera meraviglia di Dio per gli uomini è proprio il dono del Figlio, che di quell’umanità che ci costituisce svela i confini e le sorgenti divine, chi, più della Vergine, ha goduto tutta la potenza di splendore di questo dono per l’umanità? Così l’intercessione della Vergine va nella direzione dell’invocazione della preghiera ‘sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra’, interpretata ‘si compia il tuo amore finché la terra diventi tutta cielo’: nulla rimanga inaccessibile all’amore di Dio che si dispiega potente. Lei, la serva del Signore, terra come noi, ma totalmente disponibile all’agire di Dio, è diventata tutta cielo. Intercede perché anche la nostra umanità, in ciascuno e in tutti, si allarghi agli spazi e alle profondità della sua stessa umanità, nella comunione con il suo Dio.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XX Domenica

(17 agosto 2025)

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Ger 38,4-10; Sal 39 (40); Eb 12,1-4; Lc 12,49-53

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L’immagine di riferimento per la liturgia di oggi è la dichiarazione di Gesù in Lc 12,49: “Sono venuto a portare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!”. La luce che si sprigiona da questa parola fa da perno a tutte le letture e permette di comprendere il brano evangelico sulla divisione che Gesù sarebbe venuto a portare e sui segni dei tempi che occorre saper decifrare.

Nei vangeli sono rari i momenti in cui Gesù mostra il suo vissuto interiore. Questa sua frase fa vedere cosa vive dentro di Lui. È consumato da un fuoco interiore, dal fuoco di quello Spirito di cui era stato mostrato ricolmo al momento del battesimo nel Giordano e in forza del quale si era avviato risoluto a compiere fino in fondo la missione di rivelatore e testimone supremo dell’amore del Padre agli uomini. Lui sa che quel fuoco lo porterà ad un altro battesimo, quello della sua passione e morte e risurrezione, battesimo che otterrà a tutti noi il dono del suo stesso Spirito e che condurrà anche noi ad essere consumati dallo stesso fuoco.

L’immagine del fuoco ricorre spesso nelle Scritture. In Dt 4,24 Dio è definito ‘fuoco divorante’ o, secondo un’altra traduzione, ‘fuoco divoratore’. La stessa definizione è ripresa dalla lettera agli Ebrei 12,29. Cosa significa?

Una prima spiegazione può essere data da queste parole di Gregorio Magno: “Dio è indicato come fuoco perché da Lui è erosa la ruggine dei peccati. Di questo fuoco la Verità dice: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e che altro voglio se non che divampi? La terra indica infatti il cuore dei mondani che accumulando in sé senza sosta pensieri malvagi finiscono calpestati dagli spiriti maligni. Il Signore però manda il fuoco sulla terra quando accende col soffio dello Spirito santo il cuore di chi vive secondo la carne. La terra arde quando il cuore di chi vive così, gelido nelle sue voluttà perverse, abbandona le bramosie del secolo presente e divampa nell’amore a Dio” (Omelie sui vangeli, XXX, 5). Gregorio riprende l’immagine del sentiero come terra calpestata della parabola del buon seminatore. Il cuore, che permette a ogni pensiero che passa di calpestarlo, diventa lo zimbello dello spirito maligno perché la terra calpestata non produce nulla. Il fuoco è come se soffiasse questa terra, la rende di nuovo capace di vita, di accogliere e far fiorire il seme della parola di Dio.

Ma c’è un’altra spiegazione che ci introduce più addentro nel mistero del fuoco che è il nostro Dio. Nel vangelo apocrifo di Tommaso si riporta una frase suggestiva che antichi Padri ed esegeti moderni pensano essere propria di Gesù: “Chi è vicino a me, è vicino al fuoco e chi è lontano da me, è lontano dal regno”. Origene la interpreta così. L’uomo che, dopo il battesimo, torna a peccare, per essere purificato, deve avvicinarsi a Gesù, il cui amore tormenta il cuore dell’uomo fino a sciogliere con l’ardore del suo fuoco tutto ciò che lo oppone a Lui e ai suoi fratelli. Ma se l’uomo, con il suo peccato, chiuso nella sua vergogna o, per meglio dire, nella sua presunzione, sta lontano da Gesù, allora per lui il Regno risulta inaccessibile e non troverà né libertà né vita.

Di quel fuoco parlano anche i due discepoli, in cammino verso Emmaus, che incontrando il Risorto dicono: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32).  Ed il profeta Geremia, sedotto dall’incontro con il suo Signore, non dice forse: “Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9)? Anche di questo tipo è il fuoco del nostro Dio. E questo ci aiuta a comprendere più a fondo il fatto che del fuoco di Dio si dice che è ‘divorante’ o ‘divoratore’. Dio è geloso, non sopporta di essere preso soltanto in parte, di essere preso in ‘coabitazione’ con altri. Il fuoco di Dio è divoratore delle divisioni del nostro cuore, divisioni che causano dispersione, duplicità, menzogna, chiusure e quant’altro c’è di cattivo nel cuore a impedirgli di essere tutto unito e compatto, teso ad un unico desiderio, capace di essere solidale con il suo Dio e con i suoi fratelli, con ogni energia libera per essere impiegata a tale scopo. Il cuore si unifica col fuoco: questa è la verità. E soprattutto questa è la verità del nostro Dio. Lo sperimentiamo anche nella vita psicologica e affettiva: quanto più una passione è forte, più tende a compattare tutto il nostro cuore. Con questa differenza però: se il cuore si compatta per un desiderio passionale, non rappresentativo della totalità e profondità delle sue aspirazioni più vere, cadrà vittima di quel desiderio e si ritroverà disperso e vuoto.

La verità di Dio come fuoco comporta la conseguenza drammatica che Gesù così illustra: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione” (v. 51). Se il fuoco di Dio distrugge le divisioni nel nostro cuore, allora vuol dire che il cuore non deve più temere le altre divisioni, sebbene dolorose e non volute. Non è possibile tenere insieme tutto. E il cuore deve sentire che, per restare compatto in ciò che ha di più essenziale, non può disperdere tale compattezza in ciò che risulta meno essenziale. Non per nulla Gesù parla anche di essere venuto a portare la spada, simbolo appunto delle divisioni. Ma è la legge dell’amore, del fuoco che arde dentro. Solo l’esperienza ci farà capire fino in fondo che solo così viene salvaguardata la libertà e la gratuità dell’amore. Come a dire: la carità non equivale ad una buona intesa; è disposizione al martirio. Lo è stato per Gesù, lo sarà di noi. Ed è una legge di vita. Anzi, la divisione che sembrerà opporti agli altri non è che l’esplicitazione della disponibilità al sacrificio, per amore dei fratelli, ormai partecipi del mistero della carità divina, del fuoco divino. E anche ogni amore umano degno di questo nome resta attizzato da una scintilla di questo fuoco divino.

La stessa cosa vale per il riconoscimento dei segni dei tempi. Non si tratta tanto di discernere dove va la nostra storia, del resto imprevedibile, ma di scoprire la parte di storia sacra nella nostra storia personale. Discernere i segni dei tempi significa scoprire l’azione di Dio nella nostra storia. E se siamo lambiti da quel fuoco divino, come non discernere che ogni evento può essere vissuto come accesso al Regno, come sigillo di luminosità del Regno che Gesù ci ha fatto conoscere?

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXI Domenica

(24 agosto 2025)

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Is 66,18-21;  Sal 116 (117);  Eb 12,5-7.11-13;  Lc 13,22-30

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Sembra ci sia una contraddizione tra la visione del profeta Isaia e l’avvertimento di Gesù. La salvezza è estesa a tutti, ma non tutti ci entrano; anzi, pochi l’afferrano. Il profeta lascia ai credenti la visione finale del pellegrinaggio escatologico di tutti i popoli a Gerusalemme. Con loro torna anche il popolo di Dio disperso nella diaspora. E – cosa straordinaria! – Dio sceglierà i sacerdoti per il culto non solo tra gli ebrei senza il requisito della discendenza levitica o sadocita, ma anche tra gli stranieri convertiti. Gesù, invece, nel brano che è stato proclamato, all’inutile domanda se siano pochi o tanti quelli che si salvano, risponde indicando la condizione che permette la salvezza: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno” (Lc 13,24). Se la salvezza è estesa a tutti, perché Gesù mette in guardia?

A dire il vero, Gesù mette in guardia coloro che in qualche modo si ritengono a posto, che se ne sentono in diritto, che non sanno più leggere la vita in termini di gratuità e misericordia. Lo ‘sforzatevi’ è contro ciò che ci impedisce di vedere la salvezza del Signore in termini di gratuità e misericordia. ‘Sforzatevi’ non significa semplicemente: costringetevi a volere fortemente, impegnatevi seriamente. Non allude a una specie di compressione interiore. Allude invece alla scoperta del tesoro del regno di Dio, allude al buon combattimento della fede, come dice Paolo nelle sue lettere a Timoteo: “Ho combattuto la buona battaglia” (2Tm 4,7); “combatti la buona battaglia della fede” (1Tm 6,12). Sforzarsi e combattere, in greco, sono espressi dallo stesso verbo. Allude all’orizzonte della fede che fa schiudere il cuore alla grandezza dell’amore di Dio che ci viene incontro. E ci viene incontro proprio in Gesù, l’Inviato nel mondo per farci conoscere l’amore del Padre e riunirci tutti alla stessa mensa. Ora, è nell’ottica di questo ‘sforzatevi’ che la salvezza è estesa a tutti, senza distinzione.

Il Regno non si impone, non è evidente, non è scontato (cfr. Lc 17,21; Gv 14,22), soltanto i violenti se ne impadroniscono (cfr Mt 11,12), soltanto cioè coloro che alle preferenze di Dio non sostituiscono le proprie, ai pensieri di Dio non sostituiscono i propri, alla misericordia di Dio non oppongono la loro giustizia. E per questo Gesù dice: “Sforzatevi”. Acconsentite, cioè, alla forza dello Spirito, come fa pregare la colletta: “… concedi a noi la forza del tuo Spirito, perché unendoci al sacrificio del tuo Figlio, gustiamo il frutto della vera libertà (da noi stessi, dalla curvatura su noi stessi) e la gioia del tuo regno (nel cuore, che vede così compiersi i desideri profondi che cela)”. Nel vangelo di Matteo l’invito a entrare per la porta stretta segue il Discorso della montagna con le beatitudini promesse a chi accoglie Gesù e il suo Regno che è venuto a manifestare (cfr. Mt 7,13-14).

Fondamentalmente, però, la tensione interiore che ci è richiesta si appunta sullo stesso Signore Gesù, lui che dice di sé: “Io sono la porta” (Gv 10,9). Lui è la porta stretta attraverso la quale dobbiamo passare. È detta stretta perché ha la preferenza di Dio e non nostra, perché esprime la sapienza che viene dall’alto, che è contraria alla sapienza del mondo di cui siamo impastati; rivela il sentire di Dio, che si oppone al sentire della nostra carne. Ma è una strettezza, come riporta anche il passo della lettera agli Ebrei: “È per la vostra correzione che soffrite” (Eb 12,7), che prelude al passaggio della vita, proprio come per un bambino il quale, per nascere, deve passare per la porta stretta. E non per nulla in Gesù si parla di nuova nascita perché soltanto a partire di lì scopriamo il nostro essere, secondo quell’abbondanza di vita alla quale aneliamo sconfinatamente. La nascita al Regno è descritta qui da Gesù come un banchetto, per sottolineare il mistero della pienezza e dell’intimità dell’amore che hanno conquistato il cuore. L’immagine ha una valenza escatologica, non tanto però per indicare quello che avverrà alla fine dei tempi, ma per mostrare che quella ‘fine’ dei tempi è venuta a visitare il cuore e a far assaporare la densità dei misteri di Dio nella nostra storia.

La situazione di quelli che si accalcheranno alla porta, ormai chiusa, della sala del banchetto, corrisponde a quella di coloro che cercheranno di difendersi davanti al giudice nel giudizio finale: «Anch’essi allora risponderanno: ‘Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?’» (Mt 25,44). Se rileggiamo l’avvertimento della lettera agli Ebrei: è per la vostra correzione che soffrite, con il parallelo del giudizio universale, la deduzione non può che essere di questo tipo: la correzione riguarda l’opportunità di imparare ad amare. Rispetto all’amore, non conta la provenienza, ma la fedeltà; non contano titoli di nobiltà di nessun genere, ma solo lo ‘sforzarsi’, l’accompagnare il cuore, volente o nolente, al dinamismo dell’amore.

Come ci fa pregare l’orazione dopo la comunione: “… perché possiamo conformarci in tutto alla tua volontà, rendici forti e generosi nel tuo amore”, la volontà del Padre è misericordia per i suoi figli e Gesù mostra nella sua persona e nel suo agire la bellezza di questa misericordia che si fa salvezza dei peccatori. Chi si oppone a tale misericordia in nome di qualche altro pur nobile ideale si oppone alla volontà del Padre e non verrà riconosciuto. Il fare la volontà del Padre comporta l’accogliere questa sua misericordia che, estendendosi a tutti, esige che sia condivisa con tutti, pena l’esclusione dalla comunione con il Padre, che è Padre di tutti. Quando Gesù dice che lui è via, verità e vita (cfr. Gv 14,6), come proclama il canto al vangelo, possiamo intendere: non solo il suo insegnamento costituisce la via per arrivare al Padre, ma proprio Lui, la sua persona, è la via che mostra il Padre nella sua benevolenza per noi. Proprio perché lui mostra il volto del Padre in verità e ci introduce nella comunione con la vita sua, che è amore per noi. E se lui costituisce la porta stretta è perché l’illusione della carne la fa da padrona sul nostro cuore, che resta irretito in quello spirito mondano che è il contrario dello spirito evangelico.

