Terzo ciclo

Anno liturgico B (2008-2009)

Tempo Ordinario

 

14a Domenica

(5 luglio 2009)

 

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Ez 2,2-5;  Sal 122;  2Cor 12,7-10;  Mc 6,1-6

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Le letture della liturgia di oggi illustrano la strategia di Dio verso i suoi figli. Se ci si pone dal punto di vista degli inviati, di coloro cioè che sono chiamati a testimoniare e a richiamare il piano di salvezza di Dio, non si può che restare sgomenti: sembra una missione condannata al fallimento. Il profeta Ezechiele sa già che non l’ascolteranno, Gesù dovrà scappare se non vuole essere sopraffatto, Paolo è costretto a vantarsi delle sue debolezze. Sembra che Dio stesso già si rassegni a questa evenienza. Se però si guardano le cose più da vicino, con l’orecchio allenato alle sfumature dei cuori, l’impressione è un’altra.

Consideriamo la liturgia di questa domenica nel suo insieme. I brani scritturistici parlano di occasioni mancate, le antifone e le preghiere parlano invece di occasioni godute e degli effetti della salvezza accolta. L'antifona di ingresso celebra la misericordia di Dio e l'esperienza che tutti gli uomini possono farne dovunque e sempre; la colletta fa pregare perché possiamo riconoscere la gloria dell'amore di Dio nell'umiliazione del Figlio e la sua potenza di consolazione e salvezza nella nostra infermità; alle offerte si prega di poter agire come il Figlio di Dio, nella dinamica di quell'amore che non viene mai meno perché appartenente alla nuova creazione di cui ci è fatto dono; all'orazione dopo la comunione si suggella ogni richiesta precedente con la capacità di vivere in gratitudine perché ricolmi dei benefici del Signore, inattaccabili dalla ruggine dei nostri peccati e dalle vicende del mondo.

Se ritorniamo ai brani proclamati nell’ottica della celebrazione, ci accorgiamo che l’azione di Dio è piena di fantasia a favore dell’uomo. Se è vero che il popolo rifiuterà il profeta, è ancora più vero che la presenza del profeta illustra la premura di Dio per il suo popolo. Non c’è rifiuto che blocchi la fantasia di Dio perché continuamente trova nuovi sbocchi e nuove opportunità: non viene meno la sua premura, sebbene spesso disattesa dai suoi figli. L’episodio della predicazione di Gesù a Nazaret illustra bene la premura di Dio. La scena è racchiusa da due identici sentimenti di valore diametralmente opposto. Si apre con la meraviglia, sospettosa, diffidente, che si tramuta poi in ostilità da parte degli ascoltatori presenti nella sinagoga e si chiude con la meraviglia, dispiaciuta, di Gesù che si vede costretto a fuggire. Marco conclude: “E si meravigliava della loro incredulità”. Una meraviglia, quella di Gesù, però, che non si tramuta in ostilità con la sua fuga, bensì in tenacia e immaginazione per creare nuove occasioni, fino alla fine, come il resto del racconto evangelico proverà, perché i cuori finalmente si aprano all’amore del Padre testimoniato da lui e dalla sua attività ovunque.

Noi non ci accorgiamo che spesso la nostra incredulità nasconde una cattiva idea di Dio. A dire il vero non si tratta realmente di una mancanza di fede, ma di diffidenza, di riserva mentale.  Dal passo parallelo di Luca 4,16-31 sappiamo che per i concittadini di Gesù la diffidenza agiva nel senso di non cogliere il movimento di grazia di Dio per loro. Gli ascoltatori della sinagoga si sentono offesi quando Gesù ricorda loro che Dio non ha disdegnato i pagani – la vedova di Zarepta di Sidone e Naaman il siro – come se questa preferenza comportasse un’accusa ai suoi figli. Così è per noi: è vero che ci accorgiamo che Gesù insegna cose belle, cose degne della massima stima, ma essere disposti ad accoglierlo e seguirlo nella sua rivelazione di Dio e nel suo servizio agli uomini non ci è agevole.

La liturgia ci invita allora a cogliere il nodo essenziale della vita: la salvezza è data dalla potenza di Dio ma ha bisogno di essere accolta con fede, senza riserve mentali. Il problema più o meno può essere posto così: perché la grazia non compie tutto ciò che promette? Pensiamo al perdono che domandiamo a Dio per i nostri peccati. Perché, pur chiedendolo sinceramente e ottenendolo, non agisce in profondità da trasformarci completamente? Forse che Dio vincola il suo perdono? Non sarebbe morto per noi! Pensiamo alla richiesta di una virtù: “Signore, fammi umile”. Perché dopo la richiesta restiamo ancora in preda all'orgoglio e all'egoismo? Forse che Dio è geloso dei suoi doni? Non ci avrebbe dato il suo Figlio. Ecco dunque la meraviglia di Gesù: la nostra incredulità.

Dio non si stanca però della nostra incredulità perché sa che il nostro cuore ha bisogno di tempo per cedere, per arrendersi, per sciogliere le sue paure, le sue resistenze, le sue ambiguità. L'importante è non lasciare mai il Signore, lasciarsi sempre riaccostare da lui tanto che, come dice la colletta: “sappiamo riconoscere la tua gloria nell’umiliazione del tuo Figlio e nella nostra infermità umana sperimentiamo la potenza della sua risurrezione”. Il movimento suggerito dalla preghiera è appunto quello di imparare a vedere la gloria, cioè lo splendore dell’amore del Padre per gli uomini, proprio nell’umiliazione del Figlio che si consegna agli uomini perché sappiano quanto lui ama il Padre e quanto è grande il suo amore per noi. Il che significa riconoscersi dentro una provvidenza di bene per noi stando solidale con i sentimenti di Dio, in favore dei fratelli. Così facendo, potremo sperimentare la potenza della vita che viene da Dio accogliendo in pace le infermità e le afflizioni della nostra storia perché non ci allontanano dalla comunione con Colui che il nostro cuore cerca e di cui potente è la salvezza.