Il luogo di passaggio è indicato anche dal profeta Isaia, sebbene velatamente, là dove dice: “con le loro opere e i loro propositi. Io verrò a radunare tutti le genti e tutte le lingue” (Is 66,18). Secondo un’altra traduzione si dovrebbe leggere: “(Sarò) io, i loro atti e i loro pensieri …”, “Sono io che motiverò i loro atti e i loro pensieri quando verrò a radunare tutte le genti”. Da intendere: quando Dio diventa la fonte di ogni nostro atto e di ogni nostro pensiero, saremo passati attraverso quella porta stretta che conduce al regno della vita. E la strettezza, almeno per il nostro uomo esteriore, è descritta sempre dal profeta: “Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema alla mia parola” (Is 66,2). Ma scegliere l’umiltà e il cuore contrito significa scegliere il Signore Gesù, che di sé dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-29).

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXII Domenica

(31 agosto 2025)

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Sir 3,19-21.30-31;  Sal 67 (68);  Eb 12,18-19.22-24;  Lc 14,1.7-14

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Se prendiamo come finestra di luce i due salmi che strutturano la liturgia di oggi, possiamo comprendere meglio l’invito all’umiltà da parte di Gesù. Il vangelo presenta Gesù invitato a pranzo dopo la preghiera in sinagoga nel giorno di sabato da una persona altolocata. Era consuetudine invitare a pranzo, dopo il servizio in sinagoga, i rabbi famosi. Gli invitati sono tutte persone ragguardevoli, farisei e dottori della legge, che stanno ad osservare cosa dice e cosa fa quel rabbi. Non necessariamente in modo ostile. Lo osservano perché parla e agisce in un modo singolare e vogliono capire chi sia, dove vuole arrivare. L’intervento di uno di loro indica l’interesse con cui Gesù veniva ascoltato: “Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio” (Lc 14,15). Quello che Gesù diceva aveva indotto quel commensale a sognare il banchetto messianico. E Gesù, rispondendo con la parabola del banchetto disertato dagli invitati e offerto invece ai poveri, raccolti dentro e fuori la città, ad indicare Israele e le nazioni pagane, svela il mistero dell’agire di Dio, che costituisce il criterio di riferimento per comprendere le parole dette prima. Così, per cogliere il senso vero del brano proclamato oggi dalla liturgia, cioè Lc 14,7-14, bisognerebbe leggerlo fino al v. 24.

Il problema di fondo per l’uomo, di fronte ai suoi sogni e alle sue attese, resta sempre il medesimo: perché all’umiltà è dato quello che la grandezza illusoriamente si immagina? Qui ci soccorrono i due salmi, il salmo 86 dell’antifona di ingresso e il salmo 68, in risposta all’invito del libro del Siracide: “Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio svela i suoi segreti”. La mitezza è definita come unificazione del cuore. Questo è il punto nevralgico della questione. Il salmo supplica: “Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini; tieni unito il mio cuore, perché tema il tuo nome” (Sal 86,11). Potremmo anche tradurre: “Unifica il mio cuore perché tema il tuo nome”, come Girolamo rende: “unicum fac cor meum”. La versione greca invece traduce questa unificazione raggiunta con l’effetto della gioia: “il mio cuore gioisca nel temere il tuo nome”.

Il salmo responsoriale fa proclamare: “A chi è solo, Dio fa abitare una casa, fa uscire con gioia i prigionieri”, che la versione della LXX traduce: “Dio fa abitare nella sua casa gli uomini di un solo intento (che hanno un cuore unificato) …” (Sal 68,7). Non si può non riandare alla solenne promessa di Dio che i profeti riportano: “Darò loro un cuore unico [nuovo, nella traduzione italiana]” (Ez 11,19); “Darò a loro un cuore unico e una via unica, perché mi temano tutti i giorni” (Ger 32,39). Si tratta del seguire il Signore con tutto il cuore, in modo da vivere pienamente il comandamento grande: ama Dio con tutto il tuo cuore e il prossimo come te stesso (cfr. Dt 5,6-9). È il contenuto di ogni richiesta al Signore, contenuto che una preghiera ebraica esplicita: “Illumina i nostri occhi con la tua legge, attacca il nostro cuore ai tuoi precetti e unifica il nostro cuore perché ami e tema il tuo nome, così che non siamo confusi in eterno”.

Nella sua parabola sulla ricerca dei primi posti, Gesù allude a quella ‘confusione’ in coloro che, invece di cercare e godere l’amore del Signore, si perdono nella ricerca della gloria vicendevole, perché hanno un cuore diviso. In rapporto a chi si pone colui che, invitato, cerca i primi posti? In rapporto all’ospite che l’ha invitato o agli altri commensali? Evidentemente, cerca i primi posti per distinguersi dagli altri, per far valere la sua importanza. Ma così facendo non cerca più l’intimità col padrone di casa che l’ha invitato, motivo vero dell’onore di fronte ai commensali. Così, chi dà un pranzo ai suoi amici, ai suoi pari, non va oltre l’interesse di ricevere altrettanto e sempre nell’ordine di un riconoscimento, esibito e ricercato, di una qualche grandezza condivisa. Chi cerca gloria dagli altri ha cuore doppio, non ha un cuore unificato, non ha un cuore mite. L’umiltà consiste nel vedere così grande l’invito alla vita da non sentirsene neppure degno. Non mi faccio piccolo ora per essere esaltato dopo, ma sono piccolo perché troppo grande è il dono ricevuto. Più mi sento piccolo, più vuol dire che colgo la grandezza di colui che mi invita. È questo l’atteggiamento che apre le porte dei cieli, che attira all’anima i doni celesti, i doni della vita in abbondanza, di cui il banchetto è l’immagine. Quello che dice il salmo: “ai miti Dio svela i suoi segreti”. Quando la vita non è più giocata nel confronto, di nessun tipo, con gli altri e sugli altri, allora vuol dire che il cuore sta saldo nell’intimità con Colui che gliel’ha data, ne percepisce il mistero e si sente piccolo, tanto piccolo. Ha un cuore unificato. A quella ‘piccolezza’ è aperto il Regno. Di quella piccolezza sono beati coloro che siedono alla mensa di Dio. Come ben descrive un autore antico: “chi ascende ad un pensare umile, si abbassa al di sotto del suo pensiero. Ma chi non ha umiltà si pone più in alto del suo pensiero. Non sopporta di essere paragonato ai più piccoli. Per questo si intristisce per non occupare i primi posti a tavola… l’asceta che non abbia un pensare umile non entra nelle dolcezze della virtù… Senza umiltà non si può essere virtuosi” (Elia di Ekdicos).

Ecco perché la beatitudine non può che essere compresa nei termini che annuncia il brano del Siracide: “Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti” (Sir 3,19).  È il segreto di quella compiacenza di Dio per i poveri ed i peccatori che siamo, svelata da Gesù e presagita da quel commensale, perché davanti a Lui non vale distinzione di persona: vale solo il suo amore per noi, la sua misericordia. E se l’uomo si attarda ancora a considerare la distinzione delle persone, rivendicando per sé o esibendo davanti agli altri titoli particolari di dignità, non ha ancora conosciuto l’intimità dell’amore di Dio e può perfino rifiutare l’offerta di Dio. Ecco quello che può succedere a un cuore diviso.

L’invito del Siracide: “Figlio, compi le tue opere con mitezza” va letto nello stesso senso. Agire con mitezza significa agire con cuore unito, senza interessi o bisogni di confronti, senza esibire o dimostrare nulla, senza prevalere su nessuno, solidali e rispettosi. Ma ciò suppone un’intimità abitata, una piccolezza acquietata e dolce sul modello di Gesù proclamato dal canto al vangelo: “Prendete il mio giogo sopra di voi, dice il Signore, e imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Si allude ad una umanità toccata dalla grazia, accesa nelle sue prerogative di fondo dall’esperienza della grandezza dell’invito, che Dio in Gesù ci fa, di stare alla mensa del suo amore senza averne alcun titolo. È la coscienza di quell’invito che unifica il cuore perché risponde ai suoi aneliti più profondi. Quello che le Scritture chiamano: avere il timore del Signore.

Così la preghiera pressante che scaturisce dalla liturgia di oggi non è quella di apprendere la virtù dell’umiltà, come fosse una tra altre, ma quella di imparare a percepire così intensamente la grandezza del mistero di Dio, che in Gesù si accompagna a noi, da disprezzare ogni altra cosa, specie ogni altra nostra grandezza. La conseguenza strana, ma salutarmente evangelica, di tale atteggiamento è che meno ci si preoccupa della propria grandezza, più ci sta a cuore la grandezza di tutti. Come fa pregare l’antica colletta: “… fa’ che la tua Chiesa onori la presenza del Signore negli umili e nei sofferenti, e tutti ci riconosciamo fratelli intorno alla tua mensa”.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXIII Domenica

(7 settembre 2025)

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Sap 9,13-18;  Sal 89 (90);  Fm 9b-10.12-17;  Lc 14,25-33

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La liturgia di oggi pone la domanda: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”. Il salmo responsoriale traduce: “Saziaci al mattino con il tuo amore … Sia su di noi la dolcezza del Signore” (Sal 89,14-15). Come questo si è compiuto? Con l’invio del Figlio di Dio che ci ha fatto conoscere l’amore del Padre e ce ne fa gustare la realtà con l’invio dello Spirito Santo. È a partire dall’intelligenza del mistero della sua persona, la Sapienza incarnata, che dobbiamo ascoltare le sue parole perentorie: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo … Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

Se confrontiamo le circostanze in cui queste parole sono proferite, notiamo che nel racconto del vangelo di Matteo esse seguono il rimprovero che Gesù fa a Pietro dopo la sua confessione di fede a Cesarea e il rifiuto dell’annuncio della passione. Un uomo che pensa secondo il mondo non può entrare nei segreti di Dio. Una visione mondana, che vuole assicurarci prestigio e gloria, impedisce la visione di Dio. Per Matteo si tratta anzitutto del rinnegare se stessi, se si vuole partecipare all’intimità dell’amore. In Luca le parole di Gesù seguono la parabola del banchetto disertato dagli invitati. Se tieni alle cose tue, non godrai le cose di Dio. Ecco perché Luca riassume il tutto con l’espressione: “Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. A dire il vero il discorso di Gesù non finisce con questa annotazione ma prosegue: “Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti” (Lc 14,34-35). È l’invito alla sapienza dall’alto, è l’invito all’apertura di cuore ad una sapienza che procede dall’alto ma sale dal profondo perché investe il desiderio del cuore nei suoi aneliti più veri.

Ecco il punto. La sapienza dall’alto comporta proprio l’apertura del cuore al mistero di quel Figlio di Dio che rivela lo splendore dell’amore del Padre per gli uomini. Se il cuore non intravede quello splendore, tutto risulterà sbarrato. Da notare che la sapienza, avendo presieduto alla stessa creazione, conosce i misteri delle creature perché conosce i pensieri di Dio. Così, quando Gesù annuncia la grazia del suo vangelo, non scavalca la natura, ma ne rivela il compimento. Gesù è la verità da parte di Dio (= rivela il vero volto di Dio) e da parte dell’uomo (= conosce il desiderio dell’uomo e ne assicura il compimento). Perché allora il suo parlare, come nel brano di oggi, suona tanto ostico alla nostra natura?

Qui si cela il dramma e la gloria dell’uomo: l’uomo desidera il bene, ma sembra non poter ritrovare in sé il criterio di discernimento del bene. Nessuno, che sia sano di mente, sosterrà che non siano buoni gli affetti familiari (tra l’altro, oggetto di comandamenti precisi!); ma chi può sostenere che gli affetti familiari siano sempre e comunque buoni? “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo” (Mt 19,17) ebbe a dire Gesù. Gli affetti naturali vanno giudicati in rapporto a quella vocazione all’umanità che è il destino della vita, ma la vocazione all’umanità è definita sullo splendore dell’amore di Dio per gli uomini, manifestato in Gesù. Così, quando Gesù parla di preferire l’essere suo discepolo agli affetti naturali, intende rivelare che la radice della vita è nell’amore di Dio, che fa da criterio di discernimento a ogni altra cosa. La cosa non è scontata però per il cuore dell’uomo; comporta una specie di ‘morte a se stessi’ per vivere se stessi in modo pieno imparando a servire gli altri, non a servirsi degli altri. Portare la croce significa morire alla logica del mondo che ci fa ricercare noi stessi contro o sugli altri per accedere davvero alla dimensione della fede, diventata radice di vita in Gesù, che si traduce in comunione di sentimenti con Dio nel suo amore per gli uomini.           La sapienza che viene dall’alto ci è continuamente necessaria per operare questo passaggio, perché conoscere i pensieri di Dio comporta sempre scoprire le radici della vita. E le radici della vita sono misteriose. Per questo la scoperta della sapienza, del tesoro nascosto nel campo, comporta sempre un’intima letizia, letizia che ti abilita a vendere, a lasciare tutto il resto. Chi vive un amore profondo lo sa.

L’evangelista Luca sintetizza la rinuncia ai beni, ai propri affetti e alla propria stessa vita con l’espressione: “Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. La sottolineatura non riguarda beni e affetti in sé, ma il cuore nelle sue radici. Se il cuore trova la vita in Gesù, non la cerca più in altro, non trattiene più nulla per se stesso, accetta anche le afflizioni del vivere o le possibili ingiustizie come luogo ove far splendere l’amore comunque. In questo senso l’espressione: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me” indica chiaramente dove sta il nesso di valore. Non si tratta semplicemente di portare la croce, ma di portarla nello stesso cammino di sequela di Gesù; non si tratta di resistere alle afflizioni di ogni genere, ma di viverle nell’ottica della testimonianza di Gesù per far risplendere l’amore di Dio. Non è il dolore ad essere redentivo, ma l’apertura all’amore di Dio che rende redentivo lo stesso dolore. Le radici della vita si scoprono nel cuore.

E Luca riassume la scoperta delle radici del cuore, sperimentata nella conoscenza in intimità di Gesù, con il definire in tre caratteristiche la natura del discepolo: il discepolo di Gesù rinuncia ai suoi averi e alle sue appartenenze (è povero), sa perdonare (non rivendica nulla, non trattiene nulla), è lieto nelle afflizioni (conosce l’energia della risurrezione).

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

Esaltazione della Santa Croce

(14 settembre 2025)

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Nm 21,4b-9;  Sal 77 (78);  Fil 2,6-11;  Gv 3,13-17

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La chiesa onora oggi la croce, non il crocifisso. La liturgia bizantina titola questa festa: Universale esaltazione della croce preziosa e vivificante. Ci si rivolge alla croce con espressioni che a noi oggi suonano perfino retoriche, ma che rivelano la percezione del mistero insondabile dell’amore di Dio per noi. La si invoca: ‘gioisci, croce vivificante … croce di Cristo abbi pietà di noi … rendi degni anche noi del tuo riposo’. Si moltiplicano gli appellativi: ‘croce del Signore, guida dei ciechi, arma di pace, vanto dei credenti, divina gloria del Cristo che elargisce al mondo la grande misericordia’. La si canta illustrandone il senso: “La croce viene oggi innalzata, e il mondo è santificato; tu che siedi in trono col Padre e il santo Spirito, distese su di essa le mani, hai attirato il mondo intero, o Cristo, alla conoscenza di te concedi dunque la gloria divina a quelli che in te confidano”. E ancora: “La croce esaltata di colui che in essa è stato elevato, induce tutta la creazione a celebrare l’immacolata passione: poiché, ucciso con essa colui che ci aveva uccisi, egli ha ridato vita a noi che eravamo morti, ci ha dato bellezza e ci ha resi degni, nella sua compassione, per sua somma bontà, di prendere cittadinanza nei cieli: e noi lieti esaltiamo il suo nome e magnifichiamo la sua suprema condiscendenza”.

L’origine di questa festa va ricercata nell’antica adorazione della croce il Venerdì Santo, descritta dalla pellegrina Egeria che visitò i luoghi santi nel IV secolo. Suggestivo nella liturgia bizantina il rito dell’innalzamento della croce ai quattro punti cardinali con la solenne benedizione del mondo, accompagnata da 500 invocazioni: Kyrie eleison! Se Adamo è stato ingannato a partire da un albero, anche il demonio è stato adescato da un legno. Vale anche per il demonio la legge delle passioni umane: più la passione è esercitata senza freni, più ci si allontana dall’obiettivo che si voleva ottenere. Così il demonio si è trovato ingannato dalla sua stessa azione: la morte inflitta a Gesù si è trasformata in vita per tutti, in splendore di amore dove la morte non ha più alcun potere.

Quando il libro della Sapienza riprende l’episodio proclamato dalla prima lettura, l’innalzamento del serpente di bronzo da parte di Mosè, così lo interpreta: “Perché ricordassero le tue parole venivano feriti ed erano subito guariti, per timore che, caduti in un profondo oblio, fossero esclusi dai tuoi benefici. Non li guarì né un’erba né un unguento ma la tua parola, o Signore, che tutto risana” (Sap 16,11-12). La salvezza deriva dall’avere fiducia nella parola di Dio che aveva invitato a guardare il serpente innalzato per sfuggire la morte del morso velenoso dei serpenti. La potenza guaritrice della sua parola scaturisce dalla fiducia nella quale si accoglie.

È il tema del salmo responsoriale che declina la memoria Dei come memoria del suo agire nel tempo all’insegna della misericordia e della fedeltà, memoria che deve ispirare il nostro comportamento. È sulla croce che il Trafitto riceve il ‘nome al di sopra di ogni altro nome’. Lui più di tutti e di tutto esprime quello che Dio è per noi, vale a dire: Salvatore, Amore salvatore, totalmente e puramente Amore salvatore. La ragione la illustra Gesù nel colloquio con Nicodemo. A Nicodemo Gesù dice: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo … Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.

Domanda: si può salire al cielo senza scendere? L’immagine della croce viene riferita a Gesù per il suo essere innalzato, ma la realtà è quella del suo discendere. Forse, l’aspetto più maestoso della gloria di Gesù sta nel suo chinarsi, da schiavo, a lavare i piedi ai discepoli. Quel suo chinarsi allude al suo scendere, al perdere ogni parvenza di grandezza per assumere la vera grandezza dell’amore, che è il segreto di Dio e per se stesso e per noi uomini. Il discendere allude all’abbassarsi nel servizio di tutti perché tutti abbiano la vita e godano dello stesso segreto di Dio, il quale non accresce la sua grandezza (Egli è l’Altissimo) se non abbassandosi. Quel movimento è la legge della vita perché l’uomo è fatto a immagine di Dio. Occorre però partecipare al segreto: è l’amore che dà vita. La realtà, alla quale allude la nostalgia che ci abita e che Nicodemo indaga, solo Gesù la compie. Gesù prima gli dice che l’uomo non può vedere, poi che non può entrare e poi che tutto si apre credendo in lui. Quello che s. Paolo proclama in Gal 6,14, cantato nell’antifona di ingresso e dicendo che il mondo è crocifisso per lui e lui per il mondo. Intendendo: non c’è nulla nel mondo che può essere preferito all’amore di Gesù e nulla in se stessi che può trovare compimento senza Gesù.

Quando Gesù parla di innalzamento alludendo alla sua morte in croce, non fa che esprimere in termini umani ciò che costituisce l’intimità del movimento d’amore di tutta la Trinità. Nessuna delle tre Persone si possiede, ma si riceve eternamente. Lo spazio dell’amore e per l’amore è proprio quella dimensione di ‘spossesso’ che fa vivere dell’altro e per l’altro. Quello che il Figlio rivela vivere nell’amore per gli uomini, Dio lo vive in se stesso. Così, quando Paolo dice che Gesù “svuotò se stesso assumendo una condizione di servo … umiliò se stesso facendosi obbediente fino a una morte di croce” (Fil 2,7.8) alza il velo sul segreto della Trinità. Non per nulla il segno di croce è abbinato alla proclamazione delle tre Persone della Trinità.

A questo punto ha senso parlare della gloria della croce di Cristo, come ripete l’antifona di ingresso: “Di null’altro ci glorieremo se non della croce di Gesù Cristo, nostro Signore”. Il che significa che non potremo certo gloriarci della nostra giustizia, ma solo dell’esperienza dell’amore perdonante di Dio che tende a inglobare tutti, senza riserve. E quando l’anima accoglierà senza riserve l’intima logica di quella esperienza nella fede, allora scoprirà lo splendore di un’umanità sulla misura di Dio. Il segno, che quell’esperienza sta radicandosi nell’anima, lo si può intravedere dalla misura di amabilità che il movimento dell’abbassarsi ottiene sul nostro cuore. Allora si può scoprire la croce come colei che ci ha dato bellezza, come ripete la liturgia.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXV Domenica

(21 settembre 2025)

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Am 8,4-7;  Sal 112 (113);  1Tm 2,1-8;  Lc 16,1-13

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Ai farisei Gesù aveva raccontato le tre parabole della misericordia (Lc 15). Ora, ai discepoli, che già hanno fatto esperienza della misericordia di Dio, racconta la parabola dell’amministratore, che chiamiamo disonesto e scaltro, ma che il testo definisce come ‘intelligente’, ‘solerte’, ‘che sa come agire’. È come se Gesù mostrasse in cosa consiste in pratica la fedeltà dei discepoli, spesso paragonati ad amministratori nella casa di Dio (cfr. Lc 12,42; 1Cor 4,1-2). Il punto nevralgico è costituito dalla lode del padrone: il padrone è defraudato, ma loda il suo amministratore che non si dà per vinto. La lode su cosa si appunta? L’avverbio greco abbinato all’agire dell’amministratore, avverbio che noi traduciamo ‘con scaltrezza’, in questa accezione non rende ragione dell’intenzione del padrone. Il termine è lo stesso che viene riferito alle cinque vergini sagge o prudenti che si distinguono dalle loro compagne stolte o stupide. Si distinguono per la premura di conservare l’olio in piccoli vasi. Ciò significa che l’attesa del loro cuore è volta all’incontro con lo sposo, mentre per le altre si tratta solo di aspettare. Anche nella parabola odierna, il padrone loda la ‘saggezza’, la ‘solerzia’ dell’amministratore perché dispone il suo agire in funzione del futuro senza perdersi nel presente ormai compromesso: non si abbatte per essere scoperto nella sua disonestà, sa cosa fare per non restare escluso dalla vita. La differenza che Gesù sottolinea tra i figli di questo mondo e i figli della luce sta proprio nel fatto di saper cosa fare in rapporto alla dimensione in cui ci si colloca. Se i figli della luce si percepiscono in rapporto al Regno, il loro agire resta vincolato alla grazia del regno e tutto quello che vivono in questo mondo è aperto appunto alla grazia del regno che li ha sorpresi e conquistati. Questo è il senso della parabola.

Gesù esemplifica l’agire in rapporto ai beni, a come essere fedeli nei beni. Ci sono beni di poco conto e beni importanti; beni fasulli e beni veri; beni altrui e beni propri. La diversità potrebbe essere indicata anche con: beni terreni e beni celesti, beni materiali e beni spirituali, beni passeggeri e beni eterni. La straordinarietà della parola di vita di Gesù sta nell’indicare che non c’è altra via per procurarsi i secondi che nella fedeltà ai primi. Per questo l’affermazione “fatevi degli amici con la ricchezza disonesta” suona come: l’agire nella vita non comporta meriti, ma comunione; il valore dei beni sta nell’usarli senza essere usati, nel possederli senza essere posseduti, nell’avere per condividere, perché ciò che è nostro è l’essere figli dell’Altissimo, ciò che vale è il crescere nella misericordia verso tutti al punto da non fare alcuna distinzione tra buoni e cattivi quanto all’amore loro dovuto.

Si tratta di ottenere ciò che è nostro con ciò che non è nostro; di ottenere le cose importanti con le cose di poco conto. Tutto ciò che usiamo in questo mondo non è nostro, non ci appartiene; non solo, ma non ha nemmeno importanza seria rispetto a quello che davvero cerchiamo e dunque è calcolato come cosa di poco conto. Eppure, non abbiamo altra possibilità di arrivare a ciò che è nostro se non attraverso le cose non nostre, a patto che le usiamo senza esserne usati, che le condividiamo con tutti e che le godiamo insieme. E che cosa è nostro? Cirillo di Alessandria definisce nostro “la santa e mirabile bellezza che Dio forma nelle anime delle persone, rendendole simili a se stesso, in accordo con ciò che eravamo in origine”. Questa è la cosa importante, quella che ci definisce, quella che ci struttura. È nostro l’essere figli dell’Altissimo, è nostra quella somiglianza con il Signore Gesù, che lui è venuto a ristabilire.

I beni propri, grandi, veri, sono quelli che corrispondono ai desideri più profondi del cuore; sono quelli che riguardano l’essere, la pienezza di quella vita che ardentemente cerchiamo e che vediamo costantemente sfuggirci perché non ci fidiamo della promessa di Dio. I beni altrui, piccoli, iniqui, sono le cose materiali di cui abbiamo bisogno per vivere ma senza che costituiscano lo scopo stesso del vivere; sono quelli che riguardano i desideri nell’immediato, che spesso sono così in contrasto con quelli profondi del cuore e che, se hanno il sopravvento, sono intaccati dall’ingiustizia; sono quelli che preferiamo contro le promesse di Dio.

Il padrone della parabola è Dio che affida i suoi beni a noi come amministratori, ai quali a suo tempo chiederà conto. Se nessuno di noi è proprietario a titolo assoluto dei beni che usa temporaneamente, la prima conseguenza sarà quella di possederli senza che essi possiedano noi. L’avido, che consacra la sua vita ai beni, scava un fossato incolmabile tra lui e la felicità. Dato però che l’uomo vuole la felicità, l’accortezza consisterà nell’invertire la dinamica perversa che si era instaurata: invece di consacrare la vita ai beni, consacrerà i beni alla vita e ciò avverrà nella disponibilità a condividerli. In particolare, la solerzia si giocherà sul fatto che, non potendo rabbonire direttamente il padrone perché l’ammanco sarà risultato insolubile, si cercherà di carpire la sua lode con il condonare i debiti ai compagni. La parabola può essere letta come un’illustrazione della richiesta del Padre Nostro: ‘rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori’. La solerzia della santità sta non nel fatto di rispondere davanti alle proprie mancanze con il tentativo, impossibile, data l’ampiezza dell’ammanco, di saldare i propri debiti, bensì nel fatto di condonare i debiti altrui per trovare ancora il favore del padrone.

In particolare, l’apostolo è colui che froda il padrone nel suo diritto di giustizia invitando tutti ad entrare nel Regno. L’abilità dell’amministrare sta proprio nel favorire in ogni modo l’entrata nel Regno da parte del maggior numero. La misericordia è il calcolo più intelligente che possiamo fare per noi e per gli altri. Se tu servirai il tuo Signore onorando tuo fratello, qualora tu dovessi mancare in qualcosa rispetto al tuo Signore, l’onore dato al tuo fratello richiamerà il favore del tuo Signore. Non solo, ma se tuo fratello mancherà in qualcosa rispetto al suo Signore, l’onore che tu gli avrai portato funzionerà da intercessore per lui perché quell’onore è computato a merito. I meriti davanti a Dio sono energie di intercessione, pungoli all’amore di Dio a riversarsi su di noi.

Condividere i beni con i poveri, stare solidali con l’umanità di tutti significa portare a compimento quella vocazione all’umanità che ci appartiene in proprio come figli dell’Altissimo, resi tali da quel Signore Gesù che ha scelto di stare solidale con gli uomini, perché gli uomini potessero tornare a godere della comunione con Dio, il loro vero Bene. Ed è caratteristico che l’espressione di Paolo, riportata dal canto al vangelo, segua l’invito dell’apostolo ai Corinzi a partecipare alla colletta organizzata per la Chiesa di Gerusalemme, non solo perché si stabilisca una certa uguaglianza tra ricchi e poveri, ma soprattutto perché si renda visibile nei frutti della carità la riconciliazione, operata dal Signore Gesù, dell’umanità con Dio, simboleggiata dall’unità nell’unica famiglia di Dio di ebrei e pagani. Nel salmo responsoriale si enuclea la caratteristica di Dio che dà fondamento all’esortazione di Gesù. Nel salmo Dio è invocato come l’Altissimo e il Bassissimo, colui che dimora nelle altezze e guarda a ciò che è piccolo, tanto che l’azione di Dio non è lodata solo perché innalza gli umili, ma perché Lui si fa umile. Il salmo riprende le parole del profeta Isaia: “Io, il Signore, sono il primo e io stesso sono con gli ultimi” (41,4); “Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo.”In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi” (57,15).

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXVI Domenica

(28 settembre 2025)

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Am 6,1a.4-7;  Sal 145 (146);  1Tm 6,11-16;  Lc 16,19-31

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La parabola di oggi illustra in negativo quello che la parabola dell’amministratore disonesto illustrava in positivo: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’ essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne”. La costatazione di fondo può essere riassunta così: il povero ha bisogno del ricco in vita, il ricco ha bisogno del povero in morte. Guai a non accorgersi di questo bisogno!

Possiamo leggere la parabola su tre piani:

1) la storia è narrata in chiave speculare a suggerire il ribaltamento delle situazioni, tipico del messaggio biblico. La parabola suggerisce uno dei criteri di discernimento più sicuri per agire bene: porsi dal punto di vista della fine, porsi dal punto di vista dell’eterno.

In gioco non è affatto la condanna delle ricchezze e l’esaltazione della povertà. In gioco è la solidarietà nella vita. L’uomo ricco, che gode di beni materiali, si arricchirà presso Dio se li condividerà con il povero, in modo che il rendimento di grazie sia solidale. È come dire che la vita si gioca nell’amore e l’amore risulterà dalla dignità di tutti, custodita e favorita con ogni mezzo. La parabola non è raccontata per dare consolazione al povero, per invitarlo alla pazienza; è raccontata per svegliare il ricco. La forza del racconto poi non sta nel deterrente di paura (i toni sono pacati e familiari) ma nello svelamento del segreto della vita. In gioco è la fede nel Salvatore che ‘convince’ alla fraternità nella comunione col proprio Dio.

2) I particolari della parabola illustrano il modo di giocare bene la vita. Ci sono come dei punti nevralgici con cui il narratore chiede di misurarsi per averne intelligenza. Anzitutto i nomi dei personaggi. Il ricco non ha nome, mentre il povero è chiamato Lazzaro, che significa ‘Dio aiuta’. Senza Dio l’uomo si confonde con ciò di cui si serve e che finisce per servire. Voler avere la vita dalla ricchezza comporta dimenticare Dio e misconoscere il fratello. Il ricco non è condannato per la sua cattiveria e nemmeno per il suo disprezzo del povero; è condannato perché non vede, non si premura di vedere, nemmeno s’accorge del povero tanto vive nella sua illusione. Solo negli inferi è detto che il ricco ‘alzò gli occhi e vide’. Non aveva mai alzato gli occhi durante la sua vita. Ma oramai, non essendo più tempo di agire, il suo vedere lo condanna. Questo particolare esprime il movimento del cuore che prelude al riconoscimento della verità della vita. Quello che viene indicato avvenire là nell’inferno, nel giudizio della parabola, è proprio quello che ci si esorta ad assumere adesso nella nostra vita. A tale riguardo, la prima lettura del profeta Amos celebra l’intervento di Dio nella storia come il sopraggiungere del disincanto, come la cessazione dell’illusione. Quella classe nobile che sperperava allegramente i beni del popolo senza curarsi del bene del popolo verrà spazzata via: la potenza assira conquisterà Israele e tutti saranno ridotti in schiavitù.

3) La conclusione della parabola lascia intravedere allusioni misteriose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”. Quando Lazzaro, fratello di Marta e Maria, è stato risuscitato da Gesù, il miracolo non convincerà coloro che erano ostili verso Gesù. Gesù stesso risusciterà, ma di per sé nemmeno questo convincerà. Occorre prima dar credito alla parola di Dio, alla promessa di Dio celata nella sua parola. Credito, che si esprime sotto due aspetti:

a) Dio non si può vedere direttamente. A Lui ci si può aprire accogliendo la sua parola e avendo cura del povero. Non basta però condividere i propri beni; occorre anche aver premura del povero, perché è quella premura che rende preziosa e amabile la condivisione, che risulta così essere segno della fede in Dio, che vuole felici i suoi figli.

b) non si può cogliere la portata del mistero di Gesù, se non riferendosi a tutte le parole della Scrittura, perché tutte di Lui parlano. Da interpretare nel senso dell’espressione di Paolo a Timoteo: “ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo…”. Ogni parola va custodita e accolta, integra e viva, perché praticandola ci sveli il volto del Signore che si è fatto nostro prossimo, vicino a noi e raggiungibile nel nostro vicino.

Una indicazione tutta speciale per comprendere la parabola di Gesù è quella di rapportare l’agire del ricco con l’agire di Dio descritto nel salmo responsoriale 146, il primo dei cinque salmi dell’Hallel, che costituisce la preghiera quotidiana del pio ebreo. Se viene definito felice l’uomo che confida in Dio è perché gode dei dodici modi di agire di Dio descritti dal salmo: è creatore e fedele all’alleanza nel suo amore, fa giustizia agli oppressi, dona il pane agli affamati … regna per sempre! Ecco, il ricco della parabola non ha fatto nessuna delle azioni per mezzo delle quali Dio si manifesta nel suo modo di regnare. Vuol dire che in lui e su di lui Dio non regnava, per cui disattende l’alleanza e l’amore suo. Come commenta una orazione salmica di tradizione spagnola: “Signore, che rialzi i curvati, liberi i prigionieri e illumini i ciechi, rialza anche noi quando le cadute ci piegano, liberaci quando i peccati ci avvincono e illuminaci quando la nebbia dell’ignoranza ci circonda, affinché la nostra anima sempre ti lodi e la nostra vita inneggi a te con fedele dedizione e umile servizio. E poiché è tuo dono ciò che noi siamo, ti serva tutta la nostra vita”.

Il canto dell’Hallel è racchiuso in dieci alleluja, che rimandano alle dieci volte in cui risuona: “Dio disse” nel racconto della creazione e alle dieci parole che vengono proclamate sul Sinai (Es 34,28 con Es 20,1-21; Dt 4,13 con Dt 5,6-22). Il tutto è riassunto, nella vita, dall’unico grido di lode al Signore che interpreta la pratica dei comandamenti: “Ogni respiro lodi il Signore. Alleluja” (Sal 150,6). Tutto si risolve nella lode gioiosa al proprio Dio percepito vicino nella sua provvidenza tanto da vivere la propria vita concreta come lode vivente.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXVII Domenica

(5 ottobre 2025)

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Ab 1,2-3; 2,2-4;  Sal 94 (95);  2Tm 1,6-8.13-14;  Lc 17,5-10

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L’antifona di ingresso riporta la preghiera angosciosa della regina Ester prima di giocarsi la vita per salvare il suo popolo: “Tutte le cose sono in tuo potere, Signore, e nessuno può resistere al tuo volere”. Da intendere: Dio ha promesso di salvare e nessuno impedirà la fedeltà di Dio a se stesso quando il cuore ha fiducia nella promessa del suo Dio.

Il profeta Abacuc lo ripete con la sua espressione lapidaria, ripresa più volte nelle lettere apostoliche (Rm 1,17; Gal 3,11; Eb 10,38): “Soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 2,4). La situazione del popolo di Israele, sotto la pressione dell’impero caldeo che, distrutta la potenza assira, si abbatte sul Medio Oriente, si era fatta drammatica. L’azione di Dio nella storia è messa in discussione. Il profeta allora invita ad avere fede.

È la fede di cui gli apostoli invocano l’aumento per loro stessi. Se la fede è il contrario della durezza di cuore, come proclama il salmo responsoriale, in quale contesto specifico l’uomo fa esperienza di durezza di cuore? Nelle relazioni fraterne, nella difficoltà a perdonare al proprio fratello. È il contesto specifico della richiesta degli apostoli, che però manca nella proclamazione del brano evangelico di oggi: “Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai». Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!» (Lc 17,3-6). Se poi ci riferiamo al passo corrispondente di Matteo il compito ci appare ancora più immenso, perché nemmeno si accenna al fatto che il fratello ci chieda scusa: “Se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?” E Gesù di risposta: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (cfr. Mt 18, 21-22).

Da notare che nel testo di Luca la difficoltà di praticare il comando di Gesù di perdonare al fratello, anche se pecca sette volte al giorno, vale a dire continuamente, non deriva dalla poca generosità, ma dalla causa che la produce. In pratica, il movimento del cuore è di questa natura: il fatto che il fratello venga sette volte a chiedermi scusa suona alle mie orecchie come una presa in giro e perciò il senso della mia importanza pregiudica la mia generosità. La durezza di cuore che impedisce il perdono deriva quindi dalla mancanza di fede, dal fatto cioè di non avere più fiducia nella promessa di Dio, di non restare umile davanti a Dio, di esigere qualcosa per me, il che contrasta esattamente con quello che il profeta aveva chiamato ‘animo retto’.

Il perdono non parla semplicemente della generosità dell’uomo, ma della conoscenza di Dio che abita i cuori, vale a dire della fede in Gesù professata e vissuta. La fede è domandata proprio per vivere il compito divino del perdono, che è il modo umano di vivere l’amore, assecondando quel mistero di riconciliazione in atto nella storia secondo l’espressione della lettera agli Efesini: “perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato [= ha fatto grazia di sé] a voi in Cristo”.

Così tanto, in modo così nuovo, Gesù aveva insistito nella sua predicazione su questo comando divino: “tu gli perdonerai”! Il cuore dell’uomo sa e sente che non può riacquistare l’innocenza perduta se non nel perdono ricevuto e offerto, costantemente. Qui si radica l’esperienza di Dio: ognuno sente che non riuscirà credibile nell’offerta del suo amore se l’Amore del Signore non l’avrà raggiunto, se il Signore non gli riverserà in grembo quella tenerezza che non guarda a meriti o a diritti. Nel perdonare si gioca la sincerità dell’aver incontrato Dio e dell’esserci percepiti solidali con i nostri fratelli. Si tratta sempre appunto della fede.

Il brano parla poi della fede come un piccolo seme e accenna al fatto di ritenersi servi inutili.

L’esempio del seme non si riferisce quindi al poco o tanto di fede che il cuore può avere, ma semplicemente al fatto di averla vitale, viva, proprio come un seme che nasconde l’energia di trasformazione per arrivare ad essere albero. “Se aveste fede quanto un granello di senape” non vuol dire: ‘basta che ne abbiate un pochino, grande come un granello di senape’, ma piuttosto: ‘basta che sia viva come un seme, che pur piccolissimo, poi diventa una grande pianta’. Come sottolinea il salmo responsoriale, il salmo 94, il primo dei salmi che nella tradizione ebraica si canta al ricevimento del sabato, al versetto 7: “Se ascoltaste oggi la sua voce!”. Allora potremmo godere del vero riposo del sabato e vivere la nostra storia, la nostra storia tormentata, nella confidenza della compagnia del nostro Dio. Ciò che è richiesto è la schiettezza, la sincerità nella fede.

Appunto a quella schiettezza si attiene il servo secondo l’esempio riportato da Gesù. Quanto è facile cadere nella rivendicazione dei nostri diritti, di quel che è giusto, di quel che ci viene! La vita non si allea con chi avanza titoli di pretesa. Il Signore nemmeno, per quanto aspetti alle porte del nostro cuore in attesa che impariamo semplicemente a chiedere e non a esigere, semplicemente a dare e non a pretendere, semplicemente a fare e non ad aspettarci che ci venga fatto. E questo sarà possibile quando ci accorgeremo che Qualcuno ci ha trovati, è venuto a servirci; che non avremo mai titoli a sufficienza per farci ammirare, ma ci ritroveremo belli solo nella grazia di Chi ci ama; che essere servi, nell’esperienza evangelica, significa non aver più bisogno di dimostrare nulla, di esibire nulla, di imporci in nulla. Il vero servo è proprio Gesù, che nella confidenza più totale con il Padre, serve tutti per conquistare tutti a quella stessa confidenza.

Essere servi inutili significa essere semplicemente servi e nulla di più. Ma il nostro titolo di gloria e di onore sta proprio qui: non voler essere e avere altro che quello che l’amore del Signore ha voluto per noi. La rettitudine del servizio sta esattamente in questo accogliersi nei confronti del Padrone senza perdersi nei confronti con gli altri servi. È l’altra faccia dell’espressione: “il giusto vivrà per la sua fede” e vuol dire: chi non avanza pretese, confida davvero in Dio e non inciamperà nella vita perché non sarà in contesa con gli uomini. Quello che non deriva dalla confidenza in Dio viene dalla paura e se viene dalla paura è la rivendicazione che avanza, rivendicazione che stoppa il cammino della comunione con se stessi, con gli altri, con Dio, con le cose.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXVIII Domenica

(12 ottobre 2025)

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2Re 5,14-17;  Sal 97 (98);  2Tm 2,8-13;  Lc 17,11-19

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Non è la prima volta che Luca narra della guarigione di lebbrosi (cfr Lc 5,12-14). In questa narrazione, però, il testo sembra come sorvolare sull’evento del miracolo di guarigione per insistere su altro. Lo rivela il colloquio di Gesù con il samaritano guarito, che è tornato a ringraziarlo e il contesto in cui il brano è collocato. Gesù è in viaggio verso Gerusalemme e l’annotazione di Luca mette in risalto il fatto che ciò che avviene deve essere compreso nell’ottica di quel viaggio, per lo scopo segreto di rivelazione del mistero di Dio che si compirà. Non solo, ma subito dopo il racconto dei dieci lebbrosi segue la domanda dei farisei sul regno di Dio: “Quando verrà il regno di Dio?”. Ciò che è in gioco nel brano dei dieci lebbrosi è appunto la questione del Regno di Dio che viene. Come non vederlo? Eppure, non sembra così facile vederlo.

In ottemperanza alla legge di Lev 13,46, i dieci lebbrosi si fermano a distanza e gridano al Signore il loro tormento, chiedendo di essere guariti. Il loro dramma non deriva solo dalla malattia che lacera le loro carni, ma anche dal fatto che venivano esclusi dalla comunità, non potevano accedere al tempio per il culto. La lebbra evoca direttamente il destino orribile del peccato che insidia la fraternità, irrigidisce i rapporti, contamina a tal punto il cuore da renderlo inaccessibile al cuore degli altri, separa e opprime, impedisce al volto di Dio di risplendere. La guarigione di un lebbroso da parte di Gesù allude sempre alla purificazione del cuore, che torna così a risplendere in rapporti di comunione e ritrova accesso al mistero di Dio.

In dieci chiedono di essere guariti. Tutti sono sinceri e tutti hanno fiducia in Gesù perché credono alla sua parola e si muovono per andare a presentarsi ai sacerdoti. Lungo il cammino si ritrovano guariti. La loro fiducia è stata premiata. Nove proseguono, uno solo torna indietro per ringraziare Gesù. È qui che il racconto rivela la sua vera portata. I nove che proseguono non si accorgono di quel che è avvenuto in verità. Non hanno sentito in loro la parola del profeta: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19) o, per dirla con il v. 2 del salmo 97, non hanno compreso che “Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza”.

Dio non lesina i suoi doni, anche se gli uomini spesso interpretano questi doni come atti dovuti. Se Dio è Dio, perché non mi può dare questo o quest’altro? Quante accuse a Dio di fronte agli eventi della nostra vita! Ma simile atteggiamento si perde nel nulla, non produce nulla degno di menzione. La ragione risiede nel fatto che tutti i doni di Dio comportano un’intenzione segreta, un appello al nostro cuore da parte di Dio. Il rimprovero che Gesù fa ai nove lebbrosi rivela la sordità di fronte a questo appello, a questa intenzione segreta di Dio. L’uomo si confonde con il dono che ottiene e si richiude su di sé. Non si è neppure accorto di cosa si trattava realmente.

Quando invece prorompe il rendimento di grazie, il cuore è come se avesse percepito l’intenzione segreta di Dio. L’invito di Paolo nella lettera ai Tessalonicesi, secondo il canto al vangelo, lo esprime con chiarezza: “In ogni cosa rendete grazie: questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi”. Da intendere: se rendete grazie in ogni cosa, allora siete attenti all’appello di Dio, all’invito del suo cuore, che è quello di farci fare esperienza della sua volontà di benevolenza nei nostri riguardi attraverso gli eventi della nostra vita, che così diventa storia sacra, storia dell’incontro dei nostri affetti, di noi e di Dio; benevolenza, che si è manifestata in Gesù, di cui siamo chiamati a vedere il Volto e nella cui compagnia siamo invitati a camminare. A dire il vero, al rendere grazie Paolo unisce l’essere sempre lieti e il pregare ininterrottamente. Le tre cose insieme segnalano che il cuore ha presagito la presenza del suo Salvatore, che l’ha riconosciuto e al quale volgerà tutto il suo desiderio. A sottolineare la fecondità dell’atteggiamento del saper rendere grazie, i padri del deserto ripetevano che il rendere grazie in tutto solleva da ogni altro obbligo. Potessimo rimanere sempre in quell’atteggiamento, eviteremmo ogni intrusione del male nel nostro cuore.

Gesù, accogliendo il samaritano che torna a ringraziarlo, dice: “Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. ‘Rendere gloria’ è un’espressione semita per ‘dire la verità’. Spesso l’uomo dice cose vere, ma senza dire la verità. Oppure, in altri termini, diciamo di essere sinceri, ma spesso non siamo veri. Il fatto è che la sincerità ha a che fare con il dire quello che si sente, mentre la verità ha a che fare con quello che realmente è, realmente si è. Ringraziare di un dono ricevuto non significa solo esprimere la propria riconoscenza ma prendere atto della benevolenza dell’altro che ci fa sussistere. Dire la verità implica sempre la responsabilità del nostro essere di fronte a Qualcuno. Questo è mancato ai nove che si sono dileguati, mentre è risultato così determinante per la conversione del samaritano.

Quando Gesù controfirma l’atteggiamento del samaritano dice: “La tua fede ti ha salvato”. È il tutto della vita vissuto a partire da un punto, il punto di quell’incontro con il Salvatore che irradierà tutta la vita perché sono state toccate le radici del cuore. Difatti l’incontro fa accedere ad una nuova visione (Alzati : ha scoperto che Colui che l’ha guarito nel corpo, l’ha toccato nel cuore e lo rende capace di sentire le cose in modo diverso) e ad una nuova condotta (e va’: l’uomo diventa discepolo, tanto che la fede nel Salvatore gli sarà ormai cammino sicuro di umanità, di un’umanità aperta, solidale, trasfigurata). Questo i nove guariti non hanno potuto scoprire. E il testo sembra sottolinearlo con l’uso del verbo ‘guarire’ per i nove e del verbo ‘salvare’ per il samaritano tornato a ringraziare.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXIX Domenica

(19 ottobre 2025)

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Es 17,8-13;  Sal 120 (121);  2Tm 3,14-4,2;  Lc 18,1-8

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Se i brani di oggi fossero degli spartiti musicali, non potremmo ascoltarne la melodia se non sono eseguiti secondo la chiave in cui le note sono state scritte. Così per i brani di oggi, tanto della prima lettura come del vangelo: non possiamo coglierne la portata se non li ascoltiamo nel contesto specifico in cui sono stati composti. Partiamo dal brano del vangelo. Inizia così: “Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. Evidentemente Gesù teme che noi ci stufiamo nel pregare. E da dove ci deriva lo scoraggiamento (questo significa propriamente stancarsi)?

Gesù aveva appena risposto alla domanda dei farisei: “Quando verrà il regno di Dio?” (Lc 17,20) con il ricordare che il regno di Dio non può essere visto come un fatto osservabile, ma solo nella fede in lui. Fede, che però è messa alla prova dalla fatica del vivere e dello stare nella storia, con le sue assurdità e con i suoi dolori. Aveva ricordato i tempi escatologici, vale a dire aveva cercato di orientare gli sguardi dei suoi ascoltatori verso il punto finale della storia, la venuta del Figlio dell’Uomo, venuta che però si manifesta già nel giudizio della croce, dove prevale la manifestazione dell’amore del Padre per noi. L’invito a pregare senza interruzione, che Luca esprime con gli stessi termini che usa san Paolo nelle sue lettere (si veda in particolare il passo di 1Ts 5,17), mira a sostenere lo sguardo dell’uomo oltre la cronaca, oltre il visibile, oltre le apparenze, per cogliere il mistero dell’amore di Dio, mai scontato per il cuore dell’uomo. Al ‘sempre’ dell’invito alla preghiera è per forza di cose abbinato il timore dello scoraggiamento, che si esprime con la domanda/lamentela/grido: ma perché Dio non interviene, non si fa sentire?

Come dice il salmo: “Svégliati! Perché dormi, Signore? Déstati, non respingerci per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?” (Sal 44,24-25). È lo scandalo dell’inazione apparente di Dio di fronte all’imperversare dell’ingiustizia e dell’oppressione. Tutti i testi salmici della liturgia di oggi alludono alla situazione drammatica dell’uomo. La vita dell’uomo non è drammatica semplicemente perché continuamente provata da afflizioni e ingiustizie, ma perché nelle afflizioni e nelle ingiustizie subite ci può essere preclusa la visione di Dio. Come a dire: l’aspetto più angoscioso per il cuore dell’uomo è la delusione nei confronti del suo Dio, la perdita di speranza e il tormento di un amore mancato. Il canto di ingresso (sal 16,6.8) descrive la fiducia in Dio ma nella costatazione che gli empi opprimono il giusto; il salmo responsoriale, il salmo 120, allude alla fiducia in Dio ma nel pericolo di un’invasione (‘alzare gli occhi verso i monti’ allude al possibile alleato assiro contro l’attacco egiziano, aiuto che però si tramuterà in schiavitù e allora il salmista invita a fidarsi di Dio). Ecco perché Gesù non teme di paragonare Dio al giudice disonesto della sua parabola. Con un ragionamento a fortiori, Gesù ci dice: se anche un giudice disonesto alla fine si decide a togliersi dai piedi una vedova importuna facendole giustizia, cosa non farà Dio per i suoi fedeli? Ma il suggerimento suona: guardate a quel Figlio dell’uomo che è stato messo nelle vostre mani, che ha patito ed è morto sulla croce per voi, e riconoscete quanto è grande l’amore di Dio per voi! Non temete, Dio sta alla vostra destra, come dice il salmo 120.

Anche il racconto della preghiera di intercessione di Mosè sul monte va inteso nel suo contesto altamente drammatico. Il popolo di Israele, provato dalla sete nel deserto, aveva espresso la sua angoscia negli unici termini possibili per dei credenti: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,7). Noi potremmo dire: ma il Signore c’è? Era poi seguito il miracolo dell’acqua scaturita dalla roccia che Mosè aveva percossa con il bastone di Dio. La memoria dell’episodio è fissata nel popolo non con il miracolo ottenuto ma con la contestazione e la protesta che l’aveva provocato: il luogo è chiamato Massa (prova) e Meriba (contestazione). Subito dopo il popolo corre un altro tremendo pericolo: l’attacco degli Amaleciti. È il nemico che viene a cercarli; non semplicemente che trovano un nemico sulla loro strada. È la prima battaglia di Israele dopo l’uscita dall’Egitto. L’angoscia del popolo, questa volta, sembra sparire dietro alla figura di Mosè, ritto sul monte a pregare per la salvezza del popolo e a quella di Giosuè che è mandato a combattere. Il fatto però che Mosè salga sul monte significa che è visibile a tutti, ai combattenti e al popolo che attende angosciato l’esito della battaglia. Tutto il popolo prega con Mosè; tutto il popolo rinnova la sua fede nel Dio di Israele perché un’altra volta il loro Dio li salvi.

Sinteticamente, potremmo domandarci: ma perché dobbiamo pregare sempre? Perché il regno di Dio non è osservabile, non si vede. E perché non dobbiamo scoraggiarci? Perché il Figlio non si manifesta secondo le nostre attese. Ma il Figlio ci è stato dato, ha patito ed è morto per noi, mostrandoci la grandezza dell’amore di Dio per noi. La perseveranza costante nella preghiera, senza stancarsi, è allora l’unica porta che ci fa accedere alla visione del Figlio ed al sentore del Regno. Mi piace ricordare un’antica tradizione ebraica che rileva nelle braccia alzate di Mosè in preghiera sul monte la solenne benedizione sacerdotale di Nm 6,24-27, benedizione che misticamente fa sussistere il mondo. Di quella benedizione Gesù è il compimento.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXX Domenica

(26 ottobre 2025)

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Sir 35,15b-17.20-22a;  Sal 33 (34);  2Tm 4,6-8.16-18;  Lc 18,9-14

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Se la parabola di domenica scorsa verteva sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi mai, quella di oggi, invece, svela la condizione e il frutto della preghiera. Luca introduce la parabola con queste parole: “Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9). Di per sé il testo dice più semplicemente: ‘per alcuni che erano persuasi, che erano convinti di essere giusti’, tanto che il latino rende con ‘qui in se confidebant tanquam iusti’. Ciò significa che chi prega con questi sentimenti non ha coscienza di essere presuntuoso; sarà il giudizio della parabola a svelarne l’intima presunzione in modo da far venire alla luce il peccato nascosto, quello che rende la preghiera irricevibile da parte di Dio. Non solo, ma la parabola metterà in evidenza la stretta connessione che esiste tra il percepirsi giusti e il fatto di disprezzare gli altri. Anche questo collegamento non è evidente per la coscienza dell’orante, ma la parabola ne mostrerà l’esito perverso.

La parabola termina con il giudizio di Gesù: “Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato” (Lc 18,14). Giustificare, giustificazione, sono termini che alludono al dono della salvezza da parte di Dio, salvezza che è intesa come ‘riconciliazione’, esattamente come proclama il canto al vangelo: “Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, affidando a noi la parola della riconciliazione” (2Cor 5,19). La riconciliazione, che fa accedere alla comunione con Dio, comporta il ritornare a essere luminosi in umanità perché Dio è il Padre delle misericordie, è il Padre misericordioso.

La preghiera del fariseo fa presagire questo ritorno alla luminosità in umanità? Non pare proprio. Primo, perché la sua preghiera non esalta la figura del Padre; secondo, perché non torna a stare solidale con i suoi fratelli, tutti figli dell’unico Padre. In lui, la persuasione del suo praticare la Legge, sicuramente suo merito, lavora nel senso della separazione, della distanza, con il suo fratello perché il suo agire non è teso ad esaltare la figura del Padre, ma più semplicemente e più perversamente ad esibire la sua propria giustizia. Ma l’uomo può esibire una sua giustizia davanti a Dio, per il quale, come dice il profeta: “Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia” (Is 64,5)?

Oppure, come dice la sapienza del Siracide: “il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone (letteralmente: la gloria della persona non è nulla davanti a lui)” (Sir 35,15). Se l’uomo si gloria della sua giustizia, automaticamente dichiara che non cerca quella di Dio, nonostante creda il contrario. In effetti, il passo del Siracide tratta delle offerte al tempio e mette in guardia il credente dal presentare al Signore vittime ingiuste, sottolineando che uno può offrire vittime ingiuste in tre modi: a) praticare il rito dell’offerta materialmente senza impegnare la propria vita convertendosi; b) portare una vittima sottratta al povero, frutto quindi di ingiustizia e oppressione; c) presentare una vittima difettosa. Il Signore, che è giudice, vede i cuori e non si lascia ingannare da nessuna gloria esteriore. Quando il fariseo proclama la sua giustizia, non dice cose false, ma non è retto il suo cuore perché interpreta la sua giustizia come una gloria da esibire e Dio, per il quale la gloria delle persone non conta nulla, non può accogliere la sua offerta. Il fariseo offre una vittima difettosa.

Non si tratta evidentemente di disprezzare le pratiche buone, tanto più quelle inerenti al culto, che del resto procedono dai comandamenti di Dio, ma di svelare la condizione che rende quelle pratiche, gradite a Dio e portatrici di frutto per il cuore dell’uomo. L’insegnamento della parabola emerge in tutta la sua portata se mettiamo a confronto la preghiera del fariseo con quella che Gesù innalza al Padre al ritorno dei discepoli da una missione di predicazione: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Almeno tre sono le differenze vistose: la preghiera di Gesù prorompe da un’intimità goduta, esprime solidarietà con Dio e con gli uomini, celebra Dio e non l’uomo. Quella del fariseo è appiattita sull’esteriorità esibita, fa rimarcare la separazione, celebra l’uomo e non Dio. Se nella preghiera di Gesù Dio è benedetto come Padre, in quella del fariseo, la caratteristica che manca, è proprio la proclamazione della sua paternità.

Possiamo trarre per noi due conseguenze. Ecco la prima. Se Gesù è l’offerta di salvezza da parte di Dio, non c’è alcun bisogno di esibire alcunché davanti a Dio; di conseguenza, non c’è più alcun bisogno di separarci dai nostri fratelli, perché possiamo godere insieme la salvezza di Dio. Più un uomo si loda e più piccola è l’immagine di Dio che coltiva; più un uomo si distingue e si separa dagli altri, meno conosce la dolcezza che viene dalla salvezza di Dio.

La seconda. Come possiamo lodare il Padre svelando la sua presenza nel mondo? Come collaboratori della sua opera di riconciliazione. Con la sottolineatura: ‘tornò a casa sua giustificato’, siamo rimandati a questa suprema verità: Dio offre la sua pace a noi, non noi che dobbiamo fare di tutto per rabbonirlo. È questa la ‘buona notizia’, la radice di una gioia nuova, capace di cercare la comunione con Dio vivendo la comunione con noi stessi e con i fratelli, in Cristo, nostro Salvatore, nel quale “non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 4,28).

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

Tutti i Santi

(1° novembre 2025)

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Ap 7,2-4.9-14;  Sal 23 (24);  1Gv 3,1-3;  Mt 5,1-12a

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È caratteristico che la Chiesa definisca la santità secondo le otto beatitudini. Non si tratta di un progetto realizzato, ma di una condivisione goduta: la gioia del Signore condivisa dai discepoli. Così la gioia è percepita nell’obbedienza all’amore. La visione del paradiso, con tutti i santi irraggiati dall’amore di Dio, parla di una realtà ultima ma vicina, più reale delle cose di tutti i giorni. Parla al cuore degli aneliti che lo assillano, delle radici che lo costituiscono, delle tensioni che lo lavorano, dei desideri che l’abitano.

Quello che viene contemplato è lo splendore della santità come manifestazione goduta dell’amore di Dio, sebbene spesso i nostri occhi siano così velati da non sentirne più il riverbero nella nostra storia quotidiana. Non abbiamo però altro modo di sconfinare nell’eterno se non quello di giocare la nostra vita terrena, secondo tutto lo spessore di dignità che comporta. L’immagine chiave di tale dignità è la realtà degli uomini come ‘figli di Dio’: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro” (1Gv 3,2-3). Quello che siamo, siamo chiamati a diventarlo: è tutto il senso della vocazione umana.

Il salmo responsoriale descrive la santità come una integrità: un uomo che ha mani (azioni), cuore (pensieri), bocca (parole), in perfetta sintonia, è un uomo diventato capace di vedere la luce del primo giorno della creazione, la luce della santità di Dio che regge tutte le cose. Lo splendore di amore con cui Dio ha creato il mondo e nel quale lo mantiene si fa visibile all’uomo e la sua umanità lo riverbera.

Le beatitudini, che Gesù proclama, sono le finestre attraverso le quali quello splendore si fa visibile. Sono come le vie che lo Spirito di Dio ci fa percorrere per essere trovati in quel Figlio, l’Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo (Ap 13,8), che ci condivide la gioia dell’amore, capace di attirare gli sguardi degli uomini che così possono contemplare la santità di Dio, che è splendore di amore:

beati i poveri: beati coloro che non fanno consistere la loro ricchezza che nell’essere figli di Dio, che non hanno nulla di più caro al mondo se non quel Figlio che ha loro manifestato l’amore grande di Dio per l’umanità;

beati gli afflitti: beati coloro che non hanno lacrime più amare di quelle versate quando dovessero allontanarsi dall’agire come figli di Dio e, pentiti, ritornano al loro Signore, ritrovando la consolazione della comunione con il loro Dio, solidali con l’umanità di tutti;

beati i miti: beati coloro che con pazienza sopporteranno ogni prova per non venir meno al loro essere e agire come figli di Dio, fino a che la terra del loro cuore splenda della presenza del loro Signore;

beati quelli che hanno fame e sete della giustizia: beati coloro il cui unico tormento è quello di perseverare nella fedeltà all’essere figli di Dio, fin tanto che il volto di Dio si manifesti al loro cuore e li consoli;

beati i misericordiosi: beati coloro che, avendo sperimentato quanto è grande l’amore di Dio che li ha resi figli suoi, per sua sola misericordia, saranno capaci di estendere a tutti la possibilità di tale esperienza aprendo il loro cuore al perdono. Come dice s. Francesco nel suo Cantico delle creature: “Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo Amore, e sostengono infirmitate e tribulatione”;

beati i puri di cuore: beati coloro che avranno sperimentato la luce dell’amore di Dio in modo da collocare i loro cuori nella luce e poter vedere tutto in questa luce;

beati gli operatori di pace: beati coloro che, come figli di Dio, vivono nella dinamica dell’amore di Dio per gli uomini che vuole tutti riconciliati; beati coloro che non hanno altro scopo se non di perseguire la pace con tutti ottenutaci dal Figlio di Dio;

beati i perseguitati per causa della giustizia: è l’ottava beatitudine, quella che ingloba le altre nel senso che di tutte rappresenta la condizione suprema: qualsiasi cosa abbiate a soffrire, non vi turbi e non vi distolga dalla volontà di vivere da figli di Dio, fiduciosi nella promessa del Signore, nella sua parola che è potente, cioè capace di far vivere quello che promette.

Le beatitudini ci invitano così a una luminosità del cuore, che posso riassumere con le parole di una santa nostra contemporanea: “Non rimproveriamo il mondo, non rimproveriamo la vita, di velare per noi il volto di Dio. Troviamolo questo volto, ed esso velerà, assorbirà ogni cosa” (Madeleine Delbrêl).

È poi caratteristico che l’antifona alla comunione, riprendendo la serie delle otto beatitudini proclamate nel vangelo, le riduca a tre: puri di cuore, operatori di pace, perseguitati a causa della giustizia. La purità di cuore capace di vedere Dio è quella che scaturisce dall’esperienza della compassione, della misericordia, così tipica della santità di un cuore che accoglie in benevolenza, che rimanda a tutti quello che lui stesso riceve, cioè il perdono rigenerante del suo Signore, che viene così conosciuto come il Salvatore. La purità però, intrisa di gioia, è solo quella che si traduce in un agire che porta pace a tutti, che rende capaci i cuori di pace, che si fa dono di pace, capace di far grazia di sé come il Figlio di Dio che fa dono di sé perché l’amore di Dio risplenda. E la pace donata è a prova di persecuzione, perché niente è più caro al cuore di colui che gli ha restituito la dignità di uomo e di figlio di Dio. L’amore a prova di persecuzione procede dal fatto di sentire la mia dignità sullo stesso piano della dignità di tutti. Dire che di questi è il regno di Dio significa proclamare che il cuore dell’uomo non può saziarsi che della verità di quell’amore che giunge sanante e potente, sebbene ora si sia sempre nell’occasione di perderlo di vista, di impedirci di goderlo, di impedire agli altri di farne esperienza. Eppure, così proclama tutta la liturgia di oggi, quella verità è la verità del mondo come dei cuori. È la verità di felicità per il cuore dell’uomo, che intravede nelle beatitudini evangeliche le coordinate precise per non fallirla.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

Commemorazione di tutti i fedeli defunti

(2 novembre 2025)

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Gb 19,1.23-27a;  Sal 26 (27);  Rm 5,5-11;  Gv 6,37-40

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Se ieri, festa di tutti i santi, la chiesa guardava al mistero dell’amore di Dio per l’uomo dal cielo, oggi, commemorazione di tutti i defunti, lo guarda dalla terra. È lo stesso mistero di salvezza celebrato ieri, ma contemplato nella logica degli affetti umani, che di quel mistero sono la cifra visibile.

Applico alla celebrazione odierna quello che la Chiesa vive nella sua preghiera eucaristica: “Per mezzo del tuo Figlio, splendore d’eterna gloria, fatto uomo per noi, hai raccolto tutte le genti nell’unità della Chiesa. Con la forza del tuo Spirito continui a radunare in una sola famiglia i popoli della terra, e offri a tutti gli uomini la beata speranza del tuo regno. Così la Chiesa risplende come segno della tua fedeltà all’alleanza promessa e attuata in Gesù Cristo, nostro Signore” (Preghiera eucaristica V/D). Tra l’altro, la comune preghiera per i defunti, L’eterno riposo, pesca in uno scritto cristiano in aggiunta al libro di Esdra, conosciuto nella sua redazione latina come il quarto libro di Esdra, attribuendo al sacerdote-scriba Esdra la visione profetica delle nazioni che si convertono al Signore a formare il nuovo popolo di Dio. Vedendo i popoli venire alla fede promette loro il riposo messianico nella luce meravigliosa dell’amore di Dio (4Esd 2,34-35).

Fare memoria dei nostri defunti significa alludere a quella forza unificante di Dio che ci raccoglie alla mensa del suo amore, dove tutti siamo invitati. Significa fondare la nostra speranza nel suo amore salvatore e misericordioso, oltre il dolore della separazione. La liturgia di oggi suscita un grande senso di solidarietà umana. Non si tratta solo di tenere viva la memoria dei propri cari, ma di fare esperienza di una solidarietà in umanità che gli affetti sanno custodire. È qualcosa che rivela la percezione di una realtà misteriosa, ma potente, coinvolgente. La radice la ravviso nel brano del giudizio finale narrato da Matteo, il medesimo brano che viene proclamato anche nella solennità di tutti i santi. Con il suo giudizio il re manifesterà il segreto dell’agire di Dio fin dalla fondazione del mondo, lungo tutta la storia. Manifesterà il segreto sul quale si regge il mondo e che ne costituisce la dignità assoluta: Dio ha voluto farsi solidale con l’umanità a tal punto che chi tocca l’uomo tocca Dio, chi onora l’uomo onora Dio, chi disprezza l’uomo disprezza Dio. Tale segreto rifulge nella vita del Figlio dell’uomo, perché è lui che appare davanti agli occhi di Dio in ogni uomo. In un baleno apparirà tutta la verità dell’uomo e, contemporaneamente, tutta la gloria di Dio, che è gloria di amore per noi. La solidarietà negli affetti parla di questo segreto di Dio.

La memoria per i defunti tiene vivo nell’anima questo segreto nella prospettiva della supplica che si riveli loro in tutta la sua potenza, come capace finalmente di dare compimento ai desideri che hanno lavorato la terra dei cuori loro e nostri. Le letture di oggi definiscono i salvati come ‘nel riposo’ di Dio e si prega perché i defunti, coloro che ci hanno preceduto nel regno di Dio, godano il ‘riposo’ di Dio.

Quel ‘riposo’ allude al compimento di un atto di creazione particolare. Nel primo racconto della creazione, nel libro della Genesi, il testo dice che, dopo aver creato tutte le cose: “Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto”. Se i sei giorni precedenti non sono bastati a completare il lavoro, che cosa allora è stato creato il settimo giorno? La ‘menuchà’, la tranquillità, la serenità, la pace e il riposo, rispondono gli antichi rabbini (cf. Gen Rabbà, 10, 9). È lo stato in cui non vi è contesa né lotta, né paura né diffidenza; è felicità, pace e armonia; vita del mondo futuro, vita eterna. Proprio secondo la promessa di Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28) e soprattutto “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Mt 25,34).

Con il ricevere il regno che è preparato fin dalla fondazione del mondo, finalmente è svelato il senso del mondo, come la risurrezione di Gesù svela il senso della sua vita e della nostra. Ciò che da sempre ha mosso il cuore di Dio, ora, finalmente, si vede realizzato. In effetti, il riposo allude anzitutto alla condivisione dei sentimenti di Dio, al riposo dell’amore suo che tanta pena si è dato per convincere e conquistare; è il ristoro che segue l’incontro tra il desiderio di Dio e quello dell’uomo. Da far dire al profeta Isaia: “E si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza” (Is 25,9).

La particolarità della liturgia di oggi è data dal fatto che la chiesa supplica il suo Signore perché quel riposo sia condiviso da tutti i suoi figli, che intercede presso di lui per tutti loro, fiduciosa nella misericordia immensa di Dio che si è dato pena per tutti i suoi figli. La supplica procede dalla fiducia nella promessa di Dio che vuole con sé i suoi figli, ma anche dal desiderio, pieno di speranza, che finalmente potrà avverarsi, come dice Giobbe: “Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. Il testo della Vulgata rende così: “Io so che il mio redentore è vivo e che nell’ultimo giorno io risusciterò dalla terra e, di nuovo, sarò rivestito della mia pelle; e, nella mia carne, vedrò il mio Dio”. La traduzione ecumenica della Bibbia rende in modo ancora più espressivo: “… è nella mia carne che io contemplerò Dio. Sono io che lo contemplerò, sì, io stesso. I miei occhi lo vedranno e lui non mi sarà estraneo. Il mio cuore brucia di questo nell’intimo”. Se questo desiderio alberga in ogni cuore, la chiesa supplica perché tutti possano vederlo realizzato, tutti ne possano sentire finalmente la verità assoluta.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Solennità e feste

Dedicazione della Basilica Lateranense

(9 novembre 2025)

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Ez 47,1-2.8-9.12;  Sal 45 (46);  1Cor 3,9c-11.16-17;  Gv 2,13-22

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L’antica colletta così fa pregare: “O Padre, che prepari il tempio della tua gloria, con pietre vive e scelte, effondi sulla Chiesa il tuo Santo Spirito …”. Ora, la gloria di cui attendiamo la piena manifestazione e che forma il contenuto della visione nella fede non è che lo splendore dell’amore di Dio per l’uomo, che ha in Gesù la sua cifra assoluta. La figura del tempio esprime il luogo di quello splendore, che però non si riferisce a un luogo di pietra, ma a un corpo vivo, alla Chiesa di Dio, a quella comunione viva e di viventi in Cristo. La festa di oggi rivive la dimensione mistica dell’immagine del tempio nella sua valenza ecclesiale. La basilica lateranense, chiesa fatta costruire a Roma da Costantino sotto il pontificato di Silvestro I (314-335), di cui si celebra oggi la dedicazione, è venerata come madre di tutte le chiese, essendo la chiesa cattedrale del vescovo di Roma, segno di unità per tutta la Chiesa. Pietro è colui che conferma i suoi fratelli nella fede, cioè nella visione di quello splendore dell’amore di Dio che in Gesù rifulge e ci viene comunicato con il dono del suo Spirito, Spirito di unità e di comunione.

Il vangelo di oggi riprende l’immagine del tempio applicandola al corpo di Gesù. Gesù scaccia dal tempio (indicato con il termine ‘ieron’, casa di pietra) venditori e cambiavalute a sottolineare la rivelazione che di lì a poco porterà: il nuovo tempio (indicato con il termine ‘naos’, che indicava la cella interna del tempio, il Santo dei santi, dove era pensata risiedere la presenza stessa di Dio) sarà il suo stesso corpo. Nel nuovo tempio non c’è mercato di sorta perché nulla è richiesto all’uomo se non l’accoglienza dell’offerta del Suo amore, sigillato dalla sua morte gloriosa, come dichiarerà l’evangelista Giovanni. La caratteristica del nuovo tempio è che non c’è più il velo a impedire l’entrata nel Santo dei Santi. Con la morte di Gesù il velo è squarciato; il che significa che l’intimità del Padre è ormai aperta, accessibile, proprio attraverso quella ferita da cui sgorga acqua e sangue, segni della vita nuova, della vita vera, della vita incorruttibile dell’amore di Dio che si comunica all’uomo e lo rende suo intimo.

È caratteristico il fatto che l’espressione di Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19) sia ripresa come accusa e scherno ai piedi della croce: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!” (Mc 15,29). Sarà l’ultima richiesta di segno: scendere dalla croce! Ogni richiesta di segno in un’ottica di potenza rivela la cecità del cuore di fronte all’agire di Dio. Gesù non scenderà dalla croce per convincere: se l’amore non convince, non c’è potenza che lo possa ottenere. La conseguenza sarà che il luogo della presenza di Dio nel mondo oramai è l’umanità come il corpo che Gesù ha assunto. E tutti i comandamenti sono in funzione di far risplendere quella umanità. L’amore di Dio per l’uomo è così radicale da far rivelare la Sua gloria a partire da e dentro l’umanità. Qui è racchiuso il mistero della Chiesa.

In tal senso si comprende come il cuore dell’uomo sia il luogo dell’adorazione del Dio vero, perché da lì può risplendere l’umanità. Le azioni buone provengono dallo splendore del cuore e lo splendore del cuore proviene dal riconoscimento dell’amore di Dio per noi. Solo così il nostro cuore non è più luogo di mercato, dove prevalgono interessi e contraffazioni. Non è certo cosa agevole da vivere per l’uomo che patisce lo scandalo e la stoltezza della croce. Ma se l’uomo fa fede all’amore di Dio, che in Gesù splende nella sua umanità, vilipesa e gloriosa, allora riuscirà ad abbandonare anche quella miriade di presunzioni e rivendicazioni che lo tormentano nella vita e che rendono i rapporti così difficili, impedendo all’umanità di risplendere.

La festa di oggi sottolinea la dimensione ecclesiale della nostra fede in Gesù. Abbiamo dimenticato che la bellezza della fede, alla quale siamo stati generati, non parla primariamente della tensione del nostro cuore, ma dello splendore della santità della Chiesa che riverbera nel nostro cuore. Parla, cioè, di un’esperienza di vita che ci precede e ci accompagna e che ci viene partecipata. Si ripete l’esperienza di un bambino nella sua famiglia. Siccome non è lui a scegliere di venire al mondo, l’unica possibilità che ha di vivere la vita è quella di respirarla dall’amore dei suoi genitori che, mentre glielo comunicano, lo fanno vivere, rendendolo capace a sua volta di amare. Cristiani si diventa non per nascita ma per rinascita! In primo piano non ci sono io che credo, ma la fede della Chiesa di cui io godo divenendone partecipe insieme a tutti gli altri.

Faremmo fatica oggi a sottoscrivere le parole di un antico prefazio ambrosiano per la festa della dedicazione della chiesa cattedrale: “Il Signore Gesù ha reso partecipe la sua Chiesa della sovranità sul mondo che tu gli hai donato e l’ha elevata alla dignità di sposa e regina. Alla sua arcana grandezza si inchina l’universo perché ogni suo giudizio terreno è confermato nel cielo. La Chiesa è la madre di tutti i viventi, sempre più gloriosa di figli generati a te, o Padre, per virtù dello Spirito Santo. È la vite feconda che in tutta la terra prolunga i suoi tralci e, appoggiata all’albero della croce, s’innalza al tuo Regno. È la città posta sulla cima dei monti, splendida agli occhi di tutti, dove per sempre vive il suo Fondatore”.

Non intuiamo più che riferirsi alla fede della Chiesa significa riferirsi al mistero della sua santità. Santità, che non parla primariamente di noi, ma del dono di Dio che ci raggiunge e ci costituisce, segno perenne dell’alleanza di Dio con l’umanità che nulla e nessuno potrà mai distruggere, come l’antifona di ingresso canta secondo la visione dell’Apocalisse: “Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, preparata come una sposa adorna per il suo sposo”. È l’umanità intrisa della santità di Dio che splende di tutto l’amore con cui è stata concepita. Di quella visione la festa di oggi è portatrice.

Nella formulazione del Simbolo la santità è ravvisata nella comunione dei santi e nella remissione dei peccati. Nell’antico sentire, la comunione dei santi non si riferiva alla santità delle persone, ma ai santi doni, alla comunione eucaristica, mentre la remissione dei peccati alludeva al sacramento del battesimo con il quale moriamo al peccato per vivere della vita del Figlio di Dio, innestati nel suo corpo che è la Chiesa, che vive del suo Spirito. Dalla comunione al Santo nel sacramento dell’eucaristia si passa inevitabilmente alla comunione tra i santi, tensione universale della sua missione, che ruota attorno a tre elementi:

a) annuncio. La capacità di annuncio, che fa da perno alla missione, implica che il nostro porci nel mondo, prima che al mondo, esprima la gioia per qualcosa che ci è stato affidato.

b) intercessione. Esprime la tensione interiore di un movimento che pesca nel desiderio di Dio per la salvezza di tutti.

c) testimonianza. L’amore di Dio riguarda gli uni in rapporto agli altri, perché a tutti venga partecipato e ciascuno lo accresca con la testimonianza degli uni per gli altri.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXXIII Domenica

(16 novembre 2025)

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Ml 3,19-20a;  Sal 97 (98);  2Ts 3,7-12;  Lc 21,5-19

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La liturgia di oggi annuncia cose tremende ma invitando a una fiducia incrollabile. Si parla di attesa della fine e contemporaneamente dello splendore dell’amore di Dio che in Gesù si manifesta. Così il brano del profeta Malachia, l’ultimo libro dell’Antico Testamento nel canone cristiano, introduce direttamente al giorno del Signore che presto sorgerà. Sarà terribile, ma non per i terrori che invaderanno i cuori, ma per la straordinarietà degli eventi che lo caratterizzeranno: sarà vinta la morte con la morte del Figlio dell’uomo, lui, che è il sole di giustizia dai raggi benefici. Il salmo responsoriale parla di un cantico nuovo per la manifestazione del regno eterno di Dio. Un fine commentatore ebraico, Rashi di Troyes, annota come il cantico nuovo rimanda al futuro, ma è nell’oggi della nostra storia che siamo chiamati a cantare l’amore del Signore, riconoscendo nelle lotte e nelle fatiche della vita i segni del suo regno che viene. Quello che chiediamo costantemente con la preghiera del Padre nostro: “Venga il tuo regno”.

Come dice Gesù, alla fine del suo ultimo discorso pubblico: “Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”. Intendendo: se affinerete lo sguardo e il cuore sarà incollato all’amore di Dio che in Gesù si è manifestato, allora attraverserete tutte le afflizioni della vita in modo da rimanere in intimità con lui come lui rimarrà in intimità con voi. E proprio perché si veglia in preghiera si diventa capaci di sfruttare le varie occasioni per dare testimonianza dell’amore di quel Figlio, nel cui nome si sopportano afflizioni e prove. Si realizza la promessa di Gesù: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”.

La perseveranza a cui Gesù ci invita non allude a uno sforzo di tenacia ma a una verità di esperienza: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), le parole conclusive del vangelo di Matteo. Perseveranza, che in greco comporta la sfumatura della pazienza nel tempo, va coniugata con Presenza. In effetti, ciò che colpisce nel brano odierno non sono le predizioni dei tormenti, ma la fiducia che ci deriva dall’attraversarli in compagnia di Colui che abbiamo conosciuto essere l’Inviato di Dio, il Figlio di Dio, nato-morto-risorto per noi, come sottolinea all’evidenza l’espressione paradossale: “Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”.

In gioco, nella storia, è appunto la fedeltà a Colui che il nostro cuore ha scoperto essere il sigillo della misericordia di Dio per noi, a Colui che per noi è diventato radice di vita e di sentimenti a tal punto da farci conoscere contemporaneamente il riposo e l’angoscia dell’amore, non potendo tollerare che nessuno ne resti privo per causa nostra. Tanto che il modo più sicuro di vivere del riposo dell’amore è quello di non rifiutarlo a nessuno. La perseveranza ha a che fare con questa tensione dell’amore, che non è semplicemente la durata nel tempo, ma la tenuta di qualità dell’amore nel tempo e nelle prove. Così, perseveranza o pazienza hanno sempre a che vedere con la presenza del Signore, generatore di letizia, accanto a noi, nelle prove. È tale presenza che salva le nostre vite, che ci impedisce di intristire e di fallire nella realizzazione della nostra vocazione all’umanità. Se nemmeno un capello del nostro capo andrà perduto, non è per invitarci alla speranza, vanesia, che i tormenti non ci toccheranno, ma, al contrario, che nemmeno i tormenti ci ruberanno la confidenza ottenuta e non ci muoveranno ad agire contro il suo amore, come del resto è stato per lui, che non ha agito contro di noi, nella sua passione e morte.

Nel Nuovo Testamento il termine perseveranza, come pazienza nel tempo, è collegato alla speranza, al fare frutto, alla fede testimoniata con gioia nelle afflizioni e nelle prove. Tanto che una delle espressioni più toccanti della fede in Dio io la ravvedo nell’affermazione di Paolo: “Dio della perseveranza (pazienza) e della consolazione” (cfr. Rm 15,4-5).

La liturgia di oggi si premura di sottolineare proprio il contrasto tra i terrori annunciati con le conseguenti paure e la fiducia inculcata. L’antifona d’ingresso canta con il profeta Geremia: “Io ho progetti di pace e non di sventura” (Ger 29,11); l’antica colletta: “Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura”; l’antifona alla comunione: “Il mio bene è stare vicino a Dio, nel Signore Dio riporre la mia speranza”.

Gesù però sa che l’uomo sarà preda della paura. Mette allora in guardia contro il pericolo di seduzione sempre in agguato: “Badate di non lasciarvi ingannare”. Se il riferimento è ai drammi e ai rivolgimenti che segneranno la storia, in che cosa si può restare ingannati? In almeno due cose. La prima, è di immaginare che il regno di Dio si ristabilirà come un premio ai buoni e un castigo ai cattivi. La seconda, è di cedere allo sconforto e alla disperazione.

Le parole di Gesù alludono invece al mistero della fedeltà dei credenti, fedeltà che nasce da una sapienza ricercata e che si gioca in una vigilanza capace di attraversare le prove e i tormenti della storia. La storia è piena di tormenti, i tormenti però non sono per la morte, ma perché si svelino i segreti di Dio. Se il profeta Malachia parla del giorno rovente del Signore, lo fa nell’ottica della salvezza di coloro che hanno fatto memoria della parola del Signore, tanto che si realizza la promessa di Dio: ‘Essi diverranno la mia proprietà’ (Mal 3,17). È un’espressione tipica per definire l’elezione del popolo di Israele, da intendersi: finalmente potranno gustare l’alleanza di Dio in tutta intimità e riposo. Tale profezia i vangeli mostrano realizzata in Gesù, per cui la conversione a lui introduce negli eventi della fine, intendendo: in lui è sigillata l’alleanza di Dio godibile per l’uomo. E stando in lui (“Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” Gv 15,9-11) ci si accorgerà di quello che significa essere ‘proprietà’ di Dio, secondo la definizione del profeta Malachia.

Allora il segreto della fiducia non è che quell’immenso amore svelato nel Cristo, che nulla e nessuno potrà rapire. Lo scenario delineato resta quello del martirio, cioè della testimonianza, perché tutti possano goderlo. Avversità e tormenti diventano possibilità di fedeltà all’amore, conferme di salvezza nell’ottica del vincere il male con il bene, come discepoli che si fidano del loro maestro.

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Ottavo ciclo

Anno liturgico C (2024-2025)

Tempo Ordinario

XXXIV Domenica

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo

(23 novembre 2025)

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2 Sam 5,1-3;  Sal 121 (122);  Col 1,12-20;  Lc 23,35-43

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L’immagine di Cristo re a partire dalla croce non può che essere un’immagine di rivelazione. L’uomo non avrebbe mai potuto escogitare un’immagine del genere! E questo testimonia quanto i pensieri degli uomini siano distanti da quelli di Dio. A ben guardare, molti particolari del racconto della crocifissione richiamano il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero messianico. Quella che allora veniva letta come tensione drammatica, qui diventa concretezza drammatica. Se là emergeva la verità del cuore di Gesù rispetto alle insinuazioni del diavolo, qui viene proclamata la verità della sua vita rispetto all’amore del Padre per i suoi figli. Le parole del diavolo sono rivelate in tutta la loro portata nel momento cruciale della vita di Gesù allorché, appeso in croce, si sente apostrofare: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: ‘Sono Figlio di Dio’!” (Mt 27, 42-43). Gli uomini scherniscono, ma veramente Gesù non può salvare se stesso, non può dimostrare nulla e non viene liberato dalla morte. Eppure, proprio quel non salvare se stesso, non voler dimostrare nulla, non essere liberato dalla morte, comporta la rivelazione del vero amore di Dio che riempie la sua vita e che riverbererà sul cuore degli uomini che non vorranno più illudersi rispetto alle insinuazioni del maligno.

Nel prefazio di questa festa la Chiesa canta: “Egli, sacrificando se stesso immacolata vittima di pace sull’altare della Croce, operò il mistero dell’umana redenzione; assoggettate al suo potere tutte le creature, offrì alla tua maestà infinita il regno eterno e universale: regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace”. La cosa singolare è che l’assoggettamento di tutte le cose da parte di Gesù avviene proprio nel suo stare sottomesso alla potenza del male senza venir meno alla confidenza nel Padre e all’amore per i suoi figli, per i quali è stato inviato. Così la scritta sulla croce “costui è il re dei Giudei” è interpretata dalle generazioni cristiane: ‘Costui è il re della gloria’, la gloria dello splendore dell’amore di Dio per l’uomo. Gloria che l’apostolo Paolo descrive nella sua lettera ai Colossesi: “È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli” (Col 1,19-20).

Nel brano di oggi, al centro, ci sono i due malfattori, l’empio e il pio, che riassumono le due possibili visioni: l’empio si accoda, rivendicando, alla visione di scherno dei capi e dei soldati; il pio invece sa scorgere il mistero e si abbandona fiducioso. Cosa ha visto quel malfattore pio, che l’iconografia cristiana rappresenta come colui che in paradiso aspetta l’ingresso di tutti i santi, da indurlo a pregare quel condannato: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”? Segnalo intanto che questa è l’unica volta in tutto il Nuovo Testamento che uno si rivolge a Gesù con il suo solo nome, a indicare la comunanza di destino e la confidenza totale. Il fatto è che, di fronte a quell’uomo ingiustamente condannato, eppur così mite, vede la propria storia rovinosa e senza perdersi in rivendicazioni ormai inutili, crudeli perfino, accoglie in pace la sua sorte perché può aprirla su qualcosa di più grande. Parla senza alcuna pretesa, non chiede di essere liberato dalla sua condanna, semplicemente si affida: ricordati! Leggo il grido dell’umanità sofferente, che parla da dentro la coscienza della propria colpevolezza, ma capace ancora di affidarsi e di invocare: ricordati di me! La voce di quest’uomo che si rivolge a Gesù corrisponde alla voce di Gesù che si rivolge al Padre: nelle tue mani consegno il mio spirito. E tutti e due sono accumunati dalla stessa verità: oggi con me sarai nel paradiso. Oggi, a partire da questa croce, senza recriminazioni di sorta, possiamo godere la gioia, misteriosa, di essere con il Signore della gloria. È la scoperta di tutta una vita, l’essenza della fede, la possibilità di salvezza a portata di mano, al di là di ogni pretesa e rivendicazione.

Con la sua richiesta e la risposta di Gesù veniamo a sapere che il regno di Dio è splendore di amore che si riversa sull’uomo, che Dio non rinuncia al suo amore perché l’uomo è cattivo, che Dio si manifesta con il volto mite dell’amore, proprio quando è rifiutato e calpestato, in attesa che l’uomo lo riconosca e ne faccia la radice della sua vita e del suo tormento.

L’immagine del buon ladrone è una di quelle immagini che svelano il paradosso del mistero di Dio aperto sull’uomo. Il giudizio della croce non parla dell’ingiustizia degli uomini, ma della giustizia di Dio. E la giustizia di Dio è esattamente quella che rende noi, indegni, degni dello splendore del suo amore a tal punto da farci partecipi di quella dinamica di amore da riversarla con lui sul mondo. Nel giudizio universale rappresentato da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, ai piedi della grande croce (e quasi a darle gambe perché muova incontro all’uomo) sta una piccola figura umana. Partecipa all’esaltazione della croce: due grandi angeli la reggono e lui – se ne vedono i piedi, uno scorcio del capo e le braccia – si stringe al cuore il dulce lignum. Un piccolo fragile uomo (buon ladrone, cireneo, ciascuno di noi) che si è imbattuto in quell’Uomo, l’ha riconosciuto Dio, gli si è affezionato: porta quindi il ‘giogo soave, il carico leggero’, nella prospettiva alta della felicità, la cui caparra è, qui e ora, la letizia dell’amore.

Secondo le letture della liturgia della festa odierna, il regno che il Signore ci acquista e che costituisce la nostra eredità (si veda la parabola del giudizio finale di Mt 25, dove il re proclamerà: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo...”) è presentato in tre immagini:

1. come un’alleanza, che il popolo riconosce nella decisione di Dio di pascere il suo popolo (2Sam 5,2) e che si realizzerà nella carità svelata dal Figlio morto e risorto;

2. come splendore di riconciliazione che Gesù ci ottiene sulla croce, quando ci mette nella condizione di partecipare alla santità di Dio che è amore per gli uomini. È la carità di Dio, per noi, che si traduce in riconciliazione vicendevole, a livello della storia e che parla della pacificazione tra il cielo e la terra, del fatto cioè che la terra del nostro cuore diventa cielo dove Dio è adorato, goduto, condiviso in fraternità;

3. come comunione con lui, oltre ogni rivendicazione, sopraffatti dalla sua compassione: “In verità ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”. Nella nostra umanità, tribolata e pacificata, il Signore ci permette di godere della comunione con lui. È l’unico passo nei vangeli dove compare il termine paradiso.

Ogni proclamazione di regalità che non partisse dalla croce non potrebbe convincere i cuori perché non renderebbe ragione dell’immensità dell’amore di Dio per l’uomo. Non per nulla il tono con il quale i capi, i soldati e il malfattore empio, si rivolgono a Gesù sa di scherno, è crudele: non possono concepire altra regalità se non nel registro della potenza. Il tono invece del malfattore pio è mite, esprime tenerezza e sa riconoscere il mistero di quella regalità così mal compresa. Ma è appunto un re del genere che la Chiesa contempla, è un re del genere che la chiesa annuncia e che serve